Miraculous Heroes 3 by Echo
Summary:

[Sequel di Miraculous Heroes e Miraculous Heroes 2]
La minaccia di Maus è stata sventata, ma non c'è pace per i nostri eroi: il mistero dell'uccisione degli uomini del loro nemico non è stato risolto e un nuovo nemico trama nell'ombra...


Categories: Cartoni e fumetti > Miraculous LadyBug Characters: Adrien Agreste/Chat Noir, Altri, Marinette Dupain-Cheng/Ladybug
Genere: Azione, Mistero, Romantico
Note: Longfic, Original Character, What if...?
Challenges: Nessuno
Series: Nessuno
Chapters: 27 Completed: No Word count: 86352 Read: 1245 Published: 27.01.17 Updated: 28.04.17

1. Capitolo 1 by Echo

2. Capitolo 2 by Echo

3. Capitolo 3 by Echo

4. Capitolo 4 by Echo

5. Capitolo 5 by Echo

6. Capitolo 6 by Echo

7. Capitolo 7 by Echo

8. Capitolo 8 by Echo

9. Capitolo 9 by Echo

10. Capitolo 10 by Echo

11. Capitolo 11 by Echo

12. Capitolo 12 by Echo

13. Capitolo 13 by Echo

14. Capitolo 14 by Echo

15. Capitolo 15 by Echo

16. Capitolo 16 by Echo

17. Capitolo 17 by Echo

18. Capitolo 18 by Echo

19. Capitolo 19 by Echo

20. Capitolo 20 by Echo

21. Capitolo 21 by Echo

22. Capitolo 22 by Echo

23. Capitolo 23 by Echo

24. Capitolo 24 by Echo

25. Capitolo 25 by Echo

26. Capitolo 26 by Echo

27. Capitolo 27 by Echo

Capitolo 1 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 1.514 (Fidipù)
Note: E ci siamo: l'avete atteso, me lo avete chiesto inesorabilmente da lunedì, ma alla fine è giunto: Miraculous Heroes 3 inizia. E già vi comincio a rompere con le mie informazioni gratuite: prima di tutto, questo capitolo si svolge, cronologicamente parlando, in contemporanea a Miraculous Heroes, ma dal prossimo si torna al presente (o, almeno, al presente della storia); inoltre troverete in questo capitolo due personaggi (cioè uno è proprio il protagonista di questo capitolo, l'altro è solo citato) di Tikki, la prima Portatrice (se non l'avete letta, vi consiglio di farla dato che tutto è collegato. Me e il mio maledetto vizio di collegare tutto).
E ora...
Shangri-la. In verità Shangri-la è solamente un luogo immaginario descritto nel romanzo Orizzonte perduto di James Hilton; il successo di questo romanzo nella società dell'epoca diede origine al mito: così sognatori, avventurieri ed esploratori provarono a trovare questo paradiso perduto.

 

 

Quanto tempo aveva vissuto?
Quante stagioni aveva visto susseguirsi?
Quanti regni e imperi aveva visto nascere e poi morire?
Kang inspirò profondamente, mentre si appoggiava stanco al muro di pietra della caverna, alzando la testa e osservando il piccolo gazebo posto alla bocca dell’antro: il sole rendeva il piccolo edificio nero e scuro, quando invece era stato costruito con la pietra più candida di quella zona.
Forse un po’ polverosa al momento, ma pur sempre chiara.
Ricordava ancora, quando quel luogo era al colmo del suo splendore: in fondo era a giro per il mondo da molto tempo, forse anche troppo.
Era stato un neonato quando si era salvato dalla distruzione della sua patria, un regno ormai dimenticato e sfumato nei miti e nelle leggende di tutti i popoli; era stato un adolescente, quando aveva dovuto dire addio all’unico padre che aveva conosciuto: la morte di Gyrro era stato uno dei motivi per cui si era messo in viaggio ed era giunto lì ove la sua vita era diventata innaturalmente lunga.
Inspirò nuovamente, sentendo nelle narici l’odore fresco e umido dell’aria e sorrise, mentre il futuro si dipanava davanti a lui: fin da quando era stato bambino aveva avuto il dono della Vista.
Era stato grazie al suo Dono se Gyrro era partito, come primo Gran Guardiano, iniziando quella ricerca di anime valorose a cui donare gioielli…beh, miracolosi.
Era stato lui che aveva scritto di proprio pugno i testi più importanti, che a Nêdong venivano considerati sacri.
E grazie al suo Dono era riuscito a salvare due vite, che si sarebbero rivelate importanti nei giorni a venire.
Un sorriso gli piegò le labbra, mentre serrava la presa sul bastone e faceva un nuovo passo: alla fine di tutto, era stato lui a dare la spinta alla ruota del destino che lo portava proprio a quel momento.
Tutto era iniziato quando, secoli prima, aveva detto a Gyrro di intraprendere il suo viaggio, sapendo benissimo cosa il futuro avrebbe portato.
Sapeva del giovane gruppo di eroi che, in quel frangente, stava combattendo un’antica minaccia dall’altra parte del mondo.
Sapeva della donna prigioniera che, preso, si sarebbe liberata e si sarebbe ricongiunta alla sua famiglia per combattere la minaccia del suo passato.
E conosceva anche avvenimenti futuri alla sua morte, poiché lui sarebbe morto quel giorno.
Trasse un lungo respiro, alzando la testa e riprendendo la sua camminata verso il gazebo: un brandello della magnificenza dell’antica Shangri-la, la città eterna, in cui aveva vissuto tutto quel tempo.
Si avvicinò ancora, notando l’uomo al centro di esso: le spalle rilassata, la postura tranquilla e lo sguardo rivolto in avanti.
Non dava proprio l’aria dell’assassino.
«E’ una vista incantevole, non trova?» domandò, salendo i pochi gradini del chiosco e affiancandolo, voltandosi verso il panorama delle vette innevate: Shangri-la, il paradiso perduto, era situato fra i monti dell’Himalaya, non molto lontano dalla sua amata Nêdong.
Gli sarebbe piaciuto rivederla, prima di morire.
Peccato che fosse un desiderio irrealizzabile.
«Forse un millennio fa era più bella.» continuò Kang, poggiandosi stancamente al bastone e sorridendo: «C’era una strada, che costeggiava il monte: d’inverno era tutto completamente bianco ma nelle stagioni calde, la pietra candida risaltava e, quando veniva toccata dai raggi del sole, riluceva.» spiegò, allungando una mano magra e nodosa: «Era uno spettacolo. Mi ricordo di un imperatore cinese che…»
«Lei sa che cosa voglio, vero?» domandò l’uomo, massaggiandosi il mento e la barba ben curata, voltandosi verso di lui: «Non sono qui per ascoltare di una città dimenticata.»
«Sì.» dichiarò spiccio Kang, voltandosi verso l’altro: «E so anche cosa succederà.»
«Quindi potremmo…»
«Combatterò. Poiché non posso dare il potere che proteggo qua.» dichiarò orgoglioso l’anziano, alzando la testa e sfidando l’altro: «Posso essermene andato da Nêdong da tempo, ma rimango un suo accolito e, più di ogni altra cosa, sono un nativo di Daitya.»
«Non mi lascia altra scelta, allora.»
«E’ pericoloso ciò che ha in mente di fare.»
«Lei non può…»
«Io so.» continuò Kang, scuotendo la testa e inspirando a fondo l’aria, mentre concentrava l’energia nella mano destra, pronto a scagliarla contro il nemico: «Il potere – quel potere – non le darà mai ciò che vuole.»
L’uomo accanto a sé sorrise, mentre un pugnale scivolava dalla manica del completo costoso che indossava: «Lei non sa.» ringhiò, afferrando Kang per un braccio e tirandolo verso di sé, affondando la lama nel ventre dell’anziano.
Kang gemette, sentendo la carne lacerarsi e il dolore irradiarsi per tutto il corpo: «Tu...» sibilò, stringendo il braccio dell’altro e alzando lo sguardo, per vedere in volto il suo assassino; si lamentò nuovamente, quando l’uomo fece forza sull’elsa, spingendo più a fondo la lama.
Lo sguardo dell’anziano si fermò sul collo dell’assassino, notando il monile che lo adornava: «Tu…» bisbigliò, alzando tremante una mano e sfiorando l’oro.
«Sì, avevo già trovato la collana.» dichiarò l’uomo, sorridendo: «Non l’aveva visto?» domandò ironico, girando il pugnale nel corpo dell’uomo e lacerando gli organi: «E’ diverso dai gioielli di Nêdong, ma non per questo meno potente…»
«Tu sarai fermato.» mormorò Kang, vedendo il futuro dipanarsi di fronte a lui per un’ultima volta: «Tu verrai fermato.»
«Il mio futuro non è ancora deciso, vecchio.» dichiarò l’uomo, tirando fuori la lama dal corpo e spingendo il corpo dell’altro lontano da sé: l’anziano cadde a braccia aperta sulla nuda pietra, un sorriso che gli increspava le labbra e il respiro affannoso: «Io non verrò fermato. Da nessuno.»
«Oh. Incontrerai la tua fine, il giorno che ti metterai contro di loro.» dichiarò Kang, tossendo poi quando un rivolo di sangue gli salì in gola: «I gioielli di Nêdong ne usciranno vittoriosi.»


Qualcosa nell’aria era cambiato: la ragazza si voltò verso la montagna, socchiudendo lo sguardo e ascoltando il vento.
C’era qualcosa di diverso, lo sentiva.
Lasciò perdere la trappola che stava controllando e, la mano ferma sull’elsa della spada, tornò di corsa alla caverna: i lunghi capelli scuri si muovevano al vento, sferzandogli di tanto in tanto il volto; il corpo sentiva la fatica e la mente viaggiava, travolta dalle sensazioni che stava provando.
Aveva avuto un sentore, quella mattina, quando il sommo Kang l’aveva mandata via, per controllare le trappole: un dovere che avrebbe dovuto compiere nei giorni successivi, ma l’anziano era stato irremovibile e l’aveva quasi spinta fuori dalla caverna.
Si fermò, osservando la bocca della grotta in cui viveva: molti escursionisti giungevano quasi fin lì, ma nessuno poteva vedere oltre il velo che copriva loro l’entrata della città senza tempo.
Shangri-la, come la patria di Kang, erano luoghi misteriosi che stimolavano i sogni degli uomini.
Scosse il capo, riprendendo la sua marcia e fermandosi nei pressi del piccolo gazebo, che delimitava l’ingresso della città: quando era piccola, lì era solita sostare una guardia che controllava il flusso delle persone in entrata e in uscita; all’epoca, la città non era abbandonata e il novello impero vicino traeva grande profitto dal commerciare con loro.
Poi, lentamente, la rovina era giunta e di quella fiorente comunità non restava altro che rovine.
Si avvicinò lentamente, carezzando le colonne decorate e arrese alla polvere, notando poi il corpo al centro del chiosco: «Kang!» esclamò la ragazza, correndo da lui e chinandosi al suo fianco: «Cosa…?» si fermò, notando la macchia di sangue che si espandeva nell’addome dell’uomo: «Resisti. Ti porto…»
«Non c’è più tempo per me.» mormorò l’anziano, allungando faticosamente una mano verso l’alto: «Xiang, non perdere tempo.»
«Ma posso…»
«No. Non puoi.» Kang sorrise, inspirando profondamente e socchiudendo le palpebre: «Pr…presto mori…rò…»
«No.»
«Sì. Ma lo sa…pevo…» l’anziano si fermò, facendo un nuovo profondo respiro: «Xiang. Tu devi andare a Parigi.» dichiarò con voce ferma, aprendo gli occhi e fissandola: «Vai a Parigi e unisciti a coloro che portano i gioielli di Nêdong.»
«Io…»
«Lui ti aiuterà. So che è lì. Affidati a lui.»
«Non posso lasciarti…»
Kang sorrise, stringendo la mano della ragazza e portandogliela al cuore: «Sei tutto ciò che rimane di questo posto, Xiang. Sei tutto ciò che rimane dell’uomo che mi accolse a braccia aperte, quando ero ancora un bambino. Vai, figlia della Città senza tempo.» tossì, sputando sangue e tremando: «Vai e lascia che il tuo tempo scorra di nuovo. Va a Parigi, Xiang.»
Xiang osservò l’uomo sorriderle ancora una volta prima che la mano, che teneva la sua, perdesse tutta la forza e cadde inerte verso il basso: un singhiozzo le sfuggì dalle labbra, mentre si rendeva conto che Kang l’aveva lasciata.
Kang non c’era più.
Kang, l’immortale Kang, era morto.
Si accasciò contro il suo corpo e i suoi singhiozzi riecheggiarono per tutta la caverna, mentre dava voce alla tristezza che sentiva dentro al cuore: di tutto ciò che aveva conosciuto non era rimasto più nulla.
Kang, l’unica persona ad aver vissuto quanto lei, non c’era più.
Era sola.
Completamente sola.
Va a Parigi, Xiang.
L’ultimo ordine dell’anziano risuonò dentro di lei: Parigi. Doveva andare nel luogo indicatole.
Si tirò su, osservando il volto senza vita e annuì, asciugandosi con un gesto deciso le lacrime: «Eseguirò il tuo ordine, Kang.» dichiarò, alzando la testa e puntando lo sguardo davanti a sé: «Io andrò a Parigi.»
Capitolo 2 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.452 (Fidipù)
Note: Buon salve salvino! Bene, con questo capitolo inizia ufficialmente Miraculous Heroes 3, dato che si riprende la storia da dove l'avevamo lasciata...beh, più o meno, dato che sono passati due mesi buoni buoni da quando Maus è spirato; ritroviamo il gruppo di eroi miracolati e...beh, vediamo, vediamo. C'è qualche informazione che devo darvi? Ah sì, Amedei è un'azienda - o forse è il caso di dire cioccolateria? - italiana che ha sede in Toscana, più precisamente a Pontedera e rientra fra le migliori produttrici di cioccolata italiane. Indovinate a chi farà gola questa notizia?

 

 

Il grande viale era illuminato dai lampioni, mentre due figure si avvicinavano furtive al bancomat, guardandosi attorno guardinghe: «Il bancomat.» ordinò uno dei due, indicando con un cenno del capo il terminale e osservando l’altro accostarsi e guardarsi attorno: «Fai alla svelta.»
«Ho bisogno di tempo…»
L’uomo sbuffò, infilando le mani in tasca e sentendo il freddo familiare della pistola: «Fai alla svelta.» ordinò nuovamente, mentre il fiato si condensava in piccole nuvolette davanti al volto: «Non so…»
«Seratina fredda, vero?» domandò una voce divertita, facendo trasalire i due ladri: «Sinceramente, avrei preferito rimanere a casa a guardare per l’ennesima volta Le due torri, ma voi…»
Uno degli eroi di Parigi uscì dall’ombra, il volto sorridente e lo sguardo fisso su di loro: «Seriamente, che problemi avete a voler rapinare bancomat con questo freddo?»
«Ehi, pennuto!» esclamò una voce divertita dall’alto: «Ti stai lamentando?»
«Io non sono certo un gattaccio viziato…» bofonchiò Peacock, alzando lo sguardo e osservando il suo compagno d’armi: «Qui il re dei lamenti sei tu, Chat Noir.»
«Non è vero!»
Peacock sbuffò, portandosi una mano all’orecchio e azionando l’auricolare: «Boss? Vero che Chat si lamenta in continuazione?»
La ragazza sospirò, balzando al fianco dell’altro eroe: «Io non vedo l’ora che Bee e Volpina tornino.» sbuffò, voltandosi verso i due ladri e notando come questi, approfittando della distrazione di Peacock, stessero cercando di scappare: «Tortoise, sono tutti tuoi. Come al solito.» dichiarò, osservando l’eroe verde uscire dall’ombra e sistemare velocemente i due criminali: «Mogui?»
«Sono qua, Ladybug.» dichiarò la voce allegra dell’americano: «Li avete sistemati?»
«Sì.» assentì la ragazza, osservando Chat Noir raggiungerli, mentre Tortoise appoggiava i due ladri contro il tronco di un albero del viale: «Anche questi sono stati sistemati.»
«A furia di ripetermi…» dichiarò Chat, portandosi una mano all’orecchio: «Perché tu non sei tornato in America per le vacanze natalizie, Mogui?»
«Perché ho una cosa chiamata istinto di sopravvivenza?» rispose Alex, dalla sua postazione a casa di Fu: «Non è che mi sono trasferito qui in Francia per scherzo. Se torno a casa, minimo, mio padre mi uccide.»
«Esagerato.»
«O mi sequestra.»
«Ok, questo posso capirlo.»
«Esperienza personale, gattaccio?»
«Taci, essere inutile.»
Ladybug sospirò, lasciando perdere i due e affiancando Tortoise: «Mi sembra di essere tornata all’inizio.» borbottò, incrociando le braccia al seno e osservando i due ragazzi litigare: «Ogni occasione è buona per litigare.»
«Peacock sente la mancanza di Bee.» dichiarò Tortoise, rialzandosi e sorridendo alla ragazza: «Appena tornerà si darà un calmata, vedrai. E Chat la finirà di punzecchiarlo.»
«Sì, non preoccuparti, Ladybug.» si aggiunse Alex: «Comunque mi dispiace avermi messo in allarme per niente.» aggiunse dopo un po’, sospirando: «Avevo sentito alcune comunicazioni della polizia e…»
«Tranquillo, amico.» sentenziò Tortoise, portandosi una mano all’orecchio e sorridendo: «Siamo un po’ tutti in allarme, dopo quello che è successo due mesi fa.»
«Il tuo lavoro è encomiabile, Mogui.» dichiarò Ladybug, annuendo con la testa sebbene il ragazzo non potesse vederla: «Ti dovremmo dare un premio.»
«Un appuntamento con te, magari?»
«Ehi! Quante volte ti devo dire di non provarci con la mia signora?»
«Io non demordo.» dichiarò Alex, ridendo divertito: «Allora, domani tornano Sarah e Lila. Andiamo da qualche parte a festeggiare? Magari ci portiamo dietro anche Fu, che ne dite?»
«E’ ancora strano?» domandò Peacock, raggiungendo Ladybug e Tortoise: da quando Maus era morto, divorato dalla sua stessa invenzione, Fu aveva iniziato a comportarsi in maniera strana, tanto da mettere in allarme tutti loro.
«Alle volte è come se avesse visto un fantasma, sapete?» bofonchiò Alex, sospirando: «Non è che vivo in un posto infestato e nessuno mi dice nulla? E se l’avessero posseduto?»
«Magari sarà solo stanco per la ricerca del nuovo Possessore del Miraculous della Farfalla.» buttò lì Chat Noir, inspirando profondamente: «Non penso sia facile trovare qualcuno di adatto.»
«Senza contare che Bee e Volpina sono volute tornare dalle loro famiglie per Natale. Con quelle ombre assassine in circolazione.»
«Ti pesa proprio che la tua bella ti abbia lasciato a secco per le feste, eh pennuto?»
«Tu…»
«Chat, lascialo stare.» sentenziò Ladybug, scuotendo il capo: «Tornerà domani, Peacock. Devi solo attendere un altro giorno.»
«Mi sento offeso.» dichiarò Tortoise, sorridendo: «Perché non prendi in giro anche me?»
«Perché, punto primo, tu non reagisci come il nostro pennuto; punto secondo…» Chat si fermò, posando una mano sulla spalla dell’amico: «Torty, mio caro ragazzo, stai con Volpina: averla lontana dovrebbe essere una liberazione.»


Li aveva osservati per tutto il tempo, rimanendo immobile nell’ombra e appuntandosi mentalmente alcune note: troppo inesperti, troppo scoperti, non sapevano combattere.
La finestra sotto al cornicione, doveva aveva trovato riparo, si aprì e una volto familiare entrò nel suo campo visivo: «Freddino, eh?» commentò l’uomo, massaggiandosi le mani coperte dai guanti e sorridendole: «Pensi di stare lì appollaiata oppure entri?»
«Come hai fatto…?»
«Ad entrare in questa stanza?» le domandò l’uomo, rientrando all’interno della camera e sorridendole, mentre lei scivolava dentro: «Ho le mie chiavi: dovresti sapere che per me ogni porta aperta.» sentenziò l’altro, facendole l’occhiolino: «Allora? Come li hai trovati?»
«Inutili.»
«Sei veramente severa, mia cara.»
«Non sono all’altezza.»
«Tu dici? Io credo invece che lo siano.»
«Tu hai troppa fiducia in loro.»
«E tu troppo poca, mia cara Xiang.»


Alex sospirò, togliendosi l’auricolare e stirando le braccia verso l’alto, sentendo i muscoli indolenziti: «Niente di nuovo?» domandò la voce di Fu, facendo voltare il ragazzo: Alex si sistemò gli occhiali sul naso, scuotendo il capo moro e osservando l’anziano: era stanco, si vedeva lontano, e sobbalzava ogni volta che il campanello di casa suonava.
Come se fosse in allerta e avesse paura di qualcosa.
«Maestro?» Fu si voltò verso il ragazzo, osservandolo in attesa: «Va tutto bene?» domandò alla fine Alex, massaggiandosi la nuca e abbozzando un sorriso: «Non ho i superpoteri come gli altri, ma…»
«Sto bene, Alex.»
«Ne è sicuro?»
«Sì, sono sicuro.» sentenziò Fu, osservando: «E adesso vai a letto, domani tornano Sarah e Lila.»


Sarah socchiuse gli occhi, ascoltando le persone attorno a lei parlare in francese: quando aveva deciso di passare il Natale a casa, in America, non pensava che Parigi le sarebbe mancata così tanto.
Eppure era stato così.
Tornare a casa, rivedere sua madre, era stato bello ma mancava qualcosa.
Le erano mancati i suoi amici.
Le era mancato il suo piccolo appartamento e la tranquillità che aveva, rispetto al caos allegro della casa di sua madre.
Le era mancato sentire parlare francese, quella lingua che amava per la sua musicalità.
Ma più di ogni altra cosa…
«Sarah!» la voce maschile la fece sorridere, mentre si guardava attorno alla ricerca della figura di Rafael: il sorriso si accentuò, quando vide il ragazzo che, un braccio alzato verso l’alto, la stava salutando; Sarah accelerò il passo, correndo quasi verso di lui e, alla fine, si buttò nel caldo e confortevole abbraccio del giovane parigino.
«Ehi.» mormorò il ragazzo, serrando lieve la presa e sorridendo: «Ti sono mancato così tanto?»
«Non te lo dico.» bofonchiò lei contro la stoffa del maglione e inspirando a fondo il profumo dell’acqua di colonia che Rafael portava spesso; voltò leggermente la testa, posando l’orecchio contro il petto di lui e sorridendo alla vista del kwami del pavone che, nascosto sotto al cappotto, le stava facendo un cenno di saluto.
«Volete la musica romantica, per caso?» domandò la voce divertita di Adrien, facendole sciogliere l’abbraccio e voltandosi verso il biondo: «Bentornata, Sarah!» continuò Adrien, allargando le braccia e stringendola in una stretta fraterna: «E’ stata dura senza di te: sopportare il pennuto tutto soletto, ascoltare i suoi lamenti...»
«Ed io cosa devo dire?» bofonchiò Marinette, spintonando via il fidanzato e aggrappandosi all’americana: «Ero sola. Con tutti loro.»
«Mi dispiace, Marinette.» dichiarò la bionda, stringendo l’amica: «Non ti lascerò più. Lo giuro.»
«Quindi non tornerai più in America?» parafrasò Adrien, poggiando una mano sulla spalla di Rafael e sorridendo: «Sentito? Rimane qui!»
«Marinette, puoi zittirlo?»
«Ci sto provando da quando avevo quattordici anni, Rafael.» sentenziò Marinette, lasciando andare Sarah: «E’ impossibile.»
«Non è vero, my lady. Un modo c’è e lo conosci perfettamente.»
«Adrien!»
«Ti sono mancati?» domandò Wei, avvicinandosi a Sarah e stringendola in un abbraccio: «Bentornata, amica mia.»
«Mi siete mancati tutti.» dichiarò la ragazza, sollevandosi sulle punte dei piedi e sorridendo al cinese: «A parte Alex.» dichiarò, osservando il suo migliore amico dietro a Wei: «Non mi sei mancato per niente.»
«Qualcosa mi dice che hai incontrato i miei.»
«Sì.» assentì la ragazza, sbuffando: «Tua madre è in pensiero per tutto quello che ti può succedere qua e tuo padre…»
«Aspetta. Fammi indovinare.» Alex inspirò profondamente e rilasciò andare l’aria, guardando poi l’amica con fare solenne: «Quella nullità di mio figlio, cosa spera di fare in una città di cui non conosce nemmeno la lingua. Ah, fosse stato qua…»
«Sì, qualcosa del genere.»
«Ah, il caro Sergente Simmons. Non cambia mai.»
«Giuro, tuo padre sta facendo sembrare il mio un santo.» dichiarò Adrien, scuotendo il capo: «E mio padre era Papillon.»
«Andiamo a prendere Lila?» domandò Wei, battendo le mani e osservando il resto del gruppo con fare speranzoso: «Sapete che se non ci trova quando arriva…»
«Dobbiamo proprio?» chiese Adrien, scuotendo il capo: «Non senti questa tranquillità…»
«Andiamo.» sentenziò Marinette, spintonando il fidanzato che fece forza, costringendola a usare tutte le sue energie per fargli fare qualche passo, mentre Wei e Alex li seguivano scuotendo il capo.
«Com’è andata qua?» domandò Sarah, voltandosi verso Rafael, mentre lui le prendeva il bagaglio a mano: «C’è stato…»
«A parte Alex che ci ha fatto dare la caccia a un po’ di ladri…» il moro si fermò, scuotendo il capo: «Niente di nuovo. Willie sta impazzendo a studiare come diventare Gran Guardiana, il maestro Fu è sempre strano, Flaffy è ancora drogato di cioccolata…»
«Qualcuno ha detto cioccolata?»
«Torna al tuo posto, Flaffy.»
«Sei antipatico, orchetto.» sbottò il kwami, tornando nel suo nascondiglio e brontolando: «Molto antipatico.»
«Sopravvivrò.» sbuffò Rafael, scuotendo rassegnato il capo: «Sempre la solita routine. Ah, non abbiamo ancora un Portatore della Farfalla.»
«Ancora niente?»
«No, nessuno. A quanto sembra Fu ha problemi a trovare qualcuno di adatto.»
«Potrebbe tentare la tecnica che usò con noi.» buttò lì Adrien, intromettendosi nella conversazione e indicando sé stesso e Marinette: «Gettarsi per terra e aspettare che qualcuno lo aiuti.»
«Ah. Lo fece anche con me.» mormorò Wei, sorridendo: «Vidi questo signore anziano, che non camminava bene e…»
«Come Fu sceglie i Portatori…» dichiarò Alex, allungando le mani davanti a sé, come se stesse dicendo il titolo di un film: «Cadendo ai loro piedi.»
Raggiunsero velocemente l’uscita del volo di Lila e osservarono le persone che si guardavano attorno: «Sbaglio o hanno tutti l’aria stravolta?» domandò Rafael, ridacchiando e rimediando una gomitata da parte di Sarah: «Che ho detto?»
«Vanno capiti. Volavano con la volpe.» assentì Adrien, cercando di vedere l’amica fra la folla: «Wei, cosa vedono i tuoi occhi da gigante?»
«Lila.»
«Questo è amore. L’ha trovata subito.»
«La chiamiamo tutti assieme?» domandò Alex, ridendo: «Così la facciamo vergognare di brutto.»
«Ci sto, Alex.» assentì Adrien mentre Marinette lo fissava sconsolata: «Dai, my lady! E’ per darle il benvenuto!»
«Adrien, tu…»
«Io sono bello, incredibilmente simpatico e dannatamente sexy?»
«Io direi…»
«Wei! Tesoro!»
«Oh, abbiamo perso l’occasione.» bofonchiò Alex, voltandosi verso Marinette e Adrien: «Dovete smetterla di fare questi bisticci da coppietta. Pensate a chi è ancora single.» borbottò, girandosi in avanti e osservando Lila gettarsi fra le braccia del cinese e regalargli un appassionato bacio: «Ecco. Appunto.»
«Ehm. Lila?» mormorò Rafael, salutandola con un cenno e attirando l’attenzione dell’italiana: «Ciao. Ci siamo anche noi.»
«Ah. Giusto.»
«Come ‘ah. Giusto’?» borbottò Adrien, incrociando le braccia: «Uno fa la fatica di venirla a salutare…»
«Micetto, devo ricordarti cosa ho in valigia?» domandò Lila, scuotendo il capo: «Giuro, è la prima e ultima volta che vi porto qualcosa.»
«Hai quello che ti ho chiesto?» domandò Rafael, allungando il collo e fissando intensamente il bagaglio di Lila: «Tutto quello che ti ho chiesto?»
«Sì. Ho sia la tua roba che quella del micetto, piumino.»
«Mi devo preoccupare?» domandò Marinette, fissando i due ragazzi e poi Lila: «State per caso mettendo su un giro di…»
«Questi due idioti mi hanno mandato dei messaggi chiedendomi di portargli del formaggio italiano, per uno.» Lila indicò Adrien, che sorrise con fare colpevole: «E della cioccolata italiana, possibilmente quella di Amedei.» la ragazza spostò la mano nella direzione di Rafael.
«E’ per Plagg.»
«Flaffy ha letto su internet che è una delle migliori italiane!»
Lila sbuffò, alzando gli occhi al cielo: «Marinette! Sarah! Venite qua! Abbraccio di gruppo!» esclamò allargando le braccia e catturando entrambe le ragazze nella sua stretta: «Mi siete mancate tantissimo, ragazze! Tutto il tempo sola soletta, con Vooxi e i suoi maledetti film di Harry Potter.» si fermò, scuotendo il capo e  facendo danzare i lunghi capelli, lasciando andare le due ragazze: «Non vedevo l’ora di tornare.»
«E i tuoi nonni?» domandò Sarah, voltandosi in modo di osservare la ragazza in volto.
«Stanno bene. Anzi, mi hanno detto che se vogliamo andare tutti, una volta, sono felici di ospitarci.»
«Magari quando non ci saranno minacce…» mormorò Rafael, massaggiandosi il mento: «Potremmo fare una bella gita in Italia. Dove vivono esattamente, Lila?»
«In Toscana, molto vicino a Firenze.»
«Uh. La città di Ezio Auditore!» esclamò Alex, battendo le mani: «Devo assolutamente vederla dal vivo. E fare il salto delle fede…» si fermò, storcendo la bocca e poi negando con la testa: «No, forse quello è meglio di no.»
«Ci potremmo fare il matrimonio di qualcuno…» propose Lila, fissando con un sorriso deciso Marinette e Adrien: «Che ne dite?»
«Non ti ci mettere anche tu.» piagnucolò la mora, voltandosi verso Adrien in cerca di aiuto.
«Le nostre mamme la stanno un po’ tormentando. Un po’ tanto.» spiegò il biondo, passandole un braccio attorno alle spalle e attirandola a sé, posandole un bacio sulla tempia: «Abbiamo passato la giornata di Natale con Sabine e mia madre che proponevano cose.»
«Forza e coraggio, Marinette.» dichiarò Lila, sorridendo alla ragazza: «Pensa a quando sarai sposata con lui e dovrai sopportarlo tutti i giorni, tutte le ore.»
«Ehi! Non sono così male.»
«Ah no?»


Fu inspirò profondamente, osservando la tazza di tè che teneva tra le mani, senza vederla davvero.
Che cosa doveva fare?
Doveva dire ai ragazzi di lui?
Doveva metterli in guardia oppure lasciare…
L’uomo scosse la testa, socchiudendo gli occhi e scuotendo la testa.
Non sapeva cosa fare e non sapeva a chi chiedere aiuto.
Bridgette? No, assolutamente lei no.
Gabriel? Sophie? Poteva chiedere consiglio a loro due?
No. Doveva farcela da solo.
Doveva trovare una soluzione a quel dilemma che lo tormentava, da quando lui si era presentato alla sua porta, buttandogli addosso quel peso: «In che guaio mi hai cacciato?»
Capitolo 3 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.515 (Fidipù)
Note: Ed eccoci qua all'ultimo aggiornamento della settimana: finalmente l'identità di qualcuno verrà svelata (e fate finta di essere sorpresi, grazie. So che vi ho dato tanti, ma tanti, indizi sul nostro misterioso uomo che avete capito fin da subito chi era). E intanto si comprende anche qualcosa su ciò che è stato portato via da Shangri-la: ve lo aspettavate questo collegamento oppure no?

 

 

Adrien poggiò la penna sul quaderno, osservando il ragazzo dall’altra parte del tavolo e ignorando i due kwami che, incuranti dei propri umani, stavano gozzovigliando in mezzo al tavolo: «Rinfrescami la memoria, pennuto.» iniziò il biondo, incrociando le braccia al petto e sorridendo: «Perché sei venuto a studiare a casa mia?»
«Perché facciamo entrambi gli stessi corsi?» domandò di rimando Rafael, alzando la testa e fissando l’altro: «E poi Flaffy è impegnato con Plagg e non sta a tormentarmi tutto il tempo.»
«Dura la vita per chi ha un kwami tolkeniano.»
«Disse quello che l’ha fissato con Masterchef.» brontolò Rafael, passandosi una mano fra i capelli e sbuffando: «Devo chiedere a Sarah di tradurmi questo articolo.»
«Questo è barare.»
«Ti passo la traduzione.»
«Questa è amicizia.» dichiarò Adrien, abbassando lo sguardo sui suoi appunti: «Sinceramente preferirei affrontare un supercattivo, piuttosto che continuare a preparare questo esame.»
«Occhio a quel che desideri, amico.» sentenziò Rafael, alzando la testa e ascoltando il trambusto che si era levato al di là della porta della grande sala da pranzo: «Ma che…?» mormorò, osservando l’uscio spalancarsi e Marinette entrare velocemente nella stanza, chiudendosi il pesante legno e appoggiandovicisi contro.
Adrien sorrise, alzandosi dalla sedia e raggiungendo velocemente la ragazza: «Un’altra volta?» domandò, aiutandola a togliersi la sciarpa e il berretto, posandole poi le labbra sulla fronte: «Devo fare qualcosa, my lady?»
«Fuggire con me?» domandò speranzosa la ragazza, alzando lo sguardo azzurro su di lui e poi notando l’altro ragazzo nella stanza: «Ciao, Rafael.»
Il moro la salutò con un cenno della mano, sorridendo: «Vi faccio da diversivo mentre fuggite via?» domandò, osservando i due sedersi di fronte a lui e poi dando una veloce occhiata all’orologio, che teneva al polso: «Cioè, mi piacerebbe ma…»
«Ma i pennuti abbandonano la nave prima che affonda?»
«Quelli sono i topi, gattaccio. Sai quei cosi grigi che dovresti cacciare?» sbuffò Rafael, chiudendo il proprio libro e radunando le sue cose: «Comunque Sarah fra poco è libera: aveva un incontro con un professore e....»
«Oh. Giusto. Dovete recuperare…»
«Adrien!» strillò Marinette, dando una lieve manata alla testa del biondo, sotto lo sguardo soddisfatto di Rafael.
«Che ho detto?»
«Io vado, eh!» dichiarò il moro, agguantando il suo kwami e tirando fuori il ciondolo del pavone: «Flaffy, trasformarmi.» dichiarò, venendo investito dalla luce del Miraculous e diventando Peacock: «A domani, gattaccio.» sentenziò, una volta che la trasformazione fu completata e, recuperato lo zaino, uscì velocemente dalla sala da pranzo.
«E’ normale il fatto di aver visto Peacock uscire da casa mia come se nulla fosse?» domandò Gabriel, entrando nella stanza e rimanendo fermo sulla porta, lo sguardo rivolto all’androne dell’abitazione, mentre Nooroo volava all’interno della sala e si accomodava di fianco a Plagg.
«Vuoi davvero una risposta?» gli domandò il figlio, alzandosi e chiudendo la porta della stanza, sotto lo sguardo interrogativo del padre: «Mamma.» spiegò lapidale Adrien, indicando la fidanzata.
«Oh. Giusto.» Gabriel annuì, sistemandosi gli occhiali e facendo vagare lo sguardo su Marinette: «Cosa ha ideato stavolta?»
«Non lo so.» sentenziò la mora, giocherellando con una ciocca di capelli: «Appena Nathalie mi ha aperto sono entrata qui dentro.»
«Puoi fare qualcosa per fermare tua moglie?»
«E’ anche tua madre, figliolo.»
«Sì.» Adrien annuì, osservando il genitore intensamente: «Ma se tu la tenessi…come dire? Occupata? Ecco sì, se tu la tenessi…»
«Finisci quella frase e ti akumatizzo.»
«Non puoi.» borbottò Adrien, incrociando le braccia: «Se mi akumatizzi poi stai male. Vero che non può, Nooroo?»
«Beh, tecnicamente potrebbe. E’ ancora il mio Portatore.»
«Quand’è che mister Miyagi si decide a trovare il nuovo? Così almeno mio padre la finirà di minacciarmi di akumatizzarmi.»
«Potrei sempre rinchiuderti in casa…»
«Ho un kwami e non ho paura di usarlo, papà.»
«Ehi, moccioso! Non parlare di me come se non ci fossi.» bofonchiò Plagg, incrociando le zampine e assottigliando lo sguardo verde: «Potrei dire cose di te che farebbero impallidire le signore qui presenti.»
Marinette tossì, un sorriso che le si stendeva sulle labbra, alla vista dell’espressione imbarazzata di Adrien: «E’ camera mia.» ringhiò il biondo, osservando male il proprio kwami: «Sarò libero di andare…»
«Ok, non voglio sapere altro.» sentenziò Gabriel, scuotendo la testa e sospirando, voltandosi poi verso la porta della sala che veniva nuovamente aperta: «Sophie?» domandò, osservando la moglie affacciarsi e sorridere alla vista della ragazza.
«Marinette!» esclamò la donna, entrando e aprendo le braccia, stringendo la mora in un abbraccio: «Mi pareva di aver sentito la tua voce.»
«Ci siamo anche noi, mamma.» borbottò Adrien, affiancandosi al padre e sospirando: «E’ proprio vero che lo sposo non se lo caga nessuno.»
«Benvenuto nel club.» mormorò Gabriel, osservando la moglie iniziare a dire qualcosa su delle bomboniere che aveva visto, mentre Marinette fissava il fidanzato con uno sguardo supplichevole: «Dovresti aiutarla.»
«Sa cavarsela benissimo anche da sola.» dichiarò Adrien, sorridendo quando, non vista da Sophie, Marinette mimò con le labbra la parola aiuto: «Ok, forse stavolta non credo.»
«Vai a darle una mano, prima che tua madre la faccia impazzire del tutto.»
«Ti ricordo che è tua moglie.»
«Gli anni in Tibet l’hanno fatta impazzire.»
«Guardate che vi sento.»
«Scusa, mamma.»
«Scusa, Sophie.»


Fu si sistemò sulla panchina, osservando il retro della mastodontica chiesa di Notre Dame e stringendosi nel giaccone, sentendo l’aria invernale penetrargli nelle ossa; rimase fermo, guardando le persone passare davanti a lui senza notarlo veramente e, da una parte, era grato di quell’invisibilità poiché gli permetteva di pensare a lui, il fantasma che era giunto alla sua porta pochi mesi prima.
Maus era appena stato sconfitto e lui si era ritrovato quel tipo davanti casa che, senza tante storie, gli aveva scaraventato addosso un macigno: se ciò che gli aveva detto era vero, i suoi ragazzi avrebbero presto affrontato qualcosa di molto peggiore di Coeur Noir e Maus.
Proprio per questo la ricerca del nuovo Possessore della Farfalla doveva finire.
Al più presto.
Per quanto sarebbe durata ancora quella calma?
Inspirò profondamente, alzando la testa verso il cielo: avrebbe dovuto dare quell’incarico a Bridgette, in quanto futura Gran Guardiana, ma la donna non aveva ancora l’esperienza né la conoscenza per svolgere appieno quel compito.
Toccava a lui. Nuovamente.
Abbassò lo sguardo e osservò una coppia passeggiare lì davanti e fermarsi ad ammirare la chiesa: la ragazza si allungò, mormorando qualcosa all’orecchio del compagno e questi rise, stringendo la mano di lei e portandosela alle labbra.
Giovani ignari di quello che sta succedendo, completamente all’oscuro delle minacce almeno finché non si palesavano.
Non come i suoi ragazzi.
Sospirò di nuovo e quasi sobbalzò, quando sentì una lieve pressione sulla spalla: «Ma che…?» sbottò, voltandosi e osservando la ragazza china al suo fianco, che lo fissava con i grandi occhi scuri dalla luce preoccupata.
«Sta bene?» gli domandò, inclinando la testa e mordendosi il labbro inferiore: «Parla francese? Sta bene?»
«Sì.» mormorò Fu, osservandola illuminarsi in volto e sorridere: «Ragazza mia, perché pensavi che stessi male?»
«Era qua, solo soletto con un’aria…» la fanciulla scosse il capo, facendo ondeggiare i ricci castani e sospirò: «Mi perdoni. Non volevo disturbarla.»
Un sorriso piegò le labbra dell’anziano che, presa la mano della ragazza, la strinse nella sua: «Grazie per esserti preoccupata per me.» dichiarò, abbassando lo sguardo sulle loro mani di colore diverso: pallida la sua, mulatta quella di lei.
«Mi perdoni ancora. Forse dovrei dare ascolto a mio fratello e smetterla di…» la ragazza scosse il capo, sbuffando e liberando la sua mano da quella di Fu: «Mi scusi ancora.» borbottò, prima di riprendere la sua strada.
«Ehi. Ragazza.» la richiamò Fu, sorridendo e notando come lei si era girata confusa: «Qual è il tuo nome?»
«Camille Lapierre.»
«Grazi, Camille Lapierre. Grazie per esserti preoccupata di uno sconosciuto.» dichiarò Fu, balzando in piedi e chinando il capo: l’aveva trovata.
Aveva trovato la nuova Portatrice del Miraculous della Farfalla.


Rafael sorrise, osservando Sarah uscire dalla facoltà e, velocemente, la raggiunse: «Rafael!» esclamò la ragazza, ritrovandosi stretta nell’abbraccio improvviso del parigino e alzando lo sguardo nocciola, notando il viso arrossato dal freddo: «Ma cosa…?»
«Sto gelando.» dichiarò spiccio il moro, stringendola più a sé e cercando di trovare conforto nel calore della ragazza: «Non sopporto il freddo.»
«Da quanto sei qui?»
«Un po’.» bofonchiò Rafael, rabbrividendo: «Marinette è venuta a trovare Adrien e quindi…»
«Potevi aspettarmi dentro.»
«Avevo paura di incontrare mio padre.» ribatté spiccio il parigino, posando il capo contro la spalla: «Siamo stati abbastanza insieme per durante il periodo natalizio. E poi non volevo si mettesse in mezzo.»
«Cosa?»
«Senti, non è che possiamo andare in un posto più caldo per parlare?» bofonchiò Rafael, sciogliendo l’abbraccio e guardandola supplichevolmente: «Un bel café dove ti danno qualcosa di bollente, andrebbe bene.»
«D’accordo.» dichiarò Sarah, prendendolo sottobraccio e tirandolo lievemente: «Qua vicino c’è un locale dove sono andata con una mia compagna di corso, ce la fai ad arrivarci?»
«Non penso di morire congelato per strada.»
«Non sapevo che reggevi così male il freddo.» dichiarò la ragazza, studiandolo: «A New York saresti già morto, mi sa. Sai che alle volte siamo andati anche a meno tredici gradi?»
«Il mio incubo fatto città.» borbottò Rafael, stringendosi nelle spalle e guardando dritto davanti a sé: «Come sopravvivono laggiù?»
«Beh, in quei giorni si sta in casa.»
«Mi sembra il minimo.» brontolò nuovamente il parigino, sospirando: «E’ stato freddo mentre c’eri?»
«Non tanto. Però ha nevicato.»
«La neve mi piace. Anche se è fredda.»
«La neve non può non piacere. Saresti un mostro se non ti piace.» decretò Sarah, sorridendo e poggiandosi contro il ragazzo: «Però mi mancava casa.»
«Casa?»
«Ormai è Parigi casa mia, non New York.»
Rafael sorrise, fermandosi e costringendo anche la bionda a fare altrettanto: «Ma cosa…?» mormorò Sarah, alzando la testa e facendo sorridere il ragazzo, mentre si chinava e le sfiorava le labbra con le proprie.
«Mi sei mancata.» le bisbigliò contro la bocca, catturandola in un nuovo e più profondo bacio.


Gabriel poggiò la matita, osservando il disegno dell’abito e studiandolo con occhio critico, segnandosi mentalmente le modifiche da fare: «Signore.» la voce di Nathalie attirò la sua attenzione, facendogliela spostare sulla donna ferma sulla soglia del suo ufficio: «Ha una visita.» continuò la sua assistente, una volta che l’interesse fu su di lei.
Nathalie si fece da parte, permettendo a Fu di entrare nell’ufficio e poi rimase ferma in attesa di ordine: «Puoi andare.» dichiarò Gabriel, osservandola annuire e uscire velocemente dalla stanza, chiudendosi la pesante porta dietro di sé.
«Ma è un robot?» domandò Fu, indicando con un cenno la porta dietro di sé e l’assistente che era uscita da quella: «Mai vista una donna più fredda di quella. Ed io sono su questo mondo da parecchio.»
«Buonasera, maestro.»
«Buonasera, Gabriel.»
«Immagino sia qui a dirmi che ha finalmente trovato il mio successore.»
Fu annuì, accomodandosi su una delle due poltroncine davanti la scrivania e togliendosi la sciarpa e il cappello, poggiandoli sull’altra: «Proprio oggi.» sentenziò, osservando l’uomo davanti a sé: «Vorrei non doverlo fare e lasciare Nooroo con te.»
«Lei sa molto meglio di me che, in periodi come questi, non è buona cosa lasciare un Miraculous inattivo.»
«Non è inattivo.»
«Io non posso utilizzarlo, come lei non poteva usare il suo quando Coeur Noir aveva minacciato Parigi.» decretò Gabriel, abbassando lo sguardo e sorridendo al piccolo kwami che ascoltava in silenzio: «Per questo ha cercato Wei. E per questo ha cercato il mio successore.»
«Io…»
«Domani consegnerò il Miraculous e tornerò a essere un uomo comune.»
«Beh, non troppo comune.» dichiarò Fu, sorridendo all’uomo e al kwami: «La persona che ti succederà è…beh, incredibilmente gentile. Sono certa che sarà un’ottima Portatrice.»
«Portatrice? E’ una ragazza, quindi.»
«Esatto.»


Blanchet gettò i guanti sul mobile all’entrata della propria abitazione e sospirò, osservando il proprio riflesso nello specchio posto proprio sopra: «Xiang?» urlò, ascoltando poi il silenzio della casa e un nuovo sbuffo gli uscì dalle labbra.
Si passò le mani fra i capelli biondi, raggiungendo velocemente l’ampio salone e osservando la ragazza che, come una ballerina, si muoveva aggraziata, mentre teneva una spada in mano: «Gradirei che mi rispondessi, quando ti chiamo.»
«Sei tornato.»
«E’ casa mia.» bofonchiò Blanchet, entrando nella stanza e dirigendosi verso il mobiletto bar: «Mi sembra il minimo tornare.» dichiarò, afferrando una bottiglia di bourbon e versandosene un bicchiere: «Vuoi?»
«Sai che non bevo quella roba.» dichiarò Xiang, rinfoderando la lama e fissandolo con lo sguardo scuro: «Non dovresti neanche tu. Shangri-la ti ha dato la vita eterna, non l’immortalità e l’alcool…»
«Sì, sì.» sbuffò l’uomo, scuotendo la testa: «Hai di nuovo guardato quel programma di medicina.» concluse l’uomo, scuotendo il capo e richiudendo la bottiglia.
«Non c’è altro di interessante.» borbottò Xiang, poggiando la spada contro il muro: «L’alternativa sarebbe guardare quei ridicoli programmi che…»
«Potresti uscire.» buttò lì Blanchet, buttando giù il liquore: «Non ti ho comprato un intero guardaroba per vederlo marcire dentro l’armadio.»
«Io non ti ho chiesto niente.»
«Sai, le vesti di Shangri-la non sono all’ultima moda, Xiang.»
«Sai niente di nuovo?»
«Sei una maestra del cambiare discorso.» sbuffò Blanchet, lasciandosi andare sul divano e osservando la ragazza in piedi, poco distante da lui: «No, ancora niente. Il nostro amico non si è ancora mosso.»
«Le ombre lo consumano, per questo non le utilizza.» ipotizzò Xiang, scuotendo la testa e facendo danzare la lunga chioma scura: «Ciò che ha fatto a quegli uomini ha sicuramente richiesto il suo prezzo…»
«Pensi che le userà di nuovo?» domandò Blanchet, sospirando: «Sarebbe veramente scocciante doversi guardare anche dalla propria ombra.»
«Non credo.» dichiarò Xiang, voltandosi verso le ampie finestre e osservando il panorama notturno: «Ha fatto un tentativo, ma il prezzo da pagare è stato alto, cercherà sicuramente un modo per usare il potere e prendere i Miraculous.»
«I Miraculous…» Blanchet sospirò, poggiando i gomiti contro le ginocchia mentre un sorriso triste gli incurvava le labbra: «Sempre lì si va a parare.» commentò, alzandosi e andando a versarsi una nuova dose di liquore: «Non capisco: ha la collana, a cosa gli servono i Miraculous?»
«Kang non te l’ha spiegato.»
«Penso abbia detto qualcosa, ma all’epoca ero troppo shockato di essere ancora in vita. O troppo sbronzo.»
«La collana è solo un veicolo per il Quantum: un antico tentativo di Routo di imbrigliare l’energia, ma non la possiede.» spiegò Xiang, osservando l’uomo bere con lo sguardo fisso su di lei: «Ma i Miraculous sono qualcosa di molto più potente, poiché essi contengono il Quantum al loro interno: ecco perché danno il potere ai loro Portatori. Lo scienziato li voleva per questo e…»
«E il nostro amico li vuole per il potere.» concluse Blanchet, buttando giù l’ultimo sorso di liquore: «Neanche fossimo in un film di supereroi.»
Xiang lo fissò, mentre si versava un altro bicchiere: «Come puoi denigrare ciò che sei stato?» gli domandò, fissandolo mentre buttava giù in sorso la nuova dose: «Tu dovresti…»
«Tu, mia cara e adorata Xiang, non dovresti parlare di cose che non sai.»
«Come vuoi.» dichiarò la ragazza, raggiungendo la porta e voltandosi indietro: «Per quel che vale: Kang ha sempre avuto grande fiducia in te ed è per questo che ti ha mandato qui, Felix Norton.»
Capitolo 4 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.517 (Fidipù)
Note: Voglio farvi conoscere un posticino carino: Mariage Fréres, una sala da the a Parigi molto carina e con una bella collezione di the (e dolci. Sì, ci stanno anche i dolci. Ho controllato. Sono peggio di Flaffy io!).

 

 

Wei sbuffò, girandosi nel letto e scacciando, con un gesto della mano, ciò che lo stava disturbando; la pace durò pochi secondi, prima che il fastidio riprendesse: «Wei! Wei!» pigolarono due voci e il ragazzo si voltò nuovamente sul materasso, aprendo pigramente un occhio e notando i due kwami, a pochi centimetri dal volto: «Wei! E’ successa una cosa gravissima!»
Il giovane registrò la frase, scattando subito a sedere sul letto e notando che l’altra metà era vuota: «Le ombre?» domandò, guardandosi attorno e cercando segni di lotta: li avevano attaccati? Possibile che, dopo mesi di calma, il nemico li avesse attaccati proprio quando avevano allentato un poco la guardia?
«Peggio!» strillò Vooxi, facendo saettare lo sguardo verso la porta con un’ombra di puro terrore: «Molto peggio!»
Cosa poteva esserci di più pericoloso delle ombre?, si domandò Wei, mentre scostava da sé la coperta e recuperava velocemente i pantaloni del pigiama, abbandonati per terra accanto a letto: «Lila dov’è?» domandò, dando la più completa attenzione ai due kwami: «Dove è?»
«Ecco, proprio di lei dobbiamo parlare.» iniziò Vooxi, dando una breve occhiata a Wayzz e sospirando: «Wei, io non so quale oscuro demone si è impossessato di Lila ma…»
«Cosa le è successo?»
«Si è messa in testa di fare la colazione! Di cucinare!» squittì il kwami della volpe, volando fino al volto del ragazzo e guardandolo serio: «Lila. Fornelli. Tu hai una minima idea di quello che potrebbe succedere?»
Wei scattò, attraversando velocemente il piccolo appartamento e fermandosi sulla soglia della cucina, osservando timoroso la ragazza all’interno: «Cosa fai?» domandò, allungando le mani in avanti e osservando la compagna come se fosse un animale in procinto di attaccare.
Come aveva detto quell’esperto del documentario che aveva visto con Wayzz, un po’ di tempo addietro?
Non fare gesti bruschi.
«Preparo il caffè.» dichiarò Lila, mostrandogli la moka: «So farlo, sai? Ti ho insegnato io a farla.»
«Non lo nego, ma…»
«Non sono una stupida!» sbottò la ragazza, allargando le braccia e colpendo un pensile con le nocche; Wei fece un balzo in avanti, afferrando la caffettiera prima che rovinasse a terra e, dopo aver dato un’occhiata alla ragazza, la posò sul ripiano di marmo.
Lila lo fissò mentre, meticolosamente, iniziava a riempire d’acqua la parte inferiore e metteva il caffè nel filtro: «Che cosa è successo?» domandò Wei, senza guardarla e Lila sbuffò, strusciando i piedi fino al divano nella sala attigua, dove si buttò, tenendo la mano dolorante al petto: «Lila?»
«Ha chiamato mia madre.»
«Positivo o negativo?»
«Lo chiedi anche?»
«Negativo, direi.» commentò il ragazzo, posando la moka sul fornello e, dopo averlo acceso, si voltò verso la ragazza: «Dimmi tutto.»
La castana sbuffò, facendo un cenno vago con la mano: «Mia madre ha saputo di noi.» dichiarò, lasciando cadere l’arto e posando uno sguardo stanco su di lui: «E sono appena uscita da una chiamata dove…»
«Dove ti diceva che non eri pronta per convivere?»
«Sì e no.» borbottò la ragazza, tirando su le gambe e poggiando il mento contro le ginocchia e sbuffando: «In verità era contenta, finché non ha saputo che non sei il figlio di qualche politico cinese, non hai parentele con l’ambasciatore…»
«Insomma non servo a niente per lei.»
«Sai essere brutale quando vuoi, sai?»
Wei sorrise, abbassando lo sguardo sui piedi nudi: «E tu hai deciso di ripagarla, cercando di ucciderci?» domandò, rialzando lo sguardo e sorridendole.
«Volevo farmi un caffè. So farlo il caffè. Quella donna mi ha buttato giù dal letto ed io…»
«Potevi chiamarmi.»
«Dormivi così bene.» bofonchiò l’italiana, abbassando lo sguardo: «Non volevo svegliarti.»
«Preferisco essere svegliato che trovare casa in fiamme.»
«Quanto sei melodrammatico.» Lila s’imbronciò, osservandolo sedersi sul divano con lei: «E’ successo solo una volta. E non ho incendiato casa. Più o meno.»
«Cosa hai in mente di fare?»
«Prego?»
«Con tua madre.»
«Quello che faccio sempre da un po’ di anni a questa parte: la ignoro.»
«Non pensi che dovresti provare a parlarci? Magari possiamo invitarla qui e…»
Lila scosse il capo, mordendosi il labbro inferiore e abbozzando un sorriso: «La conosco. Tu – noi, anzi – siamo inutili perché non potremmo servire all’ascesa di mio padre per l’olimpo degli ambasciatori. Te l’ho detto, lei vive in sua relazione e tutto il mondo deve fare altrettanto.»
«Lila…»
«A me non importa di quello che dice.» continuò Lila, facendo vagare lo sguardo sui due kwami che, in silenzio, ascoltavano tutto dalla porta della stanza: «Solo che…»
«Ti ha fatto innervosire.» concluse per lei Wei, allungando una mano e posandogliela sul ginocchio nudo: «E’ tua madre, forse vuole…»
«Ti prego, non dire solo il meglio per me, Wei.» bofonchiò Lila, alzandosi e guardandolo dall’alto: «Tu non conosci Ada Rossi. Io non sono un essere umano, sono un oggetto da sfruttare come meglio crede per aiutare la carriera di mio padre.» dichiarò Lila, iniziando a camminare avanti e indietro: «Alle volte penso che sia lei a voler essere ambasciatrice e non mio padre. S’impegna più di lui.»
«Io penso che dovreste solo parlare e chiarirvi.»
«Tu non conosci mia madre.»
«No, ma conosco la donna che ha cresciuto.» dichiarò Wei, alzandosi anche lui e posandole le mani sulle spalle: «Lila, parlale. Possibilmente senza attaccarla e ascolta le sue ragioni, poi potrai combattere le tue battaglie. Ma prima ascoltala e parlale.»
«Io non attacco.»
«Ah no? Devo ricordarti che quando…»
«Fino a quando mi rinfaccerai quella borsettata?»
Wei stirò le labbra in un sorriso, avvolgendo la ragazza nel suo abbraccio e la cullò dolcemente: «Se sarò costretto ti rapirò e ti nasconderò nel magazzino di Mercier.» dichiarò, posandole un bacio sulla tempia e allontanandosi un poco per guardarla in faccia: «Che c’è?»
«Wei. Stai iniziando a subire l’influsso malefico di Adrien.»
«Non ti piaceva Adrien?»
«Preferisco avere il mio Wei.»
«Oh. Sono il tuo Wei?»
«Wei, davvero, stai iniziando ad assomigliare un po’ troppo al micetto.»
Il cinese ridacchiò, posandole un nuovo bacio sulla tempia e tornò nella cucina: «Non preoccuparti, Lila. Andrà tutto bene.» dichiarò, iniziando a preparare la colazione per tutti.


Felix sbuffò, osservando la ragazza seduta al tavolo con lui che mangiava tranquillamente la sua colazione: «Oggi verrai con me.» dichiarò, indicandola con un cenno vago della mano: «Sei pregata di vestirti in modo consono.»
«Perché dovrei?»
«Perché non voglio girare con un’indigena al fianco.»
«Riformulo la domanda, Felix: perché dovrei venire con te?»
Felix posò la tazza di caffè, osservando la ragazza: «Sai, se volevo una figlia avrei preso la prima donna disponibile e…» si fermò, scuotendo il capo: «Come se ne fossi stato capace di andare con una qualsiasi. Ok, dimentica quello che ho appena detto.»
«Io non sono tua figlia.»
«Ma fai le bizze come se lo fossi.»
«Io non faccio le bizze!» sbottò Xiang, voltandosi irata verso di lui: «Sono qui con una missione e intendo portarla a termine, non voglio girovagare per la città come…»
«Kang diceva sempre di conoscere ciò che dobbiamo proteggere.»
«Kang diceva anche di rimanere concentrati sull’obiettivo.»
«Non l’ha mai detto.» dichiarò Felix, sorridendo sornione: «E lo sai.» concluse, abbandonandosi contro lo schienale della sedia: «Rimanere in questa casa tutto il tempo non ti fa bene, Xiang. Accetta il consiglio di chi è più grande di te.»
«Ho molto più anni di te, Felix Norton.»
«Oh. Certo. Sei quasi una nonnetta millenaria, ma tua mentalità è quella di una ragazzina, Xiang.» dichiarò Felix, riprendendo la tazzina e bevendo un generoso sorso di caffè: «Vivere secoli in quella caverna non ti ha permesso di maturare. Io invece ho vissuto fuori, nel mondo, almeno fino a ventidue? Ventitré anni? Quanti ne avevo quando ero a Nanchino?» si fermò, scuotendo il capo: «Comunque io sono più vecchio di te e so cosa è meglio.»
«La tua saccenza non ha limiti.»
«Io la chiamerei esperienza.» dichiarò Felix, afferrando il tablet e dando un’occhiata alle notizie quotidiane, sotto lo sguardo attento della ragazza: Xiang notò subito il cambiamento nel volto dell’uomo, l’atteggiamento tranquillo aveva lasciato il posto a un’espressione addolorata e un sorriso triste gli piegava le labbra, mentre i polpastrelli carezzavano la foto di una donna dalla capigliatura bionda.
«Non capisco…»
«Anche io non capisco perché non te ne stai mai zitta quando serve.»
«Perché non l’hai mai contattata?»
Felix abbassò lo sguardo, osservando ancora per un secondo la foto della donna e poi scosse il capo: «Vai a prepararti, Xiang.» sbottò, spegnando lo schermo del tablet e alzandosi dal tavolo: «Hai dieci minuti.»
«E’ stata posseduta da Chiyou, la sua vita è esattamente come la tua adesso.»
«Xiang…»
La ragazza lo fissò, lo sguardo scuro fermo in quello celeste: «Ho trovato il tuo punto debole, Felix Norton?»
«Dieci minuti.» sentenziò l’uomo, prima di uscire dalla cucina e andare da qualche parte nell’appartamento: Xiang sorrise, finendo di bere il suo the e poi, con un sospiro, si diresse verso la stanza che Felix le aveva messo a disposizione.
Doveva prepararsi.
Come se lei avesse voglia di uscire.


Gabriel si sistemò la giacca, osservando la propria figura allo specchio mentre una mano carezzava la spilla che teneva alla cravatta: il suo Miraculous.
Suo ancora per poco.
«Va tutto bene?» domandò Sophie, affiancandolo mentre si metteva un orecchino e guardandolo in volto attraverso lo specchio: «Gabriel, non…»
«No. Devo.» dichiarò l’uomo, voltandosi verso la moglie e regalandogli un sorriso: «E’ giunto il momento.» assentì con la testa, posandole una mano sulla spalla e dirigendosi poi verso la porta della camera, seguito dal fedele Nooroo: «Ti aspetto nel mio studio.»
«Arrivo subito.»
Gabriel annuì, uscendo dalla camera e osservando Adrien che stava entrando in camera sua, ridendo per qualcosa che aveva detto il suo kwami: «Sarà strano.» mormorò Nooroo, adagiandosi sulla spalla del suo Portatore e guardando l’androne della villa, mentre l’uomo scendeva velocemente le scale: «Gabriel?»
«Dimmi.»
«Posso venire a trovarti, di tanto in tanto?»
«Sarai sempre il benvenuto qui.» dichiarò l’uomo, dirigendosi nel suo studio e osservando il piccolo kwami volare nella stanza e guardarsi attorno, come se volesse imprimersi tutto nella memoria: «Io ti devo delle scuse, Nooroo. Ho usato il tuo potere per me stesso e…»
«Siamo stati una grande squadra, vero?» dichiarò Nooroo, fermandosi davanti il volto di Gabriel e sorridendo: «Abbiamo dato parecchio filo da torcere a Ladybug e Chat Noir, no?»
«Sì.»
«Il mio Miraculous è sempre stato il più debole, io non ho mai avuto grandi poteri come quelli di Plagg, Tikki, Mikko o Vooxi. Non sono supportivo come Flaffy o Wayzz ma tu, Gabriel Agreste, hai dimostrato che anche io potevo fare qualcosa.» dichiarò Nooroo, sorridendo: «Certo, magari essere stati per un po’ dalla parte del male non è stato buono, ma abbiamo fatto grandi cose insieme!»
Gabriel annuì, allungando una mano e carezzando il musetto del piccolo: «Ricorda di dire al tuo nuovo Portatore la marca di caramelle che ti piace e, se non può comprarle, ci penserò io. E ricordati quando ci sono le repliche di Game of Thrones.»
«Sì, Gabriel.»
«E se il tuo nuovo Portatore fa qualcosa che secondo te è sbagliato, diglielo.»
«Sì, Gabriel.»
«E…»
«Gabriel.» Il kwami sorrise, notando lo sguardo chiaro dell’uomo concentrarsi completamente su di lui: «Grazie di essere stato il mio Portatore.»
«Grazie di avermi reso Papillon, Nooroo.»


Lila sorrise, leggendo velocemente il messaggio di Marinette: le sarebbe piaciuto andare a studiare con le ragazze e il duo idiota, ma la voce della ragione – che era stranamente somigliante a quella di Wei – le aveva fatto chiamare la madre e adesso stava attendendo la donna: aveva deciso, come luogo dell’incontro, uno dei locali preferiti della madre, certa che avrebbe acconsentito di prendere un the lì con lei.
Ada Rossi non era tipa da caffè e poi a lei piaceva il Mariage Frères: la sala era immersa nella luce che proveniva dalle finestre e i dolci di quel posto erano sublimi.
Avrebbe dovuto accompagnarci anche il gruppo, una volta.
Inspirò profondamente, osservando le volute di fumo che si alzavano dalla sua tazza di the – earl grey, semplice. Ordinato in attesa della madre –, quando il suo cellulare suonò per la seconda volta.
Lila prese velocemente l’apparecchio, leggendo le poche righe che le erano state mandate: un’altra volta.
A quanto pare, per l’ennesima volta, sua madre aveva messo qualcosa prima della figlia.
Quasi in automatico, le sue mani corsero alla rubrica del telefono e immediatamente selezionò il nome da chiamare: «Devo aiutarti a seppellire un cadavere?» domandò Wei, una volta risposto alla chiamata: «Lila?» domandò poi, quando lei rimase in silenzio: «Lila? Ok, questo mi sta preoccupando. Tu non stai mai zitta.»
«Non è venuta.»
«Lila…»
«Non dovrei rimanerci male, lo so. So com’è fatta.» mormorò, incastrando il cellulare nella spalla e cercando veloce il portafogli, desiderosa di uscire dal locale: «Però…»
«Scusami, io ti avevo consigliato di parlarle e…»
«Tu non la conosci, io sì. Dovevo saperlo che non sarebbe mai venuta.» sbuffò l’italiana, alzando gli occhi al cielo: «La chiamata di stamattina era sicuramente per fare scena o per farmi capire quanto poco me ne importa della carriera di mio padre.»
«Lila…»
«Il che è vero, in effetti.»
«Che vuoi fare?» le domandò Wei, tranquillo come suo solito: «Posso sentire Mercier se mi fa uscire prima e andare…»
«Posso venire lì da te?» chiese la ragazza, storcendo il naso alla sua voce supplichevole: Da quanto in qua implorava qualcosa? Non era da Lila Rossi.
«Qui? Al magazzino?»
«Mi metto in un angolo buona buona.»
«Tu? In un angolo buona buona?»
«La finisci di ripetere quello che dico?» sbuffò la ragazza, imbronciandosi: «Vado a casa, guarda. E cucino.»
«Quando vieni qui al magazzino, mi porteresti qualcosa da mangiare? Ho una fame tremenda.»
«Ti ho appena detto che…»
«Che verrai qui, lo so.» sentenziò il ragazzo, ridacchiando: «Se passi davanti il negozio dei genitori di Marinette, mi andrebbero bene un po’ di croissant.»
«Tu stai passando veramente troppo tempo con il micetto.»
«Ci vediamo dopo.»
«A dopo.»
«E ricorda…»
«Sì, ti porto da mangiare.»
«Brava, ragazza.»


Marinette finì di disegnare un particolare dell’abito, alzando la testa e osservando la biblioteca in cui, assieme ad Adrien, Rafael e Sarah, si era rifugiata quel giorno: decidere di studiare tutti assieme era stata un’idea improvvisa, nata per lo più dalla voglia di non rimanere da soli quel giorno.
Gabriel avrebbe consegnato il suo Miraculous, mettendo fine all’esistenza di Papillon.
E questo era un fatto che stava destabilizzando un po’ tutti.
La mora sospirò, tornando al suo disegno e scuotendo il capo: no, non andava. Non le piaceva ciò che stava creando.
Cancellò le ultime modifiche, soffiando via i rimasugli della gomma e notando come anche Rafael e Sarah fossero distratti: il primo si guardava attorno, la seconda stava cancellando qualcosa che aveva scritto: «Lo rompi quel foglio, Sarah.» la brontolò il moro, osservando la forza che la ragazza stava usando.
«E’ la quinta volta che sbaglio a scrivere.» bofonchiò l’americana, poggiando la gomma e la matita, alzando poi lo sguardo e sospirando: «Non riesco a concentrarmi.»
«Penso più o meno tutti.» dichiarò Adrien, poggiando l’evidenziatore sul libro e abbozzando un sorriso agli altri: «Fra le ombre…»
«Non avete scoperto niente mentre non c’ero?»
«No.» borbottò il biondo, dando una breve occhiata all’orario sul cellulare: «Mio padre avrà già riconsegnato il Miraculous, ormai.»
« Sarà strano non averlo più con noi. Sì, certo ci sarà il nuovo ma…» dichiarò Rafael, tamburellando le dita sul quaderno: «…non sarà lo stesso.»
«Dovremmo solo abituarci.» mormorò Marinette, sorridendo: «Il maestro Fu ci ha detto che è una ragazza molto gentile, quando Nooroo la porterà da noi la faremo sentire subito accolta e…»
«E la faremo integrare subito.» aggiunse Sarah, annuendo decisa: «Dobbiamo essere uniti se chi ha mandato le ombre decidesse di attaccare.»
«Lo facesse almeno.» bofonchiò Adrien, scuotendo il capo: «Sinceramente preferisco sapere di essere sotto attacco che…» mosse le mani in aria: «Questo.»
«Lo sappiamo, Adrien.»
«Questo posto è meraviglioso.» dichiarò Sarah, osservandosi intorno e sorridendo agli scaffali che arrivavano fino al soffitto alto, intervallati da colonne: «Di che secolo è?» domandò, cambiando argomento e riportando l’attenzione sugli altri.
«Sicuramente di uno dove non ero nato.» rispose Rafael, sorridendole: «Non lo so. Millesettecento, forse?»
Sarah storse la bocca, afferrando il cellulare: «Marinette, come si chiama?» domandò, voltandosi verso l’amica e aspettando la risposta.
«La biblioteca? Biblioteca Mazzarino.» rispose prontamente la mora, scambiandosi uno sguardo divertito con Adrien: «Vuoi veramente cercare il periodo in cui è stata costruita?»
«Certo. Studio storia…»
«Archeologia, Sarah.»
«La storia m’interessa comunque. E mi piace sapere cosa narrano queste mura.» decretò l’americana, sorridendo: «E’ del milleseicento. Non ci sei andato tanto lontano, Rafael.»
«Ricordati chi è mio padre.»
«Il professore peggiore in periodo di esami?»
«Esattamente.»
«Si nota così tanto la parentela?» domandò Adrien, lasciando perdere lo studio e voltandosi verso i due amici: «E’ proprio vero che i pennuti si assomigliano tutti.»
«Ah ah. Non fa ridere.»
«E’ un peccato che non ci sia Lila.» borbottò Marinette: «Almeno vi teneva un po’ tranquilli.» dichiarò, scuotendo poi vigorosamente il capo: «No, Lila si unirebbe a voi. E’ Wei quello che vi tiene calmi.»
«Wei santo subito.» dichiarò Adrien, stirando le braccia verso l’alto: «Ok. Io mi arrendo. Per oggi ho dato tutto quel potevo dare.»
«Siamo in due, amico.» sentenziò Rafael, chiudendo con un gesto deciso il libro di economia: «Andiamo a mangiare qualcosa?» domandò, voltandosi verso le due ragazze: «Mangiamo un boccone e poi andiamo dal maestro. Magari chiamiamo anche Lila ‘vi sto snobbando tutti’ Rossi e Santo Wei. Alex non lo considero, dato che vive dal maestro.»
«Io ci sto.» dichiarò Marinette, chiudendo l’album e voltandosi verso Sarah: «Tu?»
«Sono con voi.»


Fu prese la scatolina di legno dalle mani di Gabriel, carezzando lieve il coperchio: «Fa male, vero?» domandò, voltandosi verso il giradischi e azionando velocemente il meccanismo: in vero non serviva a molto riporre lì il Miraculous, dato che avrebbe dovuto consegnarlo al nuovo Portatore.
Con Wayzz non l’aveva fatto, ora che ci pensava.
Ma stavolta voleva eseguire la procedura fino in fondo: «Resterai sempre uno di noi, Gabriel.» mormorò, posando il cofanetto all’interno della scrigno: «Il tuo nome entrerà nelle sale di Nêdong...» continuò solenne, congiungendo le mani in preghiera e chinando il capo di fronte al contenitore dei Miraculous.
«Come quello che ha reso malvagio un Miraculous?»
«Adrien ha veramente preso tanto da te, sai?» sbuffò Fu, avvicinandosi al giradischi e riprendendo la scatolina del Miraculous di Nooroo: «Tutta la solennità della situazione, mandata all’aria.»
«Chiedo perdono.» dichiarò Gabriel, senza perdere la sua calma: «Lo consegnerai oggi?»
«Sì, meglio non perder tempo.» assentì l’anziano, stringendo la presa sul piccolo scrigno: «Non sappiamo quanto durerà questa calma e preferisco che la nuova Portatrice si  abitui il prima possibile ai suoi nuovi poteri.»
«Lei ha un’idea di chi può essere il nuovo nemico?»
«Ho un’idea.» sentenziò Fu, scuotendo poi la testa: «Ma è talmente surreale che spero rimanga un’idea.»
«Vuole rendermi partecipe?»
«Solo se noterò che sta diventando realtà, Gabriel.» dichiarò Fu, abbozzando un sorriso: «Per ora ho questo signorino da consegnare alla sua nuova Portatrice.»


Sbuffò, gettando il borsone degli allenamenti ai piedi del letto: non era stato scelto.
Ancora una volta sarebbe rimasto in panchina a guardare gli altri giocare.
Si lasciò andare sul letto, incrociando le braccia dietro la testa e osservando il soffitto: Jérémie, il suo migliore amico, aveva cercato di consolarlo, dicendogli che ci sarebbero state sicuramente altre partite, ma tutto ciò che adesso aveva in mente era il sorriso di Luc, suo rivale e la peggiore persona che conoscesse.
Ricordava perfettamente quel sorrisetto derisorio che gli aveva rivolto, quando l’allenatore lo aveva informato che sarebbe stato in panchina.
Sospirò, rotolandosi sul letto e dando un’occhiata alla scrivania: avrebbe dovuto fare i compiti.
La Bustier aveva caricato la classe come se fossero stati tanti piccoli muli.
E sua madre avrebbe dato di matto se avesse preso un’altra insufficienza.
Sbuffando, si issò in piedi e si trascinò fino alla scrivania, notando solo in quel momento il piccolo cofanetto di legno: «Cosa è?» si domandò ad alta voce, inclinando la testa e studiando il piccolo oggetto: non era suo. O almeno credeva.
Forse sua madre aveva di nuovo ficcato il naso fra le sue cose e aveva riemerso quell’affare?
Però non ricordava di averlo mai avuto.
Che fosse un regalo di natale della zia che aveva gettato in fondo all’armadio?
«Mamma!» urlò, prendendo la scatolina di legno in mano e studiandola: c’era un simbolo inciso sopra, ma nulla che gli facesse venire  in mente qualcosa: «Mamma!» rimase in silenzio, ascoltando l’assenza di rumori della casa.
Ah. Giusto.
Non c’era.
Era uscita con Camille poco prima che lui rientrasse.
E dire che l’aveva anche letto il messaggio che gli avevano mandato, appena uscito dall’allenamento ma la delusione era cocente e si era dimenticato; tornò a concentrarsi al cofanetto, agitandolo e sentendo qualcosa muoversi dentro: «Ma che c’è dentro?» domandò, aprendola.
Una luce intensa gli fece chiudere gli occhi, per evitare che rimanesse accecato e quando li riaprì si trovò davanti un piccolo esserino violetto, che si guardava intorno smarrito: «Ehm. Ciao!» esclamò lo spiritello, dopo un momento iniziale di silenzio: «Io sono Nooroo e sono un kwami.»
Capitolo 5 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.928 (Fidipù)
Note: Finalmente è giunto! Il nuovo Portatore è qui! E sì, immagino che molti si sono sorpresi: in vero, il piccolo Thomas (per caso vi ricorda qualcosa questo nome? Fra l'altro, il suo migliore amico si chiama Jérèmie. Un caso, secondo voi?) era stato designato come Portatore fin dall'inizio, infatti se ricorderete era apparso alcune volte in Miraculous Heroes 2, solo...beh, lo ammetto: volevo deviarvi un po' e quindi ecco perché del disguido con Camille. Perdonatemi.

 

 

Nooroo osservò confuso il ragazzino che aveva davanti: era certo che il maestro gli avesse detto che il nuovo possessore del suo Miraculous sarebbe stato una ragazza, ma quello che aveva davanti…
Beh, era un maschio.
Forse il maestro stava invecchiando e aveva iniziato a perdere colpi?
Sorrise, donando tutta l’attenzione al ragazzino che, con lo sguardo sbarrato, lo stava fissando: «U-un a-ali…eno…» balbettò, facendo un passo indietro e colpendo con le gambe il letto; Nooroo l’osservò cadere sul materasso e, muovere nel nulla gambe e braccia, mentre cercava di issarsi a sedere: «Stai lontano da me!» esclamò, quando ebbe recuperato una posizione più o meno composta.
«Non sono un alieno! Son un kwami!»
«Cos’è? Il nome della tua razza, alieno?»
Nooroo sospirò, osservando il suo Portatore: una volta, gli altri, gli avevano raccontato il primo incontro con i loro Portatori e Nooroo si era sentito quasi fortunato.
Niente grida isteriche, niente imprigionamenti…
Gabriel sapeva cosa era e a cosa serviva.
Il suo nuovo Portatore invece…
«Non sono un alieno.» ripeté nuovamente, volando vicino il cofanetto con il suo Miraculous: «Mi chiamo Nooroo e sono un kwami, uno spirito legato a questa spilla.»
«Sei un fantasma?»
«No!» sbottò Nooroo, sospirando pesantemente: «Immagino che chiederti di seguirmi…»
«Mi prendi per scemo?» bofonchiò il ragazzino, mettendosi finalmente seduto in modo consono e incrociando le braccia: «Chi mi assicura che non sei un demone o un alieno o qualsiasi altra cosa!»
«Ti prego di credermi che, dove ti condurrò, non ti succederà niente di male.» dichiarò Nooroo, fluttuando all’altezza del volto del ragazzino: «Tu sarai qualcuno di importante da ora in poi.»
«Qualcuno di importante?» domandò l’altro, scuotendo il capo e indietreggiando un poco: «E come?»
«Con il mio Miraculous tu avrai un potere e, con questo, potrai affiancare gli eroi di Parigi.»
Il ragazzino sbatté le palpebre, rilassandosi un poco e con una nuova luce negli occhi: «Gli eroi di Parigi? Cosa centri tu con loro?»
«Ogni eroe ha un gioiello, al quale è legato un kwami come me.» spiegò Nooroo, indicando la spilla e felice di aver trovato un punto che lo interessasse e che potesse invogliarlo a seguirlo da Fu: «Io vorrei condurti da loro, se tu mi seguirai perché da adesso, anche tu sarai un eroe di Parigi.»
Osservò il ragazzo puntare la spilla e, dopo una certa titubanza, afferrarla è rigirarla fra le dita: «E’ da femmina.» bofonchiò, alzandosi in piedi e cercando un punto dove sistemarla, decidendo alla fine per la cintura, così da essere nascosta alla vista grazie alla maglia lunga: «Quindi anche gli altri eroi hanno una spilla come questa?»
«Oh no. I Miraculous hanno forme differenti.» spiegò il kwami sorridendo al ragazzo: «Mi seguirai allora?»
«Sono stupido a crederci, lo so. Finirà male, lo so.»
«Ecco, io…»
«Conducimi, alieno.»
«Ti ho detto che…»
«Sì, sì.»


Willhelmina sbuffò, recuperando il cellulare dalla borsa e notando il chiamante: «Sto arrivando.» dichiarò, non appena accettata la chiamata: «Maxime ha deciso proprio oggi di voler controllare i bilanci e ho fatto un po’ tardi.»
«Un po’ tardi, Bridgette?»
«Willhelmina, Fu.» sospirò stancamente la donna, riprendendo l’amico per l’ennesima volta: «Quante volte devo dirtelo di non chiamarmi con quel…» si bloccò, gli occhi fissi sulla figura maschile davanti a lei: la camminata lenta e tranquilla, le spalle ampie accarezzate dai capelli lunghi e biondi, tutto in quell’uomo le ricordava il fantasma che la tormentava.
Ma lui era morto.
Lei l’aveva visto.
«Bridgette? Bridgette?»
«Willhelmina, Fu.» lo riprese meccanicamente, mentre l’uomo in abito candido spariva fra la folla: «Sto arrivando.»
«Stai bene?»
«Sì.» mormorò, scuotendo il capo: «Sì, sto bene.»
Non poteva essere.
Era semplicemente la sua mente che le giocava brutti scherzi: stare troppo a contatto con i ragazzi la stava riportando indietro nel tempo a quando lui era ancora al suo fianco.
O forse stava lavorando troppo.
«Sto arrivando.» dichiarò, chiudendo la comunicazione e osservandosi di nuovo attorno: «Non era lui, non era lui, non era lui…»


Xiang sbuffò, girando stizzita la pagina del giornale e domandandosi, per l’ennesima volta nell’ultima ora, perché aveva dato retta a Felix: non le interessava stare in quel locale, fra gli abitanti di Parigi.
Era in quella città con uno scopo ed era quello di trovare l’assassino di Kang e riportare a Shangri-la il monile che era stato rubato.
Kang le aveva detto di cercare chi indossava i gioielli di Nêdong: lo aveva fatto ma li reputava inadatti alla missione.
Erano troppo inesperti, per nulla coscienti del grande potere che aveva in mano.
Che cosa aveva detto la testa al Gran Guardiano per scegliere quel gruppetto di bambini?
Aveva deciso di lavorare da sola, sebbene Felix le avesse detto più e più volte di dare una chance ai Portatori.
Xiang sospirò, scostandosi dal volto una ciocca di capelli e alzando lo sguardo sulla presenza che, da una manciata di minuti buoni, era ferma davanti al suo tavolo: «Vuoi qualcosa?» domandò secca, osservando il ragazzo che le sorrideva.
«Non pensavo di vederti a Parigi, Figlia della Città senza tempo.»
«Tu…» mormorò Xiang, osservando il giovane scivolare nella sedia davanti la sua: «Come…» si fermò, notando il sorrisetto divertito sulle labbra del suo interlocutore: «L’hai posseduto, vero?»
«Sei incredibilmente intelligente, Xiang.» dichiarò il ragazzo, allargando le braccia: «Ed è incredibile come grazie a quella collana io riesca a fare ciò, non credi? Basta una piccola punta di oscurità e, tadan!, una delle mie ombre può entrare e dominarlo, rendendolo un mio schiavo.»
«Non sei diverso da quel demone cinese.» borbottò Xiang, incrociando le braccia e fissandolo malevola: «Come si chiamava? Ah sì, Chiyou.»
Chiyou, che aveva posseduto l’ex-Portatrice del Miraculous della Coccinella, nonché amata di Felix: si era trasformata in Coeur Noir e, circa un anno prima, era stata fermata proprio lì, a Parigi, dal gruppo di nuovi Portatori.
«Ma io posso fare di più…» continuò l’altro,  poggiando i gomiti sul tavolo e sorridendole: «Mi basta uno schiocco delle dita e i miei servi possono trasformarsi in guerrieri potenti.»
«Oh. Come faceva Papillon.» commentò Xiang, portandosi una mano alla bocca e ridacchiando: «Dimmi, mio caro dí rén – anche se definirti nemico è un po’ troppo devo dire –, c’è qualcosa di nuovo in te? Oppure sei solo una scopiazzatura di ciò che è venuto prima?»
«Ora basta!» tuonò improvviso il dí rén, colpendo il tavolo con il pugno: «Non ti permetterò di prendermi in giro.»
«La tua stessa esistenza è una presa in giro.»
«Pensi davvero di poterti mettere contro di me, Xiang? Qui non hai la protezione di Shangri-la.» commentò il ragazzo, accomodandosi contro lo schienale della sedia e sorridendo: «Non hai nessun potere, come non ce l’ha quell’ex-Portatore, tuo alleato.»
Xiang rimase in silenzio, osservandolo con il mento alzato: «Anche se non ho poteri, posso comunque batterti.» dichiarò, poggiando i palmi aperti sul tavolo e alzandosi in piedi: «Non pensare di farmi paura, il tuo monile non è niente: puoi controllare le ombre e creare degli schiavi ma non sarà mai altro che un catalizzatore.»
«Perché pensi che sia venuto a Parigi, mia cara Xiang?» domandò il dí rén, sorridendole dolcemente: «Qui sono riuniti i sette gioielli di Daitya ed io li avrò. Tutti quanti, assieme al potere assoluto.»
«La tua sete di potere sarà la tua rovina.»
Il ragazzo rise, gettando indietro la testa: «Io non sarò mai sconfitto.» dichiarò, regalandole un sorriso e osservando l’uomo che stava arrivando alle spalle della ragazza: «Ora devo andare. E’ stato un piacere parlare con te, Xiang. Spero di vederti ancora.»
Xiang rimase immobile, guardandolo alzarsi e andarsene: «Non ci credo!» esclamò la voce allegra di Felix alle sue spalle: «Hai un amico! Potevi dirmelo!»
«Dí rén.» bisbigliò Xiang, scuotendo il capo e sedendosi nuovamente: «Ha imparato a usare il monile, ha capito come poter controllare le ombre e come usarle a proprio vantaggio…»
«Vuoi dirmi che quello era…» Felix alzò lo sguardo, cercando fra gli avventori del locale il giovane: «Me lo immaginavo diverso, più  vecchio.»
«Quel ragazzo è posseduto da un’ombra e lui l’ha usato come tramite.» mormorò Xiang, stringendo le mani in grembo e abbassando lo sguardo su di queste: «Basta una piccola punta di oscurità e si può essere posseduti. Nessuno è al sicuro da lui. Io non so cosa fare per sconfiggerlo, Kang ha…»
«Sai, qui a Parigi, c’è una ragazza che ha purificato per parecchio tempo gli akuma, creati da Papillon.» dichiarò Felix, incrociando le braccia e sorridendole: «Non pensi che sia giunta l’ora di incontrare Ladybug?»
«Non sono…»
«Sono i Portatori dei Miraculous.» dichiarò Felix, fissandola serio: «Sono adatti e le persone giuste. Fidati.»
«Sono un branco di ragazzini, inesperti nell’arte del combattimento e…» Xiang scosse il capo, sbuffando: «Mi chiedo cosa il Gran Guardiano ha visto in loro per sceglierli.»
«Me lo sono chiesto anch’io, quando fui scelto come Portatore: cosa aveva visto quell’uomo in me? Perché mi aveva dato il Miraculous?» Felix sorrise, ritornando indietro nel tempo: «Io non sono mai stato una delle scelte migliori, non rispetto agli altri, e forse è per questo che sono caduto e sarei morto, non fosse stato per Kang.» si fermò, inspirando  profondamente e alzando lo sguardo sulla ragazza: «Ma fidati delle scelte di Fu: è un uomo saggio.»
«Come puoi saperlo?»
«Perché ho combattuto al suo fianco e, sebbene fosse giovane, ha sempre cercato di fare del suo meglio, ha cercato di fare le scelte più giuste.» dichiarò freddo l’uomo, fissandola: «Fidati del gruppo di Portatori che ha scelto: hanno sconfitto parecchi cattivi, non credi? Io direi che hanno ottime credenziali, rispetto a un sergente fallito che è caduto sotto i colpi dei guerrieri di Chiyou.»
«Ho visto come combattono…»
«Anche io, Xiang.» dichiarò Felix, sorridendole: «E mi chiedo perché la mia Ladybug non portava un costume attillato come quello.» sospirò, scuotendo il capo: «Sarei anche tentato di provarci con questa Ladybug, ma non penso che le piacerebbe uscire con uno che ha dieci volte la sua età. Senza contare che il suo compagno e lei mi ucciderebbero.»
«Sei sicuro di quello che dici?»
«Riguardo al fatto di provarci…»
«Riguardo al fatto di chiedere aiuto ai Portatori?»
«Oh. Assolutamente sì.»
Xiang tenne lo sguardo scuro su di lui, scuotendo poi il capo: «Lui…» iniziò, tamburellando le dita: «Possono aver combattuto contro Papillon e Coeur Noir...»
«E Maus.» aggiunse prontamente Felix, facendo un cenno a una delle ragazze dietro il bancone: «Non dimenticarti lo scienziato pazzo degli ultimi mesi.»
«Ciò che si troveranno davanti è l’unione di tutto ciò e loro…»
«Loro lo sconfiggeranno. Credimi.»
«E se invece non avessero la forza necessaria?» domandò la ragazza, scuotendo il capo: «Ha ucciso Kang e lui era…»
«Kang voleva morire, Xiang.» mormorò Felix, abbassando lo sguardo celeste sul tavolo e sospirando: «Sapeva benissimo che la sua morte era necessaria, per mettere in moto tutto quello che sarebbe venuto dopo. Pensi davvero che uno che ha visto il futuro fino a chissà dove, non sapesse il giorno della sua morte? Kang lo sapeva e ha scelto quella via, in modo che tu potessi venire qua e incontrare loro.»
«E se la mia venuta qua avesse un altro scopo?»
«Ho paura della piega che sta prendendo questo discorso.»
«Kang voleva che io venissi a Parigi, che trovassi i Miraculous…» mormorò Xiang, fissando l’uomo negli occhi: «Ma se non fosse per combattere al fianco dei Portatori? Se mi avesse mandato qua per prendere i Miraculous e portarli al sicuro?»
«Stai scherzando, vero?»
«Sono seria.»
«Ragioniamo.» mormorò Felix, appoggiando i gomiti sul tavolo e inclinandosi avanti con il busto: «Mi stai dicendo che credi che Kang ti abbia detto di venire qua, per prendere i Miraculous e portarli al sicuro? Al sicuro dove? Che quel simpaticone ha preso il gioiello custodito a Shangri-la.» scosse il capo, sospirando: «Tutta questa idea è talmente sbagliata che non so neanche da che parte iniziare.»
«E se fosse così?»
«E se non fosse così?»
«Io ho vissuto con Kang e…»
«Xiang, Kang era l’uomo più enigmatico di questo mondo ed è impossibile sapere cosa avesse in mente o aveva visto.» sbottò Felix, portandosi indietro le ciocche bionde: «Ma ho imparato una cosa, mentre ero nell’esercito: la via più semplice è quella corretta.»
«E quindi?»
«Quindi, appena possibile andremo da Fu, conosceremo i nuovi Portatori – io vedrò di spiegare a qualcuno che non sono morto e perché –, farai amicizia e combatterai al loro fianco.»
«Una guerriera di Shangri-la al fianco di…»
«Una ragazza cinese di…» Felix si fermò, storcendo la bocca: «Diciotto? Diciannove anni? Giusto per sapere quanti anni avresti in termini umani?»
Xiang si strinse nelle spalle, osservandolo confusa: «La mia crescita si è fermata a diciassette anni.» mormorò, storcendo le labbra in una smorfia: «Forse è quella…»
«Diciassette?» l’uomo la fissò, scuotendo il capo sconsolato: «Dovrei iscriverti a una scuola.»
«Cosa?»
«A diciassette anni non si sta a giro senza…»
«Ma io ho…»
«Chiamo il mio segretario e mi faccio dire quale è la migliore. Tu andrai a scuola, signorina.»
«So più di quanto un diciassettenne normale sa.»
«Perfetto, non avrai problemi con i compiti, allora.»
«Cosa?»


«Sei in ritardo, Willie.» dichiarò Lila, osservando la donna appena entrata: «Ma anche la nostra nuova compagna.»
«Diamole tempo.» dichiarò Sarah, sorridendo: «Non penso sia facile assimilare il fatto che un kwami appaia dal nulla e ti dica che da oggi in poi sarai una supereroina.»
«Come dimenticarsi l’incontro con Sarah.» sbottò Mikko, guardando male la sua Portatrice: «Ha urlato per dieci minuti buoni. Le mie povere orecchie.»
«Non è che mi apparissero kwami tutti i giorni!» bofonchiò l’americana, fissando male la propria kwami: «Come se gli altri avessero reagito bene.»
«Wei sì.» dichiarò Wayzz orgoglioso del suo Portatore: «E’ stato calmo e mi ha ascoltato, finché non l’ho condotto qui dal maestro.»
«Classico per Wei.» dichiarò Rafael, assestando una manata sulla spalla dell’amico: «Davvero hai urlato?» domandò, rivolto poi a Sarah, ridacchiando divertito: «Non ti ci vedo.»
«Tu cosa hai fatto?»
«Ah…ecco…»
«Ha cercato di uccidermi, Sarah!» sbottò Flaffy, volando davanti il volto della ragazza e scuotendo il capo: «Io ero lì, tutto contento di avere un nuovo Aragorn da seguire e questo cerca di schiacciarmi con un giornale.»
«Pensavo fossi un insetto…»
«Ti sembro un insetto?» gridò Flaffy, allargandosi la coda da pavone e scuotendo il capo, mentre Sophie ridacchiava divertita dall’altra parte della stanza: «Mentre Sophie urlò anche lei. E poi, anche lei, cercò di uccidermi.»
«Mamma!»
«Non volevo! Volevo semplicemente imprigionarlo, solo sono inciampata e…»
«Abbiamo capito.» sospirò Plagg, scuotendo il capo: «Tutti i Portatori di Flaffy presenti hanno attentato alla sua vita. Ed io sono l’unico che è stato scambiato per un genio della lampada.»
«Ero piccolo.» borbottò Adrien, incrociando le braccia e fissando risentito il suo kwami: «Ed ero in un momento della mia vita in cui pregavo quasi che arrivasse un genio della lampada.»
«Hai veramente pensato questo?» chiese Marinette, carezzando la testa bionda: «Che carino!»
«Oh, che carino!»
«Silenzio, pennuto killer.»
«Marinette e Bridgette, invece, mi hanno creduto un insetto entrambe.» mormorò Tikki, scuotendo il capo mentre Plagg ridacchiava al suo fianco: «Cosa c’è?» domandò la kwami rossa, voltandosi verso il proprio compagno.
«Beh, Tikki. Tu sei un insetto, alla fin fine.»
«Sono una kwami come te, genio della lampada!»
«Se v’interessa, le prime parole di Lila quando mi ha visto sono state: ma io non volevo il chihuahua.» borbottò Vooxi, scatenando l’ilarità nella stanza: «E’ stato umiliante.»
«Lila, solo tu…» riuscì a dire Adrien, prima di scoppiare a ridere: «Solo tu…» ripeté, tenendosi la pancia mentre Marinette, al suo fianco, sospirava con un sorriso sulle labbra.
«Oh. Andiamo. Ero già a conoscenza dei Miraculous, quando ho visto la scatola ho sperato in quello del Pavone o dell’Ape.» spiegò la ragazza, incrociando le braccia e guardandoli tutti male: «E invece mi appare questo cane venuto male.»
«Sono una volpe!»
«Bene.» sentenziò Willhelmina, mettendosi alle spalle di Wei e posandogli le mani sulle spalle: «Abbiamo capito che Wei, come al solito, è quello più tranquillo di questo gruppo.» la donna si fermò, tastando i muscoli del giovane: «Ma sei vero, tesoro mio?»
«Vero e occupato, Willie.»
«Tranquilla, se volessi provarci con qualcuno quello sarebbe Adrien.»
«Non mi interessano le vecchie.» dichiarò prontamente il biondo, rimediando una manata da parte di Marinette: «Che ho detto?»
«Mai sentito parlare di tatto?»
«Come arriva la nuova Portatrice, mi faccio akumatizzare e ti mando contro un gigante di ghiaccio. Lo giuro.»
«Willie, la vuoi finire con Frozen?» sbottò Adrien, scuotendo la testa e sospirando: «E se proprio vuoi fare la Elsa della situazione, crea un piccolo Olaf.»
«Olaf che ama i caldi abbracci.» citò Marinette, ridacchiando e notando lo sguardo divertito di Adrien: «Che c’è?»
«Beh, se vuoi caldi abbracci ci sono io, my lady.»
«Qualcuno lo fermi, per favore.»
«Per una volta mi trovo d’accordo con Lila.»
«Volpe, Pennuto. Io sono il vostro capo e quindi…»
«Il nostro capo è Marinette.» ribatté tranquillamente Lila, sorridendo: «Quindi sta buono, micetto.»
«E per la seconda volta sono d’accordo con Lila.» sentenziò Rafael, sospirando: «Siamo alla fine del mondo, mi sa.»
Il suono del campanello mise fine a ogni discorso e tutti rimase fermi e in silenzio: «Vado io!» esclamò Alex, rimasto in disparte fino a quel momento, alzandosi e correndo verso la porta d’ingresso.
Il gruppo rimase in attesa, sentendo l’americano parlottare e poi la porta d’ingresso dell’abitazione chiudersi, mentre il rumore dei passi si faceva vicino: «Abbiamo un problema.» esordì l’americano, affacciandosi sulla porta del salotto e osservando le persone radunate: «Vi presento il nuovo Portatore del Miraculous della Farfalla.» dichiarò, facendosi da parte e lasciando entrare nella stanza l’ospite: «Thomas Lapierre.»
Capitolo 6 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.064 (Fidipù)
Note: -

 

Fu osservò il bambino al fianco di Alex, non capendo perché il giovane l’aveva definito Portatore della Farfalla: non era la ragazza che aveva scelto, non era di certo il proprietario della stanza in cui aveva lasciato il Miraculous della Farfalla.
«Maestro?» domandò Adrien, voltandosi verso di lui e mettendo in quella semplice parola la domanda che, ogni presente nella stanza, si stava facendo.
«Non è il Portatore del Miraculous…»
«Sì, maestro.» mormorò Nooroo, apparendo da sotto il giubbotto del ragazzino e osservandoli: «Thomas ha aperto la scatola del mio Miraculous e…»
«Ma io sono sicuro…» iniziò Fu, cercando di ricordare: era andato davanti casa dei Lapierre e poi aveva usato l’incantesimo che lo aveva condotto alla stanza del vero Portatore, ricordando com’era rimasto stupito dalla mobilia e dai soprammobili della camera: «Camille Lapierre è tua sorella, vero?» domandò, osservando il ragazzino e al accenno affermativo di questo, tornò nei suoi pensieri: «E’ per caso una tifosa del Paris Saint-Germain?»
«Quello sono io.» mormorò Thomas, in risposta, facendo vagare lo sguardo su tutti gli occupanti della stanza: «Camille odia il calcio.»
Fu annuì, inspirando profondamente: «Ho capito cosa è successo.» dichiarò alla fine, annuendo sicuro.
«E cosa, maestro?» domandò Rafael, scambiandosi uno sguardo dubbioso con gli altri: «Potrebbe gentilmente illuminare anche noi? Sa ci aspettavamo qualcun altro.»
«La questione è semplice: ho sbagliato a scegliere.»
«Cosa?» sbottò Adrien, alzandosi in piedi e osservando l’anziano a bocca: «Cosa vuol dire che ha sbagliato a scegliere?»
«Quando viene scelto un Portatore, per essere sicuri che il Miraculous vada in suo possesso, vengono usati degli incantesimi.» spiegò Willhelmina, attirando su di sé l’attenzione generale: «Quando Fu è andato a consegnare la spilla della Farfalla ne ha sicuramente usato uno, che l’ha indirizzato nella camera di…» la  donna si voltò verso il ragazzino: «Scusa, stellina, come hai detto che ti chiami?»
«Thomas Lapierre.» le rispose prontamente il ragazzino, fissandola serio: «Io la conosco.»
«Oh, davvero?»
Thomas annuì, osservando il resto del gruppo: «E conosco anche lui, lui, lui, lui e lei.» dichiarò, indicando con il dito Gabriel, Adrien Rafae, Wei e Lila: «Mia sorella è fissata con la moda, quindi ho imparato a conoscere un po’ di cose: signora, lei è una stilista famosa. E anche il signore lì.»  spiegò Thomas, indicando poi i due modelli: «Loro…beh, mia sorella ha tappezzato camera di loro foto.»
«Mi ricorda qualcuno…» dichiarò Adrien, ridacchiando e voltandosi verso Marinette: «A te no?»
«Smettila.» borbottò la ragazza, mettendo il broncio mentre il volto le diventava rosso: «Chiunque ha fatto i suoi errori.»
«Peccato che il tuo errore te lo sposerai.» continuò Adrien, ridacchiando e spostando poi l’attenzione verso l’americana: «Sarah!»
«Lasciala stare, Adrien.»
«Non ho foto di nessuno in camera.» dichiarò spiccia la bionda, anticipando l’amico: «Ormai ti conosco, Adrien Agreste.»
«Mi dispiace per te, pennuto.»
«C’è un modo per zittirlo, Marinette?» sbuffò Lila, osservando male il biondo: «Un silenziatore, magari? Signor Gabriel, Sophie. E’ vostro figlio dovreste sapere come tenerlo a freno.»
«Un modo ci sarebbe, volpe, ma la mia lady è troppo timida per farlo in pubblico.»
«Che schifo.» bofonchiò Lila, mimando l’atto del vomito e borbottando poi qualcosa sulla castrazione chimica dei felini.
«Ragazzi, ragazzi.»Willhelmina batté le mani, portando l’attenzione generale su di lei: «Vogliamo darci un taglio con questo asilo nido? Abbiamo un ragazzino confuso a cui dovremmo spiegare tutto.»
«E’ giovane, Willie. Non può essere un Portatore.» sentenziò Adrien, diventando immediatamente serio: «Non possiamo…»
«Perché no?» domandò Thomas, stringendo i pugni: «Io posso…»
«Noi combattiamo.» dichiarò il biondo, fissandolo serio: «Quasi ogni giorno e contro persone che non sono simpatici gnometti o…»
«Lo so. Ho visto i notiziari.» sbottò il ragazzino, incrociando le braccia: «Ero alla galleria Lafayette quando quei soldati arrivarono e non…»
«Un conto è vederli, un conto è combatterli.»
«Adrien…»
«Sì, my lady?» domandò il biondo, voltandosi verso di lei: «Vuoi veramente far diventare nostro compagno questo bambino?»
«Ho tredici anni.»
«Uao. Un adulto in pratica.»
«Adrien.» mormorò nuovamente Marinette, posandogli una mano sul braccio e facendolo voltare verso di lei: «Nooroo l’ha scelto e, a meno che Thomas non consegni di sua volontà il Miraculous al maestro, sarà il nuovo Portatore.»
«No.»
«Sì, invece.»
«Ed io non lo consegnerò.» dichiarò immediatamente Thomas, alzando orgoglioso la testa: «Sono stato scelto…»
«In verità il maestro aveva scelto tua sorella.»
«Però è arrivato a me! Perché non posso aiutarvi? Anch’io voglio proteggere gli altri.»
«Sei veramente un piccolo eroe.» sentenziò Wei, alzandosi dal suo posto e raggiungendo il ragazzino: «Ti ricordi di me, vero? Ci siamo incontrati un po’ di tempo fa.»
Thomas annuì, facendo vagare lo sguardo fino a Lila: «Mi ricordo anche di lei, la rapitrice.»
«Senti, moccioso, avevo deciso di sorvolare su questo fatto…» iniziò Lila, alzandosi minacciosa e fissandolo male: «Ma a quanto sembra…»
«No, scusa.» mormorò Rafael, fermando la ragazza e sorridendo: «Cos’è questa storia della rapitrice?»
«Una lunga storia, piumino.»
«Mi piacciono le lunghe storie.»
Wei ridacchiò, osservando Lila quasi digrignare i denti, e poi si voltò nuovamente verso Thomas: «Lascia che mi presenti ancora: il mio nome è Wei Xu, lavoro come tuttofare presso monsieur Mercier ma sono anche Tortoise e possiedo il Miraculous della Tartaruga.» alzò il braccio, mostrando il bracciale che teneva al polso e poi indicò Wayzz, posato sulla sua spalla: «E lui è Wayzz, il kwami mio compagno.»
«Onorato della tua conoscenza, Thomas.» dichiarò Wayzz, fluttuando fino a lui: «Sono onorato di conoscere il nuovo possessore del Miraculous della Farfalla.»
«Piacere mio.»
«Io mi chiamo Lila Rossi e non sono una rapitrice, quindi piantala con questa storia.» dichiarò Lila, tirando fuori il ciondolo a forma di coda di volpe da sotto la maglia: «Possiedo il Miraculous della Volpe e questa specie di chihuahua è il mio kwami, Vooxi. Ah, il nome del mio alterego è Volpina.»
«Sono Vooxi. E non sono un chihuahua.» sentenziò il kwami arancio, guardando male la ragazza: «E per te, Thomas Lapierre, ho solo una domanda.»
«Quale?»
«Grifondoro, Serpeverde, Corvonero o Tassorosso?»
«Cosa?»
«Vooxi è fissato con Harry Potter.» sbuffò Lila, alzando gli occhi al cielo: «Occhio a cosa rispondi.»
«Serpeverde.»
«Interessante.» commentò Vooxi, volando fino al ragazzino: «E come puoi dirlo?»
«Ho fatto lo smistamento su Pottermore.»
«Oh! Sei registrato su Pottermore?» esclamò Vooxi, effettuando una giravolta su sé stesso: «Lila…»
«Fantastico! Hai trovato un altro fan!» dichiarò la ragazza, raggiungendoli e acciuffando il kwami: «Ne parlate dopo, ok?»
«Facciamo fissato e fissato?» domandò Rafael, ridacchiando e voltandosi verso Thomas: «Beh, io sono Rafael Fabre e sono…»
«Sei un modello.»
«Fra le altre cose sì.» assentì il moro, sorridendo: «E sono anche Peacock, mentre…»
«Mentre io sono Flaffy!» esclamò giulivo il kwami, volando davanti al volto di Rafael: «Amo la cioccolata e i libri di Tolkien. Penso che il personaggio a cui assomiglio di più Frodo Baggins, ma dentro di me sento vivere lo spirito di Bilbo. Rafael invece è più Aragorn, poi dipende dai giorni: alle volte è solo uno stupido Nazgul senza cervello.»
«Grazie, Flaffy.»
«Io mi chiamo Sarah Davis e vengo dall’America.» dichiarò la bionda, interrompendo i due accanto a lei: «Avevo inseguito Coeur Noir e poi sono rimasta, unendomi al gruppo come Bee. Lei è Mikko, la mia fidata compagna.»
«Onorata di conoscerti, Thomas.» dichiarò la kwami dell’ape, sorridendo al ragazzino: «Sono certa che tu e Nooroo sarete una grande squadra.»
«Io continuo…»
«Presentati e falla finita, gattaccio.»
«Adrien Agreste o Chat Noir, per servirti.» dichiarò spiccio il biondo, alzandosi e inchinandosi con fare galante: «E lui è Plagg, il kwami più rompiscatole del mondo e ossessionato dal formaggio.»
«Sono un estimatore di camembert.»
«Sì, certo.»
«Io mi chiamo Marinette Dupain-Cheng.» si presentò Marinette, ignorando il fidanzato e il kwami: «E sono anche Ladybug, mentre lei è Tikki.»
«E sono la kwami del Miraculous della Coccinella.»
«Ladybug e Chat Noir…» mormorò Thomas, osservando i due ragazzi: «Voi siete…»
«Il mitico duo.» dichiarò Rafael, ridacchiando: «Notare la fama che hanno loro rispetto alla nostra.»
«Voi siete i miei idoli.» dichiarò Thomas, sorridendo: «Intendo tutti, eh. Ho seguito ogni vostra avventura da quando è apparsa Coeur Noir e poi quello svitato ma…» si fermò, osservando Marinette e Adrien: «Io non ho tanti ricordi, ero piccolo e poi Camille – mia sorella – mi tenne lontano dai nonni, ma una volta mia mamma è stata akumatizzata e…»
«Ah. Avevo akumatizzato sua madre?» domandò Gabriel, attirando su di sé l’attenzione: «Non lo ricordavo.»
«Devo farmi raccontare un po’ di cose da Adrien di quando eri un cattivo.» sentenziò Sophie, fissando il marito: «Molte cose.»
«Non c’è niente da raccontare.»
«Io credo di no, Gabriel.»
«Chi era tua madre?» domandò Adrien, scuotendo la testa: «E ignora i miei: quando mio padre si presenterà…beh, capirai tutto.»
«Chi era?»
«Come si faceva chiamare da akumatizzata?»
«Infirmitor.»
«La ricordo.» dichiarò Gabriel, sorridendo al ricordo: «E’ stata una delle poche che è andata molto vicina a rubarvi i Miraculous.»
«Oh! Ho capito! E’ quella che ci legò assieme con quelle bende e…» ricordò Adrien, voltandosi verso Marinette: «Dai, quella che Chloé aveva fatto arrabbiare quando suo padre venne ricoverato…»
«Chloé fa arrabbiare tantissima gente.»
«Andiamo, Marinette.» sbuffò Adrien, sorridendole: «Ti ricordi quando il padre di Chloé ebbe quell’incidente d’auto? E ti ricordi che accompagnammo Chloé in ospedale e…a proposito, perché eri venuta anche tu?»
«Perché ero preoccupata per Chloé.»
«Sì, certo. Pensi davvero che ci creda?»
«Comunque mi ricordo chi era: Chloé la trattò malissimo e poco dopo venne akumatizzata…» assentì Marinette, cambiando argomento e voltandosi verso Thomas: «Quindi era tua madre. E’ davvero piccolo il mondo.»
«Grazie per averla salvata.»
«E’ il nostro dovere.» dichiarò la mora, sorridendogli: «E adesso finiamo il giro di presentazioni?»
«Anche perché sono rimasti i pezzi migliori.» assentì Alex, posando una mano sulla spalla di Thomas e sorridendogli: «Io sono Alex, sono americano come Sarah – Sarah è la mia migliore amica, per la precisione – e sono la mente che c’è dietro a tutto: il mio nome in codice è Mogui.»
«Figo.»
«Il vecchietto, invece, è il Gran Guardiano dei Miraculous: il nostro dispensatore di perle di saggezza, nonché colui che sceglie i Possessori e gli dona i mistici gioielli. Fra le altre cose è stato Genbu in gioventù – sì, sembra strano ma c’è stato un tempo in cui era giovane e non somigliava a Miyagi di Karate kid – e possedeva il Miraculous della Tartaruga.»
«Chi ha deciso che continuasse lui le presentazioni?» domandò Fu, guardandosi attorno, indicando Alex e non ricevendo risposta.
«Lei invece è Willhelmina Hart, ma hai detto di conoscerla. Ciò che non sai è che lei, un tempo, è stata la Portatrice del Miraculous della Coccinella – non sembra ma ha qualcosa come duecento anni –, poi è stata posseduta da un demone cinese ed era diventata Coeur Noir. Però ora è buona, eh. E sta studiando per diventare la futura Gran Guardiana.» Thomas annuì in silenzio, osservando Willhelmina e ciò fu di incoraggiamento ad Alex che continuò: «La signora bionda è Sophie Agreste, la mamma di Adrien, ed è stata Pavo, Portatrice del Miraculous del Pavone. Poi è stata imprigionata da Maus e…beh, per farla breve si è liberata ed è tornata qua.»
«Benvenuto, Thomas.» mormorò Sophie, sorridendo al ragazzino e portando poi l’attenzione sull’americano: «Alex, penso che sia meglio che…»
«Lascio la parola a lei, signor Agreste.»
Gabriel annuì, posando lo sguardo su Thomas: «Hai detto di sapere chi sono, quindi andrò dritto al sodo: un tempo sono stato Papillon, ho posseduto il Miraculous che ora appartiene a te l’ho usato per fini sbagliati.» dichiarò spiccio, tenendo lo sguardo fisso sul ragazzino: «Non farlo mai. Non lasciare che il potere ti accechi.»
«O-ok.»
La stanza rimase in silenzio, poi Fu si alzò e con tranquillità affiancò Thomas: «Quindi, a parte l’iniziale titubanza di Adrien, siamo tutti d’accordo?» domandò, senza ricevere nessuna risposta in cambio: «Lo prendo per un sì.» assentì l’anziano, voltandosi poi verso il nuovo arrivato: «Benvenuto in squadra, Thomas.»



Marinette rimase immobile, sentendo l’altro occupante del letto muoversi per l’ennesima volta: «Qual è il problema?» domandò la ragazza, girandosi sul fianco opposto e osservando, per quanto fosse possibile nell’oscurità, il ragazzo che era con lei: «Sei preoccupato per…»
«E’ giovane. Troppo giovane.» dichiarò spiccio Adrien, lo sguardo verde rivolto al soffitto: «Come ha fatto a…»
«Noi non eravamo poi così grandi, quando abbiamo cominciato.»
«Era diverso.»
La ragazza sospirò, mettendosi seduta e osservando il ragazzo dall’alto: «In cosa era diverso?» gli domandò, osservando lo sguardo verde posarsi su di lei: «Abbiamo affrontato pericoli…»
«Papillon – mio padre – non ha mai ucciso nessuno.» mormorò Adrien, issandosi su e imitandolo, abbassando lo sguardo sulle proprie mani: «Mentre…»
«Mentre?»
«Chiunque c’è là fuori non si è preoccupato a uccidere tre persone.» spiegò il ragazzo, mentre un nuovo sospiro gli usciva dalle labbra: «E noi dovremmo lasciare che un ragazzino combatta al nostro fianco?»
Marinette annuì, allungando una mano e stringendo quella del ragazzo: «Non è solo, Adrien.» dichiarò, sorridendogli: «Ci siamo tutti noi con lui e lo proteggeremo. Dagli una possibilità…»
Il biondo annuì, tirandola lievemente e circondandola con le braccia: «Poi se non lo rende lui il Miraculous…» bofonchiò contro la pelle nuda della spalla: «Abbiamo un tredicenne in squadra, stavolta avremmo davvero bisogno di un miracolo per salvare Parigi.»
«Su, su. Sii ottimista.»
«Detto da quella che immagina le peggio catastrofi.» sentenziò Adrien, staccandosi leggermente: «Ultimamente non hai fatto tanti film mentali, ora che ci penso.»
«Attualmente è Nathaniel la vittima dei miei film mentali.» dichiarò la mora, sorridendo: «Proprio ieri penso di averne fatto uno su cosa sarebbe successo alla consegna dei progetti e centrava la professoressa, una spia russa e un mazzo di chiavi.»
«Una spia russa?»
«Tu non vuoi sapere, vero?»
«In verità no.» dichiarò Adrien, stendendosi e sorridendo quando la ragazza si sistemò nell’incavo del suo braccio, la testa mora che riposava sul suo petto: «Avrei un’altra domanda. E’ una curiosità che ho da oggi, devo dire.»
«Non ti dico niente riguardo…»
«Perché eri venuta all’ospedale con me e Chloé?»
«Ti ho già spiegato che…»
«Pensi davvero che ci creda? My lady, credevo avessi un’opinione più alta della mia intelligenza.»
«Io…tu…»
«Avanti. Sono tutto orecchie!»
«E-ecco, come di-dire…»
«Sinceramente, ho una certa teoria sul fatto che eri venuta anche tu.» continuò tranquillamente il biondo: «Venire…mh…venire anche tu.»
Marinette gli posò una mano sulla bocca, salendogli in grembo e fissandolo dall’alto: «Se ti dico il perché, tu non dirai qualsiasi battuta ti sia venuta in mente, ok?» Adrien assentì, l’ilarità negli occhi e Marinette tolse la mano: «Co-come dire…» iniziò, sentendo il volto farsi improvvisamente di fuoco: «Può essere che, all’epoca, fossi un tantino gelosa ed ero venuta anch’io all’ospedale per evitare che Chloé allungasse troppo le mani e…»
«All’epoca?»
«Ok, lo sarei anche ora, però c’è da dire che adesso ho un po’ più di sicurezza e…»
«Quindi eri venuta…» Adrien si fermò, sbuffando: «Non c’è un altro verbo che posso usare? Seriamente, se lo dico ancora morirò fra atroci sofferenze, perché ti ho promesso che non avrei fatto battute.»
«Oh. Povero il mio micetto.»
«Sei una coccinella sadica, sai?»
«Non è vero!»
«Sì, sei felice della mia sofferenza.»
«No.»
«Sì.»
«La vogliamo finire?» sbuffò Plagg, dal piano inferiore della camera: «Qui ci sono kwami che vogliono dormire.»
«Sempre il solito.» sbuffò Adrien, mentre Marinette scivolava al suo fianco e lui la cingeva con un braccio: «Ok, dormiamo. Domani ho promesso al pennuto di studiare assieme e vorrei evitare di crollare sui libri.»
«Dormiamo.» assentì la ragazza, allungandosi e baciandogli la guancia: «Buonanotte, Adrien.»
«Buonanotte, mon coeur.»
«Mh. Questo mi piace.»
«Ti piacciono anche gli altri, solo che non mi vuoi dare la soddisfazione di ammetterlo.»
«Buonanotte, Adrien.»


Plagg rimase in ascolto per un po’, sospirando beato quando non sentì più bisbigli o rumori molesti: «Dovresti smetterla di essere così brontolone.» dichiarò Tikki, con una note ilare nella voce: «E lasciarli un po’ in pace.»
«Mi avevano svegliato.»
«Ma se non stavi dormendo.» dichiarò la kwami alzando la testa e osservando il compagno che, acciambellato, le dava le spalle: «La senti anche tu?»
«Purtroppo sì.» bofonchiò Plagg, alzandosi e stiracchiandosi come un gatto: «E non mi piace. E’ la stessa sensazione che ebbi quando Routo emise quella colonna di Quantum.»
«Mi sono sempre domandata perché.»
«Cosa?»
«Perché ci fu quella colonna? Perché liberarono così tanto Quantum verso il cielo? Se l’avessero rivolta verso Daitya ci avrebbero annientati quella notte.»
Plagg la osservò in silenzio, voltando poi la testa e guardando Marinette scendere le scale: «La notte degli insonni.» sbuffò il kwami nero, mentre la ragazza li raggiungeva: «Il moccioso?»
«Sta dormendo adesso. Credo.»
Il kwami nero annuì, osservando Marinette sedersi sulla chaisse longue: «Grazie.» mugugnò, volando sulle sue gambe e accomodandosi: «Grazie per essere con lui.»
«Oh. Questa è da segnare, il grande Plagg ringrazia.» scherzò Tikki, raggiungendo i due: «E’ una cosa che non succedeva da…beh, da quando lo conosco.»
«Sono onorata, Plagg.»
«Se non ci fosse Marinette, dovrei sorbirmeli io i suoi attacchi di panico.»
«Adrien si preoccupa ed essere impegnata a tranquillizzare lui…» Marinette sospirò, scuotendo il capo: «…beh, impedisce a me di preoccuparmi.»
«Però adesso lo sei, ragazzina.» dichiarò Plagg, osservandola annuire con la testa: «Quanto hai sentito?»
«Cosa temete?»
«Non lo sappiamo, Marinette.» dichiarò Tikki, scuotendo il capo: «Ti ho narrato la nostra storia e di come Routo ci attaccò e di…»
«Della colonna di energia che fu ciò che vi portò a essere kwami, sì.»
«Cosa era? E perché successe?» Tikki abbassò le spalle, sorridendo alla sua umana: «Forse sono solo idee mie e non centra niente con tutto quello che sta succedendo ma con Maus che voleva ricreare il Quantum mi è stato impossibile non ripensare al mio passato e a ciò che successe.»
«Capisco.» mormorò Marinette, carezzando la testa della kwami: «Spero di essere all’altezza di ciò che avverrà.»
«Tu sei Ladybug.» dichiarò decisa la voce di Adrien, facendo alzare la testa dei tre e osservando il ragazzo fermò a metà scale: «Sei sempre all’altezza.»
Marinette sorrise al ragazzo, sentendo il cuore batterle più forte: sapeva benissimo che Adrien credeva in lei ma sentirlo così sicuro di ciò che stava dicendo era un qualcosa…
Un qualcosa…
Un qualcosa da battiti del cuore a mille.
«Bene, visto che siamo tutti svegli, io propongo una cosa sola.» dichiarò Plagg, volando in mezzo alla stanza: «Camambert-poker.»
«E sarebbe?»
«Come lo streap-poker, solo non ci si spoglia ma si mangia camambert.»
Capitolo 7 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.835 (Fidipù)
Note: E partiamo subito in maniera dolce, presentando La Cure Gourmande, una catena di negozi specializzata in dolciumi vari, nonché veri e propri attentati al palato: io faccio una visitina a questo negozio, ogni volta che vado a trovare i miei parenti a Nizza e...è impossibile non uscire senza un piccolo sacchetto fra le mani. I miei preferiti sono i biscotti al burro, che ti tentano da lontano, espandendo il loro profumo nella strada e...ripeto: è impossibile non entrare quando passi davanti a questi negozi.

 

 

«Sto morendo…» si lamentò Flaffy, fluttuando davanti il volto addormentato del suo umano e portandosi una zampetta al volto: «La mia vita mi sta lentamente lasciando.»
«Non sei in fin di vita.» bofonchiò Rafael, voltandosi dalla parte opposta e sospirando pesantemente: «I morti sono meno vivaci.»
«Rafael, sto morendo.»
«Sì, certo.» assentì il parigino, allungando una mano nell’altro lato del letto e sentendo il materasso vuoto e freddo; si issò velocemente a sedere, guardandosi attorno sotto lo sguardo incuriosito del kwami: «Sarah?» domandò, massaggiandosi il volto e cercando qualche segno della presenza della ragazza.
«E’ di là.» gli rispose Flaffy, osservandolo alzarsi e infilarsi i pantaloni del pigiama: «Si è alzata da un po’ e si è messa a studiare.» continuò il kwami, seguendo passo passo il ragazzo: «E Rafael…»
«Mh?»
«Non ti preoccupare di ciò che vedrai.»
«Cosa?» domandò il moro, passandosi una mano fra i capelli e raggiungendo velocemente l’altra stanza: Sarah si era accomodata sul divano, i libri e i quaderni pieni di appunti occupavano il tavolino basso assieme al pc della ragazza, mentre i capelli erano stati raccolti con il Miraculous, sulla cima della testa e…: «Tu porti gli occhiali?» domandò Rafael, notando la montatura che la ragazza indossava.
Sarah si voltò verso di lui, portandosi una mano al volto e togliendosi velocemente gli occhiali: «N-non avevo sentito che ti eri alzato.» mormorò, chiudendo le asticelle e tenendo in grembo gli occhiali da vista.
«Perché non mi hai detto nulla?» chiese Rafael, indicando gli occhiali e sedendosi sul divano, di fianco a lei: «Non…»
«In verità non li porto.»
«Ma…»
Sarah carezzò la montatura di metallo grigia con un polpastrello: «Ti ho parlato di mio padre, vero?» domandò, voltandosi verso di lui e abbozzando un sorriso: «Ti ho detto che è morto in un incidente in metropolitana, sì?»
«Sì. Non parli mai molto di lui, ora che ci penso.»
«Questi appartenevano a lui.» dichiarò spiccia Sarah, alzando gli occhiali e dondolandoli davanti il volto di Rafael: «Glieli avevo regalati io per un compleanno, avevo messo i soldi da parte per comprarglieli e fargli fare il ‘finto intellettuale’ quando aveva voglia.» continuò la ragazza, perdendosi nei ricordi: «Alle volte si metteva in salotto, con un libro in mano e gli occhiali mentre mamma lo prendeva in giro.»
Rafael sorrise dolce, cercando di immaginare la scena: non gli era difficile vedere nella sua mente la signora Davis – aveva visto alcune foto della donna a casa di Sarah –, un po’ più difficile era per il padre della ragazza; allungò una mano, prendendo la montatura dalle dita della bionda e, delicatamente, aprì le aste e li infilò, facendoli scivolare sopra al naso della bionda: «Perché li hai messi oggi?»
«Oggi è il giorno della morte di papà.»
«Sarah…»
«Visto che non posso andare a visitare la tomba, ho pensato di metterli e…»
«Perché non me l’hai detto?» sospirò Rafael, allungando una mano e portando indietro una ciocca sfuggita all’acconciatura: «Perché…»
«Abbiamo altro a cui pensare: c’è Thomas, c’è il nuovo cattivo e la nostra missione di…»
«Il tuo dovere alla missione, alle volte, è veramente ossessivo, sai?» sbuffò Rafael, portandosi le mani al volto e massaggiandoselo: «Cosa vuoi che faccia?»
«Cosa?»
«Vuoi andare a New York per visitare la tomba? Ti accompagnerò. Vuoi fare qualcosa che facevi sempre con tuo padre? Vuoi…» si fermò, scuotendo il capo: «Dimmi quello che vuoi fare ed io lo farò.»
Sarah sorrise, allungando una mano e prendendo quella di Rafael, stringendola appena: «Puoi abbracciarmi?» domandò e, immediatamente, le braccia del parigino la circondarono, stringendola forte e il calore la confortò un po’: «Grazie.» mormorò Sarah, poco dopo, staccandosi leggermente dal ragazzo e regalandogli un sorriso: «Grazie.»
Rafael la fissò un attimo, annuendo poi con la testa e carezzandogli i capelli: «Andiamo a sfamare l’hobbit rompiscatole.» dichiarò con uno sbuffo, alzandosi e dirigendosi verso la cucina, con Flaffy al seguito.


Thomas osservò la vetrina del negozio di caramelle, sospirando pesantemente: «Quindi tu mangi solo questo tipo di caramelle?» domandò al kwami, nascosto all’interno della tasca alta del suo giaccone, dando poi un’occhiata alla madre, che stava studiando la vetrina poco distante.
«Sì.» assentì Nooroo, facendo capolino e sorridendogli: «Mi dispiace tanto.»
Il ragazzino annuì, cacciando la mano nell’altra tasca e prendendo i soldi che aveva con sé: «Dovrò dire addio a quel videogioco…» dichiarò sconsolato, contandoli e annuendo: «La scatola di latta quanto ti può durare?»
«Beh, finché non userai il tuo potere speciale, non avrò bisogno di ricaricarmi.» mormorò Nooroo, annuendo con la  testolina: «Penso possa andare ben per ora.»
«Non mi hai detto come fare a trasformarmi.»
«Oh, quello è facile. Devi solo dire ‘Nooroo, trasformami’.» gli rispose prontamente il kwami, fissandolo: «Ma non dirlo ora, altrimenti diventerai….mh. Dovremo trovare un nome per quando sarai un…»
«Un supereroe?»
«Sì. Un supereroe.»
Thomas annuì, voltandosi poi verso la madre e vedendola sempre assorta ad ammirare l’esposizione della cioccolateria vicina: «Mamma! Io entro qui!» esclamò, indicando il negozio della catena La Cure Gourmande e ricevendo un segno affermativo con la testa da parte della donna.
Il ragazzino aprì la porta del negozio e venne investito dal profumo di biscotti e caramelle: entrò titubante e sorrise alla commessa che, con un vassoio di assaggi, sostava vicino alla porta: «Ciao.» esclamò, sorridendogli: «Vuoi assaggiare?» domandò poi, mettendogli sotto il naso le varie prove di biscotti e caramelle.
Thomas li guardò, prendendo poi una delle caramelle e dando un’occhiata veloce al negozio: «Hai visto qualcosa che t’interessa?» continuò la commessa, seguendolo.
«Voglio una di quelle.» dichiarò Thomas, indicando una delle scatole di latta poste in alto, mentre la donna annuiva e posava il vassoio con gli assaggi: «Quella blu.» indicò il ragazzino, seguendo le manovre della commessa per prendere il suo acquisto; la donna gli passò la scatola e Thomas si voltò veloce verso la cassa, andando a sbattere contro qualcuno: «Ah. Scus…Manon Chamack!» esclamò, riconoscendo una sua compagna di scuola, di pochi anni più piccola.
La bambina alzò la testa, fulminandolo con lo sguardo: «Lapierre!» ringhiò, assottigliando lo sguardo nocciola: «Sei sempre tu.»
«Non l’ho fatto apposta!»
«Sì, che l’hai fatto! Mi hai seguito fin qua e…»
«Ma non è vero!» sbottò Thomas, stringendo la scatola di latta al petto e alzando il mento: «Cosa vuoi che me ne interessi di quello che fa una marmocchia come te?» bofonchiò, superandola e andando a pagare il suo acquisto: era sempre così, fin dalla prima volta che si erano conosciuti.
Lei diceva che lui era la causa di ogni male sulla terra o, comunque, di tutti quelli che le capitavano.
E lui la faceva tornare con i piedi per terra, ricordandole che non era miss universo.
La commessa dietro la cassa gli sorrise e fece passare il codice a barre del suo acquisto, dando poi il verdetto finale: perfetto. Sfamare Nooroo sarebbe stato veramente costoso, fortunatamente il kwami gli aveva detto che, finché non si fosse trasformato e avesse usato i suoi poteri, non ci sarebbero stati problemi.
Da annotarsi: usare solo se strettamente necessario il potere speciale di…di…mh.
Doveva assolutamente trovare un nome per la sua identità da supereroe.
Si voltò, notando che Manon Chamack era ancora dove l’aveva lasciata: «Cosa vuoi?» borbottò, infilando la scatola sottobraccio e raggiungendo velocemente la porta.
«Perché hai comprato delle caramelle? A te non piacciono i dolci.»
«Perché non ti fai gli…» Thomas si fermò, la mano ferma sulla maniglia del negozio e lo sguardo completamente rivolto verso la bambina: «Tu come fai a sapere che non mi piacciono i dolci?»
«Così…» mormorò Manon, con un’alzata di spalla, andandosene poi verso il fondo del negozio dove Thomas intravide la madre della bambina.
«Bah.» borbottò Thomas, scuotendo il capo e uscendo dal negozio, notando sua madre ferma in sua attesa: «Scusa, ma’.»
«Uh! Sono per me?»
«No.»
«Figlio ingrato.»
«Sono per un amico, mamma.» spiegò brevemente Thomas, sorridendole: «Gli piacciono solo queste e ho pensato di comprargliele. Sai, ha preso l’influenza…» buttò lì, notando quando bene gli riuscisse mentire: beh, l’alternativa sarebbe stata spiegare che un signore anziano aveva messo in camera sua una spilla magica con uno spirito all’interno e…
No, meglio la bugia dell’amico malato.
La donna sorrise, avvicinandosi al figlio e sistemandogli la berretta: «Sei meraviglioso, tesoro.» dichiarò la donna, passandogli un braccio attorno alle spalle e iniziando a passeggiare: «Andiamo a comprare la maglia a tua sorella e poi a casa?»
«Ok.»


Alain osservò i tre ragazzi che, occupato un tavolino, erano immersi nello studio: «Ragazzi, vorrei ricordarvi che questo posto è un locale, non una biblioteca.» dichiarò, avvicinandosi e appoggiandosi alla sedia di Rafael: «Quante volte ve lo devo dire?»
«Abbi pietà di noi.» sentenziò Alex, alzando lo sguardo dal monitor e sistemandosi gli occhiali sul naso: «Abbiamo provato a studiare in biblioteca, ma questi due attirano ragazze come miele e il nostro tavolo è costantemente circondato da sospiri e da ‘Oh, Adrien! Oh, Rafael!’»
«La dura vita dei modelli.» dichiarò Adrien, sottolineando un passaggio e abbozzando un sorriso: «Di solito con noi ci sono Marinette e Sarah: sono un’ottima protezione contro le fans.»
«E dove sono oggi?» domandò Alain, incuriosito: «In verità è strano vedere questo qua, senza la sua ragazza.» aggiunse, dando una lieve manata sulla nuca di Rafael: «E pensare che ti vedevo ogni sera con una tipa diversa.»
«L’amore cambia…»
«Disse quello che, a tredici anni, dichiarò che l’amore non esisteva.»
«Ero piccolo.»
«No, avevi il cuore infranto è differente.»
«Oh. Sono curioso.»
«Lo sai che la curiosità uccise il gatto, Adrien?» borbottò Rafael, sospirando pesantemente: «Ad Alain piace parlare a sproposito, io non avevo il cuore infranto.» borbottò il moro, parafrasando la frase dell’amico.
«Si era innamorato di una più grande, parecchio più grande, e questa prima ci ha giocato un po’ e poi l’ha messo davanti alla verità, nella maniera più brutale possibile: si è fatta trovare con un altro.»
«Uao…»
«E, da allora, il signorino ha volato di fiore in fiore…»
«Come un’ape.» aggiunse Adrien, ridacchiando divertito, fermandosi poi quando qualcosa nel racconto non gli tornò: «Aspetta. Tu e questa tipa l’avete fatto?» domandò, appoggiandosi allo schienale quando il moro fece un cenno affermativo: «Uao. Precoce il ragazzo.»
«Forse sei tu che sei ritardato.»
«A tredici anni io ero rinchiuso in casa. Sequestrato, direi.» borbottò Adrien, assottigliando lo sguardo verde: «Alex?»
«Cosa? Che volete da me?»
«Tu a tredici anni…»
«A tredici anni…» l’americano alzò la testa verso l’alto, sistemandosi gli occhiali e sorridendo: «Penso che a tredici anni ho fatto il punteggio più alto a Ultimate Strike. Il punteggio più alto di tutti quelli della mia scuola.»
«Questi sono ragazzi normali.» sentenziò Alain, indicandoli: «Ok, non ho capito la cosa del sequestrato ma penso sia normale.»
«Sì, sì. Mio padre era un po’ apprensivo.» dichiarò Adrien, sorridendo allegro: «Mi teneva in casa perché aveva paura che mi succedesse qualcosa: che so, uno scienziato tedesco che mi rapisse, cose del genere.»


«Non dovresti venire qua.» sentenziò Fu, osservando l’uomo che aveva suonato alla sua porta: «E se qualcuno ti vedesse?»
«Fu…» Felix si sistemò la giacca, sorridendo divertito: «Sono in carica per diventare sindaco di Parigi, sono su tutti i giornali e telegiornali, ormai.»
«Mi meraviglio che non ti abbiano ancora scoperto…»
«Ti meravigli che lei non mi abbia ancora scoperto.» lo parafrasò il biondo, sorridendo: «Sicuramente non ci fa caso. Non è mai stata interessata a politica o altro.»
Fu sbuffò, sistemandosi al tavolino e osservando l’altro uomo: «Che cosa vuoi?» domandò spiccio, osservando Felix accomodarsi tranquillamente: «L’ultima volta che sei venuto mi hai riferito che Kang era morto e che Parigi era sotto una grave minaccia. Mi sembra che negli ultimi tempi sia tutto tranquillo, invece.»
«Ti ho parlato di Xiang?»
«Xiang?»
«E’ l’ultima superstite di Shangri-la, per dirla in maniera spiccia.» spiegò Felix, massaggiandosi il mento: «Ed era l’allieva di Kang: dopo che è stato ucciso, lei ha viaggiato per venire qua. Certo, avrebbe fatto prima se avesse preso un aereo ma…» il biondo si fermò, scuotendo il capo: «E’ di Shangri-la ed è stata un po’ lontana dalla civiltà, quindi ha pensato di farsi Shangri-la/Parigi a piedi.»
«Sai, preferivo il sergente Norton.» borbottò Fu, incrociando le braccia: «Arrivava subito al dunque.»
«Xiang è stata contattata dal nostro nemico, lei lo chiama dí rén…»
«Vuol dire nemico in cinese.»
«Non ha tanta fantasia la ragazza.»
Fu si massaggiò il viso, osservando stancamente l’altro: «Felix, per favore, puoi venire al dunque. Mi sembra di parlare con Adrien: tante battutine e poca sostanza.»
«Adrien è il nuovo Portatore del Gatto Nero?»
«Sì, credo che andrete d’accordo.»
«Non vedo l’ora di incontrarlo.»
«Vuoi dire che…»
«Se ci sarà bisogno di me, uscirò allo scoperto.» sentenziò il biondo, alzandosi e dirigendosi verso la porta del salotto: «Ma per ora rimarrò nell’ombra. Ora devo andare, Fu. Ci vediamo.» lo salutò, uscendo velocemente dalla stanza e dall’abitazione.
«Cosa era venuto a fare?» si domandò stancamente il cinese, scuotendo la testa e alzando gli occhi al cielo: Portatori del Gatto Nero, chi li capiva era bravo.


«Dovevi dircelo.» sentenziò Lila, battendo una mano sui libri di Sarah e facendo sobbalzare la bionda: l’americana alzò lo sguardo, osservando le sue due amiche in piedi accanto al suo tavolo.
«Cosa?» mormorò Sarah, togliendosi gli occhiali mentre Lila e Marinette si accomodavano: «Ma che…?»
«Rafael ha cantato.» dichiarò Marinette, tirando fuori il cellulare e mostrandole il messaggio che le era arrivato dal modello parigino: «Quindi oggi staremo tutto il tempo con te, dato che hai detto categoricamente a Rafael di fare come se nulla fosse e quindi si è preso Adrien e Alex ed è andato a studiare da qualche parte.»
«Potevi dirci che oggi era l’anniversario della morte di tuo padre, Sarah.» sbottò Lila, prendendo il menù del locale, dove Sarah si era rifugiata a studiare, sfogliandolo stizzita: «Siamo tue amiche.»
«Non volevo…»
«Al momento siamo tranquilli.» dichiarò Marinette, abbozzando un sorriso e allungando una mano sul tavolo, fino a stringere le dita della bionda: «Quindi puoi dirci senza problemi quello che ti affligge, Sarah. Siamo qui per te.»
«E a breve arriverà anche Wei.» aggiunse Lila, facendogli l’occhiolino: «Wei è un’ottima spalla su cui piangere, posso assicurartelo.»
«Beh, vista la grandezza…» aggiunse Marinette, ridacchiando e mimando nell’aria le dimensioni.
«Oh. Spero di non dover far a pugni per questo con Adrien.» s’intromise la voce tranquilla di Wei, facendo diventare rossa come un peperone, Marinette: «Ciao, ragazze.»
«We…Wei, coec…io…non…»
«Uh! Il marinettese! Da quanto tempo non lo sentivo!» dichiarò giuliva Lila, battendo le mani: «Ormai si è talmente abituata ad Adrien, che non parla più questa lingua.»
«Tranquilla, Marinette.» Wei si accomodò al tavolo, scompigliando affettuosamente i capelli della mora e sorridendo: «So che scherzavi.»
«Cusca…cioè, volevo dire scusa…»
«Tranquilla.»
«Oh, ti prego, Wei! Non tranquillizzarla subito! E’ bello sentirla parlare alieno!»
«Lila…»
Sarah sorrise, osservando i tre e scuotendo il capo biondo: «Io non....» mormorò, abbassando lo sguardo sulle sue mani: «Non volevo dirvi nulla, non volevo dire niente anche a Rafael ma…» si fermò, abbozzando un sorriso e alzando la testa: «Non sono triste. Davvero. Sono solo…»
«Sei triste, Sarah. E’ inutile negarlo.» commentò Wei, posandole una mano sul capo biondo: «Quando persi mio nonno mi sembrò di essere lacerato dentro, che qualcosa di me se n’era andato con lui. E’ normale essere triste nel giorno della loro perdita, non è una debolezza ma un semplice sinomino che i nostri sentimenti sono ancora vivi per loro.»
«Era tanto che non sentivo anche Wei sbagliare una parola.»
«Quale?» domandò il ragazzo, voltandosi verso la propria compagna e ripercorrendo ciò che aveva detto: «Non ho sbagliato…»
«Sinonimo, non sinomino.» lo corresse Lila dolcemente, spostando poi l’attenzione verso Sarah: «Comunque quello che ha detto Wei è tutto giusto: non trincerarti dietro quella facciata da dura. Sappiamo come sei, Sarah.»
«E siamo qui per stare con te.» concluse Marinette, sorridendo all’americana: «Non ti libererai facilmente di noi. E poi ho portato i macarons di mio padre.»
«Santa Marinette.»
«Grazie, ragazzi.» mormorò Sarah, sorridendo ai suoi amici: «Grazie, davvero.»


Il tassista osservò i tre che erano usciti dall’aeroporto: «Dove volete andare?» domandò, dando un’occhiata ai miseri bagagli che avevano, aprendo poi il bagagliaio dell’auto e sistemandoli lì: «Allora?»
«Parigi essere qui?» domandò il più altro dei tre, sorridendo affabile.
«Sì, è Parigi.» bofonchiò l’uomo, suscitando l’allegria del trio: ne aveva vista di gente strana da quelle parti, Parigi poi sembrava essere diventata negli ultimi anni il covo della stranezza, ma quei tre…
Uno era una montagna, poi c’era lo smilzo e infine il tappetto dall’aria ringhiosa.
Sembravano usciti da uno dei cartoni animati che sua figlia adorava tanto.
Lo smilzo tirò fuori un cellulare e dopo averci armeggiato un po’, iniziò a parlare in una lingua straniera: forse era cinese, constatò l’autista, poggiandosi alla macchina e attendendo che i suoi tre clienti decidessero in quale zona di Parigi doveva portarli.
«Portare noi a Hotel Ibis.» gli disse lo smilzo, mostrandogli il cellulare e la mappa: «Portare qua.»
L’autista annuì, facendogli cenno di salire sulla vettura: mah, ne arrivava di gente strana a Parigi.
Capitolo 8 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.622 (Fidipù)
Note: E ci siamo! L'avete chiesto, l'avete domandato e finalmente avrete Thomas trasformato! Come si chiamerà? Beh, dato che il nome del personaggio è una citazione al padre di Miraculous Ladybug, ho pensato di usare un altro nome che il fandom conosce molto bene. E non vi dico altro.
Detto ciò...beh, direi di passare subito ai ringraziamenti, visto che non c'è molto da dire su questo capitolo: Le Malabar lo conoscete, dato che è stato già citato in Miraculous Heroes 1.
Perciò...
Grazie a tutti voi che leggete, commentate, inserite questa storia in una delle vostre liste, mi supportate e tutto quello che fate.
Grazie tantissimo!

 

Marinette si sistemò la sciarpa attorno al collo, prendendo poi il disegno che aveva ritirato dalla professoressa e guardando l’ennesima volta il voto che le aveva dato, sorridendo: aveva passato parecchio tempo su quel vestito ed era fiera del risultato ottenuto: «Una chiamata per te.» trillò allegra Tikki, alzando il cellulare e mostrando alla ragazza il chiamante.
La mora sorrise, sistemando il foglio all’interno della cartellina e recuperando poi il cellulare, accettando finalmente la chiamata: «Hai tempo per un povero gatto che è appena uscito dall’ennesimo esame?» domandò immediatamente Adrien, facendola sorridere: «Non ne posso più.»
«Com’è andata?»
«Direi abbastanza bene.» dichiarò il biondo, dall’altra parte del telefono: «Dove sei?»
«Sono andata a ritirare il mio progetto.» spiegò Marinette, dando un’occhiata veloce all’orologio: «Andiamo a mangiare da qualche parte?»
«Per me va bene.»
«Andiamo al locale dove lavora Ivan?» propose la ragazza, già pregustandosi i piatti del locale.
«Non è un po’ lontano, my lady?»
«Facciamo a chi arriva prima?»
«My lady…» sospirò il biondo al telefono e Marinette se lo immaginava mentre scuoteva il capo: «Vuoi darmi la vittoria così facilmente? Sono più vicino rispetto a te.»
«Come se tu potessi battermi.»
«Qual è il premio?»
«Chi perde paga?»
«Devi impegnarti, my lady.» dichiarò Adrien, divertito: «Se vuoi che partecipi a questa gara.»
«Decidiamo a gara conclusa?»
«E potrò chiedere qualunque cosa?»
«Qualunque cosa che io possa fare senza iniziare a balbettare o parlare lingue strane.»
«Sei noiosa.»
«Ci stai?»
«Preparati a perdere, coccinellina.»
Marinette sorrise, correndo velocemente nei parcheggi che erano sotto l’istituto e sorridendo alla kwami che, una volta al riparo da sguardo indiscreti, volò fuori: «Dobbiamo vincere.» dichiarò la ragazza, facendole l’occhio: «Tikki, transformami.» sentì la magia del Miraculous – l’energia del Quantum – avvolgerla e, una volta che tutto si fu concluso, sorrise: «Vediamo di vincere.»


Chat Noir balzò su un tetto, osservando il locale dove lavorare il suo ex-compagno di scuola: la vittoria era sua. Già poteva sentire il sapore dolce di questa: si issò in piedi e osservò la zona circostante, senza notare la coccinella nelle vicinanze. Sorrise, rimanendo ancora pochi secondi sul tetto, decidendosi poi a scendere e rendersi vincitore di quella piccola gara.
Balzò nel vuoto e, in quel momento, qualcosa lo afferrò per le gambe, scombussolandogli il mondo e facendolo ritrovare appeso a testa in giù, mentre Ladybug lo fissava sorridente da sopra il lampione, al quale lo aveva appeso: «My lady!» sentenziò l’eroe, sorridendo: «Questo non è leale.»
«Davvero?» domandò l’eroina, balzando a terra e avvicinandosi, dandogli un buffetto sul naso: «Quando lo avrei detto?»
«Tu…»
«Ho vinto io!» sentenziò allegra la ragazza, guardandosi attorno e, dopo aver appurato che non ci fosse nessuno, sciolse la trasformazione, osservando Chat Noir cadere a terra: «Scusa.» mormorò Marinette, mentre il felino le scoccava un’occhiataccia e, dopo averla imitata, tornò anche lui al suo aspetto ordinario.
«Non hai ancora vinto.» sentenziò Adrien, scattando e correndo in direzione del locale, immediatamente seguito dalla mora: attraversò velocemente la strada, raggiungendo i tavoli del Malabar e si voltò verso la ragazza che, a pochi passi di distanza lo raggiungeva; sorrise, avvicinandosi alla porta e aprendola: «Prima le signore.» dichiarò, facendo un lieve inchino e notando Marinette entrare con un sorriso fin troppo luminoso in volto: «No!» esclamò, accorgendosi di cosa aveva fatto.
«Vittoria!» esclamò allegra la ragazza, saltellando sul posto: «E hai fatto tutto da solo.»
«Ecco cosa succede a  fare i galanti.» bofonchiò Adrien, fissando male la fidanzata: «Avevo quasi vinto…»
«Povero il mio micetto.»
«A-ha! Infierisci, avanti.»
Ivan si avvicinò ai due, con uno sguardo curioso in volto: «Ciao.» li salutò, sorridendo a entrambi: «Vi accomodate oppure…»
«Ciao, Ivan!» Adrien salutò il ragazzo, sorridendo affabile: «Abbiamo fame. Tanta fame. Sono un povero studente appena uscito da un esame, mentre lei…» si fermò, assottigliando lo sguardo e voltandosi verso la ragazza: «…lei è una bara!»
«Hai fatto tutto da solo.» sentenziò Marinette, facendogli la linguaccia e armeggiando per togliersi la sciarpa, riuscendo a complicare di più il tutto; Ivan li osservò, scuotendo poi il capo e facendo cenno verso un tavolo vuoto, informandoli che avrebbe portato a breve i menù.
Marinette continuò a lavorare sulla sciarpa, avvicinandosi al tavolo e colpendo con il fianco una delle sedie: «Vieni.» sospirò Adrien, scacciandole le mani e iniziando a sciogliere la sciarpa: «Mi spieghi perché devi sempre portare questo affare così lungo? Fai troppi giri e guarda il risultato.»
«Perché è calda.» rispose immediatamente la ragazza, sorridendo allo sguardo verde concentrato: «E poi è anche morbida come lana.»
«Mh.»
«Chi capisce più di moda fra noi due?»
«Dovrei ricordarti che sono un modello.»
«Sì. Ed io vorrei ricordarti quello che vorresti comprare di solito, quando usciamo.»
«Quello è…» Adrien si fermò, alzando la testa: «Ribellione adolescenziale. Ecco.»
«Adrien, l’ultima volta volevi comprarti un maglione con due renne che bevevano assieme a Babbo Natale.»
«Ehi, Grinch. Quel maglione era perfetto per lo spirito natalizio.»
«E per far venire un infarto a tuo padre.»
Adrien borbottò qualcosa come risposta, riuscendo a sciogliere del tutto la sciarpa e mostrarla vittorioso alla ragazza: «Sei libera.» sentenziò, osservandola togliersi il cappotto e rivelare il vestito scuro che indossava.
«Che c’è?» gli domandò Marinette, inclinando la testa e osservarlo: «Sto male?»
«No, sei molto carina.» dichiarò prontamente il biondo, osservando il vestito scuro semplice che aveva come decorazione solo una linea grigia attorno allo scollo e al bordo della gonna: «Stai bene. Davvero. Stavo solo pensando a quando ci siamo conosciuti: eri sempre in pantaloni e maglia.»
«Guardavi come mi vestivo?»
«Fra le altre cose.» buttò lì Adrien, sedendosi e osservandola fare lo stesso: «Era divertente osservarti, quando andavamo alla Dupont: correvi sempre a destra e sinistra, poi…»
«Poi era divertente scommettere sui danni che avresti fatto.» concluse per lui Ivan, avvicinandosi al tavolo e grattandosi l’indice: «Max aveva messo su un vero e proprio giro di scommesse.»
«Max è morto.»
«Andiamo, principessa. Era il nostro divertimento.» dichiarò Adrien, facendole l’occhiolino: «Ti ricordi quando Max fece il sondaggio sulla ragazza più carina della classe?»
«Sì. Kim mi prese in giro perché io votai per Myléne.»
«Perché non ne sapevo niente?»
«Perché, principessa, eravamo bravissimi a nascondere il tutto a voi ragazze.» sentenziò Adrien, sorridendo: «Fra l’altro, io avevo votato per te e il mio voto ti ha fatto vincere, quindi merito un premio.»
«Vuoi un premio per avermi fatto vincere come più carina della classe? Davvero?»
«Sì.»
Ivan abbozzò un sorriso: «Volete assaggiare i nuovi hamburger? Oggi ha cambiato il formaggio, mettendo lo cheddar al posto della fontina italiana.»
«Per me va bene. Marinette?»
«Ok, anche per me.» assentì la ragazza: «E Ivan…»
«Succo di frutta per te, acqua per Adrien e il solito piattino di camembert.» sentenziò il ragazzo, annuendo: «Non venite da un po’, ma il vostro ordine lo so a memoria.»
«Grazie, amico.» sentenziò Adrien, sospirando: «Perché non puoi fare come Tikki, che non mangia mai?» borbottò, rivolto verso il suo giaccone, scuotendo poi il capo e togliendosi poi l’indumento: «Beh, non dici niente?» domandò, rivolto alla ragazza e allargando le braccia.
«Sei vestito esattamente come nell’ultimo numero di 93 style.» sentenziò Marinette, inclinando il capo: «Maglione a coste nero, camicia grigia, jeans e scarponi. Sì, esattamente uguale.»
«Ciao, Gabriel 2.0.» borbottò Adrien, imbronciandosi e osservandola male: «Stai diventando uguale a lui.»
«Sei splendor…cioè volevo dire, splendido. E lo sai.»
«Solo questo?»
«Sei a caccia di complimenti, Adrien?»
«Sì.» assentì deciso il ragazzo, poggiando le braccia sul tavolo e il viso contro di esse: «Voglio che tu mi faccia i complimenti.»
«La sfida l’avrei vinta io.»
«Solo perché hai barato.»
Marinette sospirò, sorridendo dolcemente: «Sei bello, gentile, educato, dolce…» si fermò, storcendo le labbra: «Divertente, forte, coraggioso…»
«Ti farei continuare all’infinito…» mormorò il ragazzo, tirandosi su e passandosi una mano sul volto: «Ma basta così.»
«Sei arrossito?»
«No.»
«Ti vedo, Adrien. Hai le guance rosse.» dichiarò Marinette, sorridendo: «E ti devo informare che sono una massima esperta di rossore al volto.»
«Sei diventata fin troppo sicura di te, sai?»
«E di chi è il merito?»
Adrien fece una smorfia, allungando una mano sul tavolo e giocherellando con le dita della ragazza: «Pensi che abbiamo fatto bene?» domandò di punto in bianco, tenendo lo sguardo fisso sulle loro mani: «A lasciare Nooroo con Thomas.»
«Come ti ho già detto, più e più volte, Thomas ha più o meno l’età che avevamo noi, quando Fu ci consegnò Tikki e Plagg.» mormorò Marinette, scuotendo la testa: «E sinceramente non voglio togliere questa possibilità a Thomas: se qualcuno lo avesse fatto a me, adesso non sarei qui.» si fermò, sorridendo: «Forse non ci sarei stata, se non avessi cambiato idea.»
«Sì, ci saresti stata.»
«Adrien…»
«Pensi davvero che non mi sarei mai innamorato di quella ragazzina che, la prima volta che mi vide, invece di strillare e chiedermi un autografo, mi sbraitò contro?»
«Non lo feci.»
«Oh sì! Ho avuto paura per la mia vita quel giorno.»
«Esagerato.»
Adrien sorrise, stringendo la mano della ragazza: «Allora è deciso? Sarà Thomas il nuovo Papillon o come si chiamerà?»
«Penso non ci sia più niente da decidere, Adrien.»
«Purrfetto!»


Felix osservò il proprio segretario, intrecciando le mani e accomodandosi meglio sulla poltrona: «Cosa ha chiesto Bourgeois?» domandò, sorridendo affabile: «Forse non ho capito bene le ultime parole.»
«Bourgeois ha chiesto un confronto. In televisione. Con lei.» spiegò il suo dipendente, portandosi una mano al collo e strattonando leggermente la cravatta: «Ho provato a spiegare che lei odia comparire davanti le telecamere…»
Felix lo zittì con un movimento della mano, sospirando e portandosi l’altra al setto nasale: «Parlerò con Bourgeois.» mormorò, scoccando un’occhiataccia alla terza occupante della stanza: «Puoi andare. Grazie mille. Ah, puoi rivedere gli ultimi conti? Penso che quelli che si occupano della campagna promozionale si siano fatti prendere la mano…» spiegò, osservando poi il suo segretario uscire e, solo allora, dedicò completamente tutta la sua attenzione alla giovane: «Posso sapere cosa ci trovi di divertente, Xiang?»
«La tua segretezza. E’ inutile.»
«Non è inutile.»
«Oh sì. Ti è stato facile passare inosservato da semplice politico ma come pensi di fare se vincerai le elezioni? Ho visto parecchie volte Bourgeois in televisione, sai?»
«Beh, per quando sarò sindaco mi sarò già rivelato a qualcuno.»
«E perché non farlo ora?»
«Perché non mi va?» domandò Felix, sorridendo: «E da quando in qua tu sei così esperta di pubbliche relazioni del sindaco di Parigi?»
«Da quando lo vedo molto spesso in televisione?»
«Ecco. Altra ragione per cui tu devi iniziare ad andare a scuola: questa e perché così la smetterai di pensare di prendere i Miraculous.»
«Io devo prendere i Miraculous e non andrò a scuola.»
«Ti ho già iscritto in un liceo.» sentenziò Felix, sorridendole: «Il Louis-le-Grand. Ti piacerà, ne sono certo.»
«Cosa hai fatto?»
«Tranquilla, non serve ringraziarmi. L’ho fatto per il tuo bene.»
«Tu…tu…»
«Occupato!»
«Cosa?»
«Seriamente, Xiang, tu uccidi la comicità di un uomo.»
«Io non andrò in quella scuola.»
«Io invece credo proprio che ci andrai, invece.»
Xiang lo fissò stizzita, raggiungendo velocemente la porta e aprendola: «Non pensare che te la lascerò vincere, Felix.» sbottò, uscendo dall’ufficio e chiudendo con un colpo secco l’uscio dietro di sé, lasciando l’uomo da solo.
Felix inspirò profondamente, scuotendo il capo e guardando con desiderio il carrello pieno d’alcool: «Dura la vita per un padre single con una figlia adolescente…» bofonchiò, alzandosi e avvicinandosi, recuperando la prima bottiglia a portata di mano: «Ha assolutamente bisogno di una figura femminile nella sua vita.»
«Piantala di parlare di me come se fossi tua figlia!» urlò Xiang, dall’altro lato della porta, facendo sorridere Felix mentre si portava il bicchiere alle labbra: «Sei inquietante.»



Thomas addentò il biscotto, facendo scorrere la pagina e osservando le varie foto di farfalle: «Che stai facendo?» domandò Nooroo, volando davanti lo schermo e studiando ciò che aveva davanti: «Bella quella!»
«Quella è una falena, Nooroo.» borbottò Thomas, poggiandosi contro lo schienale della sedia e sospirando, attirando così l’attenzione del kwami: «Stavo cercando ispirazione per il mio nome da supereroe: Papillon è già stato preso. Butterfly o Farfalla? No, grazie. Non voglio farmi ridere dietro.»
Nooroo sorrise, voltandosi verso lo schermo e indicando una parola: «Che ne dici di Hawkmoth?»
«Vuol dire falena.»
«Beh, le falene fanno parte dello stesso ordine delle farfalle.» spiegò Nooroo, volando poco più in alto e indicando una frase sullo schermo: «Guarda, è scritto qui.»
«Hawkmoth…» mormorò Thomas, soppesando la parola e sorridendo: «E’ figo come nome.»
«Vero?»
«Ehi tu.» Thomas balzò in piedi, indicando un punto nella camera con il braccio alzato: «Io sono Hawkmoth, il nuovo protettore di questa città!» abbassò l’arto, voltandosi verso il kwami: «Beh, suona bene.»
«Quindi sarai Hawkmoth?»
Thomas annuì convinto, abbassando lo sguardo e giocherellando con la spilla, che teneva alla cintura: «Proviamo?» domandò, fissando speranzoso il kwami.
«Ti ricordi tutto? Per trasformarti devi dire ‘Nooroo, trasformami’.» spiegò velocemente lo spirito, volando davanti a lui: «E per ritornare normale, devi semplicemente dire ‘Nooroo, detrasformami’ oppure toglierti il Miraculous; e…»
«E non userò i poteri. Promesso.» sentenziò Thomas, sorridendo: «Voglio solo vedere come sono da supereroe.» Il kwami assentì e Thomas balzò al centro della stanza, prendendo la spilla e portando il braccio avanti, come aveva visto fare in un telefilm: «Nooroo, trasformami!» ordinò, venendo immediatamente avvolto dalla luce della trasformazione: chiuse gli occhi, sentendo il potere calare su di lui e, una volta che fu tutto finito aprì le palpebre, guardandosi attorno.
Il mondo era come sempre.
Sorrise, avvicinandosi all’armadio e aprendo l’anta ove era attaccato lo specchio, guardandosi: «Sono viola.» sbuffò, notando il costume di un pallido violetto: «Ho le mutande!» esclamò, abbassando lo sguardo e guardando la zona del bacino, di una tonalità più scura come i guanti e gli stivali.
Sospirò, voltandosi e notando solo in quel momento le farfalle candide, che volavano per la stanza: Nooroo l’aveva avvertito che, una volta trasformato, queste sarebbero apparse, spiegandogli anche come Papillon creava akuma, infondendo in esse l’energia negativa – o positiva, com’era successo nel caso dell’attacco contro Coeur Noir – e mandandole verso chi era stato designato suo campione.
I suoi poteri erano soggetti alle emozioni forti, aveva continuato a spiegargli il kwami ma Thomas non aveva capito benissimo quest’ultima parte: «E se provassi?» mormorò, allungando una mano e osservando una farfalla adagiarsi nel suo palmo, facendolo sorridere: «Chi mai lo scoprirà?»
Inspirò profondamente, socchiudendo gli occhi e infondendo la sua energia nella farfalla, osservando le ali candide diventare viola scuro: mh. Chissà, magari il viola era il colore predominante di chi indossava il Miraculous della Farfalla; aprì la mano, osservando l’insetto volare fuori dalla sua camera e, in quel momento, sentì la porta di casa sbattere con violenza.
La mamma?
No, lei aveva il turno in ospedale.
«Camille?» domandò titubante, guardandosi attorno e andando nel panico: ce l’avrebbe fatta a ritornare normale e far sparire tutto, prima che sua sorella irrompesse in camera sua?
«Non rompere, Thomas.» sbottò la ragazza, superando la sua porta e facendo sospirare di sollievo il ragazzino: perfetto, sua sorella era arrabbiata con qualcuno o qualcosa, quindi se ne sarebbe stata nella sua stanza a sbollire la rabbia; inspirò, lasciandosi cadere sul letto ma una fitta acuta di dolore lo fece gemere, mentre la sua vista si annebbiava e…
Perché stava vedendo camera di sua sorella?
«Io gliela farò pagare.» dichiarò la voce di Camille nella mente del ragazzino, senza fargli capire esattamente cosa stava succedendo: Thomas si alzò in piedi, facendo un passo in avanti e andando a sbattere contro la sedia della sua scrivania: «Grazie per il potere che mi hai dato, io sono…io sono…»
«Mia sorella?»
«La Sœur.»
«No, aspetta. Camille…»
Che cosa stava succedendo?
Perché sua sorella si comportava in quel modo?
Oh. Maledizione.
L’akuma o quel che era.
«Ho akumatizzato mia sorella.»
Capitolo 9 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.144 (Fidipù)
Note: Ultimo appuntamento della settimana! Bene, bene. Avrei un po' di cosette da dire, stavolta. Dai vostri commenti ho notato che Xiang, per il momento, non riscuote molto successo: e ci credo, mi ci sono impegnata per renderla così quindi direi che sia normale; vi dico solo di non giudicarla tanto frettolosamente e da quel poco che vi mostro di lei...
Passiamo ora ai poteri di Hawkmoth. Mentre mi trovavo a che fare con Thomas e la sua nascita come eroe, mi sono scontrata con un bel problemino: come caspio funziona il Miraculous della Farfalla? Rivedendo la serie e iniziando a teorizzare, ho dedotto che il potere speciale (pari al Cataclisma e al Lucky Charm) fosse proprio quello di infondere energia nelle farfalle. Però. C'è un però. E la regola dei 5 minuti? Papillon, in molte puntate, rimane nella sua forma trasformata molto più a lungo dei cinque minuti e non si preoccupa del tempo che scorre (ovviamente, io mi baso solo sulla prima stagione e non calcolo ciò che verrà in futuro e se verrà rivelato il vero potere speciale di Papillon.), al che ho iniziato a pensare e ricercare: la farfalla è un simbolo di trasformazione e cambiamento, due cose che non sono soggette al tempo e che possono durare oppure no. Quindi, con un'arrampicata sugli specchi degna da guinness dei primati, ho arginato il quesito: perché il Miraculous della Farfalla non ha un countdown?
Riguardo poi al come le persone vengono akumatizzate (premetto: continuerò a dire così, essendo più comodo e facile) e su quali emozioni si basa l'akumatizzazione...in questo caso viene in mio soccorso la psicologia,con le emozioni: ne ho scelte 5 (fra primarie e secondarie) che, secondo me, andavano bene per rendere qualcuno un Campione del Miraculous sia in senso negativo - come faceva Papillon ai tempi d'oro - sia in senso positivo.
E mi sembra di aver spiegato tutto. Vi salto le info riguardanti i due luoghi presenti nel capitolo o queste note saranno più lunghe del capitolo stesso!
Come sempre, ci tengo a ringraziarvi tutti quanti: grazie a tutti voi che leggete, commentate, inserite questa storia in una delle vostre liste e...
Beh, grazie grazie grazie grazie grazie grazie!

 

«Sì, lo so. Lo so.» Rafael sbuffò, ascoltando la voce acuta della sua agente sbraitare dall’altra parte del telefono, mentre si sedeva accanto a Sarah, che aveva sollevato lo sguardo curiosa dai libri: «Fifi…sì, ok. Scusa, non ti chiamerò più così. Josephine, davvero domani…» si zittì una seconda volta, catturando nel mentre la treccia della ragazza e giocherellando con i capelli: «Ok, ho capito. A che ora? Ma è l’alba! No, va bene. Va bene. Scordati l’aumento, Fifi» chiuse la chiamata, posando la fronte contro la spalla di Sarah e sentendo la testa di lei poggiarsi contro la sua: «Odio il mio lavoro. E odio la mia agente.»
«Che cosa è successo?»
«Hanno spostato un set» le rispose Rafael, scostando una ciocca di capelli e baciandola sotto l’orecchio, sorridendo al mugolio che ricevette in cambio: «Sai, stavo pensando…»
«Devo studiare.»
«Non ti ho ancora detto cosa stavo pensando» continuò il ragazzo, scivolando con le labbra lungo il collo, leccando e succhiando: «Studi dopo» mormorò contro la pelle, risalendo e sentendola sospirare: «Ti do una mano io…»
Sarah lasciò andare un sospiro, voltandosi verso il ragazzo e prendendogli il volto fra le mani: «L’ultima volta che hai detto così...»
«Ti ho aiutato, no?» domandò Rafael, fissandola con fare innocente: «Non è così?»
«Sapere tutto sugli usi delle case di piacere nel passato non mi è servito a niente» sentenziò Sarah, sorridendo al volto imbronciato: «Grazie del pensiero, ma preferis…» Rafael si avventò contro di lei, mettendo fine a ogni lamentela con la sua bocca e Sarah mugugnò qualcosa, allacciando le mani dietro al collo del ragazzo e lasciando che lui la stringesse contro di sé: «Rafael, ci sono…»
«Bambini!» tuonò il moro, tornando a dedicarsi al collo della bionda: «A letto!» ordinò, senza curarsi se i due kwami gli avessero dato udienza o meno.
«Ma è presto!»
«Flaffy, ti requisisco la cioccolata!»
«Stupido Nazgul!»
Sarah rise, passandogli le dita fra i capelli e spettinandolo mentre le labbra di lui scendevano verso la scollatura della maglietta, immobilizzandosi entrambi quando il suono congiunto dei loro cellulari irruppe nell’aria: «No» dichiarò Rafael, voltandosi verso il tavolo e osservando il nome di chi stava chiamando: «Fra tutti i momenti in cui uno poteva attaccare, proprio ora?»
Sarah tossì, facendosi aria al volto e afferrando il proprio telefono, rispondendo alla chiamata: «Alex?» domandò, osservando Rafael accanto a lei con le braccia incrociate e lo sguardo omicida: «Che cosa è successo?»
«Ohilà!» esclamò allegro il ragazzo dall’altra parte, accompagnato dal familiare rumore di tasti: «A breve sarete tutti in linea, nel mentre puoi accendere la tv? Perché questo è…» Alex fece un sospiro profondo: «Beh, davvero insolito.»
«Accendo subito» mormorò Sarah, alzandosi e recuperando il telecomando dal divano, mentre Mikko e Flaffy riapparvero nella stanza: «Ma cosa…?» bisbigliò la ragazza, osservando l’edizione straordinaria e le riprese di una tizia, molto somigliante a uno di loro, che si aggirava per il cielo di Parigi: «Alex, ma che…»
«Sto aspettando delucidazioni. Ah, dato che ci sei, sai mica dov’è Rafael? Non mi risponde.»
«Sono qui» bofonchiò il ragazzo, osservando lo schermo della tv: «Un’akumatizzata? Era da…beh, da quando Gabriel Agreste ha smesso di fare il supercattivo che non ne vedevo una.»
«Akumatizzata?» domandò Sarah, voltandosi verso il ragazzo e indicando lo schermo: «Puoi spiegare?»
«Sei lì?» chiese Alex, dall’altra parte del telefono: «Oh. Non mi dire che ho interrotto qualcosa…»
«Alex, vuoi ancora vivere?»
«Sì, mia dolce amica. Voglio vivere, voglio trovare la mia anima gemella e fare tanto di quello che stavi facendo fino a poco fa.»
«Alex, sei morto» sentenziò Sarah, voltandosi verso Rafael: «Puoi spiegare?»
«Hai visto come Gabriel trasforma gli altri, no? Willie, Sophie, il cadavere al telefono…» iniziò Rafael, indicando con un cenno del capo il televisore: «Beh, quando era cattivo quella era la prassi: di punto in bianco appariva un cattivo che Ladybug e Chat Noir sistemavano e facevano tornare alla normalità.»
«La gente che c’era all’ultimo combattimento con Coeur Noir.»
«Esatto. Quelli erano gli akumatizzati di Papillon, mentre questo…» Rafael osservò la televisione, sospirando pesantemente: «Il ragazzino è morto.» dichiarò lapidale con il sorriso sulle labbra.


«Io l’avevo detto» sentenziò Chat Noir, atterrando su una terrazza e osservando la ragazza al suo fianco: «L’avevo detto, no?»
«In verità tu hai solo detto no» precisò Ladybug, guardandosi attorno e cercando un appiglio per lanciare lo yo-yo: «Non hai parlato di akumatizzati…secondo te si possono chiamare ancora akumatizzati?»
«Pensi davvero che me ne importa?»
L’eroina sorrise, avvicinandosi al ragazzo e lasciando che lui le posasse le mani sui fianchi: «E’ qualcosa che abbiamo sempre fatto» mormorò, giocherellando con la campanella che il ragazzo aveva al collo: «Sappiamo cosa fare, no? E poi adesso abbiamo anche dei compagni in più.»
«Quindi cosa faremo d’ora in poi? Combatteremo gli akumatizzati che quel moccioso crea?»
«Gli insegneremo a usare i suoi poteri» dichiarò Ladybug, allungando una mano e carezzando il volto del ragazzo: «In fondo anche noi abbiamo fatto i nostri errori all’inizio, no?»
«Polverizzare una porta da calcio.»
«Cercare di mollare il Miraculous alla mia migliore amica.»
«Quello è stato un grave errore sì» dichiarò Chat, baciandole il naso e dando un’occhiata attorno a sé: «Sembra il tuo terrazzino» sentenziò, osservando il balcone immerso nel verde e avvicinandosi alle ampie vetrate dell’abitazione: «Ok, direi che non ci vive nessuno. E’ completamente vuota.»
«Stiamo cercando casa?»
«Beh, un giorno ci servirà, no?»
«Dubito che sarà libera fino a che noi due non…»
«Ma qualcosa del genere potrebbe andare?»
«Ti sembra il momento?»
«E’ sempre il momento per la mia signora» dichiarò Chat, facendole l’occhiolino e voltandosi poi verso la zona in cui l’akumatizzata era comparsa: «Ok, forse non è proprio il momento ideale.»
Ladybug assentì, osservando la terrazza e le piante che creavano un piccolo rifugio: «Comunque sì, mi piacerebbe: amo il mio terrazzino e sarà dura separarmene un giorno. Potrei anche tirarmi indietro pur di non lasciarlo.»
«E pensi che tua madre te lo lascerà fare?»
Ladybug sorrise, balzando sulla balaustra del terrazzo e osservando in lontananza: «Abbiamo del lavoro da fare» sentenziò, lanciando lo yo-yo e lanciandosi nel vuoto, sotto lo sguardo attento di Chat Noir.
«E non mi ha risposto» dichiarò il felino, poggiandosi con i gomiti alla ringhiera e guardando il terrazzo: era un bell’appartamento e si trovava anche in una buona zona di Parigi, sarebbe stata una casa perfetta anche se non aveva la minima idea di quanto grande fosse all’interno.
Sospirò, tamburellando le dita e gettando la testa all’indietro: c’era una akumatizzata da salvare, un novello Papillon da mettere al suo posto, non aveva proprio tempo di stare a pensare a una casa in quel momento.
Senza contare che loro due non si sarebbero sposati di lì a breve, quindi perché fissarsi?
Sorrise, saltando sulla ringhiera e scivolando nel vuoto, atterrando sul terrazzo di un palazzo vicino e riprendendo la corsa, al fianco di Ladybug, arrivando velocemente al luogo dell’incontro e vedendo che il resto del gruppo era già lì: «Siamo tutti?» domandò la coccinella, atterrando sul tetto e osservando il resto del gruppo: «Dove…» mormorò, guardandosi attorno e non notando il nuovo acquisto.
«Se stai cercando il nuovo Papillon…» dichiarò Volpina, scuotendo il capo: «E’ nascosto dietro Tortoise.»
«Mi chiamo Hawkmoth»
«Sì. Lui si chiama Hawkmoth e l’akumatizzata è sua sorella» sentenziò la castana, osservando il proprio compagno, come se potesse vedere la persona dietro di lui: «Vuoi venire fuori?»
«Chat, Ladybug. Andateci piano» dichiarò Tortoise, facendosi da parte e mettendosi dietro a Hawkmoth, le mani ben salde sulle piccole spalle: «Ha sbagliato e lo sa, voleva testare i suoi poteri e non pensava di far così tanti danni.»
Chat Noir fissò il nuovo compagno, notando lo sguardo mortificato contornato dalla maschera viola e sospirò, passandosi una mano fra i capelli: «Beh, la prima volta che ho usato il mio potere speciale ho distrutto una porta di calcio e poi sono stato catturato da Coeur de pierre» sentenziò, abbozzando un sorriso: «Non ti dirò niente, Hawkmoth. Ma devo chiederti una cosa.»
«Cosa?»
«Sono delle mutande quelle?»
«Chat!»
Hawkmoth aprì la bocca, richiudendola e scuotendo poi il capo: «Il mio costume è come quello di Superman» sentenziò, incrociando le braccia e alzando il mento orgoglioso: «Mi manca solo il mantello…»
«Sei viola» sentenziò Peacock, ridacchiando e massaggiandosi il mento: «Hawkmoth, seriamente…»
«Tu hai davvero il coraggio di dirmi qualcosa?» domandò il ragazzino, fissando l’altro da capo a piedi: «Hai una tutina di lattice completamente blu! Cosa sei? Un Puffo troppo cresciuto? Tortoise è figo, perché ha il cappuccio mentre Chat…» Hawkmoth si  voltò, fissando il felino: «Tu sembri uscito da quel film che mia madre adora tanto.»
«Ok, farfallino. Non ti dirò niente, ma ti uccido. Deciso.»
«Ti do una mano, gattaccio.»
«Peacock.»
«Niente Peacock, Bee.»
«Nessuno fa nulla» sentenziò Ladybug, fissando male i due ragazzi: «Accettate i vostri costumi per quello che sono: Hawkmoth, hai le mutande; Peacock, sappiamo benissimo che la tua tuta è blu pavone e Chat, tu sei…»
«Meaowvigliosamente bello, tanto che non puoi resistermi, my lady?»
«Tu…» Ladybug sorrise, scuotendo il capo: «combatti bene.»
«Sei seria?»
«Sì, serissima» sentenziò la coccinella, spostando la sua attenzione sul palazzo davanti a lei: «Come mai tua sorella è venuta qui a Radio France?» domandò, indicando l’enorme complesso grigio e circolare, che ospitava l’emittente: «E come si chiama?»
«La Sœur» rispose immediatamente Hawkmoth, affiancandola e guardando anche lui la sorella che, inguaiata in una tuta rosa pastello avanzava minacciosa verso il palazzo, con un paio di cuffie in testa e in mano un microfono: «Ha dei poteri legati ai suoni, se ho capito bene: ha messo ko i poliziotti, urlando qualcosa in quel microfono che tiene in mano e…»
«Perché si chiama la Sœur se ha dei poteri legati ai suoni?» s’intromise Chat, osservando anche lui la ragazza akumatizzata e voltandosi poi verso Hawkmoth, in attesa di una risposta
«Perché quando mi stava dicendo chi era, io l’ho interrotta dicendo ‘mia sorella’?» domandò di rimando il ragazzino: «Non doveva essere in casa, davvero. Volevo vedere come ero in versione supereroe, mi sono trasformato e sono apparse tutte quelle farfalle bianche e ho voluto provare il mio potere, solo…solo…»
«Tranquillo, Hawk» Chat gli posò una mano sulla testa, sorridendo: «Non siamo perfetti. Volpina era un’akumatizzata, sai?»
«Grazie per ricordarmelo, Chat» sbuffò la ragazza, alzando gli occhi al cielo: «Come se lui non avesse fatto le sue cavolate: vuoi che Ladybug ti ricordi di quante volte sei andato a testa bassa contro il nemico e questo ti ha controllato?»
«No, grazie.»
«Perfetto.»
«E come al solito, si mettono a litigare» dichiarò divertita Bee, scuotendo la testa e voltandosi verso l’eroe blu al suo fianco: «Tu non ti butti nella mischia?»
«Cosa?»
«Di solito siete in tre a beccarvi a vicenda.»
«Volpina…» mormorò Tortoise, ridacchiando e voltandosi poi verso Ladybug: «Il piano?»
«Dobbiamo trovare l’akuma» sentenziò la ragazza, osservando attentamente Sœur e sperando di scorgere un qualcosa che potesse contenere la farfalla: «Di solito è un oggetto che portava già prima…» si fermò, voltandosi verso Hawkmoth: «Era arrabbiata, per caso? Papillon sceglieva sempre persone arrabbiate, infondeva poi l’energia maligna nell’akuma e…»
«Boh, quando l’ho trasformata ha detto solo ‘Gliela farò pagare’» mormorò Hawkmoth, alzando le spalle: «Ed io ho solo preso una farfalla bianca, le ho infuso la mia energia e quella è diventata viola scuro.»
«Non abbiamo mai indagato tanto sui poteri di mio padre» mormorò Chat, giocherellando con la lunga coda nera: «Abbiamo sbagliato. Certo, chi pensava che avremmo avuto un nuovo Portatore così presto?»
«Facciamo tornare normale sua sorella e poi chiediamo a tuo padre e a Nooroo un po’ di informazioni?» sentenziò Ladybug, sorridendo al gruppo: «Se sappiamo come funzionano, possiamo aiutare Hawkmoth a usare i suoi poteri e a combattere.»
«Allora, boss. Questo piano?»
«Peacock, Volpina, Bee e Chat. Non fatela arrivare a Radio France» sentenziò Ladybug, osservando Sœur e notando solo in quel momento le cuffie della ragazza: «Ma certo! Le cuffie! Si trova lì l’akuma.»
«Ne sei certa, my lady?»
«E’ l’unica cosa che una ragazza normale, con una vita normale, potrebbe avere. No?» la ragazza annuì decisa, sorridendo: «Bene, come non detto: attacchiamola tutti assieme, il primo che prende le cuffie deve distruggerle e così potrò purificare l’akuma.»
«Che noia così: niente Cataclisma, niente Lucky Charm…» sbuffò Chat Noir, mettendo mano al bastone e allungandolo: «E’ stata una fortuna che contro Papillon eravamo solo noi due.»
«Se vuoi vi lasciamo soli, gattaccio.»
«Scordatelo! E’ la mia prima volta contro un akumatizzato» sentenziò Bee, sorridendo: «Quindi voi facevate questo, prima che arrivasse Coeur Noir? Quando non sapevate chi era chi e…»
«Sì, Bee.» sentenziò Ladybug, prendendo lo yo-yo e roteandolo, facendo un cenno verso la sorella di Hawkmoth: «Andiamo?»


Xiang osservò i sette Portatori sconfiggere facilmente la ragazza posseduta: non era stato complicato, poiché la nemica non aveva nessuna preparazione e la forza numerica era dalla parte loro; era stato un combattimento facile, che chiunque avrebbe vinto a occhi chiusi.
Erano deboli.
Lo capiva sempre di più.
Ma doveva ammettere che avevano coraggio e inventiva sul campo di battaglia, ma ciò non bastava a vincere le battaglie che sarebbero giunte: sapeva che il dí rén si stava organizzando e quella calma era solo il sinonimo che stava posizionando le sue pedine sulla scacchiera.
Cosa sarebbe successo, quando tutto fosse stato predisposto?
Era possibile che avrebbe vinto la partita facendo un’unica mossa?
No, quello no.
Al dí rén piaceva giocare e lei lo sapeva benissimo: l’aveva fatto con Kang a Shangri-la e con lei, pochi giorni prima: si sarebbe divertito, si sarebbe vantato dei suoi poteri che lei aveva sbeffeggiato; forse proprio per questo, proprio perché lei lo aveva deriso, avrebbe dimostrato la sua forza.
«Devo prendere i Miraculous» mormorò, osservando il gruppetto riunirsi nello spiazzo davanti il mostro di cemento e vetro: «Li devo prendere e portare al sicuro. E’ questa la missione che mi hai dato, vero Kang?»


«Ti avevo vietato di usare i tuoi poteri!» sbraitò Nooroo, fluttuando davanti il volto di Thomas e fissandolo serio: «Non ti ho ancora spiegato come funzionano, perché hai voluto fare di testa tua?»
«Segniamo questa data sul calendario, moccioso» sentenziò Plagg, girando il triangolo di camambert fra le zampe: «Nooroo ha tirato fuori gli attributi. Per quanto un kwami non abbia…beh, insomma…ci siamo capiti…»
«Scusa, Nooroo» mormorò Thomas, chinando la testa con fare colpevole: «E’ solo che…»
Nooroo sospirò, osservando il gruppo di Portatori e gli altri kwami: «So cosa volevi fare, Thomas. E ti comprendo, ma devi capire che prima di poter usare i poteri del mio Miraculous, devi essere a conoscenza di ciò che puoi o non puoi fare.»
«Tipo creare cattivi» dichiarò Adrien, sorridendo: «Quello fa male. E intendo, letteralmente. Mio padre è stato male fisicamente perché aveva creato dei supercattivi.»
«Nooroo, sbaglio o il tuo Miraculous non è legato al tempo come i nostri?» domandò Sarah, abbozzando un sorriso: «Mi spiego: Thomas ha usato il potere speciale, quello di creare dei campioni, però non aveva nessun countdown. Anche il signor Gabriel, ora che ci penso.»
«Perché il cambiamento supera il tempo, Sarah» spiegò il kwami viola: «Il potere del mio Miraculous è quello del cambiamento, possiamo dire. E ciò che cambia…»
«Può cambiare per tutto il tempo che vuole, anche all’infinito» Sarah assentì con la testa, sorridendo: «Grazie, Nooroo.»
«Quindi se io non purificavo gli akuma…»
«I supercattivi di Papillon sarebbero rimasti supercattivi finché non avesse deciso lui, il contrario. O Thomas, adesso.»
«Ho una domanda, Nooroo» dichiarò Lila, attirando l’attenzione del kwami su di lei: «Gabriel akumatizzava gli altri basandosi sulla rabbia, Thomas…»
«In verità il mio Portatore può akumatizzare basandosi su cinque emozioni» dichiarò Nooroo, posandosi sulla spalla di Thomas: «Rabbia, felicità, tristezza, paura e speranza. Ecco, queste sono le emozioni che possono portare una persona a diventare un campione del Portatore della Farfalla: Gabriel usava la rabbia perché era l’emozione più forte e più adatta per creare dei supercattivi, ma già quando ha akumatizzato tutti contro Coeur Noir e poi Willhelmina, Alex e Sophie…» il kwami si  fermò, abbozzando un sorriso: «In questi casi aveva fatto leva sulle altre emozioni.»
«Sarà corretto continuare a chiamare ancora akumatizzati?» domandò Rafael, prendendo il cellulare dalla tasca: «Insomma, quelli erano…»
«Gente posseduta da Hawkmoth suona male, pennuto.»
«Il gattaccio ha parlato: continueremo a chiamarli akumatizzati.»
Lila scosse il capo, portando poi l’attenzione su ciò che la circondava e osservandosi attorno: dopo il breve combattimento contro la sorella di Thomas avevano trovato rifugio su L'île aux Cygnes, certi che nessuno con quel freddo andasse sulla piccola isola artificiale in mezzo alla Senna, così da rifocillare i loro kwami – perché poi, non era dato sapere, dato che nessuno di loro aveva usato il proprio potere speciale – e cercare di fare un po’ di chiarezza sul Miraculous della Farfalla.
Erano soli, eppure era come se qualcosa li stesse osservando.
«Va tutto bene?» la voce di Wei la fece nuovamente concentrare sugli altri: «Lila?»
«Sì, sto bene.»
«In astinenza da caffeina, volpe?» le domandò Rafael, alzando lo sguardo dal cellulare con un’espressione sorridente: «Sapevo che era qui!»
«Cosa, piumino?»
Il moro voltò verso di loro lo schermo dell’apparecchio, mostrando una Statua della libertà che aveva, sullo sfondo, la Tour Eiffel: «E’ una delle repliche che ci sono qui a Parigi e questa è proprio su questo isolotto.»
«Davvero?» domandò Sarah, avventandosi sul cellulare e sorridendo alla vista del monumento: «Andiamo a vederla?»
«Per me va bene» sentenziò Rafael, guardandosi a destra e a sinistra: «Si vede la Tour Eiffel, quindi è da quella parte.» dichiarò, indicando la direzione opposta a quella del simbolo parigino: «Voi venite?»
«Perché no?» assentì Lila, guardando gli altri: «Chi si unisce alla gita?»
«Vengo io!» dichiarò Marinette, con un sorriso e voltandosi poi verso il biondo: «Vieni anche tu?»
«Spiacente, principessa. Ma passo» dichiarò Adrien, chinandosi verso di lei e baciandole la guancia: «Mi sono ricordato di una cosa da fare.»
«Ah. Ok.»
«Ti chiamo stasera, va bene?»
«Non vieni da me?»
«Devo parlare con mio padre di una cosa. Se non faccio tardi, sarò tutto tuo, my lady.»
Marinette assentì, osservando il fidanzato salutare il resto del gruppo e stringendo la cinghia della borsa con forza: un atteggiamento che, sicuramente, non era passato inosservato a Lila, che le posò una mano sulla spalla, facendo voltare la mora nella sua direzione. Non preoccuparti, le mimò l’italiana con la bocca e Marinette annuì con la testa; sentendosi stupida per i pensieri in cui si era immersa: Adrien le avrebbe spiegato tutto. Come sempre.
«Anche io passo» dichiarò Wei, affiancando Adrien: «Devo tornare al lavoro.»
«Thomas?» domandò Sarah, voltandosi verso il ragazzino: «Vieni con noi?»
«Io tornerei a casa: vorrei vedere come sta mia sorella e mia madre sarà certamente preoccupata…»
«Allora sarò il solo a difendere le signore. Anche se Lila non ha bisogno di essere difesa, farebbe scappare chiunque.»
«Piumino, sei condannato a morte.»
Capitolo 10 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.631 (Fidipù)
Note: Ed eccoci qua con una nuova settimana appena iniziata e, come sempre, si comincia con Miraculous Heroes 3. Or dunque, questo capitolo è totalmente incentrato su una cosetta o meglio su ciò che darà il via per arrivare a questa cosetta (e non vi dico cosa è, per non togliervi il piacere della lettura). Fortunamente - per voi! - non c'è nulla da dire su location varie o altro, quindi passo subito ai ringraziamenti: grazie a tutti voi che leggete, commentate, inserite le mie storie in una delle vostre liste, mi supportate e sopportate.
Semplicemente grazie a tutti voi!

 

 

«Come stai?» Thomas osservò la sorella, mentre beveva il latte caldo che la madre aveva preparato per lei: «Vuoi…»
«Sto bene, Thomas.»
«Io proprio non capisco…» mormorò la loro madre, poggiata contro il lavello della cucina con le spalle rivolte verso i due figli: «Papillon era sparito o comunque aveva smesso di fare questo. Perché? Perché proprio a mia figlia?»
«Mamma, io…»
«Non è colpa tua, Camille» mormorò Thomas, stringendo le mani a pugno e abbassando lo sguardo: la colpa era totalmente sua, che non aveva dato retta a Nooroo e aveva agito d’impulso.
Era tutta colpa sua se sua sorella…
«Tuo fratello ha ragione: non è colpa tua. E’ colpa di Papillon!» sbottò la madre, voltandosi verso di loro: «E spero che gli eroi di Parigi lo prendano e lo sbattano in prigione e gettino la chiave da qualche parte. Quel…quel…quell’essere deve marcire!»
Thomas alzò lo sguardo, fissando la madre e annotandosi mentalmente che, se mai la donna fosse venuta a conoscenza del fatto che il figlio adesso era un supereroe, non doveva fare assolutamente menzione del fatto che aveva accidentalmente akumatizzato la sorella.
«Mamma, esageri» sbuffò Camille, bevendo un sorso di latte e posando lo sguardo sull’orologio: «Thomas. Ma non avevi gli allenamenti oggi?»
«Gli allenamenti! Cavolo!»
«Thomas Lapierre, il linguaggio!»
«Ma mamma, ho solo detto ‘cavolo’.»
«Vuoi sfidare tua madre?»
«Ci conviene non farla arrabbiare, Thomas. Soprattutto ora che Papillon akumatizza di nuovo.»
«Come se io fossi tanto scemo da akumatizzare mia madre quando è arrabbiata con me…» bofonchiò Thomas, uscendo velocemente dalla cucina e andando a recuperare il borsone del calcio.
«Hai detto qualcosa?»
«No, niente. Io vado agli allenamenti!»


Lo sguardo verde era rivolto al palazzo, le mani infilate nelle tasche del giaccone e poteva avvertire su di sé lo sguardo fisso di Plagg: «Cosa c’è?» domandò dopo un po’, stanco del kwami che lo guardava: «Vuoi altro camambert?»
«No, in verità mi chiedo perché siamo qui, come due dementi a fissare un palazzo» sentenziò Plagg, facendo capolino dalla tasca e indicando con una zampetta il palazzo di fronte: «Vivo con te ventiquattr’ore su ventiquattro quindi posso escludere tranquillamente il fatto che tu abbia un’amante. Perché siamo qui?»
«Perché non ti fai gli affari tuoi?»
Plagg lo fissò, inclinando il capo e piegando la bocca in un sorriso diabolico: «Perché siamo qui?» domandò nuovamente, sapendo benissimo quanto lo avrebbe infastidito.
Il parigino sospirò, tenendo lo sguardo fisso in quello del kwami, portandosi poi una mano alla nuca: «Mentre correvamo per andare a salvare la sorella di Thomas…» iniziò, alzando la testa e osservando il balcone dell’ultimo piano: «Ecco, con Ladybug mi sono fermato qua e…»
«E…» lo incitò il kwami, quasi come se stesse pendendo dalle sue labbra: «Cosa hai visto?»
«Una casa.»
«Una casa?»
Adrien sorrise, inspirando profondamente e sentendo l’aria fredda entrare nelle narici, poi rilasciò andare tutto: «Sì. Ed è…» si fermò, scuotendo il capo: «Perfetta. Perfetta per Marinette e me.»
Plagg sbatté le palpebre, inclinando la testa: «Non è un po’ presto?» domandò, massaggiandosi il mento con la zampina: «Insomma, nel tuo grande piano, il matrimonio ci sarà quando tutti e due lavorerete e…»
«Stavo pensando…»
«Ah. Sei capace di farlo?»
«Plagg…»
«Ok, stavi pensando a cosa?»
«Io sono un modello, no?»
«Purtroppo ribadisci questa cosa ogni volta che giri per la stanza nudo.»
«Ti ripeto che quella è camera mia e sono libero di fare come voglio.»
«Ok, sentiamo il grande piano, parte seconda. Sei un modello…»
«Rafael si mantiene da solo e ha pure molti soldi da parte» spiegò Adrien, poggiandosi contro il muro e osservando il palazzo dalla parte opposta della strada: «Perché non potrei fare lo stesso? Io e Marinette potremmo…»
«Pensi davvero che quella ragazza si lascerà mantenere? Andiamo, ho imparato a conoscere un po’ Marinette e devo dire che quella ragazza ha preso da Tikki quella stramaledetta indipendenza. Tikki era uguale da umana: mai una volta che si facesse aiutare o che si lasciasse consigliare.»
«Ma non sarebbe per sempre» mormorò Adrien, inspirando profondamente: «Forse sto facendo una cavolata.»
Plagg lo fissò in silenzio, voltandosi poi verso il palazzo e sorridendo quando vide un uomo uscire dal portone di ingresso con una coppia: «Ehi, quello ha tutto l’aspetto di un agente immobiliare» dichiarò, indicando il tipo che stava stringendo la mano all’altro uomo: «Ce lo facciamo un giretto in quella casa?»
«Ma…»
«Andiamo, dai!»


Felix alzò gli occhi dal fascicolo che stava studiando, togliendosi gli occhiali e sorridendo alla ragazza che, rannicchiata sul divano, lo stava fissando da un po’: «Sì, Xi-xi?»
«Xi-xi?»
«E’ un soprannome» le spiegò l’uomo, sorridendole: «Tu potresti chiamarmi papà, che ne dici?»
«Che problema hai con la paternità?»
«Che problema hai con l’umanità?»
Xiang sospirò, scuotendo il capo e facendo così ondeggiare i lunghi capelli scuri: «Oggi sono andata a vedere gli eroi di Parigi» dichiarò, enfatizzando le ultime parole: «Il nuovo Portatore della Farfalla ha creato un campione per sbaglio.»
«Prima volta che usava i poteri» borbottò Felix, tornando al suo lavoro: «Capita a tutti. La prima volta che ho usato il potere del Miraculous ho distrutto – per sbaglio – un intero edificio.»
«E perché?»
«Beh, Plagg mi aveva spiegato come funzionava il tutto ed io volevo provare questo fenomenale potere» spiegò Felix, sorridendo al ricordo: «Il problema è che mi aveva anche detto che poi sarebbe tutto ritornato a posto, dimenticando il fatto di precisare che era il potere di Ladybug a far tornare tutto come prima.»
Xiang lo fissò in silenzio, tirando su le gambe e poggiando il mento contro le ginocchia: «Ho deciso cosa fare» sentenziò, dopo un momento di silenzio: «Penso che Kang mi abbia detto di venire qua per fare una cosa.»
«Allearti con quei ragazzi e sconfiggere il nemico?»
«No, la mia missione è recuperare i Miraculous e portarli al sicuro, dove il dì rén non possa prenderli.»
Felix annuì con la testa, sfogliando la pagina e fermandosi, quando le parole della ragazza arrivarono a destinazione: «Scusa, puoi ripetere?» domandò, sorridendo e fissando Xiang: «Vuoi prendere i Miraculous?»
«Sì.» assentì Xiang, alzandosi in piedi e fissandolo dall’alto: «Io recupererò i gioielli di Nêdong e li porterò al sicuro.» dichiarò, raggiungendo la porta della stanza e uscendo, sotto lo sguardo attonito di Felix.
L’uomo rimase immobile, poggiando poi i palmi sul tavolo e scuotendo il capo biondo: «Mi serve un bicchiere di qualcosa di forte» bofonchiò da solo, alzandosi e andando al carrello dove teneva i liquori, prendendo una bottiglia di liquido ambrato e osservandola, decidendo che, dopo quello che gli aveva rivelato Xiang, un bicchiere non sarebbe bastato. Svitò il tappo e si portò la bottiglia alle labbra, bevendo una generosa dose: «Devo avvertire Fu. Devo assolutamente avvertirlo prima che Miss Cina faccia qualche cavolata» si fermò, sbuffando e alzando gli occhi al cielo: «E sto di nuovo parlando da  solo!»



Sophie sorrise, osservando il figlio rientrare: «Ho saputo che il piccolo Thomas ha fatto qualche guaio» esordì, andando incontro ad Adrien e abbracciandolo, posandogli poi le labbra sulla guancia: «Risolto tutto?»
«Se per guaio intendi aver akumatizzato la sorella per sbaglio…» Adrien sorrise, togliendosi il giaccone e sorridendo alla donna: «Sì, ha fatto un piccolo guaio. Risolto, fra l’altro.»
«Ottimo» dichiarò la madre, prendendo il cappotto e sorridendo: «Sei stato con Marinette?»
«Ah no. Ho fatto una cosetta.»
«E cosa?»
«Papà dov’è?»
«Nel suo studio, come al solito» gli rispose Sophie, aggrottando lo sguardo: «Hai combinato qualcosa?»
«Assolutamente niente.»
«E allora perché non mi hai risposto?»
«Perché, se ti rispondessi, poi tu daresti di matto» spiegò Adrien, posando le mani sulle spalle della madre e chinandosi per baciarle la guancia: «Mentre preferisco essere prima sicuro di quello che sto per fare» le bisbigliò all’orecchio, tirandosi poi su e facendole l’occhiolino: «Nello studio, giusto?» domandò, indicando la porta della stanza del padre e raggiungendola velocemente, lasciando Sophie al centro dell’androne della villa.
Scivolò all’interno della stanza, sorridendo al padre che, accortosi della sua presenza, aveva alzato la testa e lo guardava con fare curioso: «Com’è andata con il piccolo Papillon?» domandò Gabriel, posando la penna e dedicando la sua completa attenzione al figlio.
«Si fa chiamare Hawkmoth.»
«Nome interessante» dichiarò l’uomo, annuendo con la  testa: «Immagino che sei qua per chiedermi di spiegargli come fare per creare supercattivi perfetti.»
«Papà, ti prego, pensavo avessimo superato questa fissa dei cattivi.»
Gabriel sorrise, aprendo le mani: «Vuoi fare una chiacchierata con il tuo vecchio, allora?» gli domandò, togliendosi gli occhiali e massaggiandosi il setto nasale: «Di cosa potremmo parlare? Pensiamo.»
«Stai bene?»
«Sì. Sto bene. Sono solo stanco. A breve ci sarà il rilascio della nuova collezione e sono pieno di lavoro, inoltre ci sono quei due o tre incompetenti che rallentano il tutto» l’uomo sospirò, scuotendo la testa: «Mi chiedo ancora perché non li ho licenziati.»
«Nuovi servizi fotografici» dichiarò Adrien, scuotendo il capo: «Ci sarà da divertirsi con Mister Spaghetti.»
«Mi stavo domandando se i tuoi amici avrebbero voglia di fare qualche scatto» mormorò Gabriel, poggiandosi contro lo schienale della poltrona e sorridendo al figlio: «Nathalie mi ha detto che serve un po’ di freschezza nella nuova collezione e cosa c’è di meglio di nuovi volti? Magari quelli che puoi incontrare quando esci di casa.»
«Posso sentire» Adrien annuì, fissando il padre: «Avevi qualcuno in mente?»
«Oh. I soliti: Marinette, Lila, Sarah, Alex e Wei.»
«Li sentirò.»
«Anche Willhelmina aveva in mente di contattarli.»
«Diventeranno famosi, allora, se saranno i volti sia del marchio Agreste che di quello Hart.»
«Potrei anche sentire per Thomas, ma servirebbe il consenso dei suoi genitori.»
«Tentar non nuoce, no?»
Gabriel annuì, sorridendo: «Ma non sei entrato qua per parlare di questo, vero? Su, dì tutto al tuo vecchio.»
«Sembri Plagg»
«Plagg, esci fuori così il nostro moccioso ci dirà tutto» dichiarò Gabriel, sistemandosi meglio sulla poltrona e osservando il kwami nero uscire dal suo nascondiglio e  sistemarsi davanti a lui, lo sguardo rivolto verso Adrien: «I tuoi vecchi ti ascoltano, figliolo.»
«Voi due siete inquietanti assieme. Da quando andate così d’accordo?»
«Da quando ho iniziato a vedere le repliche di Masterchef con tuo padre» sentenziò Plagg, ridacchiando: «Anche se non ha ancora apprezzato la bellezza soave del camambert.»
«Voi due mi state facendo veramente paura…»
«Che cosa volevi chiedermi, Adrien?» domandò suo padre, riportando la conversazione sui binari di partenza: «Dubito che riguardi la mia amicizia con Plagg.»
«Quanti anni avevi quando ti sei sposato con mamma?»
«Diciannove. Dovresti saperlo» rispose immediatamente Gabriel, piegando le labbra in un sorriso: «E tu sei nato parecchi anni dopo, perché…beh, come dire…volevamo goderci appieno l’intimità.»
«Questo era un dato non richiesto.»
Gabriel intrecciò le dita, guardando il figlio e socchiudendo gli occhi: «Avevo la tua età, Adrien, quando Sophie è diventata mia moglie. E immagino che questo discorso riguardi in qualche modo Marinette: se volete sposarvi adesso, per me va bene. E posso parlare tranquillamente a nome di tua madre, anche. Riguardo a Tom e Sabine…» Gabriel si fermò, sospirando: «Non posso dire nulla riguardo ai Dupain-Cheng, ma sono certo che acconsentiranno anche loro; per quanto riguarda dove potete vivere, la tua camera è…»
«Oggi ho visto un appartamento» lo interruppe Adrien, tenendo lo sguardo sulla scrivania e sorridendo: «E’ perfetto per Marinette e me: è piccolo, però c’è una stanza che lei può trasformare in laboratorio e una camera in più; poi c’è un grande terrazzo immerso nel verde, come quello che Marinette ha a casa e la sala, con la cucina, e la camera hanno queste grandi vetrate che illuminano tutto e…»
«Marinette l’ha visto?»
«No. Sono andato da solo.»
Gabriel annuì, sorridendo al figlio: «Beh, in tutti questi anni non hai lavorato come modello gratuitamente. Hai il tuo conto e, posso tranquillamente affermare, che sei abbastanza ricco» si fermò, osservando il figlio: «Io ti appoggerò, qualsiasi cosa farai. Ma non sono io quello con cui devi parlare e lo sai bene.»
«Sì, vero.»
«Quindi ora vai dalla tua adorata fidanzata e parlatene.»
«Ok» Adrien si alzò, facendo un cenno a Plagg, rimasto in religioso silenzio e si avvicinò alla porta: «Grazie, papà.»


Marinette osservò il proprio telefono per la…
Fantastico. Aveva perso il conto.
E tutto per colpa di un certo gattaccio che se n’era andato con fare misterioso.
Tutta colpa di Adrien.
«Giusto per sapere…» mormorò una voce maschile dal tono divertito: «Quante volte hai guardato il telefono da quanto ti ho lasciata?»
Marinette si voltò, osservando Chat Noir balzare dentro la camera e sorriderle: «Buonasera, my lady. Il tuo eroe è qua» dichiarò, chinandosi con fare galante e regalandole un occhiolino quando si rialzò: «Allora? Quante volte?»
«Ho perso il conto» mugugnò Marinette, osservandolo con il broncio: «Hai fatto quella cosa che dovevi fare? Cosa di cui non mi hai detto assolutamente niente.»
«Noto un certo risentimento nella tua voce» mormorò il biondo, togliendosi l’anello e tornando ad essere Adrien: «Possiamo parlare?»
«Mi vuoi lasciare?»
«Marinette…»
«Di solito quando qualcuno dice ‘possiamo parlare’, poi di solito segue anche il ‘lasciamoci’.»
«Tikki, quanti film mentali si è fatta?»
«Abbastanza» dichiarò la kwami rossa, ridacchiando: «Il mio preferito è quello dove eri diventato un agente segreto e te la intendevi con una spia russa.»
«Ma ce l’hai con le spie russe, ultimamente.»
«Vanno di moda.»
Adrien sorrise, avvicinandosi alla ragazza e prendendole le mani, esortandola ad alzarsi dalla sedia della scrivania: «Possiamo parlare? Ti prometto che non è una cosa brutta» mormorò, baciandole le nocche con fare riverente: «Sposami, Marinette» dichiarò deciso, tenendo lo sguardo in quello azzurro di lei.
«Mi sembra che avevamo già affrontato questo…»
«Intendo sul serio.»
«Cosa?»
«Sposiamoci. Facciamo i documenti necessari, diamo il via libera alle nostre madri e sposiamoci.»
Marinette aprì la bocca, richiudendola e scuotendo poi il capo: «Stai dicendo veramente?» domandò, lasciandosi cadere sulla sedia e osservando il ragazzo inginocchiarsi davanti a lei: «Non sto sognando, vero?»
«Ah. Ecco, cosa sogni quando borbotti ‘Sì, Adrien’ mentre dormi» dichiarò il biondo divertito: «Ed io che speravo in qualcosa di sconcio.»
«Io non borbotto.»
«Oh sì, che lo fai» le dichiarò il ragazzo, allungando una mano e portandole indietro una ciocca di capelli: «Quando ti ho lasciata sono andata a vedere quella casa dove ci eravamo fermati, mentre andavamo a salvare la sorella di Thomas. E’ in vendita e me la posso permettere: sono abbastanza ricco, sai?»
«Quella con il terrazzo?»
«Quella. Sono stato abbastanza fortunato perché ho incontrato l’agente immobiliare proprio fuori dall’abitazione: è perfetta per noi, Marinette.»
«Adrien…»
«Io lavoro come modello e posso tranquillamente coprire tutte le spese, finché tu non inizierai a lavorare a tua volta» continuò il biondo, baciandole di nuovo le mani e sorridendo: «Voglio iniziare la mia vita con te, Marinette. Voglio che tu diventi mia moglie e svegliarmi la mattina con te nel letto e…»
Marinette lo interruppe, posandogli una mano sulla bocca e osservando lo sguardo verde serio: «Sei davvero sicuro?» gli domandò, vedendolo annuire vigorosamente con la testa; scivolò giù dalla sedia, togliendo la mano e coprendo la bocca di lui con la propria, stringendolo forte: «Facciamolo» mormorò contro le labbra, poggiando la fronte contro quella di Adrien: «Lo sto aspettando da quando avevo quattordici anni, quindi figurati se ti dico di no.»
«Lo stavi aspettando…»
«Sposarci. E poi avere dei bambini: tre per la precisione. E poi…»
«Per quanto voglia avere dei bambini con te» Adrien la interruppe, mettendole una mano sulla bocca e sorridendole: «E fidati, ne avremo. Per il momento preferisco…come dire…godermi appieno l’intimità con la mia fantastica mogliettina. Ci stai?» Marinette annuì con la testa, sorridendo contro il palmo di Adrien: «Brava, ragazza.»
La mora portò le mani su quella di Adrien, abbassandola un poco: «Quindi…»
«Quindi domani vado a informarmi su tutto quello che serve e poi…»
«L’abito. Le bomboniere. Il rinfresco.»
«E poi tu sei appena diventata la fusione fra mia madre e tua madre.»
Capitolo 11 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.724 (Fidipù)
Note: Salve salvino! Or dunque, eccoci con il consueto secondo aggiornamento settimanale di Miraculous Heroes 3 e...che dire? Fin da quando l'ho ideata, sapevo che questa parte sarebbe stata la più lunga della trilogia: un po' perché dovevo introdurre nuovi personaggi, un po' perché c'era da tirare le fila di tutto ciò che avevo lasciato in sospeso nei precedenti capitoli e quindi avevo messo in conto che mi ci sarebbero voluto così tanti capitoli per presentarvi una storia degna (unito al fatto che non voglio appesantirvi più di tanto la lettura e quindi tendo a fare capitoli con pochi cambi di scena e media lunghezza). Tutto questo per dirvi che ho superato i 10 capitoli e si può dire che siamo ancora al prologo della storia vera e propria...
Ma bando alle ciance e ciancio alle bande, passo subito ai ringraziamenti di rito per lasciarvi poi al capitolo: grazie a tutti voi che leggete, commentate, inserite le mie storie nelle vostre liste e me fra gli autori preferiti!
Grazie di tutto cuore!!!

 

 

Alex sbadigliò, dando un’occhiata svogliata alle persone intorno e passandosi poi la mano sul volto, quasi a togliersi gli ultimi residui del sonno: doveva smetterla di stare alzato fino a tardi, soprattutto quando la mattina successiva doveva alzarsi presto per andare a fare l’esame di Matematica I.
Sbuffò, allungando il collo e sperando di vedere il bus all’orizzonte, ma senza risultato: a quanto pareva quella mattina gli autisti di Parigi se la prendevano comoda; tirò fuori il proprio cellulare, iniziando ad armeggiare con l’ultima nata fra le sue app: quando Willie gli aveva proposto di lavorare con lei – o per lei, ancora non era stato messo in chiaro questo punto – aveva provato a mettere a punto qualche applicazione che aiutasse un certo gruppi di eroi nel loro lavoro.
Certo, c’era quella sua carinissima app che hackerava il sistema di comunicazioni delle forze dell’ordine, ma sperava di fare qualcosa di più.
Quando poi era stata tirato in ballo la storia del Quantum, aveva iniziato a lavorare su un progetto che permettesse di rivelare quell’energia: i kwami erano convinti che fosse andata esaurita completamente, ma lui era di tutt’altro avviso.
Possibile che un’energia come quella, che permeava il mondo, si fosse esaurita senza riportare danni all’ecosistema?
Sì, ok. C’era stata la distruzione di due nazioni e relativo inabissamento di un continente ma veramente era tutto lì? Veramente il succhiare al massimo la vena di Quantum aveva portato solo a quello? Oppure da qualche parte ce n’era un’altra che pompava quest’energia per tutto il pianeta?
Aveva iniziato a leggere le ricerche di Maus, cercando di capire qualcosa ma anche lo scienziato aveva appurato che il Quantum era finito.
Vena seccata.
Caput.
Eppure ad Alex non tornava ciò e, per questo, aveva creato un’app che rilevasse le vene di Quantum ma mancava qualcosa: prima di ogni cosa uno scanner che gli permettesse di vedere più di quanto una semplice fotocamera potesse fare.
Impossibile? No, se ci si appoggiava a certi satelliti in orbita.
Illegale? Beh, se lo faceva senza le giuste autorizzazioni sì.
Sbuffò, alzando la testa e notando il bus arrivare finalmente; si sistemò dietro una signora anziana e attese con pazienza di salire sul mezzo: aveva preso tutto? Perché certe cose non gli venivano in mente quando era ancora a casa?
Il cellulare l’aveva.
Il portafogli uguale.
Penne, fogli e calcolatrice ultrascientifica? Sì, li aveva messi nello zaino la sera prima.
Ok, era pronto. Assolutamente pronto.
L’autobus ripartì e Alex dovette fare appello a tutto il suo equilibrio per non cadere e fare una figura non certamente carina con tutti quegli avventurieri della mattina; scivolò verso il fondo del mezzo e riprese in mano il cellulare: ok, l’app che rilevava il Quantum ancora non funzionava – doveva solo comprendere come poter usare alcuni satelliti senza ritrovarsi alla porta poliziotti o quant’altro – però quella per la caccia ai criminali faceva il suo dovere senza problemi.
Si mise gli auricolari, ascoltando alcune trasmissioni della polizia e cercando di captare qualcosa: incidenti strani, movimenti sospetti di persone sospette, gente akumatizzata da Thomas per sbaglio…
Il bus si fermò bruscamente e qualcosa cadde addosso ad Alex: l’americano si aggrappò a uno dei tanti pali del bus, impedendo a sé stesso di  rovinare a terra e a chiunque gli fosse piombato addosso: «Scusami!» esclamò una voce femminile, con un accento particolare mentre il ragazzo osservava due occhi scuri posarsi su di sé: «Non mi ero accorta che si era fermato.»
Capelli lunghi mori, occhi neri come il carbone dal taglio tipico degli orientali, quella particolare tonalità che le colorava la pelle: «Perfetta…» mormorò, mentre la ragazza inclinava la testa e piegava le labbra in un sorriso dolce: «Cioè, volevo dire: tranquilla. No problem. Tutto ok.»
«Scusami davvero.» ripeté la ragazza, chinando la testa: «Non mi sono ancora abituata a questi cosi.»
«Sei arrivata da poco a Parigi?» E da dove vieni, oh dea perfetta, che non conosci la sadica guida degli autisti di bus?
«Possiamo dire di sì.»
«Io mi chiamo Alex. Posso sapere il nome di chi mi è venuta addosso?»
«Xiang.»


Rafael poggiò la cassa che teneva in mano, voltandosi verso la ragazza appena entrata nel locale: «Siamo chiusi.» dichiarò, iniziando a togliere le bottiglie e posarle sul bancone: «Anche per te, Lila.»
«Lo fate il caffè da queste parti?»
«Lila puoi avere pietà di me?» sbottò Rafael, voltandosi verso l’amica e osservandola: «Che vuoi?»
«Che modi.» dichiarò l’italiana incrociando le braccia e studiandolo: «Sai, prima che ti accasassi, eri più gentile con tutto il genere femminile. Non con Sarah e basta.»
«Sei gelosa, tesorino?»
«Non hai idea, guarda.»
«Che vuoi, Lila?»
«Come va con Sarah?»
«Sei venuta fin qua a chiedermi di questo?»
«Tu e micetto non mi rispondete mai al telefono.» sbottò Lila, sedendosi al bancone e osservando il ragazzo: «Quindi ho pensato di farti una bella sorpresa e venire a trovarti.»
«Yuuh!»
«Ce l’avete il caffè da queste parti?»
«Rafael, con chi stai parlando?» domandò Alain, comparendo dal retro del locale e sorridendo alla vista della ragazza: «Lila! Quanto tempo!»
«Ciao, Alain. Come va? E Monique come sta?»
«Tu come fai a sapere di Monique?»
«Perché a differenza di un certo piumino, quando vengo qui, Alain mi informa della sua vita: so di Monique, dei gemelli…»
«Piumino…» l’uomo sorrise, scuotendo la testa: «Un giorno capirò questi soprannomi che vi siete dati: piumino è Rafael, vero? Poi c’è Adrien che chiamate gattaccio o…»
«Micetto.» concluse per lui Lila, sorridendo: «Poi ci sono io che sono volpe. Siamo solo noi tre con un soprannome, vero?»
«Sarah la chiamo apetta.»
«Oh. Che carino.»
«Perché mi sento preso in giro?»
«Non lo stavo facendo.» bofonchiò l’italiana, prendendo il volto fra le mani e fissando l’altro: «E’ veramente romantico che tu dia un soprannome a Sarah. Anche Adrien lo fa con Marinette: my lady, principessa, coccinellina…» si fermò, elencando quelli più usati dal biondo: «Mentre Wei mi chiama Lila.»
«Problemi in paradiso?» domandò Rafael, poggiandosi al bancone e sorridendo all’amica: «Ecco perché sei qui.»
«No, nessun problema. Ho semplicemente incontrato mia madre a colazione.»
«Ho il sospetto che non sia andata bene.»
«Che piumino intelligente.» bofonchiò Lila, osservando Rafael girarsi e iniziare ad armeggiare con la macchina del caffè: «Ho passato l’ultima mezzora a sentirmi dire se Wei è la scelta giusta per me, anche se penso che significi quanto poco contribuirebbe alla carriera di mio padre…» si fermò, scuotendo il capo: «Wei è la persona più meravigliosa che io conosca e sono certa che mi ascolterebbe, ma non voglio fargli sapere quanto i miei genitori lo reputino non all’altezza.»
«Tua madre è…» iniziò Rafael, scuotendo il capo: «Ok, meglio che non lo dica. E’ sempre la madre di una mia amica.»
«Meretrice? Cortigiana? Donna di facili costumi?»
«Ed ecco a voi, Lila Rossi, che come sempre da sfoggio della sua grande conoscenza della lingua, senza cadere in insulti volgari.» sentenziò Rafael, allargando le braccia: «Comunque tua madre non conosce Wei, altrimenti non direbbe quello.» sentenziò il moro, mettendo davanti alla ragazza il suo caffè: «Come si può parlare male di Wei? E’ un santo vivente quel ragazzo!»
«Fidati. Mia madre lo farebbe anche se lo conoscesse.» dichiarò Lila, portandosi la tazza e bevendone un piccolo sorso, storcendo poi la bocca in una smorfia: «Rafael, il tuo caffè fa schifo.»
«Bevilo e non rompere.»


Xiang osservò il ragazzo scendere dall’autobus e fermarsi sul marciapiede, lo sguardo rivolto verso il bus quasi a cercarla: durante il tragitto Alex aveva parlato un po’ di tutto e lei era rimasta ad ascoltarlo, inventandosi di tanto in tanto qualcosa su di sé.
Era una studentessa cinese che aveva fatto uno scambio culturale.
Sì, conosceva quel videogioco. Ci aveva fatto qualche partita.
Ah, anche a lei piaceva quel gruppo musicale.
I Portatori non le avrebbero mai dato di loro volontà i Miraculous, era certa di ciò, per questo aveva pensato a un piccolo incentivo, prendendo in ostaggio qualcuno a loro caro: inizialmente la sua scelta era ricaduta sul giovane Portatore appena giunto, ma sarebbe stato complicato poiché viveva con una famiglia ed era difficile trovarlo da solo.
Gli ex-Portatori? Non erano indifesi come volevano farsi passare, inoltre Felix avrebbe dato di matto se avesse saputo che aveva rapito la sua adorata.
La sua scelta era ricaduta inesorabilmente sul giovane umano che li aiutava: era l’unico che poteva prendere e con il quale poteva ricattare i Portatori.
Non aveva fatto i conti su quanto il giovane, in quella manciata di minuti, aveva fatto presa su di lei, però: «Scusami.» mormorò, osservando lo sguardo di Alex che la cercava ancora: «Mi sarebbe piaciuto conoscerti meglio, se io fossi stata diversa.»


Adrien si buttò sul suo letto, sospirando pesantemente e sentendo il letto sobbalzare poco dopo, si voltò e sorrise: «Stanca, my lady?» domandò alla ragazza che, in maniera opposta a lui, si era lasciata andare sulla superficie morbida.
«Tu non potevi avvisarmi un po’ prima delle tue idee?» domandò di rimando Marinette, girandosi e incontrando lo sguardo verde del ragazzo: «Oggi ho consegnato il progetto, poi sono andata…» la ragazza chiuse gli occhi, portandosi le mani al volto: «Ci sono troppe cose da fare. Troppe.»
«Calmati, principessa.»
«Pensi davvero che funziona dirmi così?»
«Uno ci prova.» sentenziò Adrien, alzandosi e stirandosi i muscoli delle braccia: «Comunque la casa è nostra. Almeno quella è fatta.» dichiarò, sorridendo: «Sono andato all’agenzia e il magico potere dei soldi ha fatto il resto.»
«E i mobili? E i contratti da fare? E…»
«Tu proprio non sai cosa vuol dire calmarsi, vero?» le domandò Adrien, avvicinandosi e allungandole le mani, issandola su: «Un passo per volta, ok? Oggi sono andato a sentire che documenti servono e...» si fermò, chinandosi a baciare il naso della ragazza: «Servono una quarantina di giorni di tempo. Ce la  facciamo a organizzare tutto in tempo?»
«No.»
«Marinette.»
«Davvero, Adrien. C’è tanto da fare…»
«Chi invitare. Gli inviti. Dove fare la cerimonia.» Tikki uscì dalla borsetta della ragazza, iniziando a volare per la stanza e ragionare fra sé: «Civile o religiosa?» domandò, voltandosi verso i due e fissandoli con gli occhi sgranati: «A seconda di cosa decidete bisogna trovare il posto adatto.»
«Ma si è mangiata una di quelle riviste per spose isteriche?» domandò Plagg, osservando attonito la kwami: «E’ impazzita del tutto.»
«Ha voluto la raccolta di mamma e se l’è letta quasi tutta.»
«Tua madre ha una raccolta di riviste da spose isteriche?»
«Anche la mamma di Adrien ce l’ha, Plagg.»
«Qualcuno può fermare Tikki?» domandò il biondo, sempre con lo sguardo rivolto alla kwami: «Mi sta facendo salire l’ansia.»
Marinette annuì, avvicinandosi alla piccola kwami e prendendola fra le mani: «Tikki…» mormorò, tenendo le mani a coppa attorno allo spiritello e tornando da Adrien e Plagg: «Calmati, per favore.»
«Ma…»
«Non è che possiamo aiutare molto, Tikki. Siamo kwami. Cosa vuoi che facciamo? Che santifichiamo la loro unione nel nome dei Sette Dei?» sbottò Plagg, incrociando le zampette e scuotendo la testa: «Calmati, ok?»
«Sai sempre come rovinare tutto!» scoppiò la kwami rossa, volando via e adagiandosi nei pressi della televisione, sotto lo sguardo attonito di Adrien e Marinette: era raro che i loro kwami litigassero. Che si prendessero a frecciatine era il consueto, ma non quello.
«Le passerà.» sentenziò Plagg, voltandosi anche lui verso la compagna: «Le passa sempre.»
«Cosa significa quello che hai detto, Plagg?» domandò Marinette, accomodandosi sul letto e osservando il kwami nero: «Quello dei Sette Dei, intendo.»
«Beh, i matrimoni a Daitya invocavano la benedizione degli dei del clan di appartenenza.» spiegò Plagg, mentre Adrien si accomodava vicino a Marinette e ascoltava attento la spiegazione: «Se i due sposi appartenevano a clan diversi, invocavano la benedizione di entrambi gli dei. Adesso come adesso, tutto ciò che possiamo fare Tikki ed io è benedire la vostra unione, essendo voi la Portatrice del Miraculous della Coccinella e il Portatore del Miraculous del Gatto Nero.»
«Ma sarebbe solo come la benedizione che da un genitore.» continuò Tikki, avvicinandosi titubante: «Non è una vera e propria unione. Per un matrimonio, oltre alla benedizione degli dei, serviva anche un Gran Sacerdote.»
«E poi bisognava dire le frasi di rito.» aggiunse Plagg, tossendo per schiarirsi la voce: « Qui e ora. Sotto questa luna, che mi è testimone, io mi dichiaro tuo marito e tuo compagno. La mia casa sarà la tua casa, il mio letto sarà il tuo letto. Offrendoti onore, fedeltà e rispetto, io ti sposo.»
«Perché la luna?» domandò Adrien, aggrottando lo sguardo: «E dovevate solo ripetere ciò?»
«I matrimoni a Daitya si svolgevano la sera, sotto la luce lunare.» spiegò il felino, scuotendo il capo: «Non chiedermi il perché, non lo so. E dovevi ripetere la frase di rito, tenendo le mani della tua sposa. Era più complicato, perché c’era un nastro rosso, una coppa di vino…»
Adrien annuì, prendendo le mani della ragazza e, dopo essersi schiarito la voce, ripeté le parole di Plagg: «Qui e ora. Sotto questa luna, che mi è testimone…»
«Che non c’è.»
«Io mi dichiaro tuo marito e tuo compagno. La mia casa…»
«Che non hai ancora.»
«Plagg, vuoi stare zitto?» sbottò Adrien, voltandosi verso il kwami e fissandolo male: «Fantastico. Non mi ricordo più niente.»
Tikki ridacchiò, notando come la sua Portatrice era rimasta in silenzio e le guance erano diventate di un tenue rosso: «Ripeti dopo di me, Adrien. Qui e ora…
«Qui e ora…»
«Sotto questa luna che mi è testimone…»
«Sotto questa luna che mi è testimone…»
«Io mi dichiaro tuo marito e tuo compagno.»
«Io mi dichiaro tuo marito e tuo compagno.»
«La mia casa sarà la tua casa.»
«La mia casa sarà la tua casa.»
«Il mio letto sarà il tuo letto.»
«Il mio letto sarà il tuo letto.»
«Offrendoti onore, fedeltà e rispetto, io ti sposo.»
«Offrendoti onore, fedeltà e rispetto, io ti sposo.» concluse Adrien, portandosi le nocche di Marinette alle labbra: «Tocca a te, principessa.»
«Eh? Cosa?»
Plagg rise, posandosi sulla spalla della ragazza: «E’ il tuo turno, Marinette. Dai, ti aiuto io. Qui e ora.»
«Q-qui e ora.»
«Sotto questa luna che mi è testimone, io mi dichiaro tua moglie e tua compagna.»
«Piano! Allora…sotto questa luna che mi è testimone, io m-mi d-dichiaro tua mo-moglie e tua co-compagna.»
«La tua casa sarà la mia casa, il tuo letto sarà il mio letto.»
«Vuoi andare piano, Plagg?» sbottò Marinette, inspirando profondamente e socchiudendo gli occhi: «La tua casa sarà la mia casa, il tuo letto sarà il mio letto.»
«Offrendoti devozione, fedeltà e rispetto, io ti sposo.»
«Offrendoti devozione, fedeltà e rispetto, io ti sposo.» concluse Marinette, aprendo le palpebre e abbozzando un sorriso, imitando poi Adrien e portandosi le sue mani alle labbra.
Il ragazzo sorrise, passando un braccio attorno alla vita della mora e tirandola contro di sé, poggiando la fronte contro quella della fidanzata: «Ti amo, Marinette.»
«Ti amo, Adrien.»
Plagg li osservò per un momento, volando poi verso il soppalco della stanza e sistemandosi su uno scaffale, sgombro dai libri: «Scusami.» mormorò Tikki, comparendo davanti a lui con lo sguardo contrito: «Non volevo…»
«Ci sono abituato ai tuoi isterismi.» commentò serafico il felino, socchiudendo gli occhi e sentendo Tikki sistemarsi vicino a lui: «Ti sei mai pentita di quella scelta?»
La kwami si voltò verso di lui, lo sguardo blu sgranato: «Sì e no.» mormorò dopo l’iniziale momento di sorpresa: «Mi pento di non aver dato una possibilità a noi, ma se io non avessi scelto di offrirmi adesso non sarei qui.  Non avrei incontrato Marinette, Bridgette e tutte le altre.» si fermò, abbassando lo sguardo sulle zampine: «E tu, Plagg?»
«Mi sono pentito ogni giorno.» dichiarò lapidale il felino, tenendo lo sguardo fisso davanti a sé: «Certo, l’alternativa sarebbe stato morire quello stesso giorno, quindi mi è andata bene, no? Però mi pento di non averti sposata, di non aver passato la mia vita con te…»
«Scusami.»
«Almeno fino a quando non ho incontrato quel moccioso.» concluse Plagg, sorridendo: «Con tutti i suoi isterismi e i suoi film mentali mi ha dato un bel po’ da fare.»
«Vuoi mettere con Marinette? Quando ancora non sapevano chi erano? Sono io quella che ha avuto più da fare.»
«Ehi, tu non dovevi sorbirti tutti i sospiri che faceva lui davanti al Ladyblog: ‘oh, Ladybug! Chi sei? Perché non ti accorgi di me?’»
«Plagg! Ti sento!»
«Come se mi facessi paura, moccioso!»
Capitolo 12 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.938 (Fidipù)
Note: Buon salve! Eccoci di nuovo qua con il consueto appuntamento di Miraculous Heroes! E che dire...beh, oggi vi disturbo poco (anche perché ho un capitolo da finire - una robetta sulla mia coppia preferita in Pokemon - e uno da iniziare di Miraculous Heroes, quindi il tempo è prezioso oggi!), e passo subito ai rituali di ringraziamento: grazie a tutti voi che leggete, che commentate (sappiate che, anche se non rispondo, leggo tutte le vostre recensioni!), che inserite le mie storie storie o me nelle vostre liste e...
Beh, semplicemente grazie!

 

 

Marinette inspirò profondamente, entrando nel locale e sorridendo a Ivan che stava posando alcuni piatti a un tavolo; la ragazza fece vagare lo sguardo, fermandosi sulla giovane che, seduta sotto la finestra, armeggiava con il cellulare: «Alya!» esclamò, avvicinandosi velocemente al tavolo e sorridendo all’amica.
La ragazza posò il telefono, sorridendo alla mora: «Sei ancora viva!» sentenziò, alzandosi e stringendo Marinette in un abbraccio caloroso, guardandola poi da dietro le lenti quadrate degli occhiali: «Ormai siamo donne impegnate e non possiamo vederci come un tempo!»
«Come va con l’università?» domandò Marinette, districandosi con la sciarpa e poi accomodandosi al tavolo scelto dall’amica, posando il tutto su una delle sedie vuote: «Hai già fatto qualche scoop?»
«L’altro giorno!» esclamò Alya, prendendo il cellulare e armeggiando con le foto: «Guarda qua! Un’akumatizzata! Si è fatta chiamare La Soeur.» spiegò, mostrandole le foto che aveva fatto: «Era molto vicina a Radio France – io ero lì per fare una noiosissima intervista. Vabbè, lasciamo perdere – ma i nostri eroi l’hanno fermata. E Guarda qua» Alya armeggiò con una foto, aumentano lo zoom e mostrando poi lo schermo a Marinette: «Guarda! C’è un nuovo elemento! Questo in viola!»
«Uao. E’ vero!»
«Il ritorno di Papillon e un nuovo eroe. Devo assolutamente riprendere in mano il Ladyblog…mh, magari dovrei cambiargli nome, che dici?»
«Il ritorno di Papillon?»
«Ovvio. C’è stata un’akumatizzata! Chi altri potrebbe essere? Dopo Coeur Noir e quel pazzo tedesco, ecco che torna il nostro caro vecchio Papillon!»
Marinette abbozzò un sorriso, mentre Alya continuava a fare le sue congetture: come avrebbe potuto spiegarle che Soeur non era stato altro che un piccolo incidente di percorso del novello Hawkmoth, senza che l’amica sospettasse qualcosa? Semplice, non poteva. Oltretutto non era l’unica che pensava a un ritorno di Papillon: anche i suoi genitori, ascoltando la notizia dell’akumatizzata avevano pensato la stessa identica cosa.
«Comunque mi avevi detto che volevi chiedermi una cosa.» Alya si fermò, sorridendo: «Allora? Cosa volevi chiedermi?»
La mora inspirò profondamente, abbassando lo sguardo celeste sulle mani e lasciando andare l’aria: «Mifarestidatestimone?» domandò tutto d’un fiato, alzando poi timorosa gli occhi e notando Alya in silenzio, la testa piegata di lato e lo sguardo dubbioso.
«Cosa hai detto?»
«Non farmelo ripetere. Per favore.»
«Marinette, davvero, non ho capito cosa hai detto» dichiarò la ragazza, allungando una mano e stringendo quella dell’amica: «Mi sembrava solo una lunga immensa parola e, anche se ti conosco da più tempo di Adrien, non ho la sua stessa capacità di traduzione.»
«Mi faresti da testimone?»
«Hai commesso un omicidio e devo testimoniare per il tuo alibi?»
«Alya!»
«Ok. Ok. Testimone di co…» la ragazza si fermò, sgranando gli occhi castani e osservando la mora come se, all’improvviso, le fosse sbucata una seconda testa: «Lo fate? Vi sposate? Veramente?»
«Sì…»
«Non ci credo.» Alya si portò le mani alla bocca, scuotendo la testa: «Ma non è…cioè, voglio dire, abbiamo iniziato ora l’università e…»
«Secondo te è presto?» domandò Marinette, chinando lo sguardo e abbozzando un sorriso.
«No» dichiarò l’amica, scuotendo la testa: «Per un’altra coppia forse sì, ma non per Adrien e te. Voi siete come le grandi coppie, tipo Romeo e Giulietta senza la fine tragica. E sì, sarò onorata di essere la tua testimone, Marinette.»
«Grazie, Alya.»
«A proposito. Quand’è il matrimonio?»
«Appena avremo il via libera. Fra un mese, massimo due.»
«Ok. Non sono pronta a vederti come una donna sposata.»
«Fidati. Siamo in due.»
«Allora, donna quasi-sposata.» Alya allargò le braccia, sorridendo allegra: «Che cosa devo fare, in qualità di testimone della sposa?»
«Non lo so.» sospirò Marinette, scuotendo la testa: «Non l’abbiamo ancora detto ai nostri genitori e c’è da organizzare tutto ed io…non ho la più pallida idea di cosa fare e da dove iniziare.»
«Io la butto lì, ma forse sarebbe meglio partire dall’avvisare mamma e papà. Non credi?»
«Sì, direi di sì.»
«Agli inviti ci penso io. Chi avevi in mente?»
«Beh, i nostri vecchi compagni di classe e le persone più strette? Non so. Non volevo fare una cosa esagerata, invitando mezza Parigi.»
«No, quello lo farebbe Chloé. La inviti, vero? Ti prego, devi farlo per me: voglio vedere il suo volto quando Adrien ti metterà l’anello al dito.»
«Alya!»
La ragazza sorrise, adocchiando il vecchio compagno di scuola, che si stava avvicinando al loro tavolo: «Ehi, Ivan! Sei invitato al matrimonio di Adrien e Marinette.»
«Quando?»
«Fra due mesi, più o meno. Appena ho la data precisa, te la dico.» sentenziò Alya, facendo l’occhiolino al ragazzo: «Ok, Ivan è andato. Chi manca? Nathaniel, Kim, Alix, Max, Myléne, Juleka, Rose, Sabrina, Chloé. Invitiamo anche le professoresse? Lila e il gruppo delle superiori, ovviamente. Non sento Sarah da un bel po’. Chissà come le sta andando con Rafael ‘lo infilo dappertutto’ Fabre.»
«Decisamente bene, fidati.»
«Sembra assurdo che uno come Rafael sia stato messo al muro da Sarah che è la dolcezza fatta persona.» dichiarò Alya, sorridendo: «Sembra tanto una cosa che si legge in quei romanzi che adora tanto Rose. Ok, torniamo ai discorsi seri: hai altri in mente da invitare?»
«Per ora no.»
«Ok. Tu pensa a una lista con Adrien e poi fammela avere. L’abito?»
«Ci sto lavorando.»
«Nel senso che te lo fai da sola?»
«E’ brutto, secondo te?»
«No, in verità sono curiosa di sapere cosa tirerai fuori. Sono certa che sarà fantastico!»
«Il rinfresco? Hai già un luogo? E la cerimonia? Le bomboniere? Poi che altro…»
«Non lo so. Non lo so. Non lo so.» pigolò Marinette, portandosi le mani al volto e scuotendo la testa: «Non so niente di tutto questo. Ma perché non può essere facile? A che cosa serve tutto questo?»
«A rendere il giorno memorabile?»
«Sposo il ragazzo che amo da quando avevo quattordici anni. Fidati, più memorabile di questo non so proprio cosa può esserci.»
«Ok, ok. Calmati, sposina. Un passo per volta, ok?»
«D’accordo.»
«Intanto voi, novelli sposi, lo dite ai vostri genitori. Un passo per volta.»
«Un passo per volta.»
«Ottimo!»


«Sei molto ricercato» commentò Fu, osservando Alex mentre scriveva velocemente sul cellulare: «Uno dei ragazzi o qualche compagno di università?»
«Guarda com’è curioso il maestro!» dichiarò il ragazzo, passandosi una mano fra i capelli mori e sorridendo: «Una ragazza. L’ho conosciuta mentre andavo a dare un esame.»
«E’ carina?»
«E’ bellissima.» mormorò sognante Alex, poggiando il volto contro i pugni chiusi, mentre l’anziano si sedeva di fronte a lui: «Ha dei lunghi capelli neri, gli occhi scuri e poi è cinese. E’ perfetta.»
«Ah già. La tua fissa per le orientali. Cosa ci troverai mai?» sbuffò Fu, storcendo la bocca in un ghigno: «Fa, per esempio, è una spina nel fianco: ho sempre avuto pietà per quel poveraccio che se l’è presa. A proposito, l’ultima volta che l’ho sentita, aveva detto che mi avrebbe spedito qualcosa ma non ho ancora visto niente…»
«Magari è ancora a giro da qualche parte del mondo?»
«Beh, spero siano quelle radici che coltiva lei e che non trovo da nessuna parte! Son fenomenali con il riso cotto alla perfezione e la carne di maiale passata alla piastra.»
«Passo. Grazie.»
«Ho forse detto che te le avrei offerte?»
«Per fortuna no.» bofonchiò Alex, dirigendosi verso la sua camera e digitando velocemente la risposta a Xiang e la inviò, buttandosi sul letto e rimanendo in attesa: era lenta a scrivere, quasi come se non mandasse molti messaggi al giorno.
In vero, sapeva veramente poco di lei: quando l’aveva trovata fuori dalla facoltà, dopo aver sostenuto l’esame, aveva ringraziato ogni divinità che conosceva – compresi i Sette Dei, altrimenti sette piccoli spiritelli lo avrebbero trucidato – e aveva parlato un po’ con lei, rimanendo incantato dalla bellezza della ragazza e dal suo carattere.
Orgogliosa e testarda, l’aveva definita nella sua testa, quando si era impuntata per pagare il suo the che lui le aveva offerto, ma anche gentile e dolce, come quando aveva sorriso a un bambino che si era scontrato con lei e le aveva regalato una generosa macchia di qualcosa sul cappotto candido come la neve.
Xiang non sembrava che badasse molto a cosa indossava.
Si era trattenuto molto dal chiederle di sposarlo seduta stante.
Il cellulare vibrò e, con il sorriso sulle labbra, lo afferrò, leggendo velocemente la risposta che Xiang gli aveva mandato: dopo una breve consultazione con Rafael – che era valsa anche domande da parte del parigino e sguardi curiosi – aveva deciso di invitarla per una romantica passeggiata sulla Senna.
Un’uscita da amici, la città dell’amore come sfondo e la proposta di vedersi ancora, magari non come semplici amici.
Era tutto perfetto.
E Xiang aveva appena accettato di uscire con lui.
Tutto era assolutamente perfetto.


«Com’è andata?»
Marinette sorrise, sentendo la voce dall’altro capo del telefono e, dopo aver evitato una signora e la sua borsa, si fermò nella piccola zona di alberi, vicino la fermata della metrò che l’avrebbe condotta verso casa: «Alya ha accettato.» dichiarò allegra, imponendosi di non fare nessuna piroetta di felicità.
A casa, lo avrebbe fatto al riparo da sguardi indiscreti.
«Dove ti trovi ora?»
«Les invalides» rispose la ragazza, dando un’occhiata veloce alla piccola edicola e notando il numero vecchio di 93 Style dove, in copertina, c’era un Rafael ammiccante: «Tu che fai?»
«Quello che faccio tutti i giorni…»
«Tenti di conquistare il mondo?»
«No. Per quello ci pensano i nostri supercattivi» le rispose il ragazzo divertito, sospirando poi pesantemente: «No, al momento sto guardando la ragazza più bella di tutta Parigi.»
«Sei su un set?» domandò Marinette, sentendo poi qualcosa di caldo posarsi sotto l’orecchio; sussultò, voltandosi e trovando davanti a sé Adrien con il cellulare in mano e un sorrisetto divertito: «Cosa…?»
«Ero da queste parti per un’intervista» le spiegò Adrien, chinandosi e baciandole la punta del naso: «Ti avevo visto anche prima che ti chiamassi. Sono bravo a pedinare, non è vero?»
«Sicuramente più bravo di me…» bofonchiò Marinette, accostandosi a lui e lasciandosi avvolgere dall’abbraccio caldo del giovane: «Mi scoprivi molto spesso.»
«Tutte le volte» sentenziò Adrien, poggiando la testa contro quella della ragazza e sorridendo: «Sapevo perfettamente quando mi seguivi. Problemi?»
«Nessuno. Voglio solamente essere abbracciata.»
«Come desideri, ma belle.» dichiarò Adrien, aumentano la presa attorno alla fidanzata e sorridendo: «Pensavo di chiedere a Rafael di farmi da testimone.»
«Rafael?» domandò Marinette, alzando il viso verso di lui e fissandolo curiosa: «Non Nino?»
«Nino mi ucciderebbe se gli lasciassi una responsabilità come tenere gli anelli» spiegò velocemente Adrien, chinandosi e sfiorandole la bocca con la propria: «No, pensavo a Rafael: è sempre il solito pennuto rompiscatole che ci ha provato con te, ma è mio amico. No?»
«Sì. Siete amici.»
«Quindi perché non chiederlo a lui? Certo, ci sarebbero anche Wei e Alex, ma non so…» il biondo si fermò, scuotendo la testa: «Rafael mi sembra il più indicato e poi così posso sbattergli in faccia il fatto che tu sposi me.»
«Lo sai, vero, che Rafael è completamente andato per Sarah?»
«Sì. Ma lo sai che lui…»
«Adrien, è passato del tempo. Tanto tempo: Rafael è cambiato e adesso ha una bella relazione con Sarah» spiegò Marinette, allungando una mano e carezzando la guancia del ragazzo: «E non ti va ancora giù il fatto che sia stato un farfallone perché, volente o nolente, un poco lo sei stato anche tu.»
«Io non…» Adrien si fermò, assottigliando lo sguardo verde e fissandola in volto: «Eravate la stessa persona! Non puoi mettermi a paragone con Rafael 1.0»
«D’accordo» assentì Marinette, ridacchiando e sfuggendo alla stretta del ragazzo: «Però all’epoca non sapevi che ero io.»
Adrien s’imbronciò, allungando una mano e afferrandola, trascinandola di nuovo fra le sue braccia e tenendole le mani dietro la schiena: «Sei tremenda, lo sai?» le domandò, chinandosi e mordendole lievemente il naso: «E per punizione, ceneremo con i nostri genitori» dichiarò, notando lo sguardo celeste diventare agitato: «Dobbiamo dirglielo, Marinette. Mio padre penso l’abbia capito quando gli sono andato a chiedere…beh, in verità volevo chiedergli un prestito, mentre lui mi ha sbattuto in faccia i miei guadagni come modello.»
«Lo so, me l’ha detto anche Alya.»
«Via il dente, via il dolore. No?»
«Per forza?»
«Già. E non pensare di rimandare: mentre tu eri con Alya, io ho chiamato Tom e gli ho detto che domani ceneremo nel ristorante dell’hotel dei Bourgeois.»
«Mi odi, per caso? Ci sarà sicuramente Chloé.»
«E allora?»
«Adrien…»
«No, niente Adrien» dichiarò risoluto il ragazzo, portandole indietro una ciocca di capelli: «Andremo a mangiare lì, daremo ai nostri genitori la lieta novella e se c’è Chloé la ignorerai. D’accordo, principessa?» Marinette si voltò di lato, mugugnando una risposta e facendo sorridere il ragazzo: «Non ho capito, Marinette.»
«D’accordo.»
«Brava la mia ragazza.»
«Sia chiaro, se Chloé viene al nostro tavolo e ci prova, io non rispondo delle mie azioni o dei coltelli che voleranno.»
«Me ne ricorderò.»


Sarah si morse il labbro inferiore, osservando le pagine davanti a sé e sentendo la sua testa svuotarsi di ogni informazione: sapeva che quell’esame era ostico, ne aveva discusso con alcune sue compagne di corso ed erano tutte convenute che quell’esame era infattibile, senza contare che la professoressa Nolet era anche di manica stretta riguardo ai voti.
«Sarah?» la voce di Rafael le arrivava da lontano, mentre lei accentuava il morso e continuava a fissare le pagine davanti a sé: «Sarah, maledizione, stai per farti uscire sangue!» sbottò il ragazzo, riportandola alla realtà: Sarah sbatté le palpebre, osservando il viso di Rafael molto vicino al proprio e  sentendo il polpastrello di lui che le massaggiava il labbro inferiore: «Ci sei andata vicino…»
«Cosa?»
«Ti sei morsa, fino a farti quasi uscire il sangue» le spiegò Rafael, fissandola serio e portandole indietro alcuni capelli: «Questo esame ti sta facendo dannare, eh piccola?» continuò, massaggiandole le tempie con i pollici: «Quando è?»
«Domani.»
«Mh. Sai che è inutile che studi adesso? Il tuo cervello ha assimilato quello che poteva e tutto quello che leggi e cerchi di immagazzinare adesso va nella memoria a breve termine e domani sarà sparito.»
«Non so nulla.»
«Questo invece è un trucchetto della tua mente» dichiarò il ragazzo, battendole un dito sulla  fronte: «Ora non ricordo il termine tecnico, ma serve per salvaguardarti in caso di fallimento, perché darai la colpa al fatto che hai studiato poco e per questo non sapevi.»
«E tu come lo sai?»
«Perché fra le mie conoscenze c’è stata anche una psicologa e mi ha spiegato un po’ di cosette, mentre mi uccidevo per i compiti al Le-Grand.»
«Era meglio se non chiedevo.»
Rafael rimase in silenzio, continuando a massaggiarle le tempie: «Ti pesa, vero?» domandò dopo un po’, abbozzando un sorriso triste: «Il mio passato, intendo. Ok, è una domanda idiota: sicuro che ti pesa. Se fossimo invertiti penso che vorrei uccidere chiunque…»
«Sì e no.» mormorò Sarah, prendendo le mani di Rafael fra le proprie e abbassandole: «No, perché il tuo passato è ciò che ti ha portato a essere chi sei ora; e sì, perché le donne con cui stato, l’esperienza che hai…» si fermò, storcendo le labbra in una smorfia: «Ho sempre paura che io…che io…»
«Che tu sei bella, dolce e semplicemente perfetta?»
«Che non sono all’altezza, Rafael.»
«Tu sei tutto quello che voglio, Sarah.» dichiarò deciso Rafael, prendendole le mani e portandosele alle labbra: «E adesso, per evitare che ti azzanni di nuovo quel bel labbrino, che ne dici di cenare? E’ presto perché è freddo, ma avrei l’occorrente per fare il tamboulé. Che ne dici?»


Lila osservò il cellulare che vibrava e si muoveva appena sul tavolino davanti al divano: «Dovresti rispondere» le suggerì Vooxi, poggiandosi sulla sua spalla e prendendole una ciocca di capelli castani: «Non puoi continuare a ignorare le chiamate di tua madre.»
«Non voglio.»
«Lila…»
«Non potrei tagliare i legami con quella parte di famiglia?» domandò la ragazza, tirando su le gambe e poggiando la fronte contro le ginocchia: «Che ne dici? Fare finta che mia madre e mio padre non esistano e vivere la mia vita tranquilla e beata.»
«Se ciò può farti star bene sì, puoi farlo» dichiarò Vooxi, volando fino al cellulare: «Ma non ti fa bene e lo sai. Sei triste ogni volta che non rispondi a una sua chiamata.»
«E’ la mia mamma…»
«Lo so, Lila.»
«E allora perché, ogni volta che parlo con lei, mi devo sentire inadeguata? Inutile?»
Vooxi sospirò, abbassando il capino e osservando il cellulare smettere di vibrare: «Io non posso dirti alcunché, con mia madre avevo un rapporto completamente diverso: ero il figlio maggiore e unico uomo di casa, dato che mio padre era morto. Mia madre contava su di me, tutta la mia famiglia contava su di me.» si fermò, alzando la testa e sorridendo triste alla ragazza: «Però posso dirti una cosa: darei qualsiasi cosa per parlare o litigare ancora una volta con mia madre: sono a giro per il mondo da tantissimo tempo e ho visto molti miei Portatori soffrire perché non hanno dato una seconda occasione. Sarà dura e lei ti criticherà, ma non chiuderla fuori, Lila. Un giorno te ne pentirai.»
La ragazza lo fissò serio, allungando poi una mano e carezzandogli la testa: «Così piccolo e così saggio.» mormorò, spostando poi l’attenzione sul cellulare che riprese a vibrare: «Una seconda occasione, eh?» bisbigliò, prendendo l’apparecchio e accettando la chiamata: «Pronto? Ciao, mamma. No, scusami. Ero sotto la doccia…sai che mi piace farle lunghe, possibilmente calde e con un bel cinese nudo con me…cosa? No. Stavo  scherzando, mamma. Wei è ancora al lavoro e…sì, lavora sempre in quel buco. Sì.» Lila mise una mano sopra il cellulare, fissando male il kwami: «Questa me la paghi, stupido volpino.»
«Un giorno mi ringrazierai.»
«Credici.»
Capitolo 13 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.758 (Fidipù)
Note: Ed eccoci qua all'ultimo aggiornamento della settimana e, come sempre, è il turno di Miraculous Heroes 3. Allora, vediamo un po'...a quanto pare non ho niente da dire su questo capitolo: è l'ennesimo di transizione, dove piano piano srotolo tutti i fili che compongono questa storia: c'è chi si salda sulla sua posizione, chi deve affrontare un invito a cena, chi fa annunci e chi...
E beh, qua mi zittisco poiché non voglio spoilerarvi niente!
Come al solito, vi ringrazio tutti per il fatto che leggete, commentate e inserite questa storia in una delle vostre liste.
Un grazie anche per inserire me nella lista di autori preferiti e per il fatto che, da quasi un anno, mi sopportate con le mie storie.
Grazie di tutto cuore!

 

 

Sarah sospirò, ripensando alle domande dell’esame e sentendo il peso del fallimento sulle sue spalle: era certa di averne sbagliate parecchio, decretò sedendosi su una delle panchine di legno poste all’ingresso della facoltà e andando a recuperare i suoi appunti sotto lo sguardo apprensivo di Mikko.
Sfogliò velocemente le pagine, ignorando le colleghe di corso finché una di loro non squittì il nome del suo fidanzato: «Rafael Fabre!» esclamò la ragazza, calamitando su di sé tutta l’attenzione della bionda: «Ci sono uscita assieme un po’ di tempo. Parecchio tempo fa, quasi un anno e mezzo…» spiegò, mordendosi le labbra e puntando il modello parigino: «Mi chiedo se è ancora così bravo a letto.»
Oh. Fantastico!
Ci mancava solo una delle tante conquiste di Rafael!
Mise stizzita gli appunti, balzando in piedi e andandosene velocemente dall’atrio, senza sapere dove dirigersi: «Il passato di mio figlio da un po’ noia, eh?» commentò la voce tranquilla del professor Fabre, facendo sobbalzare la ragazza che, voltandosi, trovò l’uomo sulla soglia di un’aula lì vicino.
Sicuramente aveva sentito tutto.
Sarah socchiuse gli occhi, scuotendo il capo: «So com’è Rafael e…» mormorò, abbassando la testa e massaggiandosi il braccio destro: «Lui è tutto per me. Se sono rimasta a Parigi è per stare con Rafael.»
«Ma è dura trovarsi davanti le sue vecchie conquiste, dico bene?» Emilé annuì, togliendosi gli occhiali dalla montatura quadrata e sospirando: «Alle volte mi chiedo ‘se avesse avuto un’infanzia diversa, con un padre e una madre più presenti, sarebbe diventato un bravo ragazzo?’»
«Rafael è un bravo ragazzo. E’ la persona più dolce e gentile che io conosca: si preoccupa sempre per me e…» si fermò, sorridendo: «Ed io sono fortunata, perché quella tipa laggiù può averlo avuto per una sveltina, mentre io l’ho sempre al mio fianco. Era questo che voleva farmi capire, professore?»
«Beh, ho notato un certo sguardo omicida e ho pensato di fare qualcosa: mi dispiacerebbe perdere il mio unicogenito in questo modo.»
«Non lo ucciderò. Prometto.»
«Bene. Sono felice di saperlo perché, devo ammettere, che lei mi piace madamoiselle Davis e sarei contento se la storia con mio figlio durasse parecchio.» dichiarò Emilé, facendo cenno alla ragazza ed entrambi si avviarono verso l’ingresso della facoltà: «Forse sono uno sciocco sentimentale, ma spero che prima o poi potrò chiamarla madame Fabre.»
«In quel caso sarebbe meglio Sarah, non crede?»
«Giustamente.» dichiarò l’uomo, voltandosi verso l’entrata e sorridendo: «Ed ecco qua il mio meraviglioso figlio: idolo delle fanciulle, modello e…mh. Rafael, rinfrescami la memoria, non hai fatto anche un calendario nudo, vero?»
«No, papà.» ringhiò il ragazzo, assottigliando lo sguardo e fissando male il genitore: «Da dove cavolo ti è venuta fuori questa?»
«Non ricordavo.» sentenziò Emilé, scuotendo il capo: «Beh, io vi lascio. Ho un appuntamento con il mio sponsor. Mecenate. Quello che mi paga le spedizioni…»
«Riparti per caso?»
«Non adesso, oltretutto non posso lasciare la cattedra o il rettore mi uccide. Però è una persona molto interessata alle mie ricerche, si ricorda quelle sui sette animali, madamoiselle Davis?»
«Come dimenticarsele.»
L’uomo sorrise, salutandoli velocemente e uscendo dalla facoltà, sotto lo sguardo preoccupato del figlio: «Qualcuno interessato alle ricerche di mio padre sugli animali dei Miraculous…» scosse il capo, sospirando: «Non mi piace questa storia.»
«Tuo padre non ha collegamenti con i Miraculous o con Daitya» mormorò Sarah, stringendosi nelle spalle: «Non penso ci sia niente di cui preoccuparsi.»
Rafael annuì, voltandosi e osservando l’americana: «Com’è andato l’esame?» domandò, allungando le mani e sistemando la sciarpa attorno al collo, passando poi al berretto e coprendola bene, indicando poi con la testa l’esterno dell’edificio.
«Uno schifo. Devo aver sbagliato molte risposte, volevo controllarle ma poi…»
«Ma poi?»
«No, niente.»
«Cos’è successo, apetta?»
«Niente di che.»
«Sarah…»
La bionda sospirò, fermandosi e osservando le auto che transitavano a pochi passi da loro: «Una ragazza della mia facoltà è stata una tua conoscente…» mormorò, nascondendo parte nel volto nella sciarpa e alzando lo sguardo nocciola sul ragazzo: «Una tua conoscenza di…»
«Sì. Avevo inteso. Sei arrabbiata?»
«Lì per lì sì.» dichiarò Sarah, sorridendo: «Sarei saltata molto volentieri al collo della tipa o al tuo, fortunatamente tuo padre mi ha fatto notare una cosa.»
«Mio padre? Cosa?»
L’americana sorrise, avvicinandosi al ragazzo e strattonandolo per il giaccone, convincendolo così ad abbassarsi un poco per avere i volti alla stessa altezza: «Molto semplicemente che, quelle possono miagolare quanto gli pare – e chiedo scusa ad Adrien per avere usato questo termine – ma tu sei tutto mio.»


«Mia madre ci vuole a cena.» dichiarò Lila, entrando nel magazzino di Mercier e attirando su di sé l’attenzione dell’anziano e di Wei: «Hai capito? A cena. Con lei.»
Mercier deglutì, avvicinandosi al suo dipendente e tenendo lo sguardo fisso su Lila: «Fatti furbo, ragazzo mio. Fingiti malato.» dichiarò, abbozzando un sorriso quando l’italiana lo fulminò con lo sguardo: «Forse dovevo dirtelo quando lei non c’era.»
«Direi.» sentenziò la ragazza, incrociando le braccia e mettendosi in posizione da battaglia, pronta a rimettere al suo posto l’anziano parigino; Wei sorrise, avvicinandosi a Lila e, passandole un braccio attorno alle spalle, la scortò nel piccolo ufficio dove Mercier teneva tutti i documenti e la contabilità della sua attività: «L’hai sentito? Quel…quel…»
«Cos’è questa novità?»
«Qualcuno, che risponde al nome di ‘Non mi faccio gli affari miei’ Vooxi mi ha convinto a chiamare mia madre.»
«Ehi, io al massimo mi chiamo Vooxi Grifondoro!»
«Silenzio, volpino.» sbottò Lila, senza degnare di uno sguardo il kwami: «Insomma, Mister non mi faccio gli affari miei mi ha convinto a chiamare mia madre. Ottimo, no? Peccato che lei ora si sia intestardita che vuole cenare con noi per conoscerti. Per conoscere te. E’ rimasta incuriosita da chi mi ha fatto smettere di passare da un ragazzo all’altro e quindi, sue testuali parole, c’è del buono in quel tipo, anche se fa un lavoro misero.»
«Beh. E’ buona come cosa, no?»
«Se dobbiamo cenare con lei, pretendo di avere una bottiglia di vino solo per me.»
«Lila, tu non bevi.»
«Direi che è il caso di iniziare.»
Wei sorrise, posandole le mani sulle spalle e massaggiandole: «Andiamo a questa cena e vediamo, ok? Poi potrai darti all’alcool o a quello che ti pare. Non fasciarti la testa prima del tempo, Lila.»
«Perché sei così maledettamente saggio?»
«Perché sono più grande di te?»
«Di quanti anni? Due? Tre?»
«Sono abbastanza. Non credi?»
«No, gli uomini maturano più tardi rispetto alle donne, quindi io dovrei essere più saggia di te.»
«Lila, quando è la cena?»
«Ha detto di chiederti quando ti è più conveniente. Testuali parole anche stavolta.»
«Bene. Chiamala e dille il giorno che preferisci.»
«Il giorno del mai dell’anno credici?»
«Lila.»
L’italiana sbuffò, imbronciandosi: «La prossima settimana ti può andar bene? Ho bisogno di tempo per prepararmi mentalmente.» dichiarò, vedendo il ragazzo annuire: «Ottimo. La chiamo appena torno a casa. Va bene?»
«Perfetto.»


«Voilà!» esclamò Alex, passando il cellulare a Thomas e sorridendo mentre il ragazzino osservava estasiato le app che aveva installato: «In questo modo anche tu potrai essere avvisato quando ci sarà qualche problema. Ed io ti terrò sottocontrollo grazie al localizzatore gps.»
«Sei un genio.»
«Me la cavo.» sentenziò l’americano, sistemandosi gli occhiali: «Come sta andando con la tua nuova identità?»
«Nooroo mi sta facendo esercitare tutti i giorni: per ora metto l’energia nelle farfalle e stop. Ah, e poi ho scoperto che sono dotato di due fighissimi boomerang! Li posso lanciare o usare come doppie spade! Fantastico!»
«In effetti tutti i Miraculous sono dotati di un’arma: Chat Noir ha un bastone allungabile, Ladybug uno yo-yo, Volpina il suo flauto – e quella ragazza mena da paura con quel flauto –, Peacock ha dei ventagli con delle parti staccabili che lancia…poi. Ah, ovviamente Tortoise e il suo mitico scudo e Bee ha un bracciale spara-pungiglioni.»
«Figo!» mormorò Thomas, sorridendo e grattandosi il naso: «Io non so combattere molto.»
«Puoi sentire uno dei ragazzi se ti allena un po’.»
«Non gli darò fastidio? Cerco di non disturbarli molto. Beh, da quando ho akumatizzato per sbaglio mia sorella non li ho più contattati e immagino che…»
Alex sorrise, poggiando una mano sul capo e scompigliando i corti capelli: «Tu sei uno di noi. Non darai mai fastidio. Quindi alla prossima riunione barra pranziamo cinese tutti assieme ci sarai anche tu. Ok?»
«Dovrei trovare una scusa per mia madre…»
«Come sono messi i tuoi voti a matematica?»
«Uno schifo. Perché?»
«Ciao, mi chiamo Alex e sono colui che ti darà ripetizioni di matematica.» sentenziò l’americano, facendogli l’occhiolino e allargando le braccia: «Adesso hai la scusa migliore per tua madre.»
«Se mi fai ripetizioni dovrei pagarti, però.»
«Volontariato.»
«Hai pensato proprio a tutto, eh?»
«Amico. Io sono la mente che c’è dietro i Miraculous Heroes.»
«Miraculous Heroes?»
«Sì, ho pensato di darvi un nome in codice e dato che siete tutti eroi e possedete un Miraculous, ho optato per Miraculous Heroes. Anche se Sarah dice che le ho copiato l’idea, dato che l’aveva avuto lei qualche tempo fa. Come se ci credessi…»
«Miraculous Heroes. Figo.»
«Vero?» dichiarò Alex, sorridendo e alzandosi: «Bene, mio piccolo amico, devo andare. Ho un appuntamento con la fanciulla più bella di tutta Parigi e non voglio farla attendere. Ci sentiamo, ok? E ricorda. Pranzo cinese. Ti mando un messaggio.»
«Ok. Grazie, Alex!»


«Ti ho mai detto che ho un debole per le tue gambe?» sussurrò Adrien, mentre aiutava Marinette a togliersi il soprabito e rimediando un’occhiataccia, che incassò con una risatina attirando su di sé l’attenzione generale del tavolo.
«Cosa c’è, Adrien?» domandò Sophie, accomodandosi fra Sabine e Gabriel, facendo passare lo sguardo dal figlio a Marinette.
«Mi stavo solo complimentando con Marinette per il suo abito. E’ una sua creazione.»
«E’ veramente molto carino.» dichiarò la donna, osservando l’abito candido dal taglio semplice e la giacchetta marrone che la ragazza aveva abbinato: «Diventi ogni giorno più brava.»
«La nostra Marinette ha veramente talento.» dichiarò orgogliosa Sabine, sorridendo alla figlia: «Ha disegnato un abito per Lila, una sua amica, che è veramente spettacolare.»
«Senza contare quello che fa per Adrien.» commentò Gabriel, togliendo il tovagliolo dal piatto e adagiandolo sul piatto: «La camicia che indossi è di Marinette, no?»
«Esatto.» dichiarò sorridente il biondo, chinandosi verso la ragazza e posandogli le labbra sulla guancia: «Goditi il momento di gloria, mon coeur. Fra poco sganceremo la bomba…»
La ragazza annuì, voltandosi e sorridendo: «I tuoi capelli…» bisbigliò, allungando una mano verso la frangia che il biondo aveva sistemato di lato: «Non portavi i capelli così da quando andavamo alla Dupont, sai? Sei sempre molto gattesco.»
«Perdo meno tempo la mattina.» dichiarò il ragazzo, intrecciando la mano con quella della ragazza e portandosele alla labbra, baciandole le nocche: «Glielo diciamo?»
«Via il dente, via il dolore?»
«Esatto, ma be…»
«Adrikins!» l’urlo di Chloé fece voltare tutti al tavolo in direzione della bionda che, in perfetto equilibrio sui tacchi alti, si avvicinò velocemente al tavolo e si fermò vicino al modello: «Quanto tempo! Giusto oggi stavo dicendo a Sabrina di quanto mi mancavi e…tadan! Eccoti qui! E’ un segno del destino, non credi?»
«In verità no, Chloé.» mormorò Adrien, facendo spaziare lo sguardo sugli altri commensali: «Ti ricordi di Marinette, vero?»
«Impossibile da dimenticare.» sbuffò la bionda, assottigliando lo sguardo azzurro e fissando male l’altra, venendo apertamente ricambiata. «Posso unirmi, Adrikins? Mio padre sta parlando con quel suo rivale per la carica di sindaco ed io sono tutta sola soletta…»
«Veramente sarebbe una cena di famiglia, Chloé.»
«Mi piacciono le cene di famiglia.»
«Ci sposiamo!» esclamò Marinette, attirando l’attenzione generale di tutti su di sé e facendo ridacchiare il biondo al suo fianco, mentre Chloé era rimasta a bocca aperta.
«Sì, lo sappiamo, tesoro.» mormorò Sabine, guardando dubbiosa la figlia: «Adrien te lo ha chiesto quasi un anno fa…»
«Nel senso che ci sposiamo, sposiamo, Sabine.» mormorò Adrien, con la voce strozzata: «Ho portato i documenti oggi in municipio e fra un mese – più o meno – ci…»
«Gabriel. Nostro figlio si sposa.»
«Sì, l’avevo intuito quando è venuto a chiedermi il permesso per comprare una casa.»
«Veramente volevo chiederti un prestito, papà.»
«Ah.»
«Lo sapevi e non mi hai detto niente? Gabriel!»
«Pensavo toccasse a loro avvisarti!»
«Tom. La nostra bambina…la nostra bambina…»
«Complimenti, my lady.» dichiarò Adrien, osservando sua madre e Sabine iniziare a dare di matto mentre Tom rimaneva in silenzio e Gabriel rimaneva tranquillo: «Non avrei saputo fare di meglio.»
«Quindi vi sposate…» mormorò Chloé, fissando Marinette negli occhi tanto che Adrien si sentì in più: forse doveva lasciarle da sole, in modo che la risolvessero fra di loro.
«Sì, Chloé.»
La bionda assentì, incrociando le braccia al seno: «Congratulazioni, allora.» dichiarò, spostando poi lo sguardo su Adrien sorridendo: «Se la tua mogliettina ti farà annoiare, sai dove trovarmi.»
«Cosa?»
«Sto scherzando, Marinette. Figurarsi se Adrien ti tradisce…» sbuffò la bionda, alzando gli occhi al cielo: «Buona cena, allora.»
«Gr-grazie…» mormorò la mora, osservando la sua antica rivale andarsene con la stessa velocità con cui era venuta al loro tavolo e spostando poi lo sguardo su Adrien che le regalò un sorriso tranquillo.
«Marinette! Marinette! L’abito!»
«Cosa, mamma?» domandò la ragazza, portando nuovamente l’attenzione sugli altri commensali: «L’abito?»
«Questa ragazza. L’abito da sposa? Sai già dove…»
«Beh, ovviamente potrà vedere fra quelli della mia linea.»
«Adrien. Avrò un Agreste come vestito da sposa…» mormorò Marinette, agguantando il braccio del ragazzo e voltandosi verso di lui: «Un Agreste!»
«E pensa! Pure io indosserò un Agreste! E te lo sposi anche un Agreste!»
«Adrien…» sospirò sua madre, scuotendo la testa: «Dov’è la casa che avete preso? Voglio vederla!»
«Oh, anche io!» squittì allegra Sabine mentre Tom, al suo fianco, si alzò: «Tesoro?»
«Torno subito.» mormorò l’uomo, carezzando il volto della moglie e allontanandosi dal tavolo, sotto lo sguardo attonito di tutti.
Marinette si morse il labbro, alzandosi anche lei e seguendo il genitore: uscì dalla sala del ristorante, trovando Chloé nei pressi dell’ascensore: «Tuo padre è andato per le scale.» la informò la bionda, fissandola per un secondo: «Non l’ha presa bene, eh?»
«N-non lo so.» mormorò la ragazza, osservando la schiena di quella che aveva sempre considerato sua rivale: era così strano parlare con lei in quel modo civile…
«Mio padre avrebbe pianto disperato se avessi mollato un annuncio così.» dichiarò la bionda e Marinette annuì: André Bourgeois viveva per la figlia e si vedeva: «Tu ed io non siamo mai andate d’accordo…» continuò Chloé, voltandosi e attirando su di sé l’attenzione della mora: «E penso  che non lo faremo mai: siamo troppo diverse.»
«Già…»
Il rumore dell’ascensore fece voltare Chloé verso la porta di metallo che, dopo pochi secondi, si aprì: «Bene. Fine del momento.» commentò la bionda, entrando nell’abitacolo e sorridendo: «Congratulazioni, Marinette. Davvero. Per quanto io ci abbia provato, Adrien ha sempre amato e amerà solo te.»
«Grazie, Chloé.»
«E poi io ne troverò uno molto migliore. Impallidirai di fronte al mio futuro marito.»
«Non credo: nessuno è migliore di Adrien.»
«Vedrai!»
Marinette sorrise, osservando Chloé premere un bottone e la porta dell’ascensore chiudersi davanti a lei: «Marinette?» la voce di Adrien, fece voltare la mora: «Sbaglio o…»
«Già. Abbiamo avuto una conversazione abbastanza civile…»
«E vi siete sfidate su chi troverà il marito migliore.» aggiunse il biondo, sospirando e scuotendo il capo, guardandosi poi attorno: «Dov’è tuo padre?»
«Qui.» comparendo nella tromba delle scale con lo sguardo lucido e il naso lievemente arrossato: «Avevo bisogno di un momento da solo. Io…»
«Marinette è la mia vita, Tom. Non hai da temere che…»
«Lo so, Adrien. Lo so. Ma è la mia principessina.» Il biondo annuì, osservando l’uomo passargli accanto e rientrare dentro il ristorante: «Vi aspetto al tavolo e tornate alla svelta, prima che Sabine sguinzagli le forze dell’ordine di Parigi.»
«Arriviamo subito.» dichiarò Adrien, spostando lo sguardo sulla fidanzata e avvicinandosi a lei: «Tutto ok?»
«Ho solo bisogno di un momento di calma, mi sento come una trottola.»
«Anche io, se ti consola.» dichiarò Adrien, prendendole le mani e portandosele alle labbra: «Tu che dichiari che ci sposiamo, il fatto che non ti azzanni con Chloé, tuo padre che mi sta odiando perché gli porto via la sua principessa e ti sei persa le nostre mamme che stanno decidendo dove fare il matrimonio…»
«Sainte-Chapelle.»
«Cosa?»
«Vorrei sposarmi a Sainte-Chapelle.» dichiarò Marinette, sorridendo: «Mi sono ricorda che, quando ero piccola, andammo al matrimonio di Nadja Chamack e mi sono innamorata di quella chiesa e…beh, è bellissima e...»
«Ok. Aggiudicato. Ricevimento?»
«Le Cigale, ovviamente.»
«Alain, ci ucciderà.» dichiarò Adrien, baciando il naso della ragazza e guardandola negli occhi: «Torniamo dentro?»
«Torniamo dentro.»

Capitolo 14 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.796 (Fidipù)
Note: Salve salvino! Eccoci qua con un nuovo aggiornamento di Miraculous Heroes 3 e, vi informo, unico di questa settimana. Perché? Beh, semplicemente venerdì - il giorno in cui dovrei aggiornare con il secondo - sia il mio profilo che la saga del Quantum Universe compiono un anno e pensavo di postare qualcosa di diverso da un classico aggiornamento della storia.
Detto questo, passo subito a ringraziarvi: grazie a tutti voi che leggete, commentate, inserite la storia in una delle liste a disposizione e me fra gli autori preferiti!
Grazie tantissimo di tutto cuore!

 

 

Lila posò la tazza sul piattino di ceramica, osservando le varie riviste che la mora stava sfogliando, rispondendo alla conversazione del tavolo con risposte monosillabe e vaghi accenni del capo, anche Sarah si era accorta dello strano comportamento dell’amica e più volte, lo sguardo nocciola della bionda, si era fermato sull’italiana: «Marinette?» domandò quest’ultima, osservando la copertina di un catalogo di mobili che la compagna stava sfogliando, segnando una pagina con un piccolo post-it rettangolare: «Marinette!»
«Che c’è?»
«Devi dirci qualcosa?»  domandò Lila, con un sorriso angelico in volto e indicando con un cenno della mano le riviste: «Magari qualcosa che riguarda mobili e…»
«Abiti da sposa» aggiunse Sarah, prendendo una rivista e dandole un’occhiata veloce, soffermandosi su una pagina segnata dall’amica: «Bello questo!»
«Allora?»
Marinette fece vagare lo sguardo sulle due ragazze, posando il catalogo che aveva in mano e stringendo forte il bordo del tavolo del café, ove si erano rifugiate quando il temporale che stava imperversando per Parigi aveva messo fine alla loro giornata di shopping: «Ci sposiamo.» mormorò, sentendo le guance andare a fuoco.
«Vi sposate nel senso che, con calma, iniziate a pensare al matrimonio e a tutto quello che lo riguarda o…»
«Adrien ha lasciato i documenti in municipio, quindi massimo quaranta giorni e…»
«E potremo chiamarti Madame Agreste!» esclamò Lila, battendo le mani e sorridendo allegra: «Ho già un bel po’ di battute da fare! Ci sto lavorando da quando te lo ha chiesto!»
«Lila…» sospirò Sarah, scuotendo la testa e allungando le mani verso quelle della mora, stringendole affettuosa: «Sono tanto, tanto, tanto, tanto, tanto felice per te, Marinette!»
«Grazie…» mormorò la mora, chinando la testa e mordendosi il labbro inferiore, sotto gli sguardi delle amiche: «Io…io…»
«Ancora non ti sembra vero, eh?» concluse per lei Lila, portandosi la tazza alle labbra e bevendo l’ultimo rimasuglio di caffè: «Beh, penso sia normale. Anche se stai sfogliando riviste per il matrimonio e cataloghi di mobili. A proposito, perché?»
«Adrien ha comprato una casa…»
«Cosa? Quando? Come? E Perché? No, aspetta. Il perché lo sappiamo.»
«Vi ricordate il giorno in cui Thomas ha akumatizzato sua sorella?»
«Come dimenticarselo…» sospirò Lila, scuotendo il capo: «Non capita tutti i giorni, sai?»
«Mentre stavamo correndo per raggiungere il luogo dell’incontro, ci siamo fermati nei pressi di una casa e Adrien ha scoperto che era vuota, così dopo il combattimento lui è tornato e…»
«L’ha comprata?»
«Sì.»
«Che carino. Il micetto ha comprato la cuccia per sé e la sua micetta.»
«Lila, perché tutto quello che dici ha qualcosa come una ventina di doppi sensi?»
«Perché tu stai troppo tempo con il piumino» dichiarò l’italiana, indicando la bionda che aveva posto la domanda, spostando poi il dito sull’altra ragazza: «E tu troppo tempo con il micetto.»
«Io non ho detto niente!»
«Parlando di cose serie…» continuò Lila, poggiando il viso contro i pugni chiusi e gongolando: «Testimone?»
«Alya.»
«Ottimo! Mi è sempre piaciuta: sa divertirsi e sa fallo bene. Addio al nubilato? Ci pensa lei?»
«Non lo so.»
«La chiamo. Ho in mente due o tre localini che faranno impazzire tutte.»
«Lila, mi stai facendo paura.»
«Fidati di me, sposina.»


Xiang sbuffò, uscendo dall’edificio che chiamavano scuola, non curandosi delle occhiate di quelli che dovevano essere suoi compagni: era stata costretta da Felix ad andare alle lezioni, ma non le aveva imposto niente sull’essere amichevole con chi la circondava.
In classe se ne stava sempre in disparte, ascoltando svogliatamente le lezioni, trattenendosi dallo sbadigliare e dall’addormentarsi.
I professori la ignoravano e i suoi compagni…
Beh, loro la odiavano: alcuni avevano provato a rivolgerle parola nei suoi primi giorni in quella prigione – perché di quello si trattava – ma avevano smesso, guardandola con astio, quando avevano capito che i loro tentativi erano ripagati con l’indifferenza più totale.
Si fermò in mezzo al marciapiede, osservando un gruppetto di ragazze a poca distanza da lei: sapeva di comportarsi in maniera sbagliata, più e più volte Felix le aveva detto di quanto poco si amalgamasse alla realtà che la circondava.
Ma cosa poteva fare?
Le chiacchiere vuote non la interessavano e gli unici altri esseri umani, con cui aveva avuto a che fare, erano l’ex-Portatore del Gatto Nero e Kang.
Ah, giusto.
Anche con Dì ren, sempre se poteva considerarlo umano.
E poi  c’era Alex…
Alex che avrebbe dovuto rapire, per chiedere come riscatto i Miraculous.
Un piano semplice e ben pensato, ma che non aveva coraggio di mettere in atto: Alex riempiva le sue giornate, con le sue chiacchiere allegre di videogiochi, serie TV e altre cose di cui lei non sapeva neppure l’esistenza, anche se era bello sentirlo parlare della trama dell’ultimo gioco e di quello che aveva dovuto penare per combattere il boss finale.
«Che cosa sto facendo?» mormorò fra sé, osservando la macchina scura, che si era fermata a pochi metri da lei: Felix aveva di nuovo mandato il suo autista a recuperarla; si sistemò meglio lo zaino sulle spalle, avvicinandosi alla vettura e aprendo lo sportello posteriore: «Ni hao, Li» mormorò, abbozzando un sorriso al cinese smilzo che Felix aveva preso a lavorare con sé, assieme ai due fratelli.
Li aveva trovati per strada, giunti a Parigi dalla Cina sotto il comando della nonna e, dopo una serie di avventure, erano giunti fino a loro: Xiang era rimasta impressionata dalla quantità di sfortuna che, in una manciata di giorni, i tre fratelli avevano avuto appena messo piede sul suolo parigino e sperava che, una volta messi da parte abbastanza soldi, avrebbero potuto compiere il volere dell’anziana che li aveva spediti lì.
«Ni hao ma?» fu la risposta di Li, che la fece sorridere, rispondendo nella sua lingua natia mentre l’uomo si immetteva sulla strada e ascoltava, annuendo con la testa di tanto in tanto.
Finito il resoconto, Xiang si accomodò sul sedile, voltandosi e osservando le persone che vivevano la loro quotidianità: aveva trascorso gran parte della sua età millenaria a Shangri-La, osservando la città affievolirsi e morire sotto ai suoi occhi mentre lei cresceva e, quando il suo corpo aveva smesso di cambiare e modificarsi, tutto ciò che le era rimasto erano le rovine di un’antica gloria e uno straniero che vedeva il futuro.
Adesso poteva vedere l’effimera vita umana e quanto poco durasse, facendole apparire strano quella frenesia che prendeva le persone: facevano tutto di corsa, senza prendersi il giusto tempo per assaporare le cose e capire cosa era veramente importante.
Succedeva perché avevano una vita relativamente breve o forse perché il mondo era cambiato così tanto, da quando lei aveva avuto il suo ultimo contatto con esso?
Erano domande che si poneva di tanto in tanto.
Lo aveva chiesto anche ad Alex e la risposta che aveva avuto era stata abbastanza soddisfacente: si corre perché il tempo va veloce e bisogna pensare al traguardo. Come quando incontri uno di quei dungeon a tempo e sai che devi farlo alla svelta, senza perderti in esplorazione o altro. Dritto alla meta!
Non aveva capito il paragone, però aveva fatto presente che, con quel modo di pensare, ci si perdeva tante cose.
Alex aveva sorriso, sistemandosi gli occhiali e scuotendo la testa: di norma in quei dungeon c’è roba di poco conto, fidati. E’ bene non perderci tanto tempo.
Lei lo aveva guardato per un secondo, osservandolo mentre la superava e si appoggiava alla balaustra, guardando le acque tranquille della Senna: era stato un buon momento, poteva colpirlo e portarlo a casa, ricattando così i Portatori. Ma non lo aveva fatto.
Stupidamente lo aveva affiancato e gli aveva domandato in quale dungeon si trovava in quel momento.
Alex aveva sorriso e le aveva risposto che era in uno di quelli dove poteva prendersi tutto il tempo che voleva per l’esplorazione.
Stupida. Era una stupida.
Doveva rapirlo, non perdere del tempo prezioso: Dì ren si stava sicuramente organizzando e presto avrebbe attaccato, lo sentiva.
C’era troppa calma e non le piaceva.
La prossima volta…
La prossima volta avrebbe messo in atto il suo piano.


Rafael sbadigliò, togliendosi la giacca scura del completo, indossato per il set fotografico e notando Adrien poco distante da lui: «Quanti piatti di pasta?» domandò, osservando lo sguardo svogliato del biondo e indicando con un cenno del capo il fotografo italiano.
«Sette. Più gli gnocchi fatti da mia madre» rispose Adrien, scuotendo la testa e sorridendo imbarazzato alla hair-stylist che lo aveva fulminato con gli occhi: «Se sapesse come cucina da schifo mia madre, non lo direbbe.»
Rafael sorrise, notando il fotografo tempestare di scatti Blanche: «Cucina davvero così male?»
«Diciamo che sperimenta. Nel modo sbagliato» spiegò Adrien, sorridendo: «Sono fortunato che Marinette abbia avuto dei buoni insegnanti.»
«Brioches a volontà!»
«Ah! Giusto! Fammi da testimone!»
«Hai ucciso qualcuno e vuoi che testimoni la tua innocenza?»
Adrien si prese il setto nasale, inspirando profondamente: «No, genio di un pennuto. Testimone. Al mio matrimonio.»
«Ah. Ok, ma non c’è tempo?»
«Beh, ho una trentina di giorni per chiedertelo. Ho pensato di togliermi il pensiero ora, senza contare che Marinette darebbe di matto se lo facessi il giorno prima del matrimonio.»
«Trenta giorni? Aspetta, mi stai dicendo che fra trenta giorni ti sposi?»
«L’idea è quella, sì.»
«Ma che ti dice il cervello? Non è un po’ presto?» Rafael sospirò, alzando gli occhi al cielo: «Ovviamente non è presto per te. State insieme da una vita. Giusto.»
«Bravo pennuto, vedo che ogni tanto ragioni. Allora, lo fai?»
«Non dovresti chiederlo…che so, a Nino? E’ il tuo migliore amico, no?»
«Nino mi ucciderebbe.»
«Quindi tocca a me?»
«Esatto.»
«Wei? Alex?»
«Se non vuoi farlo, basta dirlo.»
«Il testimone dello sposo organizza l’addio al celibato, no? Meglio che lo faccia io, hai ragione.» sentenziò Rafael, sorridendo e incrociando le braccia: «Con Wei non so cosa potrebbe succedere e Alex…sono certo che ci terrebbe a casa per una bella sessione a qualche videogioco. Non mi dispiacerebbe, devo dire, sarebbe un addio al celibato alternativo.»
«Sarai il mio testimone?»
«Sì. Ho solo una domanda, gattaccio.»
«Spara.»
«Se per caso ti porto in un locale di spogliarelliste…» Rafael si fermò, guardandosi attorno: «Credi che la tua novella moglie mi darà un altro calcio nei gioielli di famiglia?»


Thomas sospirò, osservando la ragazzina che lo stava seguendo e alzò la testa verso il cielo: «Cosa vuoi, Manon Chamack?» domandò, fermandosi in mezzo al marciapiede e osservando la compagna più piccola: sapeva che chiamandola per nome e cognome questo l’avrebbe fatta imbestialire e così era stato.
«Assolutamente nulla!»
«E allora perché mi stai pedinando?»
«Non ti sto pedinando!» dichiarò stizzita la bambina, pestando un piede per terra: «Devo andare da mia madre, che sta facendo un’intervista in questa zona. Non pedinerei mai uno come te.»
Thomas la osservò un attimo, scuotendo la testa: «Magari Jérèmie, eh?» domandò, ridacchiando: aveva intuito da tempo della cotta di Manon per il suo migliore amico, ciò che non capiva era perché la ragazzina lo aveva preso in odio.
I loro litigi erano famosi in tutta la scuola, ormai.
E molto spesso Thomas era stato preso in giro perché, quella piccola peste, lo aveva messo al suo posto con una parlantina davvero incredibile.
Rimase a osservarla, mentre le guance le diventano rosse e lo sguardo nocciola si allargavano, tingendosi di imbarazzo: «Ah. Manon, io…» mormorò, allungando una mano e sospirando, sentendosi meno di zero: che divertimento c’era a prendere in giro una bambina per la sua cotta innocente?: «Vuoi una caramella?» domandò, tastandosi le tasche del giubbotto e cercando la scorta che portava con sé per Nooroo.
Di certo non sarebbe successo il finimondo se dava una caramella alla bambina.
Manon lo fissò per un secondo, scuotendo la testa e superandolo con il mento alzato, ignorandolo fino a quando non ebbe raggiunto l’angolo della strada, poco più avanti: «E comunque a me non piace Jérèmie, stupido!» sentenziò, voltandosi verso di lui e regalandogli una linguaccia, prima di correre via.
«Ma che…»
Nooroo fece capolino dal giaccone, osservando il punto in cui Manon era scomparsa: «Ho la sensazione di essere giunto in mano tua in tempo per quelli che Plagg chiama drammi adolescenziali.» sentenziò il kwami, scuotendo la testa: «Tranquillo, li supererai.»
«Quello non era un dramma adolescenziale» sbottò Thomas, indicando l’angolo della strada: «Quello era una tipa con seri problemi!»
«Ne sei certo, Thomas?»
«Assolutamente sì!»


Marinette mosse il capo a tempo con la musica, mordendosi il labbro inferiore e cancellando una linea della gonna che stava disegnano, irrigidendosi quando sentì qualcosa sfiorarle la spina dorsale in tutta la sua lunghezza: «Adrien!» esclamò, togliendosi gli auricolari e osservando il ragazzo al suo fianco.
«Ti avevo chiamato…» mormorò il ragazzo, sollevando le cuffiette e dondolandole davanti lo sguardo celeste: «Ma eri molto assorta e non mi hai sentito.»
«Stavo disegnando…» dichiarò la mora, indicando il blocco da disegno e osservando il biondo studiare attentamente la bozza: «Oggi l’ho detto a Lila e Sarah.»
«Io ho chiesto a Rafael, invece.» dichiarò Adrien, facendo alcuni passi indietro e accomodandosi sulla chaisse-longue: «L’ha presa bene. Sta già pensando a dove fare l’addio al celibato.»
«L’addio al celibato?» domandò Marinette, alzandosi dalla poltrona della scrivania e raggiungendo il ragazzo, sistemandosi contro di lui e strusciando il naso contro la gola del biondo, sentendo le sue mani carezzarle il fianco lievemente: «Hai veramente…»
«Rafael ha chiesto se i suoi gioielli sono al sicuro, se mi porta in un locale…beh, diciamo caliente.» sentenziò Adrien, facendole l’occhiolino: «Hai il naso freddo, ma belle.»
«Caliente?»
«Sì, hai presente quelli che si vede in televisione durante i film, dove di norma fanno questo genere di feste.»
«Posso fare finta di non sapere niente?»
«Quindi è un sì?»
«Ti interessa così tanto andare a vedere delle ragazze che…che…oh, non riesco a dirlo.»
«Sei incredibilmente adorabile quando ti imbarazzi, lo sai? E, sinceramente, l’unica che mi piacerebbe veder spogliarsi sei tu.» sentenziò Adrien, posandole le labbra sul capo e sorridendo: «Mh. C’è qualche speranza che tu faccia uno spogliarello per me?»
«Io?»
«Sì. Possibilmente senza diventare color pomodoro o…ok, fai finta che non ti abbia chiesto niente.»
«Già immagino la scena, con la stanza immersa nella luce delle candele – perché fa scena – ed io che provo ad atteggiarmi, iniziando a spogliarmi…» bofonchiò Marinette, sospirando: «Poi inciampo nel lenzuolo e cado; nel mentre i miei slip colpiscono una delle candele che va a terra e da fuoco alle tende. Le fiamme si propagano per tutta la stanza e siamo costretti a uscire in strada, osservando il fuoco divorarsi tutto…» Marinette si  fermò, sentendo Adrien tremare sotto di sé: «Che ho detto?»
«Adoro i tuoi film mentali» dichiarò il ragazzo, annaspando per le risate: «Solo tu saresti capace di tramutare qualcosa di sensuale in…» si fermò, inspirando profondamente e scuotendo la testa: «questo.»
«Sarei capacissima. Ho un talento innato nel fare danni.»
«Non lo metto in dubbio, principessa.»
Marinette sospirò, posando il palmo aperto sulla pancia di Adrien e lasciandosi andare nel suo abbraccio: «Com’è andata oggi?» domandò, mentre le dita del biondo le carezzavano il braccio, risalendo verso la spalla e tornando indietro.
«Foto. Tante foto. Con il tipo che mi diceva ‘sorridi e pensa a un bel piatto di pasta!’, ‘ehi, guardami come se fossi un piatto di gnocchi fatto da mamma’…mh. Lì penso di aver fatto una faccia schifata…»
«Sophie ha di nuovo provato a cucinare?»
«Ieri sera! Papà ha passato la notte in bagno.»
«Povero Gabriel.»
«Io mi sono salvato con il fatto che avevo mangiato qua» sospirò il biondo, sistemandosi meglio la ragazza contro di sé: «E’ una fortuna che sappia cucinare il minimo per sopravvivere: quando mamma è andata a letto, mi sono fatto un piatto veloce…»
«Sai cucinare?»
«Sono purrfetto, my lady.» dichiarò orgoglioso Adrien, facendole l’occhiolino: «Quindi non dovrai temere di fare la casalinga a tempo pieno: so pulire, so mettere a posto la mia roba. Mh, devo imparare come si carica la lavatrice e stirare…»
«Adrien, ma vieni da Perfettolandia?»
«Io lo dico sempre che sono perfetto, ma nessuno mi crede!»
«Non metterò mai più in dubbio la tua parola.»
«Brava principessa.»


Xiang sospirò, osservando lo schermo spento del proprio cellulare: doveva farlo, doveva mandare quel messaggio e mettere in atto il suo piano.
Doveva…
Rotolò sul materasso, prendendo l’apparecchio e azionandolo: il testo era già pronto e doveva solo premere il tasto di invio.
Perché esitava dunque? Perché non percorreva la strada che Kang le aveva indicato?
Strinse la presa sul cellulare, portandoselo al petto e socchiudendo le palpebre.
Doveva farlo. Assolutamente.
Strinse le labbra, rileggendo le poche righe che aveva scritto e, alla fine, premette il tasto di invio: «Scusami, Alex.» mormorò nel buio della camera, poggiando il cellulare vicino a lei e sentendolo vibrare poco dopo.
Con lentezza lo riprese, azionando lo schermo e leggendo la risposta breve e affermativa di Alex.
Il giorno successivo lo avrebbe fatto.
Ormai non poteva più rimandare.
Capitolo 15 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.758 (Fidipù)
Note: Bene, bene. Ecco che si comincia una nuova settimana con i classici aggiornamenti di sempre (lunedì e venerdì Miraculous Heroes 3, mentre mercoledì - per questo giro - ci sarà il nuovo capitolo di La sirena). E quindi si torna con i nostri eroi miracolati alle prese con...beh, non sto a spoilerarvi niente, però vi dico subito che i team li ho scelti a casaccio, senza tanti pensieri (a parte Adrien e Marinette: per loro mi sono basata su una fanart che avevo visto). Di cosa sto parlando? Beh, capirete leggendo.
Detto ciò, non posso far altro che ringraziarvi per i vostri commenti (sappiate che, anche se non rispondo, li leggo sempre con piacere), per il fatto che leggete e inserite le mie storie in una delle vostre liste.
Grazie infinitamente di cuore!

 

 

Ladybug atterrò su un tetto, osservando Hawkmoth imitarla e osservare la città sotto di loro: «Allora? Che dobbiamo fare? C’è qualche supercattivo da combattere o…» domandò il ragazzino, muovendosi sul posto e facendo sorridere la ragazza: le ricordava molto un certo gatto all’inizio della sua carriera come supereroe.
«Stando alle ultime informazioni dei miei amici della polizia...» dichiarò la voce di Alex nell’auricolare, seguita dal rumore della tastiera del pc: «Abbiamo una rapina.»
«Una rapina?»
«Ehi, campione. Hai detto che volevi allenarti nel combattimento, no?» gli chiese l’americano, sentendolo sospirare: «Allora, truppa! Ci siete tutti?»
«Ti rendi conto che per dei…dei…» Volpina sbuffò, facendo ridacchiare Alex: «Per dei cosi inutili ci hai chiamato tutti e sette?»
«Non potevo mandare Hawkmoth da solo. E poi dovete iniziare a imparare a muovervi come gruppo…»
«Lo sappiamo già fare, nerd dei miei stivali di pelle italiana.»
«Anche con Hawkmoth? Dimmi, Volpina, sai già come combattere con lui in gruppo?»
«Odio quando hai ragione.» bofonchiò l’italiana, suscitando l’ilarità di Alex: «Tortoise, puoi dirgli qualcosa?»
«E cosa?»
«Volpina ha dato ragione a qualcuno? Siamo alla fine del mondo?»
«Vorrei prima sposarmi, pennuto.» bofonchiò Chat, sorridendo gongolante: «E, come tutti sapete, ciò succederà…»
«Lo sappiamo, micetto. Lo sappiamo.»
«Tortoise…» Peacock si avvicinò all’amico, tenendo sotto controllo l’italiana: «E’ per caso in quel periodo del mese? No, perché mi sembra più nervosa del solito e…beh, sono abituato a Bee…»
«Bee cosa?» domandò l’eroina in giallo, incrociando le braccia e fissando il parigino: «Hai qualcosa da dire, Peacock?»
«Assolutamente niente.»
«Bee, se è possibile, non ammazzarlo: non ho voglia di trovarmi un altro testimone.»
L’ape si voltò, fissando sorpresa Chat Noir e aprendo la bocca per dire qualcosa, scuotendo poi il capo: «Da quando in qua lo proteggi?»
«Da quando è il mio testimone?»
«Mi proteggi solo perché ti faccio comodo, eh gattaccio?»
«Ovviamente.»
«Potete finirla?» sospirò Ladybug, portandosi una mano alla fronte e massaggiandosela: «Peacock, lascia in pace Volpina. Chat e Bee, lasciate in pace Peacock. Perché ho la sensazione che Hawkmoth sia più adulto di tutti voi?»
«Più adulto?» domandò Chat Noir, indicando il ragazzino al fianco della coccinella: «Al momento ha un cellulare in mano e…ehi, Hawkmoth. Che stai facendo?»
«Ehi, ho tre pokestop qui sotto. Sto facendo scorta di sfere, mentre voi parlate.»
Ladybug rimase a fissare il compagno a bocca aperta, voltandosi poi verso il resto del gruppo: «Sta…»
«Sta giocando a Pokemon Go. E mi sembra una bella idea! My lady, hai idea di quante uova potrei schiudere in questo modo?»
«No, scusate! Perché non è mai uscito fuori questa cosa che si gioca a Pokemon Go?» tuonò Alex negli auricolari di tutti: «Pretendo spedizioni punitive di…Ehi, aspettate. Di che Team siete?»
«Mystic.» rispose prontamente Hawkmoth, riponendo il cellulare in uno dei tanti passanti della sua cintura.
«Instict.»
«Traditori della patria.»
«Direi che il nostro Mogui è Valor.»
«L’hai detto micetto!»
«Possiamo andare?» sbuffò Volpina, indicando la direzione che Alex aveva detto loro all’inizio: «Non vorrei passare tutta la giornata su questo tetto.»
«Volpy, di che team sei?»
«Valor!»
«Brava, volpe!» sentenziò Alex, mentre il gruppo di eroi si metteva nuovamente in marcia: «Ovviamente noi valor siamo…»
«I migliori sono gli Instict» lo interruppe Chat, saltando dalla parte opposta della strada e aggrappandosi al cornicione del palazzo: «Vero, my lady?»
«Ecco…come dire…»
«My lady, cosa mi stai dicendo?»
«Che ho rifatto l’account e ho scelto il team Valor?»  domandò Ladybug, lanciando lo yo-yo e, facendo leva su un comignolo, saltò iniziando a correre per tutta la lunghezza del tetto, seguita da una ridacchiante Volpina.
«Questo è alto tradimento!» sbottò Chat Noir, voltandosi verso gli altri: «Voi che team siete? Tanto lo so che avete l’app!»
«Io no.» sentenziò Tortoise, poggiando una mano sulla spalla di Chat e sorridendogli: «Ma sarei felice di entrare nel tuo gruppo, amico.»
«Tortoise, sapevo che tu non mi avresti deluso. Peacock?»
«Spiacente, amico. Sono Mystic.»
«Traditore…» bofonchiò il felino, scuotendo il capo e voltandosi verso Bee: «Posso sperare…»
«Sono Instict, Chat. Tranquillo.  Hai almeno me dalla tua parte.»
«Che bello sentirlo dire, Bee. Ti abbraccerei quasi.»
«Ecco: quasi, micetto!» bofonchiò Peacock, incrociando le braccia e assottigliando lo sguardo: «Non vorrei menarti…»
«Vorrei ricordarti di quando un certo pennuto…»
«Fermi tutti! Ho catturato un Blastoise!» tuonò Hawkmoth, guardando il cellulare e poi alzando la testa, regalando un sorriso di pura gioia a tutti: «Ed ha pure degli ottimi PL!»
«La prossima volta mi porto il cellulare dietro pure io.» dichiarò Chat Noir incrociando le braccia e annuendo con la testa, mentre Hawkmoth riponeva per la seconda volta il suo: «Devo solo trovare una cintura come la tua. Dove l’hai comprata, amico?»
«Vogliamo andare o no?» tuonò Volpina, poco distante dal resto del gruppo e rimanendo a osservarli in attesa: «Dovremmo già essere là, ma no! Uno si ferma a giocare, gli altri fanno salotto e siamo ancora qui…»
«Sei veramente nervosa oggi.» commentò Ladybug, portando su di sé l’attenzione della compagna: «Qualche problema?»
«Niente di che. Dopodomani devo solo andare a cena  con il mio compagno e mia madre. Yuuh!»
«Direi che questo è un bel problema.»
«Non ne hai idea.»
«Vuoi parlarne?»
Volpina sorrise, annuendo con la testa e sospirando: «Magari davanti una bella tazza di caffè e senza maschere? Vorrei evitare di fare nomi che potrebbero mettere in pericolo le nostre identità…»
«Quando vuoi.»
«Grazie, LB.»
«Siamo amiche, no?»
«Giusto. Siamo amiche.»
«Di che parlate?» domandò Bee, atterrando vicino a loro e sorridendo a entrambe: «Roba privata o…»
«Appena possibile, ho bisogno del vostro sostegno per la cena imminente.»
«Casa mia, stasera? Vi può andare bene?» domandò l’eroina in giallo, facendo passare lo sguardo dall’una all’altra: «Serata fra supereroine?»
«Ci sto, ape.»
«Ehi, posso venire anch’io?» domandò Alex attraverso gli auricolari: «Giuro che mi vesto da donna e vi dirò di quanto sia dura farmi durare la manicure passando tutto il giorno al pc!»
«Ah. Ah. Divertente.»


Willhelmina osservò il suo assistente, mentre le posava sulla scrivania fascicoli su fascicoli: «Hai finito?» domandò, notando l’uomo sorriderle e intrecciare le mani all’altezza dell’addome: «Perché qua c’è ancora un angolino vuoto.» dichiarò, indicando una porzione della scrivania in vetro ancora libera.
«Molto divertente, Willie.» dichiarò l’uomo, sbattendo le palpebre senza che il sorriso scivolasse via dal suo volto: «Sono gli ultimi resoconti per la prossima collezione autunno-inverno.»
«Tutti questi fogli per una manciata di vestiti?» domandò la donna, posando i gomiti sul piano e il viso contro i pugni chiusi, osservando i fascicoli davanti a lei e scuotendo la testa.
«Quando lo capirai che una collezione non è solo una manciata di vestiti?» sbottò Maxime alzando gli occhi al cielo: «Ci sono le analisi dei rivali, le indagini sulla tua clientela abituale e, cosa più importante, gli ultimi dati del trend book.»
«Maxime, davvero, tu riesci a rendere noiosa una cosa fantastica come creare abiti…» bofonchiò Willhelmina, spostando lo sguardo verso il proprio cellulare e vederlo illuminarsi: «Mi stanno chiamando.»
«Prometti che darai un’occhiata? Soprattutto al trend book e…»
«Lo prometto, lo prometto.» bofonchiò la donna, facendogli cenno di uscire dalla stanza: «Dimmi che stai per propormi di andare a bere qualcosa di forte.» esclamò, una volta accettata la chiamata e sentendo ridacchiare Sophie dall’altra parte: «Ho bisogno veramente di alcol in questo momento.»
«E’ successo qualcosa di grave?»
«Solo quell’essere alieno che è il mio assistente.» bofonchiò la donna, sentendo l’altra sorridere: «Allora, per che cosa devo la tua chiamata?»
Sophie smise di ridere e un sospiro raggiunse le orecchie della stilista: «Scusami, ero sola in casa e ho iniziato a pensare e…Adrien è con gli altri per fare una sessione di allenamento con Thomas e Gabriel deve essere in una zona dove non ha campo e…»
«Sophie, cosa è successo?»
«Nulla di cui preoccuparsi» sentenziò la donna dall’altra parte del telefono: «Stavo solo notando come questo periodo di calma sia strano. Non credi? Insomma, questo nemico che uccide i sottoposti di Maus e poi sparisce nel nulla è…»
«Strano. Sì, l’hai già detto.» Willhelmina inspirò profondamente, lasciandosi andare contro lo schienale della poltrona e osservando la scrivania piena di fogli: «Posso comprendere benissimo la sensazione…» mormorò, tamburellando le dita sul vetro: «E non mi piace. Anche se non sono in prima linea, è snervante rimane così: in attesa di un qualcosa che non si sa quando e se accadrà. Non sappiamo nemmeno chi colpirà…» sospirò, spostando lo sguardo verso il soffitto: «Anche se erano ombre di Chiyou, ho sempre saputo chi dovevo combattere, mentre adesso…»
«C’era certezza…»
«E adesso siamo qui, in questo limbo ad attendere un nemico che non ha volto e usa le ombre meglio di quanto facessi io.»
«Secondo te…»
«Secondo me i ragazzi lo prenderanno a calci nel didietro. Ne sono certa. Ho fiducia in loro.»
«Giusto.»
«Fai la brava mamma, Sophie. E supporta tuo figlio in questa battaglia, senza preoccuparti più di tanto: sono ragazzi in gamba, sapranno cosa fare.»
«Hai ragione. Anche se l’ansia…»
«Prende il sopravvento. Lo so benissimo.» sospirò Willhelmina, guardando il lavoro che Maxime le aveva messo davanti: «E ora sarà il caso che mi metta sotto: quell’alieno del mio assistente sa essere malvagio, se non faccio il mio dovere. Avrei dovuto assoldarlo come mio sottoposto, quando ero Coeur Noir.»
«Buon lavoro. E scusami se ti ho interrotta.»
«Figurati. Siamo amiche, no?»


«Muoviti!» ringhiò uno dei due criminali, tenendo sotto tiro l’addetto, dall’altra parte dello sportello, mentre il compagno infilava più velocemente possibile le mazzette di banconote: «Non abbiamo tanto tempo! Hanno…»
«Ciao, ragazzi!» esclamò una voce allegra maschile, l’uomo si voltò incontrando la figura di Peacock che, comodamente poggiato contro i pannelli li osservava divertito: «Ancora a rapinare banche? Ma non vi avevamo preso qualche tempo fa mentre…»
L’uomo puntò la pistola verso l’eroe, ma uno yo-yo si avvolse attorno alla mano e la strattonò all’indietro, facendogli perdere la presa sull’arma: «Li conosci, Peacock?» domandò Volpina, avvicinandosi e assestando un calcio alle gambe dell’uomo, osservandolo cadere: «Compagno di bevute?»
«Nah. Poco prima del vostro ritorno dalle vacanze li abbiamo fermati mentre cercavano di forzare un bancomat.» spiegò l’eroe, osservando la nuova recluta assestare due colpi ben decisi con i suoi boomerang all’altro, facendolo crollare: «E bravo il nostro Hawkmoth!» si complimentò, mentre il ragazzino alzava il volto, sorridendo.
«Come sono andato?»
«Veramente bene, Hawkmoth.» si complimentò Ladybug, avvolgendo il filo e voltandosi verso il tenente Raincomprix: «Sono tutti vostri.» sentenziò, indicando il duo di ladri: il poliziotto annuì, prendendo le manette e mettendole a uno dei due, facendo cenno a un collega di fare altrettanto: «Spero che questa sia l’ultima volta che li meniamo.»
«Stavolta non riusciranno a evadere.» ringhiò il poliziotto, osservando i due ladruncoli e poi voltandosi verso i suoi uomini, sberciando un po’ di ordini: gli eroi rimasero fermi, osservando le forze dell’ordine portare via i due malviventi.
«Devo dire che non mi piace vincere così facilmente…» mormorò Chat Noir, affiancando l’eroina e sbadigliando: «In pratica non abbiamo fatto niente.»
«Finito?» domandò la voce di Alex negli auricolari e facendo sobbalzare tutti: «No, perché il sottoscritto avrebbe un appuntamento con la più bella ragazza di tutta Parigi e…»
«Spiacente, amico. La più bella ragazza di tutta Parigi è mia.» decretò il felino, facendo l’occhiolino a Ladybug: «Magari stai per uscire con la seconda più bella…»
«Come vuoi. Io vado, eh! Ci sentiamo stasera!»
«Direi che è andato.» dichiarò Tortoise, portandosi una mano all’orecchio e sentendo solo un fruscio: «Che facciamo adesso?»
«Caffè?» propose Volpina, osservandoli uno per uno: «Chi è con me?»
«Tu e la tua fissa per il caffè.» bofonchiò Peacock, facendo cenno all’italiana e indicando l’uscita: «Che poi andiamo da Starbucks e prendi, come al solito, uno di quei beveroni dove il caffè non c’è nemmeno per sbaglio.»
«Ovvio, sono abituata al caffè italiano! Non berrei mai quella schifezza!»
«E allora perché vuoi sempre andare lì?»
«Perché mi piacciono quei beveroni. Semplice.»
«C’è una logica nel tuo discorso. Devo solo capirla.»
«Non sforzare tanto il tuo cervello da piumino.»
«Volpina…» sospirò Tortoise, affiancando la ragazza e scuotendo il capo: «Cosa ti avevo detto?»
«Di non mostrare la mia superiorità?»
«Di non sfogare il tuo nervoso su Peacock e Chat.»
«Per fortuna che abbiamo Tortoise che ci protegge da quella strega.» dichiarò Chat Noir, ghignando: «Beh? Andiamo a bere questo caffè o qualsiasi cosa sia? Qua abbiamo un matrimonio a cui pensare.»


Quel giorno lo avrebbe fatto.
Xiang alzò la testa, osservando il ragazzo che stava camminando verso di lei: Alex stava giungendo ignaro di ciò che gli sarebbe capitato.
Si alzò, abbozzando un sorriso e notando lo sguardo di lui scintillare dietro le lenti quadrate degli occhiali: «Scusami per il ritardo!» esclamò, non appena fu giunto davanti a lei: «Ho dovuto aiutare un amico e…»
«Nessun problema.» mormorò Xiang, scuotendo la testa e chinando lo sguardo verso il basso, stringendo le mani una con l’altra: doveva farlo. Doveva assolutamente farlo.
«Vogliamo andare? Altrimenti facciamo tardi per l’inizio del film…»
«Certo.» mormorò, alzando la testa e osservando Alex darle le spalle: ecco, era il momento giusto. Socchiuse gli occhi e gli assestò un colpo deciso alla nuca, guardandolo crollare a terra esanime: «Perdonami.» mormorò, chinandosi al suo fianco e scostandogli una ciocca di capelli dalla fronte: «Ma devo farlo.»


Felix sbuffò, leggendo velocemente il comunicato stampa che era arrivato al partito e massaggiandosi la fronte: era stata una giornata pesante passata a evitare l’ennesima intervista della Chamack, revisionando poi il bilancio del partito e approvandolo.
Aveva solo bisogno di riposo e invece ecco una nuova gatta da pelare…
«Ma chi me l’ha fatto fare?» bofonchiò, passandosi una mano fra i capelli biondi e spettinandoli: ah, giusto. Avrebbe dovuto andare dal parrucchiere perché, secondo il suo segretario, i capelli stavano diventando troppo lunghi e alcuni elettori non gli avrebbero dato il voto.
Un’immagine sciatta può essere sinonimo di una gestione sciatta, aveva detto.
Il suo cellulare squillò e subito un nuovo sospiro si levò dalle labbra di Felix, non appena vide chi lo stava chiamando: «Dimmi, Bo.» bofonchiò, incastrando il cellulare fra la spalla e la guancia e recuperando una penna in modo da sottolineare le parti che più lo interessavano del comunicato: il cinese che aveva raccattato poco tempo prima, assieme ad altri due – tre fratelli, a quanto aveva capito – iniziò a parlare agitato e Felix dovette concentrarsi totalmente per tradurre dal cinese ciò che gli stava dicendo: «Cosa ha fatto, Xiang?» tuonò, alzandosi e osservando il cellulare cadere per terra, lo recuperò immediatamente e si accertò che non ci fosse niente di rotto: «Bo. Ehi, Bo. Sei ancora li? Dille che sto tornando immediatamente. Anzi no, non dirle niente. Quella…quella…» Felix si zittì, sentendo il cinese riprendere a dirgli di nuovo tutto da capo.
Ah. Giusto.
Non parlava francese.
Ringhiò e, mentre indossava il giaccone, ripeté nuovamente tutto in cinese.


«Le pedine si stanno posizionando tutte…» mormorò, osservando la città e toccando la collana, sentendo l’energia del Quantum attraversarlo: «Presto l’antica guerra avrà nuovamente inizio e stavolta finirà in maniera completamente diversa.» mormorò, carezzando le maglie del serpente di metallo che teneva adagiato attorno al collo.
Questi si animò e alzò la testa triangolare, puntandola verso la città e soffiando nella sua direzione: «Sì. Presto avrai la tua vendetta sui Sette Dei, mio caro amico. Presto.»

Capitolo 16 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.833 (Fidipù)
Note: Salve salvino, eccoci qua con il nuovo aggiornamento di Miraculous Heroes 3. Leggendo e rileggendo i vostri commenti (Sì, mi piace rileggerli), ho notato quando Xiang non piaccia e sono felice perché ciò significa che sto facendo una buona caratterizzazione del personaggio: Xiang è orgogliosa e indossa un paraocchi che le permette di vedere solo davanti a sé, ha deciso la sua missione e la porterà a termine (o forse no?). Penso di averle dato la mia testardaggine, al momento della creazione, ma Xiang è già in fase di cambiamento (come fece a suo tempo Rafael, così odiato all'epoca di Miraculous Heroes). Un cambiamento che è tutto dovuto ad Alex...quindi....mh. Dovrei fare un capitolo in Scene, di ciò, ora che ci penso.
Beh, per chi si aspettava le botte da orbi, penso si troverà un'amara sorpresa perché più che far valere le proprie motivazioni con la battaglia, ho dato libero campo alle parole e alle spiegazioni (che, più che in questo, ci saranno nei prossimi capitoli).
E niente...
Date una chance a Xiang, ok?
Detto ciò, come sempre, vi voglio ringraziare per il fatto che leggete le mie storie e le inserite in una delle vostre liste, per i vostri commenti e...beh, per tutto!
Grazie mille di tutto cuore.
E ci vediamo al prossimo capitolo!

 

 

Sarah si appoggiò al banco della cucina, osservando il ragazzo accanto a lei mentre sbatteva con velocità le uova in una zuppiera: «Che c’è?» le domandò Rafael, versando una parte del composto nella padella riscaldata e iniziando a muoverla, in modo che l’uovo coprisse l’intera superficie.
«Niente.»
«Mi stai fissando.»
«Hai problemi con la gente che ti fissa?»
Rafael abbozzò un sorriso, regalando un’occhiata veloce alla ragazza e tornando poi a concentrarsi sulla futura omelette: «Cosa c’è?» domandò nuovamente, allungandosi e prendendo un mestolo di legno, iniziando a scostare il contorno della frittata: «Quando mi fissi così a lungo, vuoi sempre chiedermi qualcosa.»
«Sei stato anche con una cuoca?»
«Sarah!»
La ragazza sorrise, notando le guance di lui che si erano lievemente arrossate: «Non capisco perché, quando ti ho detto che Lila e Marinette sarebbero venute qui stasera, hai dovuto prendere possesso della mia cucina…»
«Perché la tua alternativa di cena sarebbe stata cibo ad asporto.»
«Che problemi hai con il cibo ad asporto?»
«Che problemi hai con il cucinare?»
«Nessuno. So cucinare, sai? Anche se tu mi prendi sempre in giro…»
«La cucina americana non è cucina. Semplice. Non è prendere in giro, è un dato di fatto! Chiedi a Lila…»
«Lila mi ha già fatto un discorso sul fatto che, in America, roviniamo la cucina italiana. Grazie, vorrei evitare il secondo round.» bofonchiò Sarah, incrociando le braccia e fissandolo con il broncio: «E, comunque, so cucinare. La so fare anche io una frittata…»
«Omelette.»
«Quel che è.»
Rafael sospirò, allungandosi verso il pensile dove Sarah aveva riposto i piatti e prendendone uno: lo posò sopra la padella e poi, velocemente, girò il tutto e sistemò l’omelette nella padella dalla parte che doveva ancora cuocere: «Non capisco perché te la prendi. Dovresti essere contenta di avere uno schiavo che cucina per te…»
«Non capisco perché cucinare quando si può tranquillamente ordinare qualcosa…»
«Sarah, cosa hai mangiato ieri?»
«Cinese.»
«E l’altro ieri?»
«Qualcosa di surgelato.»
«Mai pensato che la tua dieta sia squilibrata?»
«Dovresti vedere quella di mia madre…» commentò la ragazza, mettendosi a sedere sul bancone della cucina e fissandolo: «Non capisco perché cucinare quando sono sola. Lo reputo uno spreco di tempo.»
«Ma oggi non sei sola…»
«Sono Lila e Marinette.»
«Sarah, questo discorso ha un fine o lo stai facendo solo per farmi impazzire?»
La ragazza aprì la bocca, ma il campanello fece morire ogni risposta da parte di lei: «Salvato dal campanello.» dichiarò, balzando giù e andando ad aprire: Rafael rimase in cucina, sistemando il formaggio e le verdure sull’omelette e richiudendola, lasciandola cucinare un altro po’.
«Oh. Mi piacciono certe visioni…» commentò la voce di Lila, facendo sorridere il ragazzo: «Seriamente Rafael questi pantaloni fanno un effetto decisamente bello al tuo lato b.»
«Ciao, Lila maniaca.» la salutò il moro, voltandosi appena: «Mai visto un paio di jeans? Mi sembra che Wei li porti ogni tanto…»
«Sì, ma purtroppo – per quanto meraviglioso Wei sia – non ha il tuo stesso lato b, amico mio.»
«Lila, piantala.»
«Gelosa, Sarah?»
Rafael ridacchiò, sistemando l’omelette pronta su un piatto e mettendosi al lavoro sulla seconda: «Dovresti vederla. L’ultima volta è quasi saltata al collo di una sua compagna di università perché…»
«Ehi. Quella era stata con te.»
«Rafael, cosa hai fatto alla nostra dolce e innocente Sarah?» domandò divertita Lila, sistemandosi al tavolino e fissando l’americana: «Mi ricordo com’eri quando ti ho conosciuto: dolce, carina, gentile. E ora sei…sei…mh. Mi ricordi un po’ me.»
«E questo è male, tanto male.» bofonchiò Rafael, voltandosi e additando la propria ragazza con il mestolo: «Fai reset e torna come prima.»
«Cosa?»
«Non voglio un’altra Lila nei dintorni. Forza. Torna la mia Sarah.»


Wei sorrise all’uomo che aveva aperto la porta, diventando immediatamente serio non appena vide lo sguardo preoccupato del maestro: «C’è qualcosa che non va?» domandò, entrando nell’abitazione e togliendosi il soprabito.
Fu scosse il capo, lasciando andare un sospiro: «Pensavo fosse Alex.» bofonchiò l’ometto, facendogli cenno di andare nella sala principale della casa: «Ma lui non avrebbe suonato…»
«Oggi aveva un appuntamento, no?»
«Sì. Penso sia ancora con quella ragazza.» continuò Fu, accomodandosi al tavolino basso e tamburellando le dita sul legno: «Quindi credo sia inutile preoccuparmi. E’ Alex, cosa può succedergli?»
«Che una donna, posseduta da uno spirito maligno cinese, gli inserisca un cristallo nero e lo soggioghi con il suo potere?» domandò Wei, divertito: «Sicuramente è con quella ragazza. Mi sembrava molto preso…»
«Oh. Lo è, lo è. Mi ha fatto ammattire a furia di osannare la sua bella.» bofonchiò l’anziano, alzando gli occhi al cielo: «E la tua dov’è?»
«Con Marinette e Sarah.»
«Una serata di riposo, eh?»
«Non capisco perché tutti pensiate che stare lontano da Lila sia…» Wei si fermò, massaggiandosi il mento: «…la cosa migliore. Io non la vedo così.»
«Perché tu pensi con altre parti che non sono il cervello.»
«O forse perché Lila non è il demone che tutti dipingete.»
«Ne sei certo?»
«Sicurissimo.»
Fu annuì, spostando lo sguardo sull’orologio e lasciando andare un sospiro: «Do ancora un’ora a quel ragazzino, poi sguinzaglio voi sette per tutta Parigi, finché non lo trovate.»


Lila gemette, buttando giù l’ultimo boccone dell’omelette: «Quel ragazzo ha le mani d’oro…» mormorò, sospirando e chiudendo gli occhi, mentre il sapore delle uova, del formaggio e della verdura si mescolava nella bocca: «Se gli va male come modello e con l’economia, ha il futuro nella cucina. Garantito.»
«Non fosse che è così fissato nel farmi mangiare…»
«Come fissato nel farti mangiare?» domandò Marinette, scambiandosi un’occhiata con Lila: «Puoi…»
«Ogni volta che viene si mette sempre a cucinare perché, secondo lui, non posso campare di cibo precotto o da asporto.»
«Beh, non è che ha torto, Sarah.» commentò Lila, sorridendo: «Anche se io devo essere l’ultima a parlare: avrei la tua stessa dieta, se non fosse per Wei.»
«Grazie mamma e papà, per avermi insegnato a sopravvivere!»
«Ehi, mia nonna ci ha provato a insegnarmi a cucinare ma…»
«Non è colpa sua se sei una calamità naturale ai fornelli.» concluse Vooxi per l’italiana, agitando la forchetta per aria con un pezzo di carne infilzata: «Ormai in casa vige la regola ‘Lila deve stare lontana dalla cucina’, perché potremmo morire tutti quanti. E noi kwami siamo immortali, dico tutto!»
«Qualcuno qui non vuole l’edizione illustrata di Animali fantastici e dove trovarli…» cantilenò Lila, osservando il proprio kwami con un sorriso mefistofelico in volto: «Potrei dire al commesso che non la prendo più e…»
«No. Lila. Ti prego, non farlo. Ritiro tutto quello che ho detto! Davvero!»
Marinette sorrise, osservando il kwami iniziare a pregare la propria umana e quest’ultima che si era voltata dalla parte opposta: «Sei più calma, adesso.» constatò, notando che Sarah annuiva con la testa: «Oggi eri così nervosa…»
«Wei mi ha fatto calmare.»
«Ho paura a chiederti come.»
«Fidati, non vuoi saperlo.»
Vooxi sbuffò, fluttuando a mezz’aria con le zampette incrociate: «Fidati, nemmeno io avrei voluto saperlo.»
«Vooxi…»
«Non ho detto nulla! Nulla!»
«Povero Vooxi.» mormorò Mikko, ridacchiando con Tikki: «Che cos’è Animali fantastici comunque?»
«Un capolavoro, Mikko!» dichiarò il kwami della volpe, volando dalla compagna e passandole una zampetta attorno alle spalle, tirandola contro di sé: «Un film del mondo di Harry Potter dove viene narrata l’avventura di Scamander, uno degli autori di uno dei libri di Harry…»
«Bello.»
«A Mikko non interessa, a meno che non ci sia una storia d’amore.» commentò Sarah, ridacchiando: «Mi sembra che ci sia o che comunque sia accennata…»
«Sì, fra un babbano e una strega.» commentò Vooxi, osservando la compagna: «Ancora devo capire perché devi essere così fissata con l’amore. Sei fuggita da un matrimonio.»
«Combinato! Io non amavo il mio promesso, te l’ho già detto! E ho sempre sognato quel sentimento che…» Mikko si fermò, indicando Tikki: «Plagg si è offerto volontario per amore! E quanti nostri Portatori abbiamo visto soffrire e gioire per questo sentimento, eh?»
«Plagg non si è offerto per amore…»
«Tikki. Per favore, ero il suo compagno di bravate e bevute: non avrebbe mai fatto quella scelta, se non fosse stato per te.» commentò il volpino: «Forse da ubriaco. Forse. Ma era completamente sobrio quando ha scelto di seguirti.»
«E adesso sono finalmente riuniti dopo tanto tempo, perché i loro Portatori si amano. Capisci quanto forte è l’amore?»
«I Portatori di Plagg e Tikki si amano ogni volta. Questa volta sono stati più fortunati perché sono insieme e nessuno è morto.»
«Vooxi, perché non vai a farti uccidere da quelli di Routo?»
«Forse perché Routo non esiste più, Mikko?»
«Dimmi che non sono l’unica a vedere una futura coppia fra i nostri kwami, Sarah.»
«Sarebbero carini assieme.»
«Cosa?» sbottarono i due kwami, indicandosi a vicenda: «Non esiste!»
Lila ridacchiò, osservando i due spiritelli con lo sguardo indignato: «Sapete, le migliori coppie iniziano sempre così…»


Rafael poggiò la cassa di bottiglie assieme alle gemelle, stirandosi poi i muscoli delle braccia e sbuffando: era andato al locale di Alain con l’intenzione di bersi qualcosa e poi andare a casa, ma l’uomo lo aveva incastrato e costretto al lavoro.
«Il maestro Fu ti sta chiamando.» lo informò Flaffy, volando verso di lui con il cellulare in mano: «E’ la seconda chiamata che fa.»
Rafael annuì, prendendo il telefono e accettando la chiamata: «Maestro?» domandò, ascoltando la voce dell’anziano dall’altra parte: «Cosa? Alex? No, è da oggi che non lo sento. Aveva un appuntamento con la sua ragazza e…cosa? Non è tornato a casa? Beh, magari è ancora con lei…lo sa, che da cosa…sì, va bene. Ok. Mi chiami se non torna entro domattina. Ok. Arrivederci.»
«Problemi?»
«Alex non è ancora  tornato a casa.» mormorò Rafael, sorridendo: «Magari il nostro amico sta facendo un po’ di attività al momento. Non credi?»
«Che genere di attività?»
«Fa finta che non ti abbia detto niente, Flaffy.»


«Puoi smettere di guardare il cellulare? Mi metti ansia.» bofonchiò Plagg, osservando il biondo: «Quando Marinette torna a casa, ti chiami e potrai andare a sfogare la tua voglia repressa. Che poi repressa…lo avete fatto anche stamattina, prima di tornare qua.»
«Sbaglio o sei molto informato?»
«Sai com’è…» borbottò Plagg, girandosi annoiato verso il cellulare e osservandolo illuminarsi: «Oh. Una chiamata.»
«Mari…ah no. E’ il maestro Miyagi.» mormorò Adrien, rispondendo e azionando il vivace: «Salve, maestro! Come va il ‘dai la cera, togli la cera’?»
«Ah ah ah. Molto divertente.»
«Ci provo. A cosa devo la sua chiamata?»
«Da quanto non senti Alex?»
«Da…» Adrien si fermò, alzando lo sguardo verso il soffitto: «Oggi pomeriggio? Abbiamo fatto quel piccolo allenamento con Thomas e poi è uscito di corsa per andare all’appuntamento con la più bella ragazza di Parigi. La seconda, ovviamente. La prima è Marinette. Perché?»
«Non è tornato.»
«Si starà dando alla pazza gioia con una che ci sta.» commentò Plagg, lanciando in aria una pallina di camambert e aprendo la bocca, recuperandola: «Insomma, non è che ha grandi possibilità e ora che ne ha trovata una…»
«La stessa cosa che ha detto Rafael.»
«Tornerà, maestro. Alex torna sempre.»
«Ok. Grazie, Adrien.»
«Di niente, maestro.»


Felix sospirò, passandosi una mano fra i capelli e osservando la ragazza seduta sul divano: «Io…» iniziò, fermandosi e inspirando profondamente: «Mi sembrava di averti istruito su ciò che si può fare e non fare, no? Quando sei arrivata qui, intendo. E rapire una persona è fra le cose da non fare, Xiang.»
«Non lo terrò qui molto. Giusto il tempo di farmi consegnare i Miraculous e…»
«Ancora?» sbottò Felix, alzando le mani e abbassandole in un gesto frustato: «Maledizione, Xiang! Perché sei così fissata con il volere prendere i Miraculous? Ti ho già detto che i Portatori…»
«Sì, sono in gamba.» assentì la ragazza, alzandosi in piedi e osservandolo: «Alex mi ha parlato di loro e mi ha raccontato le loro gesta. Certo, senza dirmi che sa chi sono e fa parte del gruppo. Hanno fatto un bel lavoro e…»
«E devi lasciare che siano loro a gestire la cosa.»
«No! Non voglio. Sono persone innocenti e fantastiche, non voglio che loro siano in pericolo.»
«Xiang!»
«Questo è un problema che è nato per colpa della mia gente, che non ha saputo rinunciare al potere di quel gioiello, una volta che è giunto a noi. Sono io che devo rimediare, non loro.» mormorò Xiang, battendosi il pugno contro il petto e osservando l’altro agitata: «E’ una guerra di Shangri-la e loro non devono entrarci, io non voglio che loro…»
«Come sei passata da ‘non sono degli di portare i Miraculous, quindi li prendo io’ a ‘Devo proteggerli, perché questo è un guaio di Shangri-la’? Xiang, tu…»
«Ciò che si abbatterà su questo mondo, se non porto i Miraculous, a Shangri-la è qualcosa di…» la ragazza si fermò, scuotendo la testa: «Potrebbero perdere la vita, Felix.»
«E’ una cosa che si mette in conto, quando combatti il male. Sai?» mormorò l’uomo, sorridendo triste: «Quando combattevo le ombre di Chiyou sapevo che ogni battaglia poteva essere l’ultima e così anche quando prestavo servizio nell’esercito inglese. Posso comprendere che, dall’alto della tua vita millenaria, ci reputi tutti bambini e incapaci ma…» l’uomo si fermò, abbozzando un sorriso e allungando una mano e stringendo quella della ragazza: «…non offendere così il coraggio e la forza di quei ragazzi. Hanno fatto grandi cose e sono certo che sapranno cavarsela anche stavolta.»
«Io…»
«E poi hanno la figlia di Shangri-la dalla loro parte.» commentò Felix, sorridendole e carezzandole i capelli: «Fidati del tuo paparino che è completamente in disaccordo con questo rapimento, quindi una volta spiegato tutto portiamo quel poveraccio da Fu. Da quanto è svenuto, piuttosto? Ci manca solo che, invece di fargli perdere i sensi, lo hai ucciso.»
«Ho controllato la mia forza.» bofonchiò Xiang, stringendosi nelle braccia: «E comunque lui me li ha fatti conoscere, mi ha raccontato le loro vite ed io…»
«Ti sei affezionata, eh? A quel ragazzo e agli altri, vero? Uao, Xiang è diventata umana.»
«Io non…»
«Andiamo, regina dei ghiacci perenni. Dillo al tuo paparino.»
«Paparino?» domandò la voce sconvolta di Alex, facendo voltare i due verso la porta d’ingresso della sala: «Lui è tuo padre?» domandò, indicando Felix e guardando Xiang in attesa di risposte: «E dove mi trovo? Perché sono qui?»
«Oh. Non è morto.» commentò Felix, sorridendo e alzandosi in piedi: «Ottimo, possiamo depennare omicidio dalla tua lista di reati.»
«Io non ho commesso nessun reato.»
«Il rapimento è reato, Xiang.»
«Ehi. Yuuh. Persona che vuole sapere qui.»
«Giusto.» Felix annuì, intrecciando le mani dietro la schiena e sorridendo affabile al ragazzo: «Prima di tutto, lascia che mi presenti: mi chiamo Felix Norton e…beh, Xiang immagino che già la conosci, no? Ecco, la nostra adorabile ragazza qua, ti ha rapito per chiedere, come riscatto, i Miraculous.»
Alex sbatté le palpebre, osservando i due con un sorriso ebete in volto: «Penso di non aver compreso bene…» mormorò, voltandosi verso Xiang e indicandola: «Mi hai rapito?»
«Già.»
«Perché vuoi i Miraculous?»
«Sì.»
Alex inspirò profondamente, annuendo con la testa: «Tu sai cosa sono i Miraculous? Tu sai tutto?» domandò portandosi le mani alla testa e osservando sconvolto la ragazza: «Sei quella che controllava le ombre e ha ucciso gli uomini di Maus? Oh, fantastico! Sono di nuovo stato catturato dal nemico! Ma che problemi hanno con me questi cattivi? Catturiamo tutti Alex!»
«Cosa? No, anche io combatto il Dì ren.»
«Chi?»
«Colui che controlla le ombre.» spiegò Xiang, facendo un passo verso Alex e fissandolo: «Ha ucciso il mio mentore ed io l’ho seguito fino a qua, mi sono avvicinata perché volevo prendere i Miraculous per portarli in un luogo sicuro e proteggerli, ma…ecco io…»
«Ok. Un passo per volta. Sei veramente cinese?»
«Sì. Più o meno. In  verità la mia patria è Shangri-la.»
«Shangri-la? Quella Shangri-la?»
«Esattamente.»
Alex annuì ripetutamente con la testa, avvicinandosi al divano e lasciandosi cadere: «Ok. Vieni da Shangri-la. Quanti anni hai?»
«Secondo il vostro metodo di calcolare il tempo, dovrei avere qualcosa come tre, quattromila anni.»
«Ah.»
«Alex, io…»
«E’ una fortuna che mi piacciono più mature, no?»
«Più mature?»
«Le donne, no? Mi piacciono mature.»
«Sta dando i numeri, Xiang.»
«No, sto semplicemente cercando  di collocare tutto nel giusto ordine.» spiegò Alex, annuendo: «Ormai penso di averne viste veramente parecchie e non mi stupisco più di niente. A proposito, come ha detto che si chiama?»
«Felix Norton.»
«Oh. Che buffo. Anche quello che piaceva alla babbiona si chiamava…» Alex sgranò lo sguardo, osservando l’uomo e additandolo con bocca aperta: «Lei…lei…lei dovrebbe essere morto!»
«Eh già.»
«E’ uno zombie? Figo!»
«Non sono uno zombie! Ti sembro che vado in giro a fa ‘uaaah’ e a mangiare cervelli?» sbottò Felix, imitando brevemente uno zombie e fissando l’altro: «E’ una lunga storia.»
«Penso che sarà una lunga notte…» commentò Alex, allargando le braccia e voltandosi poi verso Xiang: «E tu sei in debito di un appuntamento a modo. Col cavolo che considero questo come appuntamento.»
«Ma…»
«Ah. E niente furti di Miraculous, rimangono dove sono.»
«E fu così che la  millenaria Xiang venne messa al suo posto da un diciannovenne americano…»

Capitolo 17 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.350 (Fidipù)
Note: Buon inizio di settimana! Eccoci qua con un nuovo capitolo di Miraculous Heroes 3 e, devo dire, che questo con il successivo sono stati veramente un parto: non tanto perché non ero ispirata, ma quanto perché in questo (e nel prossimo) capitolo è tutto un tirar fili e riprendere ciò che è stato narrato finora. Spero di avercela fatta, intanto tutte le parti si riuniscono finalmente e c'è un tanto atteso incontro che, penso, stupirà un po' tutti.
Mh, dato che non ho nient'altro da dire, approfitto di queste poche righe per fare un po' di pubblicità (*coff*spam*coff*) alle altre mie storie in corso (che non riguardano il Quantum Universe) e sto parlando di Inori, La sirena e la novella La bella e la bestia.
Detto ciò, come sempre, vi lascio al capitolo con i ringrazimenti di rito: grazie a tutti voi che leggete, che commentate (che bello leggere che non odiate Xiang!), che inserite questa storia in una delle vostre liste e...
Beh, per il semplice fatto che ci siete, grazie!

 

 

Wayzz addentò la foglia di lattuga, masticando lentamente il boccone e osservando il compagno davanti a lui: «Sei nervoso» decretò, dopo un po’ attirando su di sé lo sguardo di Vooxi: «In realtà lo sei da quando sei tornato ieri sera.»
«Non è niente.» bofonchiò il volpino, masticando la carne e sospirando: «Solo quella stupida della mia Portatrice che non sta mai zitta…»
«Cos’ha combinato Lila, stavolta?» domandò Wei, entrando nella stanza e sorridendo ai due kwami, mettendosi poi ad armeggiare nella cucina, mentre Vooxi masticava il suo boccone.
«Cos’ha detto, casomai.» borbottò il kwami arancione, giocherellando con la carne nella scatoletta e tenendo lo sguardo basso: «Se n’è uscita con qualcosa che non sta né in cielo né in terra, per i Sette Dei!»
«E cosa?»
«Che Mikko ed io…ecco…»
«Che sarebbero una bella coppia.» dichiarò la voce della ragazza, mentre entrava a passo di marcia nella cucina: «La fai veramente lunga, Vooxi. Era solo qualcosa detto così, tanto per dire.»
«Bah…»
«Potevo capire se eri veramente innamorato di Mikko e quindi…» l’italiana si fermò, assottigliando lo sguardo e fissando il proprio: «Aspetta, aspetta, aspetta. Ti piace veramente Mikko?»
«Ma che stai dicendo?» sbottò Vooxi, fluttuando a mezz’aria e colpendo la ragazza sulla fronte: «Piantala con questi film mentali!»
Wei sorrise, avvicinandosi alla ragazza e posandole le labbra sulla tempia: «Come mai già alzata?» le domandò, passandole un braccio attorno alla vita e attirandola a sé: «Un altro incubo su tua madre?»
«No. Hai lasciato il cellulare di là…» mormorò Lila, rilassandosi nell’abbraccio e alzando la testa: «Ha chiamato il maestro. Alex non è tornato stanotte e non riesce a contattarlo. E sappiamo molto bene cosa è successo l’ultima volta che il nerd è sparito: ci siamo ritrovati un coso urlante e che distruggeva tutto per le strade e aveva problemi con la sua immagine» spiegò velocemente, tenendo su di sé l’attenzione di tutti nella stanza: «Ha detto di andare a casa sua e decidere là cosa fare.»
«Vestiamoci e andiamo, allora.»


Fu abbassò il cordless, sospirando pesantemente: aveva richiamato tutti all’appello, convincendoli a riunirsi nella sua abitazione come erano soliti fare; aveva atteso tutta la notte ma di Alex non c’era traccia. Aveva provato a rintracciarlo al cellulare, ma quello era spento e ciò non aveva fatto che aumentare la sua ansia.
Alex viveva perennemente incollato al proprio telefono, si portava dietro una batteria di riserva proprio per evitare che si spegnesse.
Con passo pesante, l’anziano si diresse verso la stanza del ragazzo, trovandola nel solito caos: l’ordine non era fra le cose che preferiva Alex Simmons e, ormai, lo sapeva bene; fece spaziare lo sguardo sul letto sfatto e poi sulla scrivania, dove facevano bella mostra di loro tre monitor e la tastiera, assieme ad alcuni fascicoli e fogli sparsi.
Ah. Quel ragazzo…
Appena lo avrebbe avuto fra le mani gli avrebbe insegnato un po’ di cosette.
Prima fra tutte il chiamare quando aveva intenzione di rimanere tutta la notte fuori casa.
Sospirò, uscendo dalla stanza e andando a sbattere contro qualcosa: «Maestro!» esclamò la voce allegra del protagonista dei suoi pensieri: «Che combinava in camera mia? Se cercava di andare sui siti porno, l’avviso ho messo il blocco parentale al pc. Non può!»
«Alex?»
«E chi altri?» domandò il ragazzo, sospingendolo da parte e, solo allora, Fu notò le altre due persone nel corridoio: Felix e una giovane ragazza dall’aspetto orientale.
«Che ci fai tu qui?» chiese l’anziano, indicando l’uomo e poi facendo vagare lo sguardo sui due giovani: «E perché sei con lui?»
«E’ una lunga storia.» sospirò Felix, incrociando le braccia e  scuotendo il capo: «Molto lunga.»
«Che preferirei fare con tutta la banda riunita. Dov’è il cordless? Li chiamerei con il mio cellulare ma…beh, è scarico. E ieri quando sono uscito, ero talmente di fretta che mi sono dimenticato di prendere la batteria portatile che avevo messo in carica.»
«Li ho già chiamati io.» mormorò Fu, osservando Alex entrare nella camera e iniziare a trafficare con il pc: «Ero preoccupato perché sei scomparso tutta la notte e…»
«Sì, lo so. Lì per lì ho pensato anch’io che il cattivone di turno mi avesse di nuovo rapito ma…» il ragazzo si fermò, recuperando la chiavetta USB e inserendola nella porta, riprendendo poi a digitare sulla tastiera: «…beh, siamo tutti dalla stessa parte. Stesso team. Niente civil war o cose simili.»
«Me lo sto chiedendo da ieri…» mormorò Felix, osservando il caos nella stanza e poi il giovane americano alle prese con il pc: «…c’è un modo per fermarlo o va avanti finché non esaurisce la batteria?»
«Sinceramente non l’ho mai visto fermarmi.» bofonchiò Fu, fissando l’uomo: «Per quanto hai in mente di rimanere qui? Fra poco arrivano tutti gli altri e…»
«E penso che morirò dalle risate non appena la babbiona lo vede.» decretò Alex, ridacchiando: «Sono indeciso: sverrà oppure si butterà fra le sue braccia, piangendo?»
Il campanello dell’abitazione zittì tutti e un silenzio innaturale inondò la casa: «Si comincia…» mormorò Fu, dirigendosi velocemente verso la porta mentre Xiang entrava nella camera di Alex, seguito a ruota da Felix.
«Sei sicuro di ciò che stai facendo?» domandò la ragazza, osservandolo mentre continuava a lavorare al pc: «Io ti ho rapito e…»
«Tu hai cercato di rapirmi. Precisiamo.» dichiarò Alex, continuando a lavorare al pc: «E di là si sta riunendo un gruppo veramente in gamba, fidati! Hanno accolto la babbiona che mi ha fatto di peggio, perché non tu?»
«Forse perché lei era posseduta da un demone cinese mentre io avevo intenzione di prendere i loro Miraculous? E ancora penso che dovrei farlo…»
«Senti.» Alex si girò verso di lei, fissandola da dietro gli occhiali: «Posso capire che hai quattromila anni e pensi di sapere tutto del mondo ma non è così. Fidati, non è così. Tu sai tutto ciò che riguarda il Quantum e qualcosina su Dì ren, quello sì. Ma di quei sei che hanno rischiato più e più volte la loro vita per tenere questo mondo al sicuro? Fidati, non sai veramente niente di loro. Sono in gamba e se hanno avuto i Miraculous, c’è un motivo.» si fermò, abbozzando un sorriso: «Combatti con loro e non contro di loro, Xiang. Permettici di aiutarti nella tua lotta contro Dì ren.»
Xiang l’osservò, annuendo con la testa e chinandola poi verso il basso: «Mai pensato di entrare in politica?» domandò Felix, sorridendo alla vista del comportamento della ragazza: «Avresti veramente un futuro.»
«Preferisco stare dietro a un pc.» decretò l’americano, recuperando la chiavetta USB e sorridendo divertito: «Bene, è ora di entrare in scena.»

«Cosa vuol dire che quel deficiente è tornato poco fa?» urlò Sarah, pestando un piede per terra e facendo un passo verso Fu: alzò le mani, riabbassandole con un gesto stizzito e voltando poi verso Rafael: «Stavolta l’uccido.» dichiarò, osservando il parigino annuire con la testa senza dire una parola.
«Sarah mi sta facendo paura…» commentò Adrien, facendo un passo indietro e trovandosi al sicuro fra i suoi genitori e Marinette: «Veramente paura…»
«E questo è niente…» bofonchiò Rafael, inspirando profondamente: «Dovresti vederla quando hai…»
«Sei sicuro che vuoi continuare, Rafael? Veramente sicuro?»
«No, Sarah. Assolutamente no.» mormorò il moro, chinando la testa e rimanendo in silenzio al proprio posto, mentre Mikko e Flaffy trovavano rifugio nel cappuccio della sua felpa.
«Sono certo che sicuramente saprà dirci il perché.» dichiarò Wei, cercando di placare gli animi mentre accanto a lui Lila sbuffò: «Sì?»
«Intendi, che ci dirà qualcosa prima o dopo che Sarah lo avrà ucciso? Perché la nostra dolce apetta sembra sul piede di guerra, oggi.»
«Ehi, solo io posso chiamarla apetta.»
«Io dovrei andare a scuola…» bofonchiò Thomas, poggiando il mento sul tavolino e  fissando Sarah: «Non stare qui a vedere una in piena sindrome mestruale.»
Rafael sentì un brivido scendergli lungo la schiena, quando la sua fidanzata si voltò verso l’ultimo acquisto del gruppo: «Sarah, non ucciderlo.» mormorò, mettendosi fra la ragazza e Thomas: «E’ piccolo, non sa quello che dice.»
«Sicuro, Rafael? Mister parlo tanto qua mi sembra sappia sempre cosa dice.» dichiarò Willhelmina, osservando Thomas: «Non sei un po’ giovane per sapere cosa è una sindrome mestruale?»
«Punto primo: ho tredici anni. Punto secondo: vivo con due donne, il cui ciclo è sincronizzato. Si fidi, ho parecchia esperienza della sindrome mestruale.»
«Ti ho nel cuore, Thomas.»
«Rafael, vuoi morire con Alex?»
«Ehi, ehi, ehi.» esclamò l’americano, entrando nella stanza: «Sarah ha il ciclo? Perché di solito augura così facilmente la morte quando…»
«Wei! Ferma Sarah!» urlò Rafael, afferrando la bionda per la vita mentre il cinese si mosse velocemente e le si parò davanti, tenendola per le spalle: «Buona, apetta. Buona. Sentiamo quello che ha da dire e poi lo puoi uccidere. Ok?»
«Tu!» ringhiò Sarah, indicando l’amico: «Spero che tu abbia una buona scusa per tutto questo macello che hai alzato, altrimenti lo giuro su quello che ho di più caro, ti rispedisco a calci in America.»
«Uao…» mormorò Adrien, passandosi una mano sul volto: «Questo aspetto di Sarah è…è…»
«Terrificante?» buttò lì per lui Marinette, voltandosi verso il ragazzo: «Agghiacciante? Spaventoso?»
«Andava bene terrificante, mon coeur.»
«Stai bene, Alex?» domandò Sophie, osservando il ragazzo e avvicinandosi a lui, studiandolo alla ricerca di qualche ferita: «Fu ci ha detto che stanotte non sei tornato a casa e il tuo cellulare non prendeva e…»
«Sto bene, sto bene. Sono solo stato rapito…»
«Cosa?»
«Ma la persona che mi ha rapito non è cattiva, eh. E’ dalla nostra parte, c’è semplicemente stato un piccolo malinteso.»
«Alex, ti prego, non iniziare con i tuoi soliti discorsi.» dichiarò Willhelmina, sedendosi e massaggiandosi le tempie: «Perché non ho proprio la forza per starti ad ascoltare.»
«E invece dovrai farlo. E non solo me, ma anche…» Alex si voltò indietro, rimanendo basito di essere solo: «Maestro, dove sono?»
«Sono rimasti di là, credo. Lo avrei fatto anch’io, sentendo la confusione di questa stanza.» borbottò l’anziano, osservando Alex andare a recuperare la ragazza e Felix, notando poi come la stanza era diventata silenziosa all’arrivo dei due.
«Allora, questi sono…» iniziò Alex, bloccandosi quando un vasetto di metallo attraversò la stanza e andò a colpire Felix alla fronte che, piegandosi in due, iniziò a dire una sequela di improperi: «Willie! Non si lanciano gli oggetti al tuo vecchio amante!» sbottò l’americano, fissando male la donna.
«Lui…lui….lui dovrebbe essere morto! L’ho visto quando è morto!»
«Tu e il tuo vizio di tirare cose!» sbottò Felix, rialzandosi e tenendosi dolorante la testa: «Anche quando avevi quel cavolo di yo-yo era sempre un lanciarmi oggetti!»
«Perché sei qui? Tu sei morto, maledizione!»
«Forse perché non sono morto, genio!»
«Fu!» esclamò la donna, indicando l’uomo biondo e osservando poi l’anziano: «Lui…lui…»
«Sì, lo so.» borbottò il cinese, scuotendo il capo: «Lo so da un po’, dato che è venuto a trovarmi poco dopo che Maus era stato sconfitto.»
«Io non ci sto capendo niente…» mormorò Adrien, osservando l’uomo che aveva suscitato l’ira di Willhelmina e notando poi il suo kwami volare davanti a lui: «Plagg?»
«Felix?» mormorò il kwami, osservando il suo ex-Portatore: «Ma eri morto. Ho sentito il nostro legame sciogliersi quando la tua vita…»
«Diciamo che sono stato morto, tecnicamente.» dichiarò l’uomo, sistemandosi la giacca e dando un’occhiata veloce a Willhelmina: «Felix Norton, anche se ora mi faccio chiamare Felix Blanchet.» si presentò, facendo un lieve inchino con il capo: «Mentre lei è Xiang.»
«Bene.» mormorò Plagg, voltandosi verso Marinette e sorridendo alla kwami rossa: «Tikki, depenna Felix dalla lista dei miei Portatori che non sono morti. Non sono più quello con il numero più alto di caduti!»
Tikki sorrise, osservando la sua ex-portatrice recuperare una statuetta in giada e lanciarla contro il redivivo Felix: «Ma la pianti?» tuonò quest’ultimo, afferrando in tempo l’oggetto e fissando male la donna.
«Se Bridgette continua a lanciargli oggetti…» mormorò la kwami rossa, ridacchiando: «Non so per quanto resterà in vita.»
«Ok. Questo non me l’aspettavo.» commentò Alex, indicando Willhelmina e poi scuotendo il capo: «Bene. Grazie al signor Blanchet per essersi presentato e aver presentato Xiang. Ah, Xiang è la futura signora Simmons.» dichiarò giulivo il ragazzo, rimediando un’occhiataccia da parte della cinese.
«Potete spiegarci?» sospirò Sarah, osservando tutti e scuotendo il capo: «Perché sinceramente io…»
«Io non ho capito niente.» dichiarò Adrien spavaldo, sorridendo: «A parte che lui è l’ex-Portatore del mio anello,  giusto? Beh, si nota subito che abbiamo qualcosa in comune: stesso charme, stessa eleganza…»
«Stesso savoir-faire» dichiarò Felix, sistemandosi la giacca e sorridendo al giovane: «Stesso aspetto piacente.»
«Stesso lato vanitoso.» mormorò Marinette, alzando gli occhi al cielo: «Ho paura di scoprire se avete lo stesso senso dell’umorismo.»
«Tu apprezzi il mio senso dell’umorismo, my lady.»
«Bene, prima che Adrien e Marinette inizino il loro battibeccare e…» Alex si fermò, osservando Willhelmina e indicandola con la mano: «Babbiona del mio cuore, posa immediatamente quell’uovo di pietra. Subito. Non si lanciano gli oggetti contro gli amanti tornati in vita.»
«Non è il mio amante.»
«Io direi il contrario…»
«Ok! Adesso basta!» esclamò Sarah, balzando in piedi e indicando le due coppie di Portatori: «Gatti e coccinelle. In silenzio! Voglio sapere dove accidenti è stato quest’idiota, cos’ha fatto, chi l’ha rapito e perché. E se tutto questo centra con il nostro nemico misterioso.»
«Chi ha rapito Alex sono stata io, Portatrice del Miraculous dell’Ape.» mormorò Xiang, portandosi una mano al petto e, in questo modo, indicandosi: «Io mi chiamo Xiang e sono l’ultima abitante di Shangri-la.»
«Shangri-la? E come mi hai chiamata? Portatrice dell’Ape? Allora tu…»
«Shangri-la è un luogo immaginario, che è stato descritto in Orizzonte perduto di James Hilton.» commentò Rafael, fissando la ragazza cinese: «In molti l’hanno cercato ma non è mai stato provato che esistesse.»
«Non trovare non significa che qualcosa non esiste.» mormorò Xiang, abbozzando un sorriso: «Shangri-la esiste e si trova nella zona che ora è chiamata Tibet, nascosto agli occhi dei più comuni dai potenti incantesimi del maestro Kang, colui che diede l’incarico al Primo Guardiano dei Miraculous.»
«Tibet…» mormorò Gabriel, sfiorandosi le labbra con l’indice: «Chissà perché la nostra storia conduce sempre in quel luogo.»
«Perché in Tibet c’è l’ultima fonte di Quantum esistente.»

Capitolo 18 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.038 (Fidipù)
Note: Salve salvino! Bene, quando ho finito di scrivere questo capitolo, la prima cosa che mi sono domandata è stato 'perché l'ho scritto?' e la risposta che mi son data è stato 'perché era il momento'. E, in effetti, sebbene questa parte della trilogia di Miraculous Heroes sia ancora nella sua fase iniziale, ho pensato che servisse tirare un po' tutti i fili e presentare - in maniera molto superficiale - chi sarà il nemico di questa terza e ultima parte e quindi fidati appunti alla mano, mi sono messa a ripercorrere tutta la mitologia che c'è dietro questa storia e notando, proprio mentre scrivevo, come Kang sia il vero autore di questa storia. Cosa starò mai dicendo? Beh, leggete e scoprirete.
Ci tengo a precisare che Quantum, Daitya, Routo, Shangri-la, Kwami che erano umani, ex-Portatori e compagnia varia è frutto della mia mente: sinceramente non ho la più pallida idea di cosa Thomas Astruc tirerà fuori dal cilindro, in base a ciò che ho visto nella prima serie questa è stata la spiegazione che ho dato io.
E direi di lasciarvi alla lettura, ringraziandovi come sempre per leggere le mie storie (Qua potrete trovare tute le storie attualmente pubblicate del Quantum Universe), le commentate, le inserite nelle vostre liste e inserite me in quella degli autori preferiti.
Grazie tantissimo!!!

 

 

Alex sorrise, osservando il variegato gruppo sistemarsi nella sala di Fu e, voltandosi, iniziò a trafficare con la Tv, in modo da collegare la sua fidata USB: «Allora, adesso che siamo tutti riuniti e abbiamo sganciato un po’ di bombe, tipo che Felix è vivo e che Xiang viene dalla leggendaria Shangri-la…» si fermò, voltandosi di nuovo verso tutti: «Direi che il tempo della spiegazioni è finalmente giunto!» esclamò, allargando le braccia e indicando poi la bionda: «Sarah, smetti di guardare male Xiang.»
«Ti ha rapito.»
«Rafael potrebbe ingelosirsi del nostro rapporto…»
L’americana sorrise dolcemente, osservando il suo amico: «Quale rapporto? Quello dove ti strangolo?»
«Alex inizia, per favore.» sospirò Rafael, prendendosi il volto fra le mani: «Per favore. Altrimenti qui facciamo notte.»
«Io spero di trovare una scusa convincente con mia madre…» borbottò Thomas, incrociando le braccia sul tavolo e poggiandovici il mento sopra: «Altrimenti sarò un cadavere.»
«Allora, sarà una lunga spiegazione…» iniziò l’americano, indicando i kwami comodamente seduti sul tavolino: «E tutto inizia dalla vostra terra di origine.»
«Daitya?» domandò Tikki, guardandosi con gli altri kwami: «Che cosa intendi…»
«Allora come ben sappiamo, molto tempo prima di quelle che crediamo fossero le prime civiltà c’erano queste due nazioni, Daitya e Routo. Giusto? Entrambe erano tutto ciò che rimaneva di un’altra grande civiltà…»
«Il mito di Atlantide.» commentò Rafael, annuendo con la testa: «La grande civiltà scomparsa perché, con la sua superbia, aveva sfidato il volere degli dei…» sorrise divertito, massaggiandosi il labbro inferiore con il pollice: «Se mio padre fosse a conoscenza di ciò, sarebbe già in mezzo all’oceano a fare immersioni.»
«Grazie al racconto dei nostri amici kwami, sappiamo che Daitya e Routo combattevano una sorta di guerra fredda, almeno finché qualcosa non ruppe il tutto…» riprese Alex, schioccando le dita: «Questo punto di svolta, ha fatto sì che i capi di Daitya decidessero di mettere in atto il rituale che ha trasformato sette ragazzi in kwami.»
«La colonna di luce di Routo…» mormorò Wayzz, annuendo con la testa: «Tutto è cambiato da quando ci fu quell’emissione di Quantum da parte di Routo. Gyrro non seppe mai dirmi cosa pensava che fosse. O forse non ha voluto dirmelo…»
«Tutti in questa stanza sanno la storia dei Miraculous, no?» riprese Alex, accomodandosi a sedere accanto al televisore e recuperando il telecomando: «Daitya, sentendosi minacciata da Routo, decide di effettuare un rituale con sette volontari – i kwami, qui presenti – ma ciò non fa altro che portare alla distruzione dell’isola, da cui si salvano solo due persone: Gyrro, il maestro di Wayzz, e un bambino che verrà chiamato Kang. Gyrro viaggia e arriva Nêdong. Qui si naturalizza e inizia a vivere in un piccolo tempio, ove i Miraculous iniziano a essere venerati, poi grazie al suddetto Kang inizia il viaggio come Primo Gran Guardiano: i Miraculous iniziano a passare di mano in mano dei diversi Portatori, finché il maestro Liu non scegli i presenti Fu, Bridgette e Felix come Portatori. E arriviamo ai fatti di Nanchino e…» Alex inspirò profondamente, alzando un dito e fermando Willhelmina che aveva aperto bocca: «…di resurrezioni e cose varie parliamo dopo.»
La donna bofonchiò, incrociando le braccia: «Siamo a Nanchino, giusto? Perfetto, io vengo posseduta, qualcuno muore e Fu viene scelto come nuovo Gran Guardiano, passano due secoli e abbiamo la nostra Sophie che combatte contro Maus, un tedesco ossessionato dal Quantum. Lo segue in Tibet e qui si fa catturare per non mettere in pericolo la sua famiglia…»
«Passa qualche anno e il signor Gabriel, alla ricerca della moglie, giunge in Tibet ed entra in possesso del Miraculous della Farfalla, tornando a Parigi con il desiderio di prendere i due gioielli più potenti. Con questo piano in mente, indossa la spilla, diventando Papillon e costringendo così il Maestro Fu a cercare due Portatori, ovvero Adrien e me.» continuò Marinette, voltandosi verso il biondo al suo fianco e ricevendo un segno di assenso: «Combattiamo contro i suoi akumatizzati, fino allo scontro finale e tutto è andato bene, fino all’anno scorso quando Willhelmina è giunta a Parigi e ciò ha portato a una riunione dei sette gioielli.»
«Dopo la sconfitta di Coeur Noir è arrivato Maus e siamo giunti ad oggi. Giusto?» finì per tutti Adrien, allargando le braccia e facendo spaziare lo sguardo su tutti gli altri: «Direi che su questa parte siamo preparati, non credi?»
«Questa parte la sappiamo tutti, sì.» Alex assentì con il sorriso sulle labbra: «Ma in questa storia ci sono due punti importanti e, possiamo dire, avvolti nel mistero: Routo e Kang.» dichiarò l’americano, elencando con le dita: «Cosa successe a Routo, quando lasciò andare quell’emissione di Quantum? E perché attese che a Daitya compissero il rituale prima di attaccare? E Kang…» si fermò, scuotendo il capo: «Kang è la figura più misteriosa che gira attorno a tutta questa storia.»
«Shangri-la, anche.» commentò Rafael, indicando Xiang: «Anche il perché Shangri-la sia coinvolta è un punto importante.»
«Giusto.» mormorò Alex, indicando il parigino e annuendo: «Ok, direi di cominciare dall’inizio, ovvero il Quantum.» esclamò, enfatizzando l’ultima parola con un movimento delle mani che, completamente aperte, muoveva nell’aria: «Xiang, prego.»
«Cosa?»
«La parola all’esperto.»
«Ma che…»
«In pratica ti sta dicendo di parlare del Quantum.» s’intromise Felix, sorridendo: «Direi che è il punto d’inizio di questa storia.»
La ragazza annuì, mordendosi il labbro inferiore e guardando le persone riunite che attendevano: «Il Quantum è un’energia che attraversa questo pianeta.» iniziò, socchiudendo gli occhi e cercando di ricordare insegnamenti persi nel tempo: «Se paragoniamo la Terra a un corpo umano, il Quantum è come il sangue: un flusso ininterrotto che permea l’intero globo, suddividendosi in vene e capillari; in alcuni punti, poi, è possibile che fuoriesca in modo più o meno continuo e, di solito, sono zone collegate a fenomeni misteriosi…»
«Ma a Daitya ci hanno sempre insegnato che il Quantum era in esaurimento…» mormorò Nooroo, portandosi una zampina alla bocca: «E ciò che successe, ciò che ci ha fatto tramutare in kwami l’ha completamente prosciugato.»
«Se il Quantum si prosciugasse, allora sarebbe la fine di ogni forma di vita su questo pianeta, perché è ciò che ci ha donato la vita.» dichiarò Xiang, sorridendo al piccolo kwami: «Ciò che è successo alla vostra nazione ha fatto sì che si chiudesse una delle poche fonti aperte di Quantum, ovvero punti con un’emissione costante di Quantum. Dopo ciò che successe a Daitya e Routo ne è rimasta solo un’altra, ed è a Shangri-la.»
«L’ultima fonte di Quantum esistente…» mormorò Gabriel, annuendo con la testa e capendo le parole che la cinese aveva detto a lui, poco prima: «Giusto?»
«Esattamente.» assentì la ragazza, intrecciando le mani in grembo: «Dopo la distruzione delle due isole non esiste altra fonte di Quantum.»
«Riusciremo ad arrivare a capo di tutto ciò?» domandò divertito Adrien, poggiando la testa contro la spalla di Marinette: «My lady, ho già un mal di testa pazzesco. E siamo solo all’inizio!»
«Ehi, cucciolo.» bofonchiò Felix, indicando il biondo con un cenno del capo: «Poche fusa e apri bene le orecchie.»
«Fantastico! Fate entrambi battute a tema felino…» sospirò Marinette, alzando gli occhi al cielo: «Allora, il Quantum è come il sangue per la terra, giusto?»
«Sì.» assentì Xiang, annuendo con la testa: «E già sapete che Daitya e Routo sono un lascito di un’antica civiltà. Ciò che dovete sapere è che anche Shangri-la è molto simile. Avete mai sentito parlare di Lemuria?»
«Altro ipotetico continente scomparso, collocato nell’Oceano Indiano – o in quello Pacifico, a seconda dell’autore della teoria –, ma la sua esistenza è stata smentita dalla scoperta della tettonica a zolle, che spiegava perché esistevano famiglie di lemuri sia in Madagascar che in Pakistan.» spiegò Rafael, stanco: «O più o meno. Ringraziate mio padre, per un bel periodo della sua vita è stato fissato con i continenti scomparsi…»
«In verità, Lemuria è esistita.» mormorò Xiang, sorridendo: «Semplicemente è stata collocata nel posto errato: essa non era un continente scomparso, ma una grande nazione che governava la zona che ora chiamate Tibet e la sua capitale era Shangri-la.»
«Un’altra zona interessante che apparteneva a Lemuria era la provincia di Nêdong.» aggiunse Alex, sorridendo: «Nessuno di voi si è mai chiesto come ha fatto Gyrro a trovare un tempio, con una comunità fiorente quando, stando alle ricerche che ho fatto, all’epoca era una zona disabitata? Secondo quello che ho trovato le prime tribù si fermarono in Tibet attorno al 700 a.C. e…» l’americano si fermò, sorridendo: «Beh, quando Gyrro arrivò in quella zona doveva essere intorno al 3000 a.C., più o meno.»
«La mia prima Portatrice fu una ragazza egizia di nome Isinofret…» mormorò Tikki, socchiudendo gli occhi e inspirando profondamente: «Ricordi, Marinette? La mostra sugli egizi a cui andammo tanto tempo fa?»
«Sì.»
«Considerato che Gyrro è stato il Gran Guardiano più longevo…» commentò Fu, massaggiandosi il mento: «I conti di Alex tornano più o meno; il Primo ha scelto due Portatrici della Coccinella, nei suoi quattrocento anni di vita: una in Egitto e una in Cina.»
«Ma, se a Lemuria non hanno fatto boom come a Daitya e Routo…» iniziò Lila, prendendo parola: «…perché è scomparso anche questo continente, regno, quel che era?»
«La fonte di Quantum era a Shangri-la e ne beneficiava principalmente la città, il resto del regno, lentamente, è sfumato fino a perdersi…» mormorò Xiang, abbassando lo sguardo: «Quando Gyrro e Kang sono giunti a Nêdong, poco o nulla era rimasto della mia patria. Solo Shangri-la, poiché beneficiava dell’emissione continua del Quantum, e quindi è potuta sopravvivere, sebbene adesso sia morta anch’essa: la chiamano la città senza tempo, poiché per noi che ci abitiamo esso non scorre. Ma siamo mortali e lentamente, per malattia o per violenza, i miei concittadini sono morti.»
«Giusto per sapere…» mormorò Rafael, studiando la ragazza: «Quanti anni hai?»
«Tre, quattromila anni.» rispose Alex, sorridendo: «Li porta bene, vero?»
«Divinamente.»
«Bene. Ci siamo con il quadro generale? Il Quantum scorre come sangue e c’erano queste tre fonti: Daitya e Routo da una parte, Shangri-la dall’altra. Ora noi sappiamo che Shangri-la è attiva, sebbene la città e la nazione siano morte, quindi torniamo nei punti da cui tutto ha avuto inizio: Daitya, ma più precisamente Routo.» spiegò Alex, voltandosi e azionando lo schermo, facendo comparire una piccola mappa: «L’ho disegnata io, sotto suggerimento dei vostri kwami. Allora, queste sono le due isole: come potete vedere non erano molto distanti fra loro, considerate le navi dell’epoca, il tempo di navigazione era di una settimana a viaggio. Vicinissime, no?»
«Si poteva sputare contro quelli di Routo, guarda.» commentò Plagg, sbuffando: «Ok. Erano isole, erano vicine. Lo sappiamo.»
«E pensare che ho tutta una sequenza  animata. Ok, torniamo al punto da cui tutto ebbe avuto inizio: l’emissione di Quantum di Routo.» spiegò Alex, lasciando perdere la tv e voltandosi verso i kwami: «Immagino che voi, miei piccoli amici colorati, vi siate sempre chiesti cosa fosse stato.»
«Routo sperimentava molto spesso…» mormorò Wayzz, fissando Alex negli occhi: «Prima dell’emissione di Quantum c’erano stati anche parecchi terremoti.»
«Sì, li ricordo!» esclamò Mikko, annuendo vigorosamente con il capo: «E continuarono anche dopo.»
«Purtroppo non abbiamo nessuno proveniente da Routo…» mormorò Alex, sospirando: «E tutto ciò che sappiamo lo dobbiamo a Kang.» continuò, fermandosi e fissando il tavolo, in silenzio.
«Alex, per favore…»
«Tranquilla, Sarah. Non ho voglia di divertirmi tenendovi sulle spine, sto cercando le parole giuste» dichiarò l’americano, sorridendo: «Allora, Routo è sempre stato alla ricerca del potere, no? Ma più che il potere, cercava un modo di veicolare il Quantum ed è ciò che crearono il giorno dell’emissione: quando ci fu quella…quella…»
«Quella colonna di luce?»
«Esatto. Grazie, Nooroo. Ecco, quando ci fu quella colonna di luce a Routo crearono un monile che permetteva di veicolare il Quantum e, in questo modo, usarlo.» Alex si fermò e inspirò profondamente, aprendo e chiudendo le mani: «I vostri Miraculous sono impregnati di Quantum ed è ciò che vi permette di trasformarvi ed avere i poteri, giusto? Ciò è dovuto al fatto che il rituale a cui i sette kwami si sono sottoposti, altri non era che un’estrapolazione dalla vena di Quantum e l’immissione di questo nei gioielli, attraverso dei corpi umani…sentite, sinceramente non so il procedimento esatto che hanno usato e come ciò ha portato a un cambiamento di loro sette…» Alex indicò i kwami, scuotendo il capo: «Ma posso dire che i Miraculous sono gioielli fatti di Quantum e quest’energia non si esaurisce praticamente mai! Guardate da quanto tempo sono stati creati i gioielli e sì, certo si ricaricano un po’ quando vengono infilati nella scatola di legno, ma ciò non significa che non possono continuare a prestare i loro poteri anche senza…Ah, fra l’altro lo scrigno è stato creato a Nêdong con le tecniche di Shangri-la.»
«Quindi cosa avrebbero creato a Routo? Un ottavo Miraculous?»
«No, Wei. Ciò che venne creato quel giorno a Routo fu un catalizzatore di Quantum a cui dettero una forma di gioiello…» Alex si fermò, voltandosi verso Xiang: «Una collana a forma di serpente, giusto?»
«Sì. E’ una collana rigida, che ha la forma di un serpente ed è d’oro. Credo.»
«Ottimo. Grazie, Xiang.» Alex schioccò le dita, sorridendo: «Praticamente con questa collana, chi la indossa, riesce a estrapolare l’energia del Quantum e ad averne il controllo e…beh, praticamente è come un dio in terra. Può fare qualsiasi cosa con il Quantum.» sorrise, scuotendo il capo: «Se tutto ciò potesse essere messo a disposizione, in pratica risolveremo ogni problema del mondo.»
«O ne creeremo altri.» commentò Felix, sorridendo tristemente: «Rendere accessibile un qualcosa come quello, in un mondo come questo è come dare a un bambino una pistola e mandarlo al parco giochi…»
«Quindi quel giorno, a Routo, crearono questo catalizzatore.»  dichiarò Plagg, annuendo con la testa: «Ma allora perché non ci attaccarono subito? Potevano tranquillamente distruggerci e…»
«Magari c’era qualche traditore.» buttò lì Wayzz, interrompendo il compagno: «Qualcuno che era a conoscenza del nostro sapere e aveva presagito come si sarebbero comportati i Gran Sacerdoti. Creando un catalizzatore come quello, il momento migliore per loro sarebbe stato quello in cui veniva estrapolato il Quantum e inserito dentro di noi…Pensaci, ci hanno attaccato poco dopo che anche tu sei stato chiamato ed eri l’ultimo. La vena di Quantum era aperta e loro hanno attaccato in quel preciso momento.»
«Ha senso.» mormorò il felino, annuendo: «In pratica siamo stati usati e noi siamo diventati questo per cosa? Se non avessimo fatto quella cosa, magari tutti questi problemi adesso non ci sarebbero stati e…»
«Routo avrebbe trovato un altro modo.» mormorò Xiang, interrompendo il kwami: «Kang era certo di ciò.»
«Kang. Questo nome risalta parecchio in questo racconto…» mormorò Sophie, sorridendo: «Ed era l’altro punto importante, vero Alex?»
«Sì. Kang è un bambino che Gyrro ha salvato dalla distruzione di Daitya e l’ha portato con sé nel suo pellegrinaggio e…beh, era speciale.»
«In che senso?» domandò Lila, inclinando la testa: «Speciale in cosa?»
«Kang ha avuto il dono della Vista, signorina.» le rispose Felix, sorridendo: «Fin da quando era piccolo, lui ha visto il futuro dipanarsi davanti a sé e modificarsi a seconda delle scelte fatte; questo suo dono l’ha portato ad andarsene da Nêdong e raggiungere Shangri-la, quando era ancora adolescente e poi ha iniziato a viaggiare, tornando sempre nella Città senza tempo e ciò gli ha permesso di vivere finora. O almeno fino a un annetto fa, quando è stato ucciso.»
«Poteva vedere il futuro ed è stato ucciso?»
«Si è lasciato uccidere, in verità.» commentò Felix, incrociando le braccia e alzando la testa: «Kang ha sempre saputo tutto, aveva visto come il futuro si sarebbe mosso e, grazie a questo, era riuscito a mettere mano sul monile di Routo, portandolo a Shangri-la. Sinceramente, non ho la più pallida idea di come abbia fatto, non me l’ha mai raccontato…»
«Sai molte cose su Kang.» mormorò Fu, osservando il suo ex-compagno e ricevendo in cambio un sorriso triste.
«Kang è colui che mi ha salvato quel giorno a Nanchino.» spiegò Felix, inclinando la testa e sorridendo al ricordo: «Nanchino è stata costruita sopra una vena di Quantum, non ha una fonte ma con il catalizzatore è possibile reperire l’energia; quel giorno, mentre ti facevo da scudo contro i nostri nemici, mio caro Genbu, Kang ha usato quell’energia e il monile di Routo per salvarmi la vita. Voi mi avete visto morire ed io stesso ho creduto di essere morto, ma in verità quella spada mi ha solo ferito di striscio.» spiegò, sospirando: «Kang mi ha portato a Shangri-la e mi ha tenuto lì, in modo da istruirmi per il giorno in cui avrei potuto essere di nuovo di aiuto.»
«Quindi è così che è andata…» mormorò Fu, annuendo con la testa e scoccando un’occhiata a Bridgette rimasta in silenzio: «E quello che ha passato Bridgette?»
«Serviva per portarla qui adesso.» spiegò spiccio Felix, tenendo testa all’ex-compagno: «E’ brutto ammetterlo, ma non siamo stato altro che pedine nelle mani di Kang in vista di questo giorno. Lui stesso non era altro che una pedina per sé stesso: perché lasciarsi uccidere, quando poteva benissimo evitarlo? Tutto ciò che quell’uomo ha fatto è fare in modo che i sette Portatori di Miraculous si riunissero qui, assieme a tutti coloro che potevano aiutarli per fermare la minaccia di Routo una volta per tutte, anche a costo della sua stessa vita. Se Bridgette non fosse diventata Coeur Noir, tu avresti lasciato il Miraculous dell’Ape alla biondina?»
«No. E loro non si sarebbero incontrati perché non ci sarebbe stato bisogno…» mormorò Fu, annuendo con la testa: «Io stesso sono venuto a Parigi perché mi sentivo in colpa verso Bridgette e ho pensato che vivere nella città di cui lei mi aveva parlato potesse servire a calmare quel sentimento…»
«Fu…»
«Qui poi ho dato il Miraculous del Pavone a Sophie e tutto ciò che è seguito, non ha fatto altro che portare a Marinette e Adrien come Portatori della Coccinella e del Gatto Nero…»
«Kang aveva visto tutto.» mormorò Felix, chinando la testa: «Quando ho lasciato Shangri-la, sapeva che sarei giunto qui a Parigi e, in punto di morte, ha ordinato a Xiang di venire qua…ci ha riuniti, ci ha mossi egregiamente in migliaia di anni, affinché mettessimo fine a ciò che Routo e Daitya avevano iniziato.»

Capitolo 19 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.763 (Fidipù)
Note: E si torna alla vita di tutti i giorni: perché ci possono essere state rivelazioni incredibili e un cattivo che...beh, ancora del caro Dì Ren si sa poco, in ogni caso la vita bussa alla porta e non ci pensa neanche a rimanere fuori e quindi ecco che si ritorna allo scorrere normale del tempo (o del capitolo). Detto ciò, direi che posso tranquillamente lasciarvi al capitolo, dato che non c'è molto da dire su questo (anche perché io devo tornare ai miei appunti sulle fobie e oggi sono molto indietro con lo studio), ma come sempre ci tengo a ringraziarvi: grazie a tutti voi che leggete, che commentate, che inserite questa storia in una delle liste a vostra disposizione e me fra gli autori preferiti.
Un piccolo grazie anche a Federica11 (sì, io non rispondo mai ai commenti perché sono culopesa, ma vi stalkero XD), che mi ha segnalata per le storie scelte: grazie davvero tantissimo! Sono veramente onorata della cosa.
Detto ciò, ci vediamo al prossimo capitolo!.

 

 

Bridgette osservò lo specchio che, sul fondo del magazzino di Fu, dominava la scena: quando era stata liberata da Chi You aveva chiesto all’amico di tenere l’oggetto e non l’aveva più voluto vedere. Almeno fino a quel momento.
Si fece largo fra le cianfrusaglie, che il cinese aveva recuperato nel corso degli anni, e si fermò davanti la superficie riflettente, allungando una mano e carezzando la spaccatura che si era creata nell’esatto momento in cui Ladybug la liberava dalla presenza del demone cinese: «Stai bene, Bridgette?» le domandò la voce stanca di Fu, dietro di lei e la donna annuì.
«Per due secoli ho combattuto contro la sua presenza.» mormorò, socchiudendo gli occhi e tornando indietro con la mente, quando lei non era mai completamente sola: «Lo sentivo dentro di me, sentivo la sua presa e lottavo per non perdere il controllo. Usavo il suo potere perché volevo i Miraculous, in questo modo pensavo che mi sarei liberata o che sarei morta.» strinse le dita a pugno, alzando il viso: «Volevo avere pace ed essere libera. Non m’importava di morire…»
«Bridgette.»
«E adesso scopro che tutto ciò che ho sofferto è stato solo una mossa di un tizio millenario, che stava preparando la sua parte di scacchiera. Perché? Perché io?»
«Perché tu eri l’unica fra noi che potevi sopportarlo, Bri.» mormorò Felix, entrando nella stanza e poggiandosi contro lo stipite della porta: «Kang lo sapeva, conosceva la tua forza.»
«Non voglio parlare con te. Né vederti.»
«Bri…»
«Il mio nome è Willhelmina Hart.»
«No, il tuo nome è Bridgette Hart, Bri.» sbottò Felix, fissandola serio: «E non mi interessa se non vuoi parlare con me, né vedermi. Io voglio farlo: sono due secoli che aspetto di poter essere di nuovo con te, e…»
«Fu, puoi buttarlo fuori? Per favore.»
«Andiamo, Felix.» sospirò l’anziano, rimasto in silenzio fino a quel momento: «Se ho imparato una cosa, in tanti anni, è che c’è sempre un momento per ogni cosa. E se una donna non vuole parlare, non parlerà finché lei non lo deciderà.»
«Fu…»
«Andiamo, Felix.»
Bridgette rimase in silenzio, ascoltando i due uscire dalla stanza e, solo in quel momento, scivolò a terra: il dolore, la solitudine, la lotta incessante con Chi You, il senso di colpa per non aver svolto il suo ruolo…lei non aveva avuto la forza di affrontare tutto ciò, aveva lottano all’inizio ma poi si era arresa a quel demone che la possedeva.
Per cosa?
«Ehi, babbiona. Che combini qua da sola?»
«Alex…» sospirò la donna, voltandosi e osservando il ragazzo avanzare verso di lei: «Vorrei essere lasciata in pace.»
«Piccola domanda: tu hai avuto problemi con il tuo riflesso?»
«Cosa?»
«Mi spiego: dopo che sono stato quel figo di Mogui, per un po’ avevo problemi a specchiarmi. Non so, magari avevo paura di rivedere quel brutto muso…»
«Deciditi: o eri figo o avevi un brutto muso.»
«Sono talmente incredibile, che ero capace di esser figo pure con un brutto muso come quello di Mogui.»
Bridgette sorrise, scuotendo il capo: «Solo tu, Alex. Solo tu.» mormorò, fissando il proprio riflesso: «Ho problemi anche ora. Ogni volta che vedo me stessa allo specchio, temo che quest’altra prenda vita e mi parli come faceva quell’essere: la sua compagnia, per tanto tempo, deve avermi segnata.»
«Fu dice sempre che ciò che ci segna, ci rende forti. E solo chi non combatte non ha cicatrici.»
«Fu dice anche che la fantasia hawaiana sta bene su tutto.»
«Vero anche questo.»
La donna sorrise, voltandosi verso il ragazzo, chino accanto a lei, e allungò una mano per carezzargli la testa: «Sei diventato veramente maturo, Alex.»
«Lo sono sempre stato, ma non ve ne siete mai resi conto.»
«E passi troppo tempo con Adrien e Rafael.» sbuffò Bridgette, incrociando le braccia: «Stesso narcisismo ed egocentrismo, se ora si aggiunge anche quell’altro di là…»
«L’altro di là è qui alla porta.» sbuffò la voce di Felix, attutita dal legno dell’uscio: «Con Fu.»
«Dovevi per forza dirgli che c’ero anch’io? Maledetto!»
«Se la sarebbe presa con me e basta, altrimenti. Poi siamo compagni d’arme e bisogna condividere gioie e sofferenze.»
«E quando mai saremo stati compagni d’arme? Ogni volta che c’era da combattere, te ne stavi appollaiato da qualche parte e…»
«Controllavo la situazione e vi dirigevo. Cavolo, non c’era nessuno che avesse un minimo di esperienza militare! Forse Pavao. Forse.»
«Vorrei andare a casa mia…» sospirò Bridgette, scambiandosi un’occhiata con Alex: «Ma per farlo dovrei passare da quella porta e fra quei due…»
«Anche io vorrei andare in camera mia e per farlo dovrei fare la stessa cosa. E ho pure lasciato il cellulare di là.»


Balzò sul tetto dal lato opposto della piccola strada, tenendo d’occhio la persona che, con tutta la tranquillità del mondo, stava camminando a pochi metri di distanza da lei: sapeva benissimo di non essere una buona pedinatrice, i fallimenti avvenuti quando seguiva Rafael erano stati un segno di questa sua mancanza, ma voleva studiare la ragazza millenaria che il suo migliore amico – e idiota – si era trovato.
Voleva essere certa che non finisse nuovamente nelle mani di chissà quale nemico.
Sì, certo. Nemmeno lei ci credeva a quello che diceva.
«Che cosa sto facendo?» si domandò da sola, scuotendo il capo e osservando la ragazza cinese voltare l’angolo poco più avanti: che fare? Continuare a seguire Xiang e vedere dove l’avrebbe portata oppure…
«Ci fermiamo?» domandò la voce tranquilla di Hawkmoth, dietro di lei, facendola sobbalzare: Bee si voltò, incontrando lo sguardo curioso del giovane compagno di squadra: «Allora? Non continuiamo a seguirla?»
«Tu! Da quando…»
«Da quando ti sto seguendo?» domandò il ragazzino, inclinando la testa e soffermandosi un attimo: «Diciamo da casa del maestro. Non posso andare a scuola ed entrare ora senza permesso, non posso tornare a casa e ho pensato: perché non seguire Bee? Stai pedinando la tipa cinese, vero? Perché?»
«Beh, ecco…»
«Scusa, non sta con Alex?»
«Credo di sì.»
«E tu non stai con Rafael?»
«Sì.»
«Per caso sei innamorata di entrambi?»
«Cosa? No, io amo solo Rafael.»
«E allora perché vuoi pedinare la tipa?»
«Perché…»
«Hai paura che faccia del male ad Alex, vero?» domandò la voce di Xiang, facendo sobbalzare Bee per la seconda volta: l’eroina gialla si voltò, notando la figura della giovane poco distante da loro: «Non hai nulla da temere, Portatrice del Miraculous dell’Ape.»
«Mi chiamerei…»
«Chat Noir dice sempre di non dire i nostri nomi quando siamo trasformati. E anche Tortoise me l’ha detto.»
Xiang sorrise, facendo scorrere lo sguardo dal ragazzino alla giovane donna: «Io non ho mire su Alex, Portatrice. Posso dire che provo per lui quello che voi chiamate amicizia e non avevo assolutamente intenzione di mettermi tra voi, io volevo solo…»
«Aspetta. Aspetta. Aspetta. Tu pensi che io e Alex…» Bee s’indicò, scuotendo la testa: «E’ solo un amico. Un caro amico. Il ragazzo che amo è Peacock.»
«Ah.»
«Sono preoccupata per Alex perché è come un fratello per me.»
«Oh. Chiedo scusa, io…»
Bee scosse il capo, inspirando profondamente: «No, tranquilla.» mormorò l’eroina, abbozzando un sorriso: «Anche Hawkmoth aveva travisato: forse sono un po’ troppo…»
«Possessiva? Invadente? Inopportuna?» buttò lì il ragazzino, elencando gli aggettivi con le dita: «Ne ho altri, sai? Ho i voti più alti di tutta la classe in francese.»
«No, grazie.»
Xiang osservò i due, facendo un passo indietro e chinando il capo: «Se volete scusarmi, io andrei adesso.» dichiarò, voltandosi e facendo alcuni passi in direzione del limite del tetto, dalla parte opposta dell’edificio
«Ah, Xiang!» esclamò Bee, allungando una mano e osservando la giovane voltarsi e studiarla con fare curioso: «Ecco. Fra qualche giorno faremo un ritrovo con Ladybug e Volpina, una cosa fra ragazze, dove guardiamo la tv e chiacchieriamo fra noi. Vuoi unirti? Per conoscerci meglio e…»
«Ne sarei onorata. Grazie.»
«Perfetto. Ah, chiedo il tuo numero ad Alex, ok? Meglio non dire certe cose…»
«Abbiamo detto il nome di Alex fino ad adesso, che sarà mai un numero di telefono?»
«Hawkmoth, vuoi provare i miei pungiglioni?»
«No, grazie.»
«Chiederò anch’io il tuo numero, Bee.» dichiarò Xiang, sorridendo: «E grazie per avermi accordato la tua fiducia, nonostante io volessi prendere il tuo Miraculous.»
«Penso che ormai ci siamo abituati, alla gente che vuole i nostri Miraculous, intendo.»


«E’ strano che tu voglia passare un po’ di tempo con me.» dichiarò Emilé, osservando il figlio seduto nel suo salotto e sorridendo: «Vuoi bere qualcosa? Penso di avere della birra in frigo. Credo. In verità non lo so, l’ultima volta che ho mangiato a casa è stato prima degli esami…»
«Tranquillo, papà. Di solito non bevo mai prima di pranzo…» mormorò Rafael, sorridendo alla vista del genitore che spariva in cucina; sospirò, sistemandosi meglio contro la spalliera del divano e alzando la testa verso il soffitto: «Papà?»
«Allora, ho una bottiglia di birra, un qualcosa di biologico che sicuramente ho comprato mentre parlavo con tua madre al telefono, acqua…»
«Papà, ricordi le tue ricerche sui continenti perduti?»
Rafael rimase in attesa, ascoltando il frigo chiudersi e poi vedendo comparire il padre sulla soglia della porta della cucina: «Stiamo parlando di tanti anni fa.» commentò Emilè, entrando nella stanza e sistemandosi sulla poltrona posta davanti al divano: «Eri piccolo. Di solito pretendevi che ti raccontassi qualcosa di Atlantide, prima di dormire: la tua storia preferita era come Poseidone aveva creato la città…»
«Oggi ho avuto una conversazione con alcune persone e mi sono tornate in mente le tue ricerche. Tu eri convinto dell’esistenza di Atlantide, vero?»
«Sì.» mormorò l’uomo, massaggiandosi il mento e sorridendo al ricordo: «E, devo dire, che forse ci credo anche adesso. Sappiamo così poco della nostra storia e ci sono così tanto misteri ancora irrisolti: chi ci dice che Atlantide non centri con il mito del diluvio universale che…»
«Che è noto a popoli distanti fra di loro.»
«Esatto. Oppure anche il culto dei sette animali…»
«Quello di cui parlava Sarah?»
«Proprio quello. Come sta la signorina Davis?»
«Sta bene.»
«La stai trattando come una regina, vero? Mi piace quella ragazza e vorrei vederla al tuo fianco per molto tempo, possibile per sempre.»
«Sarah è la persona più importante della mia vita, papà.»
«Buono. Io pensavo lo stesso di tua madre. Sai?»
«E adesso vivete in due continenti separati.»
«Siamo entrambi molto arrivisti, figliolo. Dovresti saperlo.» sentenziò Emilé, allungandosi e poggiando una mano sul ginocchio del figlio: «Ciò non significa che, quando ci vediamo, ci siano i fuochi d’artificio.»
«Papà…»
«Tua madre è una vera…»
«Papà! Non voglio sapere! Non voglio avere incubi stanotte!»


«Fa uno strano effetto…» commentò Tikki, passandole alcuni peluche e osservando Marinette riporli nella scatola: «Vedere questa stanza svuotarsi: da quando siamo insieme siamo…» la kwami si fermò, allargando le braccia: «…beh, siamo sempre state qui.»
«Già…» mormorò la ragazza, sorridendo dolcemente e sedendosi per terra, osservando le pareti tinte di rosa: «Penso che mi mancherà questa camera.»
«Se Adrien ti fa arrabbiare puoi sempre tornare qui, no?» buttò lì la kwami, tornando all’interno dell’armadio e portando fuori una piccola scatoletta: «Guarda cosa ho trovato!»
Marinette sorrise, osservando il contenitore che la piccola le aveva posato in grembo: conosceva quella scatola dalla fantasia a pois rosa, ricordava ancora quanto tempo aveva passato per sceglierla e decorarla; si sistemò meglio contro il muro della camera, sollevando il coperchio e sorridendo al contenuto. Quando aveva iniziato a frequentare Adrien si era sentita un po’ in imbarazzo nell’avere i muri tappezzati con i ritagli dei giornali e così li aveva tolti, sostituendoli piano piano con le foto che aveva fatto con il ragazzo, ma non aveva avuto il coraggio di buttare quelle foto tagliate dalle riviste e così aveva confezionato quel contenitore, sistemandoli tutti lì.
«Sì, certo. Se mi farebbe il favore di venire domani pomeriggio…» Marinette si irrigidì, sentendo la voce di Adrien provenire dabbasso e rimase a osservare la botola, finché il giovane non apparve ed entrò nella stanza: «No, io sarò già lì. Ok, ottimo. A domani.» Adrien abbassò il cellulare, sorridendo alla ragazza: «Buonasera, mon coeur. Posso confermare che domani avremo parte dei nostri mobili.»
«Davvero?»
«Sì, ho appena finito di parlare con quelli del negozio: domani pomeriggio vengono a portare e montarne una parte.» dichiarò il ragazzo, accentuando il sorriso e notando la scatola che la ragazza aveva in grembo: «Cos’è?»
«Assolutamente niente.»
«Marinette, sai che quando dici così…» iniziò Adrien, gattonando sul pavimento e avvicinandosi lentamente: «…istighi la mia curiosità. Cosa c’è lì dentro?»
«Roba vecchia.»
«Voglio vederla.»
«No!» esclamò la ragazza, alzando la scatola sotto lo sguardo divertito di Adrien che, prendendola alla sprovvista, le si buttò addosso e iniziò una breve lotta con lei per prendere l’oggetto conteso: «Adrien, lascia.»
«Cosa nascondi, my lady?» domandò divertito il ragazzo, afferrando la scatola per un lato mentre Marinette faceva lo stesso da quello opposto: «Forse qualcosa di una cotta a me sconosciuta? Oppure qualcosa di…»
«Ma piantala!» borbottò la ragazza, strattonando la scatola e finendo con il risultato di aprire la scatola e rovesciare il contenuto: «Non guardare!» esclamò, saltando addosso al fidanzato e mettendogli entrambe le mani sugli occhi.
«Sono per caso foto tue dove sei senza nulla? Perché in quel caso devo assolutamente vederle.»
«Ti sembro il tipo?»
«Ehi, non ci vedo nulla di male, anzi potre…»
«Oh!» esclamò Plagg, zittendo il suo Portatore e prendendo fra le zampette uno dei tanti ritagli: «Com’eri piccolo. E innocente. Piccolo e innocente.»
«Plagg, per favore…»
«Voglio vedere!» esclamò Adrien, afferrando le mani della fidanzata e abbassandole, facendo poi vagare lo sguardo sui ritagli di giornale sparsi attorno a loro: «Ma cosa…?»
«Non è nulla. Ora li rimetto nella…»
«Sono mie foto.» mormorò Adrien, prendendone una e sorridendo: «I famosi ritagli di giornale appesi al muro?»
«Sì» sibilò la ragazza, tirando su le gambe e osservandolo mentre li prendeva uno a uno, riponendoli nella scatola: «Posso sperare che farai finta di…»
«Non li ho mai visti, ogni volta che venivo qua non c’erano.»
«Li ho tolti quando ci siamo messi insieme.»
«Anche prima: non c’erano mai appesi.»
«Questo perché, Marinette ed io, eravamo velocissime nel levarli dal muro ogni volta che facevi un’apparizione.» dichiarò orgogliosa Tikki, ridacchiando: «Ed eravamo anche altrettanto veloci a rimetterli.»
Adrien annuì, prendendo l’ennesima foto ritagliata: «Ho una domanda, my lady.» dichiarò, sorridendole e avvicinandosi a lei: «Ti sei mai…mh. Come dire? Hai mai esplorato certe tue zone mentre guardavi le mie foto?» le domandò, sussurrandole nell’orecchio e osservando allegro il volto di lei diventare rosso.
«Adrien!»
«Cosa? Non c’è niente di male! Sai, io…»
«Non voglio saperlo!»
«Fidati, nemmeno io voglio ricordare.» bofonchiò Plagg, scuotendo il muso e alzando gli occhi al cielo: «Ogni volta che captavo qualcosa, mi rinchiudevo in bagno.»
«Io continuo a dire che i tuoi Portatori prendono sempre la parte peggiore da te.» mormorò Tikki, fissando sconsolata l’altro kwami: «Guarda Adrien…»
«E’ un caso a parte.»
«E Felix?»
«E’ tornato dal regno dei morti, anche se morto non era. Va capito.»
Adrien ridacchiò, passando un braccio attorno alle spalle di Marinette e attirandola contro di sé: «Penso che abbiamo uno squarcio di come sarà la nostra vita fra un mesetto: io che ti prendo in giro, Tikki e Plagg che battibeccano…»
«Annulla tutto.» sentenziò la ragazza, poggiando la testa contro la spalla del biondo e sentendolo ridere: «Sono seria. Annulla tutto, non ci tengo a vivere così.»
«Sicura, my lady?»
«Sicurissima.»
«D’accordo.» sentenziò il biondo, prendendo il cellulare e componendo un numero, impedito dalla mano di Marinette: «My lady!» esclamò, voltandosi verso di lei e fissando lo sguardo celeste che lo fissava: «Devi deciderti: annulli tutto o no?»
«No.» mormorò la ragazza, allungandosi e posandogli le labbra sul collo: «Possiamo stare un po’ così?»
«Appiccicati e a farci le coccole? Mi inviti a nozze, my lady. Nozze, hai capito…»
«Sì, ho capito.» sospirò la ragazza, sorridendo e poggiando nuovamente la testa contro la sua spalla: «Stai bene?»
«Mh. Direi di sì, il mio predecessore non è morto ma era semplicemente in una città mitologica con la fidanzata ultramillenaria di Alex, abbiamo un nemico che viene da Atlantide, in pratica, e sto per sposarmi con la donna che amo. Sì, direi che sto bene. Ah, e non ho fatto alcun accenno al fatto che pare ci sia un’energia misteriosa che avvolge il nostro pianeta…Sì, sto veramente bene.»
«Supereremo anche questa, vero?»
«Supereremo anche questa, my lady.»
«Prima però dobbiamo convincere le nostre mamme che le colombe al nostro matrimonio non sono un buon affare.»
«Quando hanno deciso questa cosa?»
«Prima che io salissi a inscatolare un po’ di roba.»
«Qualcuno può ricordare a mia madre che io sarei allergico alle piume?»

Capitolo 20 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.763 (Fidipù)
Note: Ah, quanto mi mancavano le informazioni random su Parigi a inizio capitolo! Negli ultimi avevo sempre usato posti già conosciuti e quindi non avevo niente da dire, ma oggi...Oggi posso di nuovo tormentarvi! E vi salvo dalle ricerche fatte sui partiti politici francesi, sebbene abbia deciso di  che partito siano Felix e il signor Bourgeois non lo specificherò mai, onde evitare di dare una qualsiasi impronta politica. Ma passiamo subito a noi: come ben sapete Xiang vive con Felix, ma non ho mai detto in che quartiere di Parigi essi abitano. La risposta è subito data: Ville

 

 

Xiang addentò il croissant, osservando svogliatamente il panorama fuori dalla finestra e ascoltando distratta i rumori che provenivano dal resto della casa: Bo e De stavano sicuramente armeggiando in cucina, mentre Li era all’ingresso, in attesa di scorta il suo datore di lavoro e lei ovunque volessero andare.
«Come sto?» domandò la voce di Felix, facendo voltare la ragazza e osservare l’uomo che entrava nella sala da pranzo: il biondo si fermò sull’entrata, allargando le braccia e mostrandole il completo chiaro che indossava, piroettando poi su sé stesso e fissandola in attesa.
«Come ogni giorno.» mormorò Xiang, azzannando la brioche e masticandola lentamente, sotto lo sguardo di disappunto dell’uomo: «Che ho detto?»
«E’ un completo nuovo.»
«Bello!»
«Anche la camicia è nuova.»
Xiang annuì, osservando Felix sedersi davanti a lei e guardarla con profonda contrarietà: «E’ per caso uno di quei codici che usate voi persone moderne e che dovrei capire?»
«Vado a trovare Bridgette, dopo la riunione al partito.»
«Aaaaah.»
«Secondo te, mi troverà affascinante? Un uomo a cui…»
«Lanciare oggetti? Sicuramente.»
Felix la fissò, aggrottando lo sguardo: «Era una battuta quella? Perché faceva veramente pietà.»
«Non sei tu che mi hai tormentato sul sembrare più umana e meno…»
«Meno te? Sì, ma non se devi prendermi in giro.» dichiarò l’uomo, voltandosi verso la porta e osservando i due che si stavano sbracciando per attirare la sua attenzione: «Sì, mi ricordo di voi. Purtroppo non ho avuto modo di informarlo…»  mormorò, sbuffando quando notò che i due si erano fermati un attimo per poi riprendere a gesticolare.
«Gliel’hai detto in francese.» mormorò Xiang, osservando il biondo ripetere il tutto in cinese; la ragazza finì la propria colazione e recuperò lo zaino con uno sbuffo: «Vado a scuola. Per quanto possa  essermi utile, dato che ho quattromila anni e so più cose di quelli che dovrei chiamare insegnanti.»
«Un giorno mi ringrazierai, bambina mia.»
«Sei inquietante.»
«Lo prendo per un complimento.»
Xiang sbuffò, uscendo velocemente dall’appartamento e si diresse verso l’ascensore, rimanendo in attesa che questi salisse: osservò le porte metalliche aprirsi e sorrise alla proprietaria dell’appartamento di fianco a quello doveva viveva, sgusciando poi nell’abitacolo e premendo il pulsante del piano terra.
Si appoggiò contro la parete, socchiudendo gli occhi e inspirando profondamente: erano pochi piani quelli che doveva affrontare in ascensore, ma erano un inferno.
Quella era una delle modernità a cui mal si adattava, sentendosi troppo vulnerabile fra quelle pareti di lamiera, eppure si ostinava a prenderlo ogni giorno, a scendere con quel mezzo, e dimostrare a sé stessa che poteva dominare la propria paura.
Il classico tremolio la informò che era giunta al pianoterra e, non appena la porta si aprì, sgusciò fuori velocemente: bene, anche per quel giorno era riuscita ad arrivare all’ingresso sana e salva; si sistemò meglio lo zaino sulla spalla e uscì dal palazzo, fermandosi un attimo per ricordarsi in quale direzione si trovava la fermata della metrò che doveva prendere: solo Felix poteva averla iscritta a una scuola che la costringeva, ogni giorno, ad attraversare quasi completamente la città.
«Ehi, tizia millenaria!» la voce giovane la riscosse dai suoi pensieri e Xiang si voltò, incontrando la figura del giovane Portatore del Miraculous della Farfalla: «Vivi nel quartiere dei ricchi?»
«Portatore…»
«Thomas Lapierre, mi chiamo così.» dichiarò prontamente il ragazzino, raggiungendola e sorridendo: «Non sono ancora così navigato da farmi chiamare in modo altisonante.»
«Hai veramente un’ottima padronanza della tua lingua, giovane guerriero.»
«L’ho detto ieri: ho i voti più alti di tutta la classe a francese e poi mio padre è professore alla facoltà di letteratura. Sono nato fra i libri, io.»
«Avevi bisogno di me, per caso? E come hai fatto…»
«Alex. Mi sono fatto dare l’indirizzo da lui.» dichiarò Thomas, abbassando lo sguardo e strusciando un piede per terra: «Tu conosci il nostro nemico, vero?»
«Sì.»
«E’ molto pericoloso?»
«Molto.»
Il ragazzino annuì, inspirando profondamente e lasciando andare l’aria: «Fantastico. Ed io sono appena arrivato…» dichiarò grave, portandosi poi una mano all’altezza del cuore e sorridendo mestamente: «Nooroo mi ha fatto pat-pat.» le spiegò, notandolo sguardo confuso della ragazza.
«Pat-pat?»
«Sì, così.» le risposte Thomas, avvicinandosi e dandole lievi colpetti sul braccio: «Lo fa sempre, soprattutto quando sono giù.»
«State instaurando un bel rapporto, direi.»
«Sì, e anche con gli altri della squadra: Rafael e Adrien si divertono a prendermi in giro, però sono sempre attenti a quello che combino; Wei ha dichiarato che mi proteggerà sempre e…beh, Lila, Sarah e Marinette sono tre sorelle acquisite: si comportamento esattamente come Camille, alle volte. E dire che sono le eroine di Parigi e Marinette si sta per sposare, fra l’altro.» sbottò il ragazzino, scuotendo il capo: «Poi Alex è il mio idolo: l’altro giorno abbiamo fatto una partita a Ultimate Strike e quel ragazzo sa giocare! E anche il resto non è male: il signor Agreste mi da sempre consigli su come utilizzare il mio potere, madame Agreste e madame Hart sono molto simpatiche e il maestro è particolare. Alle volte mi ricorda quello di Dragon Ball, ma senza il lato maniaco.»
«Dragon Ball?»
«Ah. E’ un anime giapponese vecchiotto, ultimamente è uscita una nuova serie e quindi ho recuperato anche quelle vecchie.»
«Capisco.» sentenziò Xiang, sorridendo al giovane: «Che cos’è un anime?»
«Un cartone animato. Giapponese, però. E Dragon Ball è fighissimo! Il mio preferito è Trunks.» dichiarò Thomas, bloccandosi poi e scuotendo la testa: «Ma non sono venuto qui per questo.»
«E per cosa allora?»
«Tu sai combattere, vero?»
«Sì. Sono stata addestrata da Kang al combattimento e all’uso delle armi.»
«Ottimo! Potresti allenarmi?»


Marinette inspirò, osservando il proprio riflesso e l’abito candido che indossava: era stretto fino alle ginocchia, punto in cui la gonna si allargava e creava un effetto a coda di sirena, mentre le spalle erano coperte da pizzo e trina.
Era un bellissimo abito da sposa, ma non si sentiva a suo agio indossandolo.
«Marinette, sei bellissima…» mormorò sua madre, affiancandola e posandole le mani sulle spalle: «Il bianco ti sta divinamente.»
«Bellissima come con gli altri dieci abiti.» mugugnò Lila, facendo ridacchiare Alya e Sarah: «Allora, signorina. E’ quello giusto? Quello che ti fa dire: sì, è l’abito con cui mi sposerò con Adrien e poi lui me lo…»
«Lila!» tuonò Sophie, voltandosi verso la ragazza e fissandola: «Puoi evitare di fare commenti su certe meccaniche?»
«Ah. Giusto. Dimenticavo: tu sei la mamma di Adrien e quella di Marinette è accanto a lei. Niente commenti su come i loro figli…»
«Lila…»
«Sto zitta!»
«Sophie, Sabine. Capitela. Stasera ha la cena con sua madre.» dichiarò Sarah, carezzando la testa dell’amica e sorridendo: «Deve sfogarsi in qualche modo…»
«E tu non trattarmi come se fossi il tuo piumino.»
«Il suo piumino sarebbe…»
«Rafael, Alya. Rafael è Piumino e Adrien è il gattaccio, non puoi cadermi sulle basi così!»
«E’ che sono soprannomi così strani…»
«Mai soprannomi furono più adatti.» sentenziò divertita l’italiana, riportando lo sguardo sulla futura sposa: «Allora? Altro abito, altro giro?»
Marinette riportò la propria attenzione al suo riflesso, scuotendo il capo e sentendo le lacrime salirle agli occhi: «Non troverò mai un abito che mi vada bene! Ne ho provato una marea e nessuno era giusto e…e…»
«Oh. Oh. Oh. Crisi prematrimoniale in arrivo? Era stata fin troppo brava.»
«Non ho una crisi.»
«No, assolutamente no.»
«Lila, così peggiori la situazione…» sospirò Sarah, alzando gli occhi al cielo: «Magari il prossimo è quello giusto, Marinette? Mai perdersi d’animo.»
«Esatto! Insomma, non ti sei persa d’animo quando sbavavi dietro Adrien – ed io ne so qualcosa – non iniziare ora, che sei quasi a un passo dalla meta!» dichiarò Alya, alzando il pugno e sorridendo all’amica: «E se non troviamo qui l’abito, possiamo andare nell’atelier dell’altra stilista che conosci, Willhelmina Hart.»
Marinette scosse il capo, raccogliendo le gonne e andando a nascondersi nella stanza adibita a spogliatoio, chiudendo la porta dietro di sé e accasciandosi contro di questa: cosa le stava succedendo, non lo sapeva neanche lei. Era nervosa e stanca: non ne poteva più dei preparativi di quel matrimonio quasi improvvisato, del trasloco, di stare sull’allerta per colpa di un nemico misterioso, era stanca di tutto.
E si malediceva per come si stava comportando.
Non era da lei.
Lei non era…
«Marinette…» mormorò Tikki, volando davanti al viso e sorridendole comprensiva: «Andrà tutto bene, fidati.»
«No. Non trovo un abito e la cerimonia sarà fra poco.»
«C’è ancora tempo ed è quasi tutto pronto: la chiesa c’è, il locale dove festeggiare dopo c’è, tua madre e quella di Adrien si sono occupate delle partecipazioni e delle bomboniere, Nino e Rafael hanno pensato all’animazione…» la piccola kwami si fermò, portandosi una zampina alla bocca: «Che altro c’è?»
Un lieve bussare alla porta del camerino fece sobbalzare le due e Marinette si voltò, aprendo un poco la porta e osservando Sophie dall’altra parte con il proprio cellulare in mano: «E’ Adrien.» le spiegò, sorridendo e allungandole l’apparecchio.
«Lo hai chiamato?»
«No, in verità l’ha fatto lui e ho pensato che sentirlo ti avrebbe…» si fermò, mordendosi il labbro inferiore: «..calmata? Parla con lui e poi torna di là, c’è un altro abito che ti aspetta.»
Marinette sospirò, prendendo il telefono e richiudendo la porta, appoggiandosi poi contro di essa: «Sei in crisi? Davvero?» domandò divertita la voce del ragazzo, non appena ebbe portato l’apparecchio all’orecchio: «Ero convinto che non ci saresti andata…»
«Come fai a sapere che ero io?»
«Riconosco il tuo respiro.» dichiarò borioso il ragazzo e Marinette se lo immaginò con il suo solito sorrisetto scanzonato: «Allora, principessa. Cosa c’è che non va? Dillo al tuo principe.»
«Hai fatto carriera? Da gatto a principe?»
«Spiritosa. Allora, cosa c’è che non va?»
«Non trovo l’abito adatto.»
«Beh, so che è prassi comune non trovare l’abito al primo colpo. Insomma, fanno anche quei programmi in tv dove le spose ne provano milioni, prima di trovare quello adatto…»
«Speravo di essere diversa.»
«Più di così? Posso consigliarti di non prendere qualcosa con lo strascico? Conoscendoti ci inciamperesti e finiresti addosso al prete e…»
Marinette gemette, scivolando nuovamente a terra: «Sarei capacissima!» sentenziò, iniziando a immaginarsi il suo matrimonio rovinato per colpa della sua imbranataggine e Adrien che la lasciava, andandosene con…con…
Con una modella che passava di lì per caso. Ecco.
«E l’oscar per miglior film mentale va a Marinette.»
«Io…io non stavo immaginando nulla.»
«No, certo che no.» sentenziò Adrien, ridacchiando: «Ti sei calmata? O sei ancora in fase: oh mio dio, non troverò mai l’abito perfetto e il mio matrimonio sarà un fiasco totale!  E per questo poi divorzierò e diventerò…»
«Adrien…»
«Giusto per sapere: per quanti film mentali ti ho dato il materiale?»
«Troppi!»
«Andrà tutto bene, my lady. Siamo noi due, alla fine.» dichiarò il ragazzo, cambiando argomento e assumendo un tono serio: «Ora vai di là e provati tutti gli abiti che servono fino a trovare quello con cui verrai da me all’altare, ok?»
«Ok.»
«Ottimo. Non mi piace essere quello che calma, sono io che vado sempre in crisi isterica non tu.»
«Adrien?»
«Sì?»
«Grazie.»
«Questo ed altro per la mia signora.»


Willhelmina osservò la pila di fogli che il suo assistente aveva appena posato sulla scrivania, alzando poi lo sguardo: «Giusto per sapere, Maxime. Ma da quale girone dell’inferno vieni?»
«E’ il rendiconto dell’azienda, madame.»
«Ed è compito tuo revisionarlo, no?»
«L’ho già fatto.» dichiarò l’uomo, sistemandosi la cravatta e sorridendo affabile: «Deve solamente vederlo e…»
«L’ho visto e sarà sicuramente perfetto!»
«Madame!»
«Andiamo, Maxime! Lo sai che non ci capisco niente!» sbuffò la donna, roteando gli occhi: «Da quanto lavoriamo insieme?»
«Da un tempo abbastanza lungo dove l’ho vista ubriaca e impegnata a intraprendere interessanti discussioni con il suo specchio.» sospirò l’uomo, scuotendo la testa: «Senza contare l’anno scorso, quando è sparita per andare in Tibet. In Tibet! Se voleva prendersi una vacanza perché non è andata in un posto più chic e non mi ha portato con sé?»
«Tu mi stai ancora facendo pagare il fatto che ho mandato all’aria la mia sfilata alla settimana della moda e poi me ne sono andata, vero?»
«Sì!»
«Tu…tu…»
«Lei non ha idea di quello che ho passato! Ho dovuto dire che era in depressione e che era andata St. Moritz per curarsi!»
«E allora?»
«Lei non ci è andata a St. Moritz e quel viscido di Valentino è venuto subito a dirmelo.»
«Maxime, seriamente, qual è il tuo problema?»
«Lei!»
Willhelmina sospirò, portandosi gli indici alle tempie e massaggiandosele, socchiudendo gli occhi: «Ti prometto che non farò una cosa del genere…»
«Me lo aveva promesso anche a New York, quando spariva per giornate intere.»
«Ti prometto che non succederà più. Davvero.»
«Se lo rifarà, mi licenzierò. Capito?»
«Certamente.»
«Bene.» l’uomo assentì con la testa, recuperando i fogli e sorridendole: «Ha un ospite.»
«Gabriel?»
«No, in verità è un bell’uomo, vestito distinto…» Maxime le sorrise, facendole l’occhiolino: «Poteva anche dirmelo che si era trovata una liason.»
«Cosa?» domandò Willhelmina, osservando il suo assistente sgambettare velocemente verso la porta dell’ufficio e farsi da parte per lasciare entrare Felix: «Tu!» esclamò la donna, picchiando entrambi i palmi sul vetro della scrivania: «Fuori!»
«Hai ancora intenzione di non parlarmi?»
«Sì.»
«Andiamo, Bri.»
«Fuori da questa stanza!»
«Non è colpa mia se Kang mi ha tenuto quasi segregato a Shangri-la! In verità, è meglio togliere il quasi: ero letteralmente prigioniero di quel cinese.» sbuffò l’uomo, avvicinandosi alla scrivania e fissando la donna dall’altra parte: «Ti avrei cercata anche prima, ma mister vedo il futuro ha pensato bene di allenarmi, per aiutare...»
«Non voglio vederti.»
«Siamo legati, Bri.»
«No, noi non siamo niente.»
«E allora perché sei venuta con me?»
«Duecento anni fa. Ero giovane e tu eri un maledetto dongiovanni: con la scusa che indossavi quella maledetta maschera, ti sentivi libero di fare quel che ti pareva.» dichiarò Willhelmina, afferrando un fermacarte a forma di pietra e lanciandolo verso l’uomo.
«Continui a lanciarmi roba?»
«Sei fortunato che qui non tengo armi!»
«Bri…»
«E non chiamarmi Bri!»
«Dovrei chiamarti miss Hart, per caso? Mi perdoni, miss Hart. In ogni caso, se mi sentivo libero di fare quel che mi pareva, avrei sicuramente sedotto una certa signorina di buona famiglia.»
La donna sospirò, scuotendo il capo: «Cosa vuoi da me?» domandò, accomodandosi sulla sua poltrona e osservandolo stancamente: «Avevo trovato la pace, finalmente. E adesso hai stravolto tutto…»
«Voglio stare con te. Semplice. Darci ciò che ci è stato negato.»
«Non voglio.»
Felix sorrise, poggiando i palmi sulla scrivania e allungandosi verso la donna, notando come il respiro di questa diventasse immediatamente affrettato: «Bri, per favore, lo sai che la caccia mi piace. E tu mi servi il mio passatempo preferito su un piatto d’argento» dichiarò, ritraendosi e sistemandosi la giacca: «Penso proprio che sarà divertente da ora in poi, miss Hart.»


Alex osservò i fogli che Rafael aveva poggiato sul tavolo, leggendo velocemente qua e là, portando poi l’attenzione sull’amico: «E’ quello che penso che sia?»
«Tutte le ricerche e gli articoli di mio padre sulle civiltà perdute.» dichiarò Rafael, sorridendo: «Forse non ci servono a niente, ma se Dì ren o come cavolo si chiama è legato a Routo, magari qui abbiamo qualche indizio.» dichiarò, osservando Flaffy volare sopra una mappa e studiarla: «Che ne pensi, Flaffy?»
«Forse c’è qualcosa…» mormorò il kwami, studiando la piantina di una città: «Forte, sembra la stessa che c’era in casa di mia zia.»
«Quella è una pianta della città che, secondo la leggenda, Poseidone creò per Cleito…»
«Mia zia diceva che era un ricordo di un tempo antico.» dichiarò Flaffy, sorridendo al proprio Portatore: «Parlava di una città distrutta dopo il secondo Cataclisma.»
«Ok. Forse abbiamo qualcosa fra le mani…» sentenziò Alex, sorridendo: «Bene, diventeremo degli esperti di Atlantide, un po’ come in quel film della Disney? Avviso, che se esce fuori la tipa millenaria che ha una pietra…»
«Xiang è millenaria.»
«Giusto.»
«Sai se ha una pietra?»
«Dovrei informarmi.»


Wei si accomodò al tavolo, osservando la sfarzosità della sala e poi portando l’attenzione sulla ragazza al suo fianco: «Stai bene?» le domandò, allungando una mano e prendendo quella di Lila, carezzandole il dorso con il pollice: «Lila?»
La ragazza annuì, abbozzando un sorriso: «La Tour d'Argent…» mormorò, scuotendo il capo e portandosi indietro una ciocca con la mano libera: «Mia madre gioca in casa: è il suo ristorante preferito a Parigi e il più chic. E il più caro.»
«Bene, vorrà dire che non mi offrirò di pagare il conto.»
Lila provò a sorridere, ma i muscoli della faccia le si bloccarono quando vide la madre entrare: Ada Rossi non era cambiata, dall’ultima volta che l’aveva vista. I capelli, scuri come i suoi, erano tagliati corti e le circondavano il viso come onde create a regola d’arte: un taglio elegante, che la madre sapeva portare perfettamente, come indossava altrettanto magnificamente il tailleur scuro e i pochi gioielli dalla linea classica.
La ragazza si alzò, venendo subito imitata da Wei: «Lila.» mormorò Ada, non appena si trovò davanti la figlia, studiandola e sorridendo: «Sei diventata veramente bellissima e questo tubino rosso ti dona molto.»
«Grazie.» mormorò la ragazza, stringendo la mano di Wei e aspettandosi una qualche critica da parte del genitore: era sempre così, iniziava con un complimento e poi le dava una stoccata, quando aveva abbassato la guardia.
«Immagino che tu sia Wei Xu.»
«Sì, signora.»
Ada piegò le labbra, tinte di rosso in un sorriso, annuendo: «Inizio a capire cosa mia figlia ha visto in te…»
«Mamma…»
«Il tuo sguardo è quello di una persona buona, signor Xu.»
«La prego di chiamarmi Wei.»
«D’accordo, Wei.» dichiarò Ada, allargando le braccia: «Ma accomodiamoci! Ho chiesto a Philippe un menu speciale, dato che incontravo il fidanzato di mia figlia. Philippe è lo chef del ristorante e un buon amico di mio marito, posso assicurare che i suoi piatti sono fenomenali.»
«Meraviglioso.» dichiarò Wei, abbozzando un sorriso e aumentando la stretta sulla mano della ragazza: «Non è vero, Lila?»
«Sì…» mormorò Lila, fissando la madre: cosa stava succedendo? Dov’era la donna che aveva sempre conosciuto? Chi era quell’Ada Rossi che sedeva al tavolo con lei?
«Come sta andando l’università, Lila?»
«Cosa? Ah…bene.»
«Bene. Con mia figlia va sempre tutto bene…» sbuffò Ada, sorridendo affabile: «E’ così anche con te, Wei?»
«In verità no. Lila mi dice sempre quando qualcosa non va oppure sì.»
«Capisco…» mormorò Ada, annuendo e alzandosi: «Se vogliate scusarmi, vado a dire una cosa a Philippe. Torno subito.»
«Certamente.» dichiarò Wei, osservando la donna dirigersi sicura verso la cucina, con la stessa camminata sicura della figlia: «Sta andando tutto bene, no?» domandò, voltandosi verso quest’ultima e osservandola curioso: «Lila?»
«Sinceramente mi sto chiedendo chi è la donna con cui stiamo per cenare.»
«Cosa?»
«Mia madre non si sarebbe mai comportata così.»
«Magari vuole provare a entrare nella tua vita…»
«Ne sei convinto?»
«Dalle il beneficio del dubbio, Lila.»
«Solo perché me lo chiedi tu.» bofonchiò la ragazza, dopo una buona manciata di minuti in silenzio: «Solo per te, Wei.»

Capitolo 21 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.529 (Fidipù)
Note:Secondo aggiornamento della settimana e, come di consueto, abbiamo un capitolo tranquillo: certo, so già che mi maledirete per come sta procedendo lenta la storia ma preferisco muovermi piano piano, piuttosto che creare una storia affrettata. Avevo preventivato che Miraculous Heroes 3 sarebbe stata veramente lunga (molto, ma molto, più lunga di coloro che ci sono state prima) perché c'era veramente tanto da dire: c'era da presentare Xiang e Thomas, c'era da introdurre Felix, c'era da tirare fila che mi sto portando dietro dalla prima storia e, poi, presto ci sarà anche un cattivo che sarà veramente ostico (o almeno spero).
In tutto ciò, però, nessuno è fermo, soprattutto il nostro caro Dì Ren: alcuni l'avranno già notato, avranno già visto i segni di un qualcosa che si muove, un male che striscia come un serpente e

 

 

Teneva lo sguardo fisso sul padre, notando come le iridi azzurre non si staccavano dal tablet e lo degnassero di poca attenzione: «Sai cosa mi mancherà quando sarò sposato?» buttò lì Adrien, allungandosi e prendendo due biscotti dal vassoio al centro del tavolo, addentandone poi uno e riportando l’attenzione sul genitore: «Le nostre lunghe, lunghissime chiacchierate a colazione. Alle volte mi sembra di essere tornato ai vecchi tempi, solo c’è la tua presenza che distrae.»
«Chiedo venia» bofonchiò Gabriel, senza alzare lo sguardo: «Ma sono leggermente impegnato…»
«Nathalie ha fatto un altro errore?»
«No» rispose pacato il genitore, piegando le labbra in un sorrisetto: «Sto ricontrollando i disegni per la prossima collezione. C’è qualcosa che non mi torna…»
Adrien annuì, tornando a dedicare la sua attenzione alla colazione e sorridendo alla madre, appena arrivata: «Nuova lista degli invitati!» esclamò Sophie, allungando una cartellina blu al figlio e sorridendo: «Ho incluso anche Felix e Xiang. Non sembrava carino lasciarli da parte…»
«Penso che Xiang fosse il più uno di Alex, sai?» commentò Adrien, sorridendo alla donna e leggendo la lista di nome: «Ah, io depennerei Nathaniel Kurtzberg.»
«Perché? Non viene?»
«No, ci prova con Marinette.»
Sophie sbuffò, alzando gli occhi al cielo e accomodandosi davanti al figlio: «Ne sei certo?» gli domandò con voce dolce, scambiandosi poi una breve occhiata con il marito: «Ne sei proprio sicuro sicuro?»
«Se non ricordo male aveva una cotta per lei quando era giovane…» mormorò Gabriel, rendendosi partecipe alla conversazione: «L’ho akumatizzato, vero? Sì, era quel ragazzo veramente portato per il disegno e ricordo che aveva organizzato una serata romantica sulla Senna…sì, ha ragione, Adrien. Depennalo.»
«Oh! Voi due!» sbottò la donna, scuotendo la testa bionda: «Non significa nulla se era innamorato di lei quando era più piccolo. Sapete i sentimenti delle persone cambiano…» dichiarò, sentendosi addosso lo sguardo dei due: «A parte per gli uomini della famiglia Agreste. Voi siete fedeli e continuate ad amare nonostante tutto…»
«Nonostante la ragazza che ami si rifiuta di renderti partecipe della sua vera identità e della sua vera vita…»
«Nonostante la donna che ami sparisca per molti anni…»
«Mi sento come se mi fossi data la zappa sui piedi.» sospirò Sophie, spostando lo sguardo dal marito al figlio: «Che faccio con questa povera anima che ha avuto l’ardire di essere innamorato di Marinette da piccolo?»
«Se lo depenni Marinette però mi terrà il broncio…» mormorò Adrien, battendosi le dita sulle labbra: «E’ maledettamente affezionata a quel pomodoro con le gambe.»
«Che cosa devo fare allora?»
«Lascialo, mamma. Ma assicurati che sia al tavolo più lontano e nascosto di tutta la sala…»
«Sento Alain se mi mette un tavolo in magazzino solo per lui?»
«Puoi farlo?»
«Adrien!»
«Ehi, l’hai proposto tu, mamma!»
Sophie aprì la bocca, richiudendola quando Nathalie annunciò la sua presenza con un lieve colpo di tosse e portando l’attenzione degli Agreste su di sé: «Marinette è venuto a trovarla, Adrien.» dichiarò compita la donna, uscendo poi in silenzio così come era giunta.
«Ma non vi siete visti fino a poche ore fa?»
«Veramente ho dormito a casa, papà. Marinette era con le altre ed è poi rimasta da Sarah…» spiegò Adrien, alzandosi e dirigendosi velocemente verso l’androne della villa, sorridendo alla vista della ragazza che stava armeggiando con la chiusura del cappotto: adorava osservarla quando non era visto, notare i particolari come i ciuffi scuri che si piegavano per via del cappello che indossava, le guance rese rosse dall’aria fredda e lo sguardo celeste completamente rivolto all’abbottonatura del piumino che indossava: «Bonjour, ma belle!» esclamò, portando le iridi di lei su di sé e sorridendole dolcemente, mentre le si parava davanti e con gentilezza le prendeva il viso fra le mani, piegandosi poi per baciarle la punta del naso fredda.
Sorrise, allontanandosi un poco e osservando le guance tingersi velocemente di un rosso acceso, chinandosi nuovamente e regalandole una scia di baci lungo il naso, risalendo fino allo spazio fra le sopracciglia, spostando poi leggermente il cappello e continuando a donarle lievi sfiori di labbra sulla fronte, scendo poi lungo la tempia sinistra e fermandosi all’altezza dell’orecchio: «Te l’ho detto che l’avresti pagata la tua bugia…» le sussurrò, facendo scivolare le mani sui fianchi della ragazza e stringendola contro di sé.
Marinette ridacchiò, alzandosi sulla punta dei piedi e cercando di baciarlo, non ricordandosi della visiera del cappello, che cozzò contro la fronte del biondo: «Scusa!» esclamò la mora, togliendosi il copricapo e osservando dispiaciuta Adrien massaggiarsi la fronte: «Io…»
«Beh, vuol dire che ti avevo talmente stregato che non ti ricordavi di avere ancora il cappello.» sentenziò il ragazzo, togliendole il berretto e dandole un veloce bacio sulle labbra: «Com’è andata la serata?» le domandò, osservandola sbottonarsi il giubbotto e toglierselo velocemente.
«Per riassumere: ho paura di Lila per ciò che combinerà al mio addio al nubilato, Sarah mi ha fatto conoscere una bellissima storia d’amore tragica  e Xiang non è male. Un po’ rigida ma sembra una brava ragazza.»
«Rigida come qualcuno che si allarmava ogni volta che mi avvicinavo?»
«Più sul rigido militare, direi.»
«E’ una guerriera, penso sia normale.»
«Sì. Ha detto che Thomas le ha chiesto di allenarla e lei ha acconsentito: gli ha già dato una prima lezione e dice che se la cava bene.»
«Quel ragazzino mi sorprende: pensavo avrebbe giocato per tutto il tempo con il suo Miraculous e, invece, si sta dimostrando incredibilmente in gamba: chiede di essere allenato, si informa sui poteri dei Miraculous…» dichiarò Adrien, sorridendo: «Alex se lo trova sempre intorno, poi. Hai notato come non ha battuto ciglio mentre Alex ci illuminava sul Quantum?»
«Forse perché sapeva già tutto? L’hai detto che sta sempre incollato ad Alex.»
«Incollato come un certo gattaccio sta attaccato alla sua fidanzatina.» borbottò Plagg, facendo capolino da sotto il maglione di Adrien e fissando male il suo Portatore: «Ehi, si soffoca qua sotto! Perché cavolo ti sei messo un maglione di lana?»
«Perché ho freddo, forse?»
«E non pensi a me?»
«Puoi infilarti nella tasca dei jeans.»
«Nei tuoi sogni, bello! Io non ci vado ai piani bassi!»
«E allora soffoca in silenzio.»
Marinette ridacchiò, scuotendo il capo e armeggiando con la borsa, recuperando da questa due sacchetti di carta: «Guardate che vi ho portato!» esclamò, attirando l’attenzione dei due litiganti e trovando due sguardi verdi completamente attenti su di lei: «Brioche per Adrien e praline al camambert per Plagg.»
«Sei la migliore, Marinette.» sentenziò Adrien, afferrando il proprio regalo e aprendolo, inspirando il contenuto: «Appena sfornati…»
«Ehi, moccioso! Prendi anche il mio! Anche il mio!»
«Non voglio rovinare questo momento con la puzza di camambert.»
«Vieni, Plagg.» dichiarò Marinette, allungando la mano e prendendo il kwami che faceva capolino dal collo alto del maglione dell’altro, sistemandolo poi nella borsa con il sacchetto di praline: «Attento a Tikki!»
«Oops. Troppo tardi!»
«Sposta quel didietro gigantesco da me!»
«Non ho il culo grosso, Tikki.»
«Sì, che ce l’hai.»
La ragazza ridacchiò, osservando la propria borsa muoversi un poco, prima di ritrovare la calma: «Marinette!» esclamò la voce di Sophie, facendo voltare la mora verso la porta che dava sulla sala da pranzo: «Proprio te volevo! Adrien, ma mangi ancora?»
«Marinette mi ha portato le brioche.»
«Hai appena mangiato metà vassoio di biscotti…»
«Erano solo due o tre.» dichiarò il biondo, sorridendo allo sguardo della madre: «Ok, forse qualcuno in più, ma non ho mangiato metà vassoio! C’era anche papà con me.»
«Certo, certo. Hai fatto vedere la nuova lista degli invitati a Marinette?»
«L’ho lasciata di là e Marinette non ha ancora sviluppato il potere di leggere la mente.»
«Nuova lista?»
«Sì, ho pensato di aggiungere anche Felix e Xiang, sebbene qualcuno mi abbia fatto notare che Xiang poteva essere il più uno di Alex.»
«Willhelmina darà di matto se c’è Felix…»
«Willhelmina ha solo bisogno di passare un po’ di tempo con Felix, chiarire i dissapori e…beh, sapete.»
«No, non voglio sapere!»
«Anche io non vorrei sapere che mio figlio è attivo su un certo fronte, ma lo so. Preferisco far finta di niente, ma lo so. Quindi, tesoro, pensi davvero che siete gli unici che si dilettano in un certo modo? Come pensi di essere venuto al mondo? Portato dalla cicogna?»
«Mamma!»


Thomas sbadigliò, entrando nell’aula e osservando il suo migliore amico seduto al proprio posto: la testa castana di Jérèmie Ruiz era china sul quaderno e si muoveva a tempo di una musica invisibile, mentre alcune loro compagne di classe se lo stavano mangiando con gli occhi nei banchi dietro.
Le sue coetanee gli facevano veramente paura, soprattutto quando ciò riguardava il suo migliore amico.
«Thomas!» esclamò Jérèmie, alzando il capo e sorridendogli allegro: «Finalmente!»
«Finalmente cosa?»
«Ehi, non sei venuto a scuola l’altro giorno!»
«E tu non sei venuto ieri.» dichiarò Thomas, posando lo zaino sul banco accanto all’amico e notando il sorriso allegro dell’altro vacillare un attimo: ahia, non era mai una buona cosa quella.
«Ci sono stati dei problemi. A casa.»
Thomas annuì, sapendo benissimo cosa volevano dire in realtà quelle parole: i miei hanno di nuovo litigato di brutto, mio padre è andato via e non è tornato, mentre io non me la sentivo di lasciare mamma da sola, così sono rimasto a casa con lei. No, non ho voglia di parlare e voglio solo fingere che tutto vada bene.
Era, purtroppo, un qualcosa di abituale nella famiglia di Jérèmie e, ogni volta, Thomas si malediceva perché non poteva fare altro che stare lì, con uno sguardo ebete in volto e le mani in mano: voleva che i genitori dell’amico si separassero, donandogli pace in questo modo; ma sapeva che i coniugi Ruiz non lo avrebbero mai fatto.
La madre dipendeva in tutto e per tutto dal marito e il padre non voleva una simile onta nella sua immacolata carriera di capofamiglia esemplare.
Meglio litigare quindi e mandare avanti quella famiglia così rovinata.
«Non ti preoccupare, Tom. Ok?»
«Ok…» mormorò mesto, annuendo e spostando lo sguardo verso la porta dell’aula, da dove una certa ragazzina stava controllando l’interno: sguardo curioso, volto come una luna piena, i capelli legati nelle classiche codine per cui alcune compagne la prendevano in giro.
Manon Chamack.
La fissò, fino a quando lo sguardo nocciola di lei non si posò su di lei e rimase compiaciuto nel vederla sobbalzare, con il volto rosso dall’imbarazzo e poi correre via: «Dovresti trattare bene i nostri compagni più piccoli, lo sai?» lo riprese Jérèmie, posandogli una mano sulla spalla e ridacchiando: «Soprattutto con le tue ammiratrici.»
«A Manon piaci tu, non io.»
«Io direi il contrario, Thomas.»
«Fidati, le piaci tu e vorrebbe morto il sottoscritto.»
Jérémie annuì, scrollando le spalle e tornando al proprio quaderno, riprendendo la penna e controllando i compiti che erano stati dati per quel giorno: «Sto iniziando a sperare che ci sia un attacco di un qualche cattivo, così evito di dare alla Bustier i miei compiti. Fanno schifo.»
«Disse quello che prenderà un voto alto come sempre.»
«Non a questo giro, amico. Sto notando che ho sbagliato parecchie cose, ora che li rileggo. Spero che la prof. faccia tardi, così li sistemo, per quanto posso.»
Thomas annuì, valutando quanto avrebbe aiutato l’amico se avesse utilizzato il proprio potere: akumatizzare la professoressa Bustier e poi…poi cosa? Chiederle di fare tardi a lezione, in modo che Jérèmie potesse finire di rileggere i compiti?
Certo, sarebbe stato un bel gesto per l’amico ma…
C’era un ma grosso quanto la Tour Eiffel.
Il signor Agreste lo aveva intimato di non usare mai il Miraculous per il proprio tornaconto e poi era certo che gli altri avrebbero preso la spilla della Farfalla e l’avrebbero data a Xiang, in modo che la portasse al sicuro a Shangri-la.
Però…
Insomma, era per aiutare un amico…
«Non ci pensare nemmeno.» sibilò la voce di Nooroo, nascosto all’interno del cappuccio della felpa e Thomas avvertì un brivido lungo la schiena, reazione alla minaccia nella voce del kwami.
«Hai detto qualcosa, Thomas?»
«No, nulla.»


«Davanti a quella foce che viene chiamata, come dite, Colonne d’Eracle, c’era un’isola. Tale isola, poi, era più grande della Libia e dell’Asia messe insieme e, a coloro che procedevano da essa, si offriva un passaggio alle altre isole e dalle isole a tutto il continente che stava dalla parte opposta, intorno a quello che è veramente mare.» Sarah finì di leggere, abbassando il foglio e osservando gli altri riuniti attorno al tavolo: «Dunque, Platone introduce così Atlantide nel Timeo.»
«Parla di isole…» commentò Vooxi, posandosi sulla spalla della bionda e rileggendo il breve pezzo: «Però Platone è vissuto parecchio tempo dopo la distruzione di Daitya e Routo. I popoli dell’est erano cavernicoli: ricordo bene quello che dicevano i cantastorie che tornavano e narravano le storie di ciò che si trovava al di là del mare. Solo quelli che si erano spinti fino al lontano Est avevano detto di aver trovato delle civiltà simili alla nostra e di cui narravano le leggende…»
«Forse avevano trovato Lemuria? La patria di Xiang.» mormorò Mikko, fissando speranzosa l’altro kwami: «Pensi sia possibile?»
«Può darsi.»
«Può darsi, può darsi, può darsi…» Alex sbuffò, spettinandosi i capelli furioso e poi poggiando la fronte contro i fogli: «Ci faccio una nuova Atlantide con i ‘può darsi’ che ho sentito in questi giorni.»
«E’ quello che succede quando si ha a che fare con un passato lontanissimo migliaia di anni…» bofonchiò Lila, voltando svogliata alcune pagine di un articolo: «Non è vero, futura archeologa?»
«Inoltre, stiamo parlando di un mito. E’ difficile trovare qualcosa di concreto, Alex.»
«Noi abbiamo già qualcosa di concreto…» borbottò il ragazzo, alzando la testa e fissando le altre con il broncio: «I kwami erano abitanti di Daitya, una parte di ciò che restava di Atlantide e la mia dolce e bellissima Xiang viene da Lemuria…» Alex si fermò, sospirando mestamente: «Peccato che nessuno abbia una minima idea di chi sia questo fantomatico nemico: Dì Ren.»
«Lo chiamiamo così, allora?»
«Penso che sia meglio di ‘nemico invisibile di cui non sappiamo niente’, Lila.»
«E se poi arriva e dice ‘io mi chiamo così’, che facciamo?»
«Continuiamo a chiamarlo Dì Ren, semplice.» borbottò Alex, tirandosi su e togliendosi gli occhiali, massaggiandosi il setto: «Sappiamo che Routo aveva creato un catalizzatore di Quantum, sappiamo che ha attaccato quando vennero creato i Miraculous – che sono gioielli infusi di Quantum – e che questo ha portato alla distruzione di tutto. Cosa è successo al catalizzatore durante il…il…»
«Il terzo Cataclisma?» buttò lì Vooxi, sorridendo: «l’antico impero è stato distrutto dai primi due Cataclismi, direi che quello che ha annientato Daitya e Routo era tranquillamente il terzo.»
«E fu così che scoprimmo che Atlantide è stata distrutta da quelli della tribù di Plagg, perché avevano usato il potere del Cataclisma senza pensare.» dichiarò Lila, allargando le braccia e scuotendo la testa: «Un po’ come fa un certo gatto di nostra conoscenza: prima agisco, poi penso. Questo è il motto di Adrien.»
Sarah sorrise, tornando poi a prestare l’attenzione ai fogli: «Sapere cosa è successo al catalizzatore, come Kang ne è entrato in possesso e chi lo ha preso.» mormorò, picchiettando le dita sul tavolo: «Forse abbiamo la risposta davanti a noi, ma siamo troppo ciechi per vederla…»
Mikko osservò la propria portatrice, spostando poi la propria attenzione su Vooxi che, in disparte, stava studiando una piantina: «Vooxi…» mormorò, volando dal kwami e abbozzando un sorriso di fronte allo sguardo violetto, che si era posato su di lei: «Forse Wayzz…»
«Non sa niente neanche lui. Sapeva che c’era la possibilità di una spia, ma non sa chi poteva essere e non ha nessun sospetto.» mormorò il kwami della volpe, scuotendo il musetto: «Gyrro, sicuramente sapeva: era a capo di Daitya in quel periodo e, scommetto quello che vuoi, era a conoscenza di qualcosa. Anche il fatto che ci ha permesso di tenere i nostri gioielli: il mio Miraculous non è altro che una collana che mia madre mi regalò per un compleanno…»
«Dici che Gyrro sapeva a cosa andavamo incontro?»
«Ricordi come ci dava per morti? Non lo siamo, certo, ma non siamo più neanche umani. Servivamo per veicolare il Quantum nei gioielli o qualcosa del genere.»
Mikko annuì, spostando l’attenzione sul pettinino fra i capelli di Sarah: «Era un regalo di Abba.»
«Cosa?»
«Il mio Miraculous.» mormorò la kwami, chinando il capo: «Abba avrebbe voluto regalarmelo il giorno del nostro matrimonio, ma me lo dette dopo che mi offrì come volontaria.»
«Lo amavi? No, domanda stupida. Sei diventata una kwami per sfuggire al matrimonio…»
«Ero affezionata a lui, ma non così tanto da sposarlo: il matrimonio con lui mi sembrava qualcosa di soffocante, che mi avrebbe uccisa. Amore…» Mikko si fermò, sorridendo al compagno: «Non ho mai conosciuto il vero significato di questa parola.» dichiarò la kwami, tenendo lo sguardo in quello dell’altro spirito: «Ma torniamo alle cose serie: hai detto che Gyrro sapeva, ma allora perché farci fare il rituale? Abbiamo fatto il gioco di Routo così.»
«Forse perché non c’era un’altra soluzione, forse la spia è stata veramente abile e ha giostrato tutto secondo i suoi voleri…» il volpino alzò le spalle, abbozzando un sorriso: «Forse Kang non era l’unico con la Vista e anche quest’individuo ha schierato tutto secondo i suoi piani…»
«Sarebbe stato meglio che fosse stato scelto qualcuno migliore di me, per la tribù dell’Ape. Qualcuno che aveva più conoscenza di me.»
«Ma Abba…»
«Lui non mi rendeva partecipe del suo lavoro come Gran Sacerdote della nostra tribù.»
«Però eri sempre un gradino più alto. Io cosa ero? Un cittadino comune, che si divertiva ad andare in giro a far danni con Plagg…»
Mikko sorrise, sistemandosi accanto all’altro kwami e andando indietro con i ricordi: «Le vostre gesta erano leggende. Ricordo che le cameriere della mia casa ridacchiavano e sospiravano sempre quando le narravano; le ascoltavo di nascosto, perché si sarebbero zittite se avessi mostrato la mia presenza…»
«Tu invece eri la fanciulla nascosta.»
«Cosa?»
«Uscivi poco e quasi nessuno ti aveva visto, al di fuori delle cerimonie dove presenziavi al fianco di Abba, ma indossavi sempre un velo che ti copriva il volto.» spiegò Vooxi, sorridendo al ricordo: «Con Plagg avevamo progettato di entrare in casa tua di notte e vedere se alcune voci erano vere.»
«Voci?»
«Alcuni dicevano che eri brutta come la morte, altri che avevi il viso deturpato. In ogni caso, quasi tutte dicevano che Abba si vergognava di te e per questo ti teneva reclusa.» dichiarò Vooxi, ridacchiando: «E’ stato un vero colpo, quando ti sei offerta volontaria: eri a volto scoperto, con i boccoli biondi attorno al volto e…e…»
«E cosa?»
«Ah…» Vooxi scosse il capo, schiarendosi la voce: «Niente. Ho scoperto che le voci non erano vere.»
«Ah.»
«Sentirò nuovamente Wayzz, riguardo alla spia. Forse se ci pensa, ricorderà qualcosa. Insomma, era l’allievo di Gyrro…»
«Sì, certo.»


Wei sorrise, entrando nel locale e notando il ragazzo al di là del bancone, impegnato a sistemare i bicchieri: «Non pensavo di trovare te.» dichiarò, attirando l’attenzione di Rafael: «Ho portato gli scatoloni per Alain.»
«Sì, ma non è che devi far sfoggio dei tuoi muscoli così» dichiarò il parigino: «So già quanto sei forte.»
«Tutta invidia la tua!»
«Ehi, le donne mi cadono ai piedi. Sempre. Non ho bisogno di tutta quella massa muscolare…»
«Se Sarah ti sente parlare così, potrebbe ucciderti.»
«Probabile.»
«Come va?»
«Con Sarah? Il paradiso finché è calma e tranquilla, poi si trasforma in un demone, come con Alex l’altro giorno…»
«E tu che pensavi che fosse docile docile…»
«In verità non l’ho mai pensato, soprattutto da quando affrontò Mogui per salvarmi.» dichiarò Rafael, sorridendo al ricordo: «Devo essermi innamorato di lei proprio in quel momento o forse no. Notavo Sarah già da parecchio prima e cercavo di interagire ogni volta possibile…»
«Sembrano passati secoli e invece è trascorso sì e no un anno…»
«Dura la vita con Lila, eh? Se parli così significa che è veramente stancante.»
«Non potrei mai stancarmi di Lila.» sentenziò Wei, posando l’enorme pila di scatoloni ancora da piegare sul banco e sospirando: «Lei è la mia metà.»
«A proposito com’è andato l’incontro con la draghessa Rossi?»
«Draghessa?»
«Sarah la chiama così.»
«E’ stato tranquillo, sembrava così diversa da come la descriveva Lila.» mormorò Wei, sospirando: «Mi aspettavo un bestia che mi avrebbe mangiato in un sol boccone e, invece, ho avuto a che fare con una donna ricca che si preoccupa della figlia…»
«Da come ne parla Lila non sembra così.»
«Lila dice che è posseduta.»
«Willie ha smesso di infilare cristalli neri dentro le persone, vero?»
«Sì, credo.»
«Ok. Volevo evitare di replicare un nuovo Mogui.» dichiarò Rafael, battendo entrambi i palmi sul bancone: «Parlando d’altro, ricordati di questo sabato.»
«Siete veramente convinti di farlo?»
«Ehi, è l’addio al celibato del gattaccio! Dobbiamo farlo! Anche Nino è d’accordo!»
«Sai, vero, che farlo significherà…»
«Ho già detto a tutti che i cellulari saranno requisiti: niente cellulari, niente possibilità di prove con foto, video e note vocali. Andrà tutto liscio come l’olio e le nostri dolci metà non sapranno nulla.» sentenziò Rafael, incrociando le braccia e sorridendo: «E poi…»
«E poi?»
«Scriviamo testamento e lo consegniamo a Fu, se mai verremo scoperti almeno le nostre ultime volontà saranno eseguite.»

Capitolo 22 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.769 (Fidipù)
Note: Ed eccoci qua con un nuovo capitolo, del quale non ho informazioni particolare da dire: il momento delle notizie random è durato veramente poco. Vabbè, vabbè.  Sarà per la prossima volta (fra l'altro devo anche esser breve, visto che ho i libri da studiare che ammiccano seducenti dall'angolo della scrivania) e quindi passo subito ai ringraziamenti di rito! Ma prima vi do appuntamento a mercoledì con il nuovo capitolo de La Bella e la Bestia!
Grazie a tutti voi che mi leggete, che mi commentate, che mi seguite, che mi votate come vostro capo supremo della Terra...ah no, questo è il ringraziamento per quando sarà il Dominatore assoluto. Come non detto.
Grazie a tutti voi che continuate a supportarmi e a seguirmi!

 

 

Marinette sbadigliò, strusciandosi un occhio e osservando il posto vuoto davanti al suo: si era messa d’accordo con Nathaniel per studiare assieme storia della moda e si erano dati appuntamento nell’aula studio della struttura, che ospitava la loro scuola.
Peccato che l’amico fosse in ritardo.
E un ritardo anche sostanzioso, concluse azionando il cellulare e osservando l’orario: era passata quasi un’ora da quella  in cui si erano dati appuntamento e ancora non si vedeva, inoltre non l’aveva nemmeno avvisata e quindi si stava iniziando a preoccupare.
Aveva provato anche a mandargli un messaggio, ma il silenzio dell’amico non aveva fatto altro che accentuare l’inquietudine.
Gli era successo qualcosa?
E se ci fosse stato un attacco?
Marinette scosse il capo, accantonando subito quell’idea: no, in quel caso Alex l’avrebbe chiamata e…
Ma certo! Alex!
Poteva contattarlo e sentire se era avvenuto qualche incidente, magari poteva scoprire se Nathaniel era stato coinvolto o meno e capire il perché del ritardo dell’amico: annuì alla sua idea, azionando il cellulare e notando il rosso entrare proprio in quel momento, avvicinandosi al tavolo: «Scusami, Marinette. Non ho sentito la sveglia.» mormorò il ragazzo, sospirando e passandosi una mano fra i capelli, spettinandoli: lo sguardo era stanco e aveva due profonde occhiaie attorno agli occhi, i vestiti poi dovevano aver visto giorni migliori di quello.
«Figurati. Stai bene?»
«Cosa? Sì, sì.» assentì il ragazzo, sedendosi davanti a lei e regalando un sorriso stanco: «Ho solo dormito troppo.»
«Ok.»
«Marinette, ti sta vibrando il cellulare.»
La ragazza spostò l’attenzione sul proprio telefono, sorridendo alla vista del mittente della chiamata: «Torno subito.» sentenziò, afferrando l’apparecchio e uscendo velocemente dall’aula studio: «Sì?» mormorò, non appena ebbe risposto alla telefonata.
«Non indovinerai mai cosa ho ritrovato!» esclamò la voce allegra di Adrien, mentre lei si appoggiava contro il muro e socchiudeva gli occhi.
«Cosa?»
«Ti ricordi di un certo braccialetto, che qualcuno mi aveva dato perché era più brava di me ai videogiochi?»
«Lo hai ancora?»
«Sì, era sul fondo di un cassetto. L’ho trattato da schifo ed era il primo regalo che mi hai fatto. Sono pessimo.»
Marinette sorrise, evitando di correggere il ragazzo: in verità il suo primo regalo era stata una sciarpa che lei aveva confezionato per il compleanno di Adrien, ma Nathalie l’aveva fatto passare come regalo di Gabriel; la donna si era poi scusata e aveva anche proposto di dire la verità al biondo, ma Marinette l’aveva fermata.
Adrien era stato così felice, quando aveva saputo che era un regalo del padre che lei non aveva voglia di deluderlo, dopo molto tempo.
E quindi aveva preferito tacere e Adrien continuava a credere che la sciarpa era stata un regalo del padre.
«E ho anche ritrovato la tua sciarpa»
«La mia sciarpa?»
«Sì, quella che mi avevi fatto per il mio compleanno. L’unica cosa che manca all’appello è il cappello da Babbo Natale, ma l’ho regalato a quel tipo, quello che era diventato Pire Noel…»
«Co-co-cosa?»
«Cosa che?»
«La…la…scarpa…no, cioè volevo dire…la sarpa…carpa…»
«La sciarpa?»
«Sì!»
«Marinette, davvero pensavi che non me ne sarei mai accorto?» domandò Adrien, ridacchiando: «Dovresti avere più fiducia nelle mie capacità.»
«Per dir la verità: Gabriel l’ho ha informato che non gliel’aveva regalata lui. Nathalie in un giorno di introspezione, gli aveva confidato come si era procurata quel determinato regalo e lui ha deciso di dirlo al figlio.» spiegò Plagg, mentre Adrien ringhiava di sottofondo: «Il moccioso ha taciuto, perché pensava che un giorno tu avresti vuotato il sacco.»
«Plagg, dannazione!»
«Che cosa bella il vivavoce, dovresti metterlo più spesso quando chiami la tua fidanzatina, sai?»
«Ad-drien…io…io…»
«Sapevi che ero stato contento di riceverla da mio padre e per questo non mi hai mai detto niente, vero?»
«S-sì.»
«Tipico della mia principessa.»
«Sei arrabbiato?»
«Mh. No. Deluso da Nathalie, che ha spacciato un tuo regalo per suo, ma ormai è passato parecchio tempo, quindi l’ho superata.»
«Parecchio tempo? Ma da quando…»
«Da quando lo so? Vediamo, forse da poco dopo la scoperta delle nostre identità?»
«E non mi hai mai detto niente?»
«Tu non dicevi niente ed io ho pensato di fare altrettanto. Ho parlato senza pensare, altrimenti non avrei detto niente nemmeno ora…»
«Adrien, io…»
«Ehi, va tutto bene, mon coeur.»
«Ti ho mentito per tutto questo tempo…»
«Beh, vorrà dire che dovrai pagare una bella sanzione, allora. Sì, voglio tanti baci stasera.»
«Stasera sono Lila, Sarah e Xiang.»
«Dovrai tornare a casa prima o poi, ma belle, e allora pagherai il prezzo per avermi mentito su quella sciarpa per tutti questi anni.»
Marinette sorrise, voltandosi verso la porta dell’aula studio: «Dovrei tornare a studiare, adesso.» dichiarò, sospirando e sentendo il ragazzo ridacchiare dall’altra parte del telefono: «Nathaniel è strano oggi.»
«Ci sta provando con te?»
«No, gelosone. E’ arrivato in ritardo, molto in ritardo e sembra stanco, quasi come se avesse passato la notte in bianco. Ma ha detto che ha dormito troppo.»
«Forse si è addormentato tardi? Magari pensava al fatto che avrebbe passato con te la mattinata e…»
«Adrien, sono io quella che si fa i film mentali.»
«Hai l’esclusiva?»
«Ti ho detto che gli interessa qualcun altro.»
«Mai sentito dire che il primo amore non si scorda mai?»
«Non ti dico niente perché sei adorabile quando fai il geloso, ecco. O almeno lo sei finché non inizi a farti paranoie e hai gli incubi mentre dormi.»
«Oh, quindi ti piace quando mi dimostro possessivo?»
«Oh, per favore! Abbi pietà di me!» squittì la voce di Plagg, facendo sorridere Marinette: «Non voglio avere il diabete per le vostre chiamate piccipicci puccipucci e tu dovresti pensare a inscatolare la tua roba! Il matrimonio si avvicina e non hai ancora fatto niente!»
«Devo andare, my lady. Qualcuno è uno schiavista nato qui.»
«No, sto solo pensando a come salvare la mia sanità mentale.»
«Sai, Plagg, che a breve…»
«Portatore muore ucciso dal suo kwami.» dichiarò Plagg, quasi come se fosse un titolo di un giornale: «Sarà il primo caso da quando sono stati creati i Miraculous ma…beh, c’è sempre una prima volta.»
«My lady, ci sentiamo appena finisci di studiare.»
«D’accordo, mon minou.»
«Ah, era tanto che non mi chiamavi.»
«Vai o Plagg ti uccide.»
«Agli ordini!»
Marinette sorrise, osservando lo schermo del suo cellulare spegnersi e, con un sospiro, tornò in aula studio: si avvicinò al tavolo che aveva occupato, notando Nathaniel seduto e con lo sguardo perso nel vuoto davanti a sé; la ragazza si accomodò di nuovo davanti a lui e notò che non era stata notata: «Nathaniel?»
«Oh. Cosa? Già di ritorno?»
«Sì.»
«Studiamo allora?»
«Sì.» mormorò Marinette, osservando l’amico recuperare il proprio libro e metterlo davanti a sé e notando come i movimenti del rosso fossero lenti e affaticati: sì, c’era decisamente qualcosa che non andava in Nathaniel quel giorno e non pensava fosse dovuto solo al fatto che avesse dormito troppo.
«Nath, stai bene?»
«Sì, certo. Perché non dovrei? Frequento una scuola che sogno, la ragazza che mi piace ha accettato di uscire con me la prossima settimana e ho avuto una chiamata per uno stage presso un nuovo brand di gioielli!»
«Non lo sapevo!»
«Mi ha chiamato il proprietario qualche giorno fa e l’ho incontrato…» Nathaniel si fermò, piegando le labbra in un sorriso: «Gli sono piaciuti alcuni miei disegni e mi ha preso come stagista, appena concludo i corsi di quest’anno.»
«Sono felice per te.»
«Grazie, Marinette.»


Thomas colpì il palmo aperto di Xiang, ricevendo un calcio sul fianco e scivolando sul pavimento: «Tregua!» esclamò, tenendosi la parte dolorante e osservando la sua insegnante, cercando di riempire i polmoni di ossigeno anche se si stava rivelando veramente faticoso: sarebbe stato complicato spiegare a sua madre i lividi che si era procurato in quel primo giorno di lezione con Xiang.
«Non esisterà una tregua, quando combatterai contro Dì Ren.»
«Mi nasconderò dietro Tortoise.»
«Non avevi detto che volevi combattere come loro, quando mi hai chiesto di allenarti? Di essere alla pari dei tuoi compagni?»
«Ehi! Ho solo tredici anni!»
«Forse sono stata troppo affrettata…» sospirò Xiang, portandosi indietro una ciocca e osservando il Portatore davanti a lei: «Dovrei riportare i Miraculous a Shangri-la ed evitare tutto questo.»
«Ehi, ehi, ehi. Calma, calma.» esclamò Thomas, mettendo le mani avanti a sé e cercando in Nooroo un appoggio: «Sono certo che quando Dì Ren arriverà, io sarò pronto. Mi stai allenando tu, no?»
«Lo spero.»
«Abbi fiducia in lui, Xiang» dichiarò Nooroo, sorridendo dalla sua postazione ove osservava l’allenamento: «Thomas è in gamba e apprende velocemente. Dagli tempo e sarà un ottimo Portatore: sa già infondere l’energia, a seconda dell’emozione che sente, e già se la cavava egregiamente nel combattimento, una volta trasformato.»
Xiang annuì, mettendosi in posizione di combattimento e osservando Thomas fare altrettanto: «Adesso dovrai parare i miei colpi, ok?»
«Lividi, sto arrivando!»
«Che cosa è successo al mio salotto?» tuonò la voce di Felix, facendo voltare i due verso la porta della stanza ove l’uomo fissava il disordine che era stato creato: «Xiang!»
«Devo allenare Thomas.»
«E per farlo ammucchi tutti i miei mobili da una parte?»
«Avevamo bisogno di spazio.»
Felix aprì la bocca, rimanendo in quella posa per qualche secondo e poi richiudendola, scuotendo la testa e passandosi una mano fra i capelli biondi: «Sei impossibile.»
«Buonasera, signor…mh…Blanchet? Norton? Come dovrei chiamarla?»
«Felix, ragazzino. Siamo commilitoni.»
«Signor Felix.»
«No, solo Felix.» sentenziò l’uomo, alzando gli occhi al cielo: «Bo! Li! De!» esclamò, osservando i tre fratelli arrivare velocemente e osservarlo in attesa, mentre lui gli ordinava di risistemare il salotto; i tre assentirono ripetutamente, mettendosi subito al lavoro sotto lo sguardo sorpreso di Thomas.
«Ma sono usciti da Mulan?» domandò il ragazzino, osservando il trio a bocca aperta: «Sapete, i tre che sono al campo di allenamento e con cui lei fa amicizia…»
«No. Vengono da…» Felix si bloccò, annuendo con la testa: «Giusto, giusto. Ehi, voi tre. Bo! Li! De!» esclamò, attirando la loro attenzione e indicando poi Thomas: «Miraculous.»
I tre abbandonarono il loro lavoro, trattenendo contemporaneamente il fiato e osservando Thomas come se fosse un dio sceso sulla  terra: «Miraculous!» strillarono all’unisono, inginocchiandosi davanti a lui e rimanendo fermi in quella posizione.
«Ma che cosa…?»
«Ho trovato questi tre che girovagavano per le strade di Parigi, qualche tempo fa.» spiegò Felix, sospirando: «Erano all’angolo di una strada e non sembravano i soliti clochard, al che mi sono avvicinato e ho parlato con loro, venendo a sapere che erano stati spediti qui a Parigi dalla nonna per aiutare il Gran Guardiano nella sua missione, ma appena giunti qua sono stati derubati di ogni avere e non sapendo una parola di francese…beh, hanno avuto un po’ di problemi; fra le altre cose ho scoperto che sono monaci di Nêdong e che la loro nonnina è la carissima Fa. Nooroo la conoscerà bene.»
«Sono nipoti di Fa?» domandò il kwami, osservando con occhi nuovi i tre e uscendo dal suo nascondiglio: «Sapevo che Fa si era creata una famiglia e che questa fosse numerosa. Sono contento.»
I tre fratelli alzarono la testa, trattenendo per la seconda volta il fiato: «Kwami!» strillarono nuovamente all’unisono, battendo le mani e inchinandosi nuovamente.
«I kwami per loro sono divinità.» spiegò Felix, incrociando le braccia: «Dovrei parlare con Fu, ma ogni volta me ne dimentico: beh, prima di adesso non potevo andare molto spesso dal mio caro vecchio amico e l’ultima volta…come dire? Ero leggermente distratto.»
«Adesso si dice così fissare le grazie della ex-Portatrice della coccinella? Posso capire che fianchi larghi e seno prosperoso possano essere elementi a favore della procreazione ma…»
«E’ una fortuna che Willhelmina non se ne sia accorta.» dichiarò Thomas, ridacchiando: «Altrimenti le avrebbe tirato qualcosa di molto più pericoloso di un semplice uovo di giada.»
«Tu, sei troppo giovane per questi discorsi.» sentenziò Felix, indicando il ragazzino e spostando poi il dito verso Xiang: «E tu devi sapere che ho molti anni di pratica: quando ero il serio e composto sergente Felix Norton ero bravissimo a notare certi particolari senza essere visto. Plagg può confermarlo.»
«Plagg può confermare tante cose dei suoi Portatori e quasi tutte rientrano in una certa categoria di azioni» sbuffò Nooroo, scuotendo la testa: «Mi domando ogni volta se è la sua influenza a cambiare i suoi Portatori o sono tutti così simili a lui.»
«Non so com’era il mio erede prima di avere un certo anello, ma posso dire che Plagg mi ha solo reso più facile avvicinarmi a una certa signora e godere delle sue grazie. Anche se non sapevo che era la stessa persona…»
«Non aveva detto che ero troppo piccolo per certi discorsi?»
«Tu non hai sentito niente, ok?»
«Il mio silenzio costa caro.»
«Xiang, puoi prendere il suo Miraculous.»
«Non dirò una parola. Lo giuro.»
«Bravo ragazzo.»


«E quindi tua madre si è comportata da umana per tutta la sera? Ma non avevi detto…» Sarah si voltò verso Lila, stringendo il cuscino contro il petto e osservando l’italiana annuire, mentre Marinette e Xiang dividevano la loro attenzione tra il drama in corso sullo schermo della tv e la conversazione fra le due.
«Sì. Io penso che sia posseduta, tipo Willie. Non mi spiego questo cambiamento…» dichiarò la ragazza, incrociando le gambe e poggiando i gomiti contro le ginocchia: «Era tutta un fare complimenti a Wei per come, nonostante le difficoltà, riuscisse a mantenersi e ad aiutare la sua famiglia. Wei! Lei ne aveva parlato male fino a pochi giorni fa! E poi mi chiedeva dell’università, se mi piacevano le lezioni: ma i nonni da quanto non li senti? Oh, dovremmo andare a fare shopping, insieme. Lila, dimmi quando sei libera perché vorrei pranzare con te. Oh, Wei. Ovviamente spero di replicare la cena e magari con mio marito, sono certa che piacerai a Ruggero.» Lila si fermò, scuotendo la testa: «E’ posseduta. Lo dico io.»
«E Wei che dice?»
«Secondo lui sta cercando di provare a entrare nella mia vita.»
«E non potrebbe essere così?» domandò Marinette, voltandosi verso l’amica: «Magari si è accorta che non è stata una figura importante nella tua vita e magari sta cercando di rimediare: certo è andata da un estremo a un altro, però potrebbe essere animata da buone intenzioni.»
«Mia madre?»
«Dovresti sapere benissimo che tutti possono sbagliare e possono anche cercare di rimediare ai propri errori.»
«Mh. Questa frase mi riporta alla mente di una certa ragazza, akumatizzata da Papillon, che si trasformava in una bellissima e sensualissima supereroina e che ha cercato più volte di vincere contro due sedicenti eroi…»
«Sì, mi riferivo proprio a quella ragazza.» assentì Marinette, sorridendo: «Poi se n’è andata e quando è tornata era pentita delle proprie azioni e lo ha dimostrato diventando una compagna fidata e insostituibile.»
Lila sorrise, allungandosi e spettinando Marinette seduta per terra davanti a lei: «Grazie mille, boss.» dichiarò, stringendo da dietro l’amica e poi spostando l’attenzione su Xiang, comodamente sistemata accanto a Marinette: «Scusa, cinesina. Sto monopolizzando la serata che doveva essere ‘conosciamo ogni segreto di Xiang’. Del tipo: l’hai già fatto con Alex?»
«Lila!»
«Sono curiosa!»
«Ma io non voglio sapere di Alex che fa roba…potrei vomitare la cena.»
«Quanto sei delicata, Sarah.»
«Fatto cosa?» domandò Xiang, fissando innocentemente le tre ragazze: «Perdonatemi, ma purtroppo non comprendo ancora bene tutti i vostri modi di dire.»
«Oh. Sei più pura di queste due. Xiang cara, so che tu credi che i bambini siano un dono di qualche dio, che li mette nelle braccia della madre, ma devi sapere che quando un ragazzo e una ragazza si amano tanto…»
«So come nascono i figli, Portatrice del Miraculous della Volpe.»
«Se vogliamo avere un qualche tipo di rapporto, devi davvero smettere di chiamarci ‘Portatrice del Miraculous del e inserire uno degli animali’. Davvero. Io sono Lila, lei è Sarah e lei è Marinette. Sono nomi facili da ricordare.»
«Oh. Certo.»
Bene. Ora torniamo al discorso principale: Xiang e Alex hanno…»
«Procreato? Per la grande dea! No! Non ho ancora vita dentro di me.»
«Uno crede che una persona di quattromila anni sia navigata, che sappia come va il mondo e invece…» Lila sospirò, scuotendo la testa: «Xiang cara, non so definirti se peggio di Marinette o di Sarah. O di entrambe.»
«Perché?»
«Sei troppo innocente, ma chére. E rigida. Lasciati andare, goditi la vita!»
«Ma…»
«Lasciati andare, goditi la vita!»
«Un consiglio, Xiang.» sospirò Marinette, scuotendo la testa e sorridendo a Lila, che stava ripetendo le due frasi e alzava le braccia verso il cielo: «Assecondala!»
«Soprattutto oggi, penso che debba ancora superare la cena.»
«Lasciati andare, goditi la vita!»
«Abbiamo capito, Lila.» sospirò Sarah, alzando gli occhi al cielo: «Ci divertiremo stasere e Xiang…beh, farà quel che farà!»
«A proposito di godersi la vita, vedrete come ci divertiremo all’addio al nubilato di Marinette! Con Alya abbiamo fatto un qualcosa di indimenticabile»
«Ho paura»
«Non avere paura, sposina! L’intera giornata sarà dedicata a te.»
«Intera giornata?»
«Fidati, Alya e Lila hanno pensato a qualcosa di meraviglioso per te.»
«Sarah…»
«Non guardare me, non so assolutamente niente. Non vuole dirmi niente e anche Alya è un muro del silenzio.»
«Vedrete, vedrete.»


«Non sei con la tua fidanzata stasera?» domandò Alain, osservando Rafael dall’altro lato del bancone e sorridendogli: «Ti ha mollato? O l’hai mollata tu?»
«Con Sarah va alla perfezione, miscredente.» bofonchiò il ragazzo, fissando male l’amico: «Semplicemente, è con le sue amiche e, beh, sai ho un qualcosa in più che non mi qualificava adatto come membro.»
«O forse qualcosa meno.» dichiarò Alain, muovendo le mani all’altezza del petto: «Sempre detto che ti consideri troppo dotato.»
«Ah. Ah. Ah. Spiritoso.»
«Che ti porto? Il solito o una birra? Oppure salti da questa parte, ti servi da solo e mi dai una mano?»
«Qualcosa che non contenga alcool, grazie. Dopo devo andare a studiare diritto e vorrei essere ancora in me» dichiarò, facendo ridere l’altro, mentre tirava fuori l’occorrente per preparare un cocktail analcolico.
«Sei cambiato, Rafael» sentenziò Alain, sorridendo e versando i vari componenti a occhio: «In quest’ultimo anno sei diventato una persona completamente diversa e mi piace: Monique ed io eravamo preoccupati per la strada che avevi preso, ma poi hai fatto queste nuove amicizie, ti sei messo con Sarah e…beh, sono contento.»
«E’ diventato la splendida persona che era sotto quell’aria da gigolò che aveva, vero?» commentò Emilé, assestando una pacca sulla schiena del figlio e sorridendo: «Buonasera, Alain.»
«Emilé! Mi chiedevo quando saresti venuto a trovarmi!» esclamò l’uomo, sorridendo e allungando una mano verso l’altro: «Ti stavo aspettando da quando Rafael mi ha detto che eri tornato.»
«Chiedo venia, ma come ben sai questo genere di locali non è propriamente il mio stile.» dichiarò il padre di Rafael, stringendo la mano offerta e sorridendo: «Tua moglie?»
«A casa con le pesti.» sentenziò Alain, iniziando a shakerare: «Cosa ti offro? Spero che non mi deluderai come il tuo erede, da quando si è accasato ha smesso di essere divertente.»
«Non avevi appena detto che eri felice che ero cambiato etcetera etcetera?»
«Sei diventato una zittella acida, fattelo dire. Non comprendi più neanche una battuta.»
«Se fosse stata carina, almeno.»
«Due dita di rhum, Alain. Appena puoi.»
«Certamente.»
Emilè sorrise all’uomo, voltandosi e osservando il locale: «E’ sempre uguale.» sentenziò, portandosi una mano alla bocca e tossendo: «Tutto bene, Rafael?»
«Sì, certo. Sono in periodo di esami, ma penso che dovresti saperlo…»
«Già, già.» assentì il padre, tossendo una seconda volta e notando il bicchiere che Alain aveva messo davanti al figlio: «Cos’hai preso?»
«Ah boh, sicuramente è qualcosa alla frutta.»
«E’ un Florida, ignorante. Ma non ti ho insegnato nulla?» sbottò Alain, scuotendo il capo e preparando velocemente il rhum per Emilé: «Vieni in questo posto da quando avevi ancora il pannolino e non impari cosa ti preparo, solamente vedendo che cosa verso nello shaker?»
«Non è che stavo facendo caso a che ci mettevi dentro.»
«Quindi potrei avvelenarti e tu non lo sapresti?»
Emilé buttò giù un sorso del suo rhum, sorridendo ma venendo colto da un attacco di tosse violenta: «Papà?» domandò Rafael, voltandosi verso l’uomo piegato in due e posandogli una mano sulla schiena, mentre questi era chinato in avanti e continuava a tossire con violenza: «Papà?»
«Sto bene, sto bene.» rantolò Emilé, riprendendosi e inspirando profondamente, rimanendo in silenzio per una buona manciata di secondo: «Devo aver preso uno di quei virus che ci sono in giro ultimamente.»
«Ultimamente ne girano parecchi.» commentò Alain, sorridendo comprensivo: «E poi con questo tempo pazzo non si sa mai come vestirsi.»
«Papà?»
«E’ solo un po’ di tosse, ho visto di peggio in vita.»
Rafael annuì, osservando il genitore sorseggiare il liquore: «Domani ti riporto le ricerche che ho preso l’altro giorno.» dichiarò, sapendo benissimo quanto il padre fosse attaccato ai propri lavori: Alex aveva scannerizzato tutti i fogli, asserendo che li avrebbe studiati sperando di carpire qualche informazione in più.
«D’accordo. Spero siano stati utili per il racconto del tuo amico.»
Racconto? Amico?
Ah, giusto.
Li aveva presi dicendo che un suo amico stava scrivendo un libro su Atlantide e gli altri continenti perduti…
«Sì, utilissimi.»
«Sono contento che le mie fantasie giovanili siano servite a qualcuno.»
Rafael annuì, sorseggiando la propria bevanda e sorridendo contro il bicchiere: ah, se suo padre fosse venuto a conoscenza di certi fatti, di certo non li avrebbe più chiamati fantasie giovanili.


Sorrise, osservando le luci della città e poi spostando lo sguardo sulla scacchiera, posta sul tavolo vicino: otto pedoni bianchi erano allineati perfettamente, dietro ai quali si stagliavano le due torri, i due alfieri e due cavalli; la parte nera, invece, aveva un re e una regina, due alfieri e due torri.
Le pedine che erano state posizionate per quella partita.
Chiunque avesse dato un’occhiata a quella scacchiera, poteva tranquillamente dire che i bianchi erano in vantaggio, poiché più numerosi: ma loro non avevano un re, una figura importante, come la controparte nera.
E lui sarebbe stato il re di tutti loro.
«Non c’è un re a cui fare scacco matto.» commentò la donna, giungendo alle sue spalle e abbracciandolo da dietro, osservando la scacchiera: «Come farete a vincere?»
«Li divorerò tutti.» dichiarò, sorridendo e posizionando alcuni pezzi neri nelle vicinanze di quelli bianchi: «Mi sto già muovendo, senza che loro se ne accorgano e quando sarà il momento, vincerò questa partita in poche mosse. Kang, Kang. Pensava di sapere tutto, sperava che posizionando ogni pedina a sua disposizione avrebbe vinto…» mormorò, sorridendo e sciogliendosi dalla stretta della donna: «Ma in verità chi vincerà sarò io.»
«Sì, mio signore.»
«E tu sarai la mia splendida regina…» commentò, voltandosi e carezzando il volto della donna: «I Miraculous abbelliranno la tua figura e avrai il loro potere.»
«Sì, mio signore.»

Capitolo 23 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.451 (Fidipù)
Note:

 

Gabriel si fermò sulla porta del suo ufficio, osservando la donna seduta alla scrivania che giocherellava con un fermacarte: «Cosa fai qui, Willhelmina?» domandò, chiudendo la porta dietro di sé e posando tablet e giornali sul tavolo, rimanendo poi in piedi e in attesa che l’altra lo informasse.
«Il mio ufficio è stato preso d’assedio» mugugnò la donna, fissandolo imbronciata: «Quello stupido non fa altro che passare a ogni ora!»
«Monsieur Blanchet?»
«E chi altri? Ma non ha un lavoro?»
«Da quel che so, si è candidato per il ruolo di sindaco» dichiarò Gabriel, piegando le labbra in un sorriso: «Non sarebbe male avere uno di noi come sindaco, devo dire che è stato veramente geniale…»
«Bah.»
«Non vuoi dargli nessuna chance?»
La donna lo fissò, prendendosi il viso fra le mani e sospirando: «L’ho amato con tutta me stessa e lo amo ancora.» dichiarò, facendo scivolare lo sguardo per la stanza: «Vorrei veramente dargli un’opportunità, vedere dove tutto questo ci porterà ma…»
«Ma?»
«Ho sofferto troppo, Gabriel. E adesso ho paura di rivivere tutto.»
«Dubito che ci sia un altro demone cinese che…»
«No, quello no. Ma potrei perderlo una seconda volta, potrei vederlo morire di nuovo e non potrei sopportarlo.»
L’uomo annuì, osservandola in silenzio: «La paura di soffrire…» mormorò dopo un po’, attirando su di sé l’attenzione di Willhelmina: «La conosco benissimo: dopo che Sophie sparì, avevo il terrore di perdere anche Adrien e l’ho costretto a vivere in una gabbia per molto tempo.»
«Tu però non hai rifiutato Sophie, quando è tornata da te.»
«Perché penso di aver compreso che questa vita è una sola e sarebbe sprecata vivendo nella paura e nel terrore.»
«C’è forse un insegnamento o un consiglio che dovrei apprendere, dietro le tue parole?»
«Questo sta a te dirlo, Bridgette.»
«Ho paura.»
«La paura si può affrontare.»
Bridgette sospirò, alzandosi e fissando l’altro: «Ammettilo, vuoi solamente che io liberi il tuo ufficio.»
«Sono così trasparente nei miei pensieri? Ed io che credevo di essere enigmatico, misterioso…»
«Me ne vado, me ne vado.» sentenziò la donna, scuotendo il capo e dirigendosi verso la porta: «Ma se commetto l’omicidio di un certo candidato al ruolo di sindaco, sappi che sei mio complice.»
«Ho akumatizzato gran parte di Parigi, non pensare che questo mi farà paura.»
«Io ho attaccato con i miei guerrieri neri.»
«Ma io ero nel gruppo che ti ha fermato…»
«Tu hai solo mandato gli altri a fare il lavoro sporco.»
«Bella cosa il Miraculous della Farfalla, vero?»
La donna sospirò, uscendo dall’ufficio di Gabriel e marciando spedita verso il suo, e scuotendo la testa e ridacchiando, mentre ripensava all’ultimo scambio di battute; raggiunse velocemente la propria meta e si fermò, non appena vide l’uomo in completo bianco che aspettava davanti la sua porta: «Bri..»
«Devo lavorare.» sentenziò freddamente Willhelmina, fissandolo in attesa che lui si spostasse e le permettesse di entrare nel suo ufficio; incrociò le braccia al seno, osservandolo finché non si fece da parte, lasciando finalmente libera la porta della stanza.
«Bri, stavo pensando…»
«Quale parte di ‘devo lavorare’ non ha compreso, Sergente Norton?»
«Blanchet, mi chiamo Blanchet adesso, Bri. E non sono più un sergente.»
«Ed io mi chiamo Willhelmina Hart, non Bridgette.»
Felix sorrise, poggiandosi con il gomito allo stipite della porta e chinandosi leggermente, in modo da poterla guardare negli occhi alla stessa altezza: «Puoi farti chiamare Willhelmina, ma rimani la mia Bridgette. Inoltre, Bri è un diminutivo molto migliore di Willie…»
Willhelmina sorrise, facendo un passo indietro e fissandolo: «Devo lavorare, Sergente Norton.» dichiarò, chiudendo la porta in faccia all’uomo e appoggiandosi contro di essa, sentendo l’altro sospirare frustrato.
Gabriel l’avevo esortata a vincere la propria paura e vivere quella storia.
Sì, certo.
E ci avrebbe provato.
Avrebbe cercato di non vivere nel terrore di poterlo perdere una seconda volta.
Ma questo non significava che non poteva far diventare un po’ matto il caro Sergente Norton.
Doveva pagare un po’ di cose: prima fra tutti la sua pseudomorte per la quale aveva sofferto e si era lasciata possedere da Chiyou, poi aveva una lunga lista di tentativi di corteggiamento, che erano sempre stati rifiutati dal militare e per i quali adesso poteva finalmente trovare vendetta: «E ora mettiamoci al lavoro!» cinguettò allegra, sentendo una carica creativa scorrerle dentro.
Avrebbe fatto contento Maxime quel giorno, creando qualche nuovo abito.
Sempre se il suo assistente si degnava di presentarsi…

 
Marinette sciolse i muscoli delle braccia, chiudendo il blocco dal disegno e osservando la propria kwami: «E’ giunto il tempo» dichiarò, sospirando e vedendo Tikki ridacchiare, prima di nascondersi nel cappotto che aveva preparato: quella mattina Lila le aveva mandato un messaggio, dicendole di prepararsi poiché sarebbero passate da casa sua in tardo pomeriggio e l’avrebbero prelevata per festeggiare il suo addio al nubilato, in perfetto stile parigino.
Fra le note c’era anche quello di vestirsi comoda, dato che avrebbero camminato parecchio, e pesante.
In fondo era febbraio.
La ragazza sorrise, osservando il calendario e allungando una mano, per carezzare il giorno che aveva segnato con mille colori: il giorno del suo matrimonio.
Ancora due giorni.
«Sapevo benissimo che Adrien è un romanticone…» esclamò la voce di Alya alle sue spalle, facendola voltare e vedendola fare capolino dalla botola: «Ho visto la vostra relazione nascere e crescere, quindi direi che ho visto i suoi gesti romantici a sufficienza…»
«Ma…»
«Ma penso che abbia superato sé stesso, quando ha deciso la data del matrimonio.»
«Anche io sono rimasta sorpresa.» mormorò Marinette, sorridendo e infilandosi il cappotto: «Non avevamo deciso nulla e arriva tutto tranquillo, dicendo di essersi messo d’accordo con il prete e tutto.»
«Maledetto d’un gatto!» tuonò Lila, dal piano inferiore: «Proprio il giorno di San Valentino si sposa! Ma non pensa agli altri? Anche io vorrei passarlo con il mio uomo…»
«Come direbbe il protagonista del nostro discorso: ehi, c’è tutta la serata…»
«Alya, fidati, quel gattaccio lo direbbe in un modo più odioso e che ti istiga alla violenza pura.»
Alya ridacchiò, scendendo le scale e osservando Marinette fare altrettanto: «Bene, lasciamo perdere lo sposo e concentriamoci sulla sua metà: Marinette! Sei pronta?»
«No.»
«E questo è lo spirito giusto per iniziare!» dichiarò Lila, aiutando l’amica con la sciarpa e il berretto: «Allora, come saprai bene le ragazze di Parigi sono solite festeggiare l’addio alla vita di jeune fille indossando abiti stravaganti, di solito vestite da conigliette…»
«Ma dato che siamo a febbraio, abbiamo pensato di evitare di farti venire un broncopolmonite pochi giorni prima del matrimonio.»
«Quindi via libera a cappotti, piumini, jeans e quant’altro copra i nostri corpi.» dichiarò Lila, schiarendosi la voce: «Le parigine poi vagano per le vie di Parigi, in compagnia delle amiche e…Alya. A te, prego.»
«Beh, queste lanciano delle sfide alla futura sposa.»
«Sapevo che avrei dovuto preoccuparmi.»
«Non temere! Abbiamo evitato cose che ti avrebbero fatto svenire dall’imbarazzo…»
«Lo spero!»
«Ma piantiamola con le chiacchiere e raggiungiamo le altre in strada!»
«Le altre?»
«Sarah, Juleka, Rose, Myléne, Alix e la ragazza di Alex.» elencò Alya, sorridendo: «Tranquilla, non abbiamo invitato Chloé. Avevo sentito Sabrina, ma…beh, non si muove senza Chloé.»
«La nostra sposina è pronta?»
«No.»
«Sì, è pronta.» decretò Alya, prendendola per una mano mentre Lila faceva lo stesso con l’altra, trascinandola fuori dall’appartamento e giù per le scale, raggiungendo poi velocemente il marciapiede davanti la boulangerie.
«Dove andrete a divertirvi, ragazze?» domandò Tom, uscendo dal negozio e sorridendo al gruppetto: «Spero non…»
«A giro per Parigi.» dichiarò Lila, sorridendo all’uomo: «Stia tranquillo, Tom. Sua figlia è sotto la mia supervisione.»
«L’affido a voi, ragazze.»
«La tratteremo con i guanti, promesso!» dichiarò l’italiana, facendo ridacchiare tutto il gruppo e Tom che, dopo aver salutato la figlia, tornò nel negozio: «Bene, abbiamo deciso di proporti una prova ciascuna, mentre andremo a giro per le strade di Parigi.»
«E la prima sono io!» esclamò Sarah, alzando la mano e sorridendo divertita: «Allora, Marinette dovrai…»
«Paura. Tanta paura.»
«Miagolare dal Ponte degli artisti.»
«Miagolare?»
«Sì, fare ‘miao miao’. E convincente anche.»
«Oh! La devo riprendere e mandare al gattaccio! Penso morirà, dopo averlo visto!»
«Ovviamente, per essere una micetta convincente…» Sarah si bloccò, armeggiando con la propria borsa e sorridendo, quando tirò fuori un cerchietto con due orecchie triangolari, mettendolo in testa a Marinette: «Perfetta!»
«Bene! Diamo il via all’addio al nubilato di Marinette!»


Adrien poggiò la fronte contro la scrivania, sospirando pesantemente: «Questo è un colpo basso, Lila.» ringhiò, allungando una mano e recuperando il cellulare, guardandosi per l’ennesima volta il video di Marinette che miagolava con due orecchiette da gatto in testa: «Perché me lo sono perso? Perché?»
«Perché è l’addio al nubilato di Marinette e tu non ci puoi essere.» dichiarò Plagg, fluttuando attorno ad Adrien e sospirando: «Vorrei anche ricordati che sei in ritardo, moccioso. Rafael e gli altri saranno qui a breve.»
Il biondo sospirò, alzandosi e recuperando la camicia nera che aveva abbandonato sul letto, quando gli era arrivata la notifica del messaggio di Lila e finì di vestirsi, tornando poi in bagno e dandosi una sistemata ai capelli: «Bene. Pronto.» dichiarò, facendo un giro su sé stesso e sorridendo al kwami:«Posso andare?»
«Bah.»
«Sei sempre così…così…incoraggiante, Plagg.»
«Ricordati il camambert.»
«Già messo nel giaccone.»
«E un piccolo consiglio: resta lucido. Sempre. In queste situazioni puoi fare qualcosa che potrà essere usato contro di te in futuro, quindi…» il kwami si fermò, annuendo solennemente: «Resta lucido.»
«Mi dici solo questo?»
«Resta lucido.»
«Ma…»
«Resta lucido.»
Adrien annuì, osservando il proprio kwami fissarlo: «Ho paura a…»
«Resta lucido.»
«…cosa ti sia successo in passato. Davvero.»
«Resta…»
«Sì, ho capito. Lucido. Devo restare lucido.»


Marinette ridacchiò, sistemandosi il boa di struzzo attorno al collo e mettendosi in posa, davanti la fotocamera: «Può andare, Juleka?» domandò, volgendosi alla ragazza che le aveva dato la nuova sfida: posare come una modella con un boa di struzzo.
Era stato relativamente complicato trovare un boa ma, alla fine, erano riuscite nell’impresa e Marinette aveva potuto completare anche quella sfida.
«Allora, l’abbiamo costretta a miagolare al Ponte degli Artisti, a passare davanti l’hotel dei Bourgeois e gridare ‘I Bourgeois sono la rovina di Parigi’, le abbiamo fatto dire a dieci persone che ‘Marinette ama Adrien’, poi…»
«La mia prova consiste nel farci trovare un posto dove mangiare da Marinette» dichiarò Alix, mettendo mano all’orologio a cipolla e osservando l’orario: «Ragazze, siamo a giro da tre ore ed io inizio ad avere fame.»
«Alix, sei…sei…»
«Tremendamente pratica, Lila? Volevi dire questo, vero?»
«Unica.» dichiarò l’italiana, sospirando e alzando gli occhi al cielo:«Marinette, cercaci un posto dove mangiare.»
«Mi usate come navigatore adesso?»
«E’ la prova che ti ha dato Alix, rifattela con lei.»
La mora sospirò, iniziando a marciare spedita lungo il marciapiede e avanzare per l’Avenue des Champs-Élysées, con le amiche al seguito: «Non vorrei dire, ma forse abbiamo scelto il posto sbagliato per cercare, non vedo un…» si fermò, aguzzando la vista e sorridendo: «Che ne dite di quel posto?» domandò, voltandosi indietro e osservando le amiche, mentre indicava i tavoli un po’ più avanti e la piccola folla di persone, che era davanti il locale.
«Per me va bene.» dichiarò Alix, superandola e andando a controllare il locale, subito imitata dalle altre: non era ancora affollato e s’impossessarono velocemente di un tavolo: «Unisex. Mi piace come nome.»
«Marinette, non potevi scegliere locale migliore, seriamente.» dichiarò Lila, togliendosi il cappotto e colpendo, per sbaglio, un ragazzo che stava passando: «Scusami.» dichiarò l’italiana, abbozzando un sorriso e non degnando di una seconda occhiata lo sconosciuto che, con un’alzata di spalle, se ne andò verso il bancone.
«Oh. Qualcuno è diventato fedele…» scherzò Alya, indicando l’amica e ridacchiando: «Mi ricordo che, quando sei tornata, passavi da un ragazzo all’altro come se niente fosse.»
«Wei ha degli ottimi argomenti, che devo dire.» sentenziò l’italiana, sorridendo alla futura sposina: «E grazie al tipo, ho avuto un’idea per la mia prova…»
«Adesso ho paura.»
«Devi semplicemente andare dalla cameriera e dire che siamo qui, così ci porta i menu e…» Lila si fermò, adocchiando la fauna maschile del posto: «Flirtare con quel tipo laggiù.»
«Cosa?»
«Uh. Biondo, camicia bianca…»
«La faccio partire avvantaggiata.»
«Lila, tu…»
«Andiamo, Marinette. Non devi far altro che andare lì, colpirlo per sbaglio, arrossire un po’ e fare quel tuo sorrisetto timido…» dichiarò la ragazza, sorridendo: «Lo conquisterai in un attimo.»
«Ma…»
«Poi ovviamente ti seguirà fino a qua e non ti salveremo.»
«Ma…»
«Fidati di noi, Marinette. E ora vai: inizio ad avere fame.»
Marinette sbuffò, alzandosi in piedi e dirigendosi verso il ragazzo scelto da Lila, sotto lo sguardo divertito delle altre: «Dici che lo farà?» domandò Alya, sorridendo mentre osservava la mora avvicinarsi al bancone e parlare con la cameriera; il ragazzo prescelto fece un passo indietro e colpì per sbaglio Marinette con il gomito: «Uh! Si fa interessante.»
«Amico, stai parlando con la futura moglie di Adrien Agreste…» mormorò Lila, mentre osservava il ragazzo sorridere e provare a toccare Marinette: «Non hai speranze.»
«Però da qui sembra carino…»
«Lo dici tu, Rose. Marinette è abituata al meglio. Come Sarah.» dichiarò l’italiana, sorridendo all’americana che aveva spostato la sua attenzione su di lei: «Come ti sembra quel tipo?»
«Passabile?»
«Ecco, questo perché anche lei sta con un modello.» sentenziò Lila, sorridendo quando vide Marinette avanzare velocemente verso il loro tavolino e sistemarsi fra Alya e Sarah: «Com’è andata?»
«Mai più. Mai più. Mai più. Mai più. Mai più.»


«Ne sei sicuro?» domandò Adrien, mentre scendeva le scale che portavano al locale prescelto da Rafael e Nino, seguendo il resto degli amici: oltre ai soliti, Rafael aveva invitato anche alcuni suoi vecchi compagni di scuola e alcuni modelli che entrambi conoscevano e che lavoravano per il marchio Agreste.
«Beh. Che addio al celibato sarebbe…» iniziò il moro, fermandosi alla fine delle scale e allargando le braccia: «…senza una visitina a uno strip club?»
Adrien si fermò al suo fianco, osservando il piccolo locale dove era stato condotto: era una stanza dominata dalla luce rosata e, sulla sinistra, troneggiava una piccola passerella con due pali da lapdance, mentre il centro della stanza era occupato da divani in pelle e tavolini rotondi. Infine, sulla destra un piccolo bancone completava il tutto.
Wei si sistemò a uno degli sgabelli, regalando un sorriso alla barista dalla generosa scollatura, mentre Adrien osservò i compagni di scuola e lavoro calamitarsi verso il palco, ove una signorina in abiti succinti stava facendo il suo ingresso: «Ok, sulla carta era una bella idea…» commentò Rafael, assestando una generosa pacca sulla spalla di Adrien: «Goditi la festa, vado a fare compagnia a Wei.»
«Vengo con voi.»
«Adrien, è il tuo addio al celibato.»
«Si divertono anche senza di me.» dichiarò il biondo, indicando i suoi ‘invitati’, che si erano calamitati a godere delle grazie della spogliarellista: «Fidatevi.»
«Io sono con voi» sentenziò Alex, mentre Nino al suo fianco annuiva convinto: «Brutta cosa essere accasati.»
«Tu non sei ancora accasato.»
«Per poco, ancora.»
«Mi sono perso qualcosa. Sento che mi sono perso qualcosa.» dichiarò Nino, compiendo l’atto di togliersi l’onnipresente berretto e muovendo la mano nell’aria: «Da quando Alex ha una donna?»
«Da poco.»
«Che vi porto, zuccherini?» domandò la barista, sistemandosi in modo che il gruppetto di ragazzi potesse avere un’ottima visuale del suo davanzale: «Birra? Oppure volete qualcosa di più forte?»
«Portaci la tua migliore…» Rafael deglutì, abbozzando un sorriso: «…acqua.»
«Acqua?»
«Già. Acqua.» La barista li osservò come se fossero alieni e Rafael sbuffò: «Ok, una birra a testa.» sentenziò il moro, ricevendo l’assenso degli altri.
«Che vi porto?»
«Cosa hai?»
«Se vuoi giocare in casa, ho Telenn Du o la Bonnets Rouges, altrimenti andiamo sulle marche italiane o tedesche.» dichiarò la donna, piegando le labbra in un sorriso: «Di solito servo qualcosa di differente alla gente che viene qua.»
«Cinque Bonnets Rouges» dichiarò Rafael, sorridendole e osservandola prendere le bottiglie dal frigo e stapparle, servendole a tutti e cinque: «Beh, all’addio al celibato di Adrien.» brindò il moro, alzando la propria bottiglia e venendo imitato dagli altri.
«Che poteva essere migliore se davate retta a me.» aggiunse Alex, portandosi la birra alla bocca e buttandone giù un lungo sorso: «L’avevo detto io che videogiochi e pizza sarebbero state un’ottima combinazione.»
«Per te, Alex.»
«No, anche per me.»
«Adrien!»
«Ehi, sai cosa succederà se da quelle scale apparissero Marinette e le altre?» domandò il biondo, indicando l’entrata del locale: «O se…»
«Ho requisito i cellulari di tutti proprio per questo. Nessuno farà foto o altro, possiamo divertirci.»
«E allora perché siamo tutti e cinque qui al bancone?» domandò Wei, guardando fisso davanti a sé e bevendo una generosa dose di birra, spostando poi l’attenzione sugli altri quattro e trovandoli nella sua medesima posizione.
«Si chiama istinto di sopravvivenza.» decretò Rafael, scuotendo il capo e sospirando rumorosamente: «Puro istinto di sopravvivenza.»


«Bene.» Lila batté le mani, sorridendo: «E dopo che Myléne ha fatto far finta a Marinette di essere un pervertito con l’impermeabile...Xiang, sei rimasta tu.»
«Che devo fare?»
«Chiedere qualcosa a Marinette.»
«E che cosa?»
«Qualsiasi cosa che possa essere ritenuta una prova.»
«Un combattimento va bene?»
«Xiang…»
La cinese sospirò, guardandosi intorno: «Entrare in quel posto?» domandò, indicando l’entrata nera di un locale: «Può andar bene?»
«Ma è…» mormorò Sarah, guardandosi con il resto del gruppo e sorridendo: «E’ uno strip club?»
«Xiang, tu sì che sai proporre una vera prova!» sentenziò Lila, passando un braccio attorno alle spalle dell’altra e ridacchiando: «Ci andiamo?»


Adrien si voltò verso il palco, sorridendo alla vista di Max che, in mutande, stava provando a muoversi a ritmo della musica e ballare con le due spogliarelliste, venendo incitato dal resto della compagnia: «Forza, Max!» esclamò Nino, al suo fianco: «Fagli sentire il joystick.»
«Questa è veramente pessima, Nino!» dichiarò Rafael, scuotendo il capo e ridacchiando: «E’ una fortuna che non abbiano scelto uno di noi…»
«Beh, nel caso sarebbe stato come in Fight Club» dichiarò Adrien, annuendo con la testa e continuando a guardare l’amico: «Prima regola del Fight Club: non parlare mai del Fight Club.»
«Ovviamente» assentì Wei, annuendo con la testa: «Se fosse toccato a uno di noi, il segreto sarebbe morto con gli altri.»
«Oh, ma guarda come sono solidali…» commentò la voce zuccherosa di Lila, alle loro spalle: «Trovo che siete veramente adorabili: così leali l’uno all’altro…»
«Ho sentito la voce della volpe.»
«Pure io, gattaccio.»
«Forse perché sono dietro di voi…» dichiarò l’italiana, osservandoli mentre si giravano a rallentatore: Sarah e Marinette erano di fianco a lei e stavano provando a non ridere per le facce stralunate che i cinque avevano in volto: «Ciao, ragazzi. Come andiamo?»
«Voi…»
«Che cosa facciamo qui, Rafael? E’ questo che vuoi chiedere?» domandò Sarah, sorridendo dolcemente: «Beh, Xiang ha proposto come prova di entrare qui dentro e…»
«Non sapevamo che avevate deciso di festeggiare a questo modo.» dichiarò Alya, spostando l’attenzione verso il palco e sospirando: «Siete così scontati.»
«Come ogni esponente del genere maschile.» dichiarò Xiang, osservando le due spogliarelliste che si strusciavano addosso a un ragazzo di colore: «Che cosa ci troveranno poi…»
«Beh, non vogliamo rovinare la loro festa, no?» dichiarò Marinette, sorridendo e sospingendo le altre verso l’uscita: «Divertiti, mon chaton.» cinguettò, poco prima di salire le scale e sparire fuori dalla vista dei ragazzi.
«Siamo morti.» decretò Alex, osservando le ragazze uscire velocemente dal locale: «Siamo decisamente morti.»
«Hai lasciato il testamento a Fu, vero?»
«Sì.»


Lila si accasciò contro il muro, tenendosi la pancia: «Avete visto le loro facce?» domandò, osservando le altre ragazze piegate in due dalle risate: «Erano terrorizzati! Terrorizzati!»
«Non penso sia bello veder apparire la propria fidanzata mentre sei in un locale del genere.» decretò Sarah, accucciandosi e ridendo: «Rafael era sbiancato, sembrava che avesse visto un fantasma!»
«Perché Nino?»
«Adrien! Adrien aveva lo sguardo di chi si è visto passare davanti agli occhi tutta la vita!» sentenziò Lila, mentre Marinette annuiva, asciugandosi gli occhi dalle lacrime delle risate.
«Domanda.» dichiarò Alya, alzando le mani e ridacchiando: «Chi farà finta di tenere il muso, per vedere cosa s’inventeranno come scusa?»
«Io, sicuramente.» assentì l’italiana, mentre Sarah annuiva vigorosamente e anche Marinette: «Tu, Xiang?»
«Cosa?»
«Perdonerai subito Alex o farai finta di essere arrabbiata?»
«Alex ed io…»
«Certo, certo. Ti consiglio di far finta di essere arrabbiata, è così bello quando cercano di rimediare.»
«Siete crudeli…»
«Oh sì, Rose tanto.»


La stanza era immersa nell’oscurità, eppure sapeva benissimo che loro erano tutti lì: la sua regina e i quattro, che aveva scelto come suoi sottoposti.
I quattro generali del suo futuro esercito.
I quattro che gli avrebbero portato i Miraculous.
Mosse una pedina sulla scacchiera, piegando le labbra in un sorriso e prendendo poi la mano della donna in piedi, vicino a lui, portandosela alle labbra: «Cominciamo con la nostra partita?»

Capitolo 24 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.221 (Fidipù)
Note: Devo ammtterlo: questo capitolo non era stato contemplato mentre pianificavo la storia, ma quando ho scritto quello precedente e ho lasciato quei poveracci allo strip-club...beh, sentivo che c'era il bisogno di tranquillizzarli, e quindi mi sono messa a fare questo, dando la possibilità a ogni coppia e, giusto per non restare ferma, mettere anche un elemento che sarebbe dovuto sortire fuori fra un po': in quanti si ricordano Miraculous Heroes? E soprattutto, in quanti si ricordano di una certa visione del nostro pavoncello mai avverata? Sì, tanto per cambiare non avevo messo un elemento a casaccio ma aveva un suo perché...
Io devo veramente smetterla di fare storie così contorte, seriamente, ne va della mia sanità mentale.
Prima di passare ai consueti ringraziamenti, vorrei rimandarvi al mio profilo dove troverete il calendario di aprile degli aggiornamenti: ho pensato di farlo, visto che in tanti mi chiedete 'ma quando aggiorni XXX?', per questo ho pensato di farlo e di aggiornarlo mese per mese.
Detto questo, come sempre vi ringrazio per i vostri commenti alle mie storie, per il fatto che le leggete e le inserite in una delle vostre liste.
So che è poco, ma non posso fare a meno di ringraziarvi tantissimo!

 

 

Marinette sospirò, mentre entrava nella cucina, sorridendo alla vista della madre che, seduta sopra uno sgabello, stava annusando il contenuto della tazza che teneva tra le mani: «Cos’è?» domandò la ragazza, fermandosi e allungando il collo per vedere cosa la donna stava bevendo.
«Long Jing. Me lo ha spedito lo zio dalla Cina» spiegò Sabine, sorridendo: «C’è un biglietto anche per te. E’ in cinese.»
«Lo farò tradurre ad Adrien.»
«Dice che è felice per te e che è contento che tu sposi Adrien.» dichiarò la madre, bevendo un piccolo sorso: «A quanto pare allo zio è piaciuto fin da subito» continuò, posando la tazza e allungandole il biglietto sul tavolino: «Dentro c’è anche il regalo dei tuoi nonni e dello zio. In Cina sono soliti donare denaro, sai?»
La ragazza annuì, prendendo la busta rossa e osservando la mazzetta di banconote al suo interno: «Mamma, ma…»
«Beh, non avevano euro, ovviamente. Basterà andare in una banca e scambiarli, tesoro.» dichiarò la donna, sorridendo alla vista delle banconote cinesi: «E’ una vita che non le vedevo» mormorò, prendendone una e sorridendo al volto stampato di Mao Tse-tung: «Sarebbe bello se tuo padre si prendesse un po’ di ferie e andassimo a trovare i miei.»
Marinette sorrise, sistemandosi davanti alla madre: «Sai com’è papà, no?»
«Sì, e lo amo anche per questo.» dichiarò Sabine, rimettendo la banconota a posto: «Com’è andata la serata? Quando le ragazze sono venute a prenderti non c’ero e…»
«Abbiamo festeggiato in perfetto stile di Parigi.»
«Oh, quindi vi siete…»
«Troppo freddo, mamma.»
«Almeno ti hanno fatto fare le prove?»
«Quelle sì: ho miagolato, ho detto a dieci persone che amo Adrien, ho urlato che i Bourgeois sono la rovina di Parigi…» mormorò Marinette, sorridendo: «Poi ho posato con un boa di struzzo, ho cercato un ristorante, ho flirtato con un ragazzo e sono entrata in uno strip-club.»
«L’ultima è la prova di Lila, vero?»
«No, quella di Lila era il flirtare con un ragazzo.» dichiarò Marinette, ridacchiando: «Lo strip club me l’ha proposto Xiang.»
«Xiang?»
«E’ la quasi-ragazza di Alex.»
«E’ cinese?»
«S-sì.»
«Quel ragazzo deve avere una qualche passione per la Cina.» sentenziò Sabine, ridendo: «Qualche tempo fa mi aveva chiesto se conoscevo qualche ragazza originaria del mio paese…beh, sono felice che alla fine abbia trovato qualcuno che gli piace.»
«E’ solo Xiang che deve ancora accorgersene. Credo.»
«Prevedo tempi duri per il povero Alex, allora.» dichiarò Sabine, alzando la tazza e sorridendo malinconica: «Mi mancherà averti per casa, tesoro. Ma sono felice per te: Adrien è sempre stato importante per te e, per una madre, non c’è niente di più bello che vedere la propria figlia realizzare il proprio sogno d’amore.»
«Mamma…»
«Poi Adrien ti adora e ti venera. Si vede lontano un miglio. Non posso essere più felice: hai trovato un ragazzo fantastico che ti ama esattamente come tu ami lui.»
Marinette sorrise, chinando il capo e rimanendo in silenzio per una buona manciata di minuti, mentre la madre continuava a sorseggiare il proprio the: «Vado a dormire» sentenziò dopo un po’, alzandosi e avvicinandosi alla madre, baciandole le guance: «Domani dovrei andare a sentire una professoressa e poi…»
«Poi devi riposarti o arriverai al matrimonio con due occhiaie degne di un panda!»
«Sì, certo.»
«Ah, dev’essere caduto qualcosa.» mormorò Sabine, alzando la testa verso l’alto: «Prima ho sentito un tonfo.»
«Sarà caduta una delle scatole che sono rimaste…» risposte Marinette, alzando le spalle: «Wei ha detto che domani è libero e ci darà una mano a portare le ultime cose. Sarà brutto dormire domani e dopodomani: la stanza vuota, le mie cose sparite…»
«Pensa a dove sarai fra due giorni, tesoro.»
La ragazza sorrise, baciando nuovamente la madre e dandole la buonanotte, salendo poi le scale e, una volta giunta in camera, si accucciò e chiuse la botola dietro di sé; si morse il labbro inferiore, cercando di non ridere mentre si rialzava e si dirigeva alle scale del soppalco, sedendosi poi sul letto e legandosi i capelli in due codine: «Oh! Chat!» esclamò, vedendo il biondo, che aveva volutamente ignorato da quando era entrata, salire i gradini che portavano al letto: «Qual buon vento?»
«Qual buon vento?» ripeté il ragazzo, portandosi la mano guantata di nero al setto nasale e prendendoselo tra l’indice e il pollice: «Hai solo questo da dirmi?»
«Dovrei dirti altro?» domandò la ragazza, inclinando il capo e fissandolo in attesa: era dura, maledettamente dura, non sapeva se sarebbe riuscita a portare a termine la commedia che aveva improvvisato, soprattutto se lui continuava a guardarla cauto e con le orecchie feline abbassate ai lati della testa.
Mancava solamente che sbattesse nervosamente la coda per terra…
«Non posso farcela» mormorò Marinette, lasciandosi andare sul letto e iniziando a ridere, tenendosi le mani sulla pancia, sotto lo sguardo confuso di Chat Noir: «Hai una faccia…»
«Per caso avete bevuto? Fatto uso di sostanze? Hai battuto la testa e nessuno me l’ha detto?»
«Chat, ti prego…»
«No, Marinette. Ti prego io. Mi hai trovato in quel locale e ridi?»
«Non farmi pensare alla faccia che hai fatto!» esclamò la ragazza, iniziando nuovamente a ridere e rotolandosi sul letto: «Era troppo comica! Sembrava che avessi visto un fantasma.»
«Avrei avuto meno paura nel caso…» commentò il biondo, scuotendo la testa e scivolando sopra la ragazza, prendendole i polsi e trattenendoli contro il cuscino: «Devo dedurre che non rischio la vita, giusto?»
Marinette sorrise, muovendo un poco le mani e Chat la lasciò libera, socchiudendo le palpebre quando lei gli carezzò il viso e piegando le labbra in un sorriso, quando sentì quelle della ragazza sulle proprie: «Vi abbiamo rovinato il divertimento, eh?»
«Se per divertimento intendi fare amicizia con Cerise…beh, sì. Per la cronaca, Cerise era la barista e, mentre ci serviva – per la cronaca penso di aver sviluppato una certa simpatia per la Bonnets Rouges – ci ha raccontato un po’ della sua vita, della sua compagna…»
«Capito.»
«E tu? Ti sei divertita con le ragazze?»
Marinette annuì, spingendo leggermente il giovane e facendolo sdraiare sul letto, salendogli poi in grembo e prendendo la mano dove teneva l’anello, togliendolo e socchiudendo gli occhi davanti alla luce della detrasformazione: «Lila ti ha mandato il video, vero?» domandò, carezzando il volto senza maschera di Adrien.
«Sì. Voglio che miagoli per me.»
«Miao.»
«Eri più convincente nel video…»
«Miao. Miao. Miao. Miao.» mormorò Marinette, chinandosi e strusciandosi contro il ragazzo, ridacchiando quando sentì le braccia di Adrien stringerla per la vita: «Miao. Miao. Miao. Miao.» continuò, crogiolandosi nelle carezze del fidanzato e fermandosi quando lui tastò la tasca della felpa che lei indossava: «Ah. Me l’ha dato mamma.» esclamò, sistemandosi di fianco a lui con la testa poggiata contro la spalla: «L’ha spedita lo zio Cheng.»
«Sono soldi?»
«In Cina è usanza regalare soldi agli sposi, così ha detto mamma.»
Adrien annuì, prendendo il cartoncino rosso all’interno della busta e sorridendo a ciò che era stato scritto: «E’ un peccato che non può venire…» mormorò il ragazzo, sistemando il cartoncino all’interno della busta e posandola per terra, girandosi poi verso la ragazza e giocherellando con i capelli: «Che altro ti hanno fatto fare poi?»
«A parte entrare in un certo locale e miagolare?»
«A parte quello sì.»
«Ho dovuto dire a dieci persone che Marinette ama Adrien, poi ho dovuto urlare davanti l’albergo dei Bourgeois che sono la rovina di Parigi…ah!» Marinette si allungò, recuperando il cellulare che aveva abbandonato vicino la cesta dove erano soliti dormire Tikki e Plagg, armeggiando poi con la galleria delle foto: «Voilà!»
«Hai un futuro come modella.» sentenziò Adrien, osservando la foto e baciandole poi la tempia: «Perché il boa?»
«Era la prova di Juleka.»
«Poi?»
«Ho dovuto trovare un posto dove sfamarci e…niente.»
«Niente?»
«Altre cosette.»
«Marinette…»
«Prometti che non ti arrabbi o diventi isterico?»
«Marinette…»
«Promettilo.»
«Lo prometto.»
La ragazza annuì, inspirando profondamente: «Houtofliareconuno.» mormorò tutto d’un fiato e sorridendo impacciata allo sguardo confuso del ragazzo: «Adrien?»
«Non ho capito cosa hai detto.»
«Devo ripeterlo?»
«Sì.»
«Ho dovuto flirtare con uno.»
«Cosa?»
«Adrien, hai promesso.»
«Prima di…» Marinette gli mise entrambi le mani sulla bocca, osservando lo sguardo verde arrabbiato e aspettando che il biondo si fosse calmato: «Quindi è per questo che non hai fatto storie per il locale, eh? Sapevi di essere colpevole anche tu.»
«Veramente non avrei fatto storie lo stesso.» bofonchiò Marinette, fissandolo male: «Anche se devo ammettere è stato divertente vedervi terrorizzati.»
«Beh, sai com’è…allora, questo tipo con cui…»
«Ciao, mi chiamo Marinette. Fai finta di stare al gioco perché le mie amiche mi hanno chiesto di flirtare con te. Ah, fra due giorni mi sposo. Ciao.» borbottò velocemente la ragazza, sospirando: «Gli ho detto così.»
«Questo non è…»
«Non è niente di cui preoccuparsi, vero?»
Adrien annuì, sistemandole una ciocca dietro l’orecchio e si chinò verso di lei, baciandole la punta del naso: «Ti ho già detto che ti amo, my lady?»
«Mh. Non ricordo.»


Mikko fissò l’umana accanto a lei, comodamente seduta sul divano, mentre infilava il cucchiaio nel barattolo di gelato e teneva lo sguardo fisso sul monitor del pc: «Sarah…» mormorò, spostando l’attenzione verso la porta e sul silenzio momentaneo che era sopraggiunto.
Sarebbe durato poco.
Presto, avrebbe cominciato a bussare.
«Sì, Mikko?»
«Per quanto tempo hai in mente di tenere fuori Rafael?» domandò la kwami, mentre i colpi alla porta erano ripresi e la voce del ragazzo implorava di entrare.
«Quanto tempo è passato da quando è arrivato?»
«Dieci minuti.»
«Dici che è abbastanza?»
«Non sei neanche arrabbiata con lui.» sbuffò Mikko, scuotendo il capo: «Fai tutta questa scena per…»
«Divertimento?»
«Sei crudele, Sarah. Non l’avrei mai detto.»
La bionda sorrise, carezzando la testolina dello spiritello e si alzò, raggiungendo velocemente la porta dell’appartamento e aprendola: Rafael indossava ancora la camicia candida e i pantaloni scuri che gli aveva visto al locale, mentre lei…
Beh, si era messa più comoda dopo che era tornata.
«Ciao!» esclamò, posandogli le mani sulle spalle e baciandogli la gola, tirandolo poi dentro l’appartamento: «Stavo per mettermi a vedere qualcosa…»
«Sì, noto.» decretò Rafael, facendo vagare lo sguardo grigio sul portatile della ragazza e il barattolo di gelato, entrambi sul tavolino basso davanti al divano: «Sarah, perché mi hai…» mormorò, indicando la porta e scuotendo la testa: «Non sei arrabbiata.»
«Arrabbiata per cosa?»
«Sarah…»
«Davvero, non so come ho fatto a non scoppiarvi a ridere in faccia quando vi abbiamo trovato lì.» dichiarò, sospingendolo verso il divano ed esortandolo a mettersi seduto: «Vuoi metterti comodo? Dovresti aver lasciato qui…»
«Sarah, frena.»
«Non sono arrabbiata con te, tranquillo. Eri a divertirti con i tuoi amici e, anzi, come ha detto Marinette forse vi abbiamo rovinato la serata. Non pensavamo che eravate in quel locale, davvero» mormorò l’americana, sedendosi sulle gambe del moro e passandogli le mani fra i capelli: «Stavamo scherzando e chiacchierando, quando siamo giunte in zona e Xiang ha buttato lì di entrare come prova per Marinette…»
«Quindi…»
«Certo, se entravo e ti trovavo con quelle due mezze nude che si strusciavano addosso a te…» Sarah si fermò, sorridendo: «In quel caso saresti stato il bersaglio dei miei pungiglioni.»
«Ringrazio di avere avuto istinto di sopravvivenza, allora.»
Sarah sorrise, fissandolo negli occhi: «So come sei, Rafael, quando ci siamo conosciuti quello era il genere di locale che frequentavi e, alle volte, penso che tu…»
«Penso di aver capito, dopo stasera, che la mia idea di divertimento è veramente cambiata.» sentenziò Rafael, posandole le mani sui fianchi e allungandosi per sfiorarle le labbra: «Preferisco stare qui con te a farmi maratone di serie tv o film, piuttosto che stare da solo in un locale come quello.» dichiarò, facendola scivolare sul divano e alzandosi: «Che stavi per guardare?»
«Train to Busan.»
«Che sarebbe?»
«Un film coreano…»
«Tanto per cambiare.»
«…dove ci sono gli zombie.» dichiarò la ragazza, sorridendo: «Zombie.»
«Perché voi americani avete la fissa degli zombie?»
«Perché sono fighi. E perché penso che sia l’unica apocalisse che potrebbe succedere veramente: alla fine ci sono tantissime laboratori dove sperimentano virus o altro, no?»
«Giusto. Poi noi non combattiamo cose sovrannaturali che potrebbero distruggere tutto quanto.»
«Fuori da questa casa, miscredente dell’apocalisse zombie.»
Rafael ridacchiò, osservando il volto improvvisamente serio della bionda e il braccio che gli indicava la porta dell’appartamento, si allungò verso di lei, sfiorandole le labbra con le proprie: «Mi cambio e lo vediamo insieme?»
«Resti sempre un miscredente dell’apocalisse zombie.»
«Va bene, va bene.» sospirò il parigino, alzando gli occhi al cielo: «L’apocalisse zombie è l’unica che può succedere veramente. Insieme a quella per meteoriti, raffreddamento della terra, invasione aliena…»
«Fuori da questa casa, Rafael.»
«Dove hai messo la mia roba?»
«Secondo cassetto dell’armadio.» bofonchiò Sarah, mentre il ragazzo la faceva scivolare sul divano e lei si raggomitolava: «Puoi portartela via.»
«Mi cambio e poi ci vediamo il film, ok?» le sussurrò Rafael, baciandole la fronte: «Non farlo partire senza di me.»
«Vuoi anche il gelato?»
Il moro negò con la testa, strusciando il viso contro i capelli biondi: «Mangio un po’ del tuo.» dichiarò, sorridendole: «Non…»
«Aspetto te, ok.»


Tortoise incrociò le braccia, osservando l’eroina ferma, poco più avanti sul bordo del tetto: «Qualche problema?» le domandò, affiancandola e osservandola: «Non è bello ricevere un messaggio e…»
Volpina sorrise, avvicinandosi al giovane e poggiando la fronte contro la spalla: «Scusami, ti stavo aspettando a casa e…» si fermò, scuotendo la testa e facendo passare un braccio attorno alla vita dell’altro: «Ho sentito il bisogno di uscire.»
«Trasformata?»
«Raggiungo Place des Vosges più velocemente così. Ed evito di dover malmenare qualche malintenzionato.»
Tortoise sorrise, prendendo il volto della ragazza fra le mani e fissandola: «Quale è il problema?»
«Nessuno, tranquillo. Avevo solo bisogno di star fuori…» mormorò Volpina, allungandosi e sfiorando il naso dell’altro con il proprio: «Come stanno il mio piumino e il mio gattaccio? Tremanti di paura?»
«Diciamo che dopo che ve ne siete andate, hanno iniziato a capire quanto è bella la vita.»
«Tu, al solito, calmo e stoico, eh?»
«Conosco te. E tu conosci me.»
«Sì. So che sei leale e sempre pronto ad aiutare gli amici, tanto da entrare nel Fight Club del…come si chiamava il posto?»
«Non lo so.»
«Come non lo sai?»
«Non era qualcosa d’importante per me» decretò Tortoise giocherellando con uno dei ciuffi bicolore della ragazza: «Ero lì solamente per divertirmi con i miei amici e nient’altro. Anche se, devo dire, non siamo persone adatte per locali come quello…»
«Forse il nostro piumino…»
«Non credo lo sia più.»
Volpina sorrise, passando entrambe le braccia attorno alla vita dell’altro e alzando il posto: «Potrei organizzare uno spettacolo esclusivo per te, che ne dici? Visto che ti piace tanto osservare delle donne spogliarsi…»
«Mi piace osservare te. Solo te.»
«Sì, lo so. E’ per questo che mi piaci molto, sei così fedele…»
«Ti piaccio solamente?»
«Lo sai, Tortoise.» mormorò l’eroina, avvicinando le labbra tinte di arancio a quelle dell’altro: «Cosa provo.»
«Non mi dispiace sentirtelo dire, di tanto in tanto.»
«Io te lo dico ogni giorno, sei tu che non lo dici mai a me.»
«Ah, davvero?»
«Sì, davvero.»
L’eroe sorrise, chinandosi e strusciando il naso contro la tempia della compagna, sfiorando con le labbra il padiglione dell’orecchio: «Wo ai ni…» le bisbigliò, baciandole poi il profilo del volto e sorridendo, allo sguardo luminoso di lei: «Mi sono meritato uno spettacolo extra così?»
«L’ho detto e lo ripeto: la vicinanza con quei due ti sta facendo male, tesoro mio.»
«Forse è la convivenza con te? Sto imparando parecchio da te.»
«No, è la vicinanza con quei due.»
«Se lo dici tu…»
Volpina sorrise, stringendosi a lui e sentendo le braccia circondarla subito: «Ti sei guadagnato una fornitura illimitata di spettacoli…» mormorò, scivolando via dall’abbraccio e strattonando: «Andiamo a casa?»
«Come desideri.»


Xiang inspirò profondamente, abbassando la spada e osservando il display del suo cellulare illuminato; rinfoderò l’arma e l’appoggiò sul letto, sedendosi poi sulla superficie morbida e sorridendo al messaggio di Alex: aveva passato l’ultima mezz’ora a rassicurarlo che non le interessava il luogo dove l’aveva trovato.
Non era una persona possessiva e, in verità, non aveva nessun motivo per dichiarare il possesso dell’americano.
Dunque, dato che non sei arrabbiata con me per i miei istinti maschili, dobbiamo parlare del tuo nome in codice
Non posso essere chiamata Xiang?
No!
E perché?
Perché devi proteggere la tua identità
Lui sa già chi sono
Ma se qualcuno sentisse gli altri chiamarti per nome, poi farebbe due più due
E quindi?
Pensa a Felix, pensa a tutti noi. Metteresti in pericolo la nostra segretezza

Xiang sospirò, scuotendo il capo: «E come dovrei farmi chiamare, allora?» sbottò, digitando le parole che aveva appena detto ad alta voce e attendendo il messaggio del ragazzo.
Avevo pensato a Katana o Katana Girl, ma la prima è in Suicide Squad e la seconda in Heroes Reborn
La katana è una spada giapponese, io sono di Lemuria. In ogni caso non centra niente con il Giappone
, digitò la risposta e rimase in attesa, osservando la lama con cui si allenava: era una spada dalla linea dritta e dal doppio filo. Un regalo che Kang le aveva portato, secoli addietro, da uno dei suoi viaggi.
L’aveva usata ogni giorno, allenandosi con costanza e dedizione, imparando a conoscerla: poteva sentire anche in quel momento le forme dell’elsa nella propria e il peso che la spada aveva quando la impugnava: un giorno ti sarà utile, le aveva detto Kang, quando gliel’aveva donata.
E adesso aveva compreso.
Alex
Alex
Stavo facendo qualche ricerca, un attimo
Che ne dici di Jian?
Cosa?
Il mio nome in codice, come hai detto tu
Jian?
Sì.
Può andare
E’ la spada che uso, me l’ha regalata Kang
Allora non c’è nome più adatto di Jian



La città era immersa nella distruzione, volute di fumo scuro si alzavano verso il cielo mentre lui osservava la devastazione: i monumenti che caratterizzavano la ville lumière erano andati perduti, le voci disperate delle persone gli giungevano alle orecchie mentre l’odore acre di bruciato gli riempiva le narici.
Attorno a lui poteva sentire la presenza dei suoi compagni.
Gli altri Portatori.
Quella era l’ultima battaglia, lo sapeva.
Quella era…
«Rafael!»
Il ragazzo aprì gli occhi, osservando il soffitto della camera di Sarah e accorgendosi di avere il respiro ansante: «La visione…» mormorò, passandosi una mano sul volto: «La visione…»
«Cosa? Non sei trasformato, Rafael.»
«E’ quella visione, Rafael? Quella che avevi prima di…» mormorò Flaffy, fluttuando davanti il volto del proprio umano e fissandolo sconvolto: «Quindi non era il frutto di un errato uso del Miraculous.»
«Flaffy, ma cosa…»
«Ma non può essere. Non sei trasformato e…»
«Trasformato o no, ho di nuovo visto Parigi distrutta.» mormorò Rafael, mettendosi seduto sotto gli sguardi preoccupati di Sarah, Flaffy e Mikko: «E penso che sarà quello che succederà se non fermeremo Dì Ren.»
Sarah annuì, alzando una mano e carezzando il volto del ragazzo: «Domani…»
«No, facciamo passare il matrimonio di Adrien e Marinette, ok? Lasciamoli in pace almeno per quel giorno…» mormorò il parigino, prendendole la mano e portandosi il palmo alla bocca: «Proteggono Parigi da quando avevano quattordici anni, hanno diritto a un po’ di pace nel giorno del loro matrimonio.»
«Ma…»
«Sto bene, Sarah.» Rafael le sorrise, sdraiandosi nuovamente e tirando la ragazza con sé, stringendola poi in un abbraccio e posandole le labbra contro la fronte: «Proteggi i miei sogni, apetta. D’accordo?»

Capitolo 25 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 5.968 (Fidipù)
Note: Lo avete atteso, lo avete voluto dal giorno in cui postai il capitolo di Miraculous Heroes dove Adrien fece la proposta e adesso è qui. Questo capitolo è...mh, in verità non so come definirlo, ma senza dubbio è importante: un po' perché è un passo importante per Marinette e Adrien e poi...beh, non vi dico altro. Avrei veramente tanto da dire, riguardo a questo progetto che ormai mi accompagna da un anno buono buono e mi accompagnerà per parecchio tempo ancora (ed io che ero convinta che, quando sarebbe andata in onda la seconda stagione, avrei già concluso tutto. Ah. Illusa), ma in verità non ho parole (strano, vero?) e quindi vi lascio al capitolo e, come sempre, vi ringrazio.
Grazie tantissimo a tutti voi che leggete, commentate, inserite la mia storia nelle vostre liste. Grazie a chi mi dice che considererà la mia fanfiction ufficiale, rispetto alle nuove serie di Miraculous, grazie a chi mi sopporta su facebook, leggendo i miei vari post e scleri...
A tutti voi, sia che siete con me dall'inizio, sia che siete giunti dopo, grazie di tutto cuore!

 

 

Marinette inspirò profondamente, osservando il proprio riflesso e posando le mani all’altezza dell’addome, sentendo la stoffa morbida e leggera dell’abito bianco: era stato frutto di una ricerca infinita, ma quando lo aveva indossato aveva sentito che quello era il vestito giusto.
Era un abito dalla linea semplice, con una scollatura a cuore e le spalle completamente scoperte; la stoffa candida si intrecciava nel corpetto ed era impreziosita da un ricamo floreale mentre, abbandonato sulla sedia, un piccolo bolero di lana bianca aspettava di essere indossato, onde evitare che morisse congelata nel tragitto dalla macchina alla chiesa.
Alzò una mano, toccandosi i capelli che erano stati acconciati semplicemente, in linea con l’abito: uno chignon all’altezza della nuca e poi i ciuffi che le incorniciavano il volto erano stati arricciati, mentre il lungo velo era stato appuntato all’acconciatura, senza coroncine ma con un semplice fermaglio, che riprendeva il ricamo dell'abito.
«Sei bellissima…» mormorò Sabine, prendendo la figlia per le spalle e sorridendo al riflesso che rimandava lo specchio.
«Mamma» bisbigliò Marinette, voltandosi e osservando gli occhi lucidi della donna.
«La mia bambina si sposa…»
Tom entrò nella stanza, strattonandosi la giacca scura e allargando le braccia: «Come sto?» domandò, sorridendo titubante alle due: «Pensate…»
«Tom, i pantaloni.»
«Non vanno bene?»
«Non li indossi.» dichiarò paziente Sabine, lasciando la figlia e tirando il marito in mutande verso la camera da letto, sotto lo sguardo divertito della figlia.
Marinette tornò a guardare il suo riflesso, prendendo il bouquet che aveva abbandonato sul tavolo e stringendolo fra le mani: «Va tutto bene, Marinette.» mormorò Tikki, facendo capolino tra i fiori: «E tu sei semplicemente bellissima.»
«Sarai con me, Tikki?»
La kwami scosse il capo, sorridendole serena: «Non oggi. Sarò vicino a te, ma è il tuo giorno: non hai bisogno di una kwami millenaria, che sospirerà per tutto il tempo»
«Ma…»
«Non sarai sola, Marinette. Ci sarà Adrien con te.»


«Qualcuno lo blocchi.» dichiarò spazientita Lila, fissando torva il biondo e suscitando l’ilarità del gruppetto: «Wei, fermalo, prima che lo uccida.» continuò, voltandosi verso il proprio ragazzo e indicando Adrien che, accorgendosi di essere al centro dell’attenzione, si fermò sul posto.
«Che c’è?»
«Che c’è? Lo domandi anche?»
«Amico…» sospirò Nino, passandogli un braccio attorno alle spalle e sorridendo conciliante: «Stavi per creare un solco. E non penso che al prete di questa chiesa possa piacere un solco proprio qui.»
«Ah. Non me n’ero accorto.»
«Il nostro Adrien è in preda al nervosismo? Non l’avrei mai detto.» scherzò Rafael, ridacchiando: «Tranquillo, devi solo ripetere quello che dice il prete e poi dire sì, infili l’anello e festa finita.»
«Rafael, gli anelli.»
Il moro sorrise, tastandosi le tasche del completo scuro mentre l’espressione allegra scivolava via, sostituita da una di puro terrore: «Sarah.» esclamò, voltandosi verso la bionda al suo fianco: «Gli anelli.»
«Li ho io» sospirò l’americana, prendendo la borsetta e tirando fuori la scatolina che conteneva le fedi nuziali: «Me li hai dati ieri, perché avevi paura di perderli.»
«Ho perso dieci anni di vita.»
«Tu? Tu hai perso dieci anni di vita?» tuonò Adrien, passandosi le mani fra i capelli e suscitando un moto stizzito da parte di Lila: «Che ho fatto?»
«Ci ho messo un’ora a sistemarti quelle ciocche e tu che fai? Ci passi tranquillamente le mani!» sbottò l’italiana, costringendolo a sedersi e sistemandogli i capelli: «Provaci di nuovo e ti uccido. E uccido anche voi, se non la smettete di muovervi.» dichiarò, indicando Alex e Thomas, impegnati ad armeggiare con i cellulari.
«C’è un Dragonite.»
«Thomas, dimmi che non stai giocando…»
«Ehi, mi sto annoiando.»
«Alex?»
«Mi sto annoiando anche io.»
Lila sbuffò, scuotendo il capo e portandosi poi gli indici alle tempie: «Non ci arrivo a fine giornata con voi, non ci arrivo.» sentenziò, poggiando la testa contro la spalla di Wei e biascicando qualcosa che solo il giovane cinese capì: «Fra quanto arriva Marinette?»
«E’ in ritardo? E se ha cambiato idea?»
Lila ringhiò, recuperando la propria pochette dalle mani di Wei e dando un colpo allo sposo: «Non ci sono ancora tutti gli ospiti, genio! Ti sembra sia in ritardo?» sbottò, voltandosi poi verso l’entrata della chiesa e sorridendo a Willhelmina, che stava entrando con Gabriel e Sophie, mentre subito dietro loro facevano la loro comparsa Xiang, Felix e Fu.
«Perché Manon Chamack è qui?» domandò Thomas, alzando lo sguardo dal cellulare e notando la ragazzina, che si stava accomodando di fianco alla madre in quel momento.
«Conosci Manon?» domandò Adrien, voltandosi e osservando anche lui la piccola: «Marinette le faceva da babysitter quando era piccola.»
«E’ nella mia scuola.»
«E’ la tua fidanzatina?»
«No, mi odia. Però le piace il mio migliore amico.»
«Jérèmie?» domandò Alex, sorridendo: «Potevi portarlo, alla fine avevi un più uno anche tu.»
«Non gli interessava e ho evitato di portare mia sorella: sarebbe stato imbarazzante.» mormorò il ragazzino, scuotendo il capo: «Molto imbarazzante, dato che è fan di questi due.» spiegò, indicando Adrien e Rafael: «Quindi immaginate cosa avrebbe fatto…»
«Ci siete tutti?» domandò Fu, avvicinandosi al gruppetto assieme agli altri e poggiando una mano sulla spalla di Thomas: «Aiuta questo povero vecchio, giovanotto, e portami a sedere.»
«Sei vecchio quando ti pare, Fu.» mormorò Felix, scuotendo il capo e regalando un sorriso a Nino: «Non penso ci abbiano presentato: Felix Blanchet, molto lieto.»
«Rottura di scatole è più indicato.» sbuffò Willhelmina, ignorata dai due e suscitando una risata in Sophie, che si sistemò vicino al figlio con Gabriel.
«Nino Lahiffe.» mormorò il ragazzo, stringendo la mano che gli era stata offerta dall’uomo e osservando stranito quel gruppo così variegato: conosceva Felix Blanchet di nome, lo aveva letto molto spesso negli articoli che parlavano delle imminenti elezioni del sindaco di Parigi, ma non riusciva a capire come mai fosse così intimo di Adrien, da presenziare al suo matrimonio.
E il ragazzino?
E l’anziano?
Forse erano tutte conoscenze degli Agreste…
Sorrise, ascoltando distrattamente le chiacchiere del gruppo attorno a lui e osservando poi Alya correre, per quanto glielo permettessero i tacchi, verso di loro: «La sposa sta arrivando! Non è un’esercitazione! La sposa sta arrivando! Ripeto: la sposa sta arrivando!» annunciò trillante e quelle parole dettero il via a tutto: gli invitati iniziarono a sistemarsi nelle panche della chiesa, il parroco si sistemò la toga e la stola attorno al collo, mentre Adrien si alzava e si sistemava il completo scuro, sotto lo sguardo divertito degli altri e raggiungendo l’altare con Rafael al seguito.


Marinette inspirò profondamente, osservando l’enorme portone di legno dalla linea gotica e ricordava di come le era parso immenso, quando era stata in quella chiesa da piccola; si voltò, sorridendo al padre e posò la mano nell’incavo del braccio dell’uomo: «Papà?» mormorò, attirando la sua attenzione e abbozzando un sorriso: «Prometti che non mi farai cadere, vero?»
«Per tutte le baguette di questo mondo, lo impedirò anche con la mia vita.»
«Grazie.» mormorò, sentendo l’organo intonare la marcia nuziale: fece un passo, seguita dal padre e lentamente entrò nella chiesa, inspirando profondamente quando tutti si voltarono verso di lei; sentiva il panico salirle mentre faceva vagare lo sguardo su tutta quella gente e, poi, guardò verso la fine della chiesa e si tranquillizzò.
Adrien era lì.
La fissava con il suo solito sorriso sulle labbra, forse più luminoso quel giorno, i capelli biondi tirati indietro e lo sguardo verde completamente rivolto verso di lei.
Marinette sorrise, mentre avanzava nella chiesa e non curandosi di nessuno, se non di Adrien.
Solo ed esclusivamente lui.
Ogni sguardo, ogni parola, tutto era nella sua mente, conservato gelosamente come quei ritagli di giornale per cui lui l’aveva presa in giro.
Adrien era stato il suo mondo, fin da subito, anche se lei non se n’era mai accorta.
E lei era stato il suo.
Suo padre si fermò vicino all’altare e le prese la mano, che teneva ancorata nell’incavo del suo braccio, passandola al giovane: «Ciao» mormorò Adrien, sorridendo e stringendole le dita: «E’ brutto dirti che ho pregato per tutto il tempo che tu non cadessi?»
«L’ho fatto anche io.» dichiarò Marinette, sorridendo: «Al prossimo matrimonio niente velo lungo.»
«Al prossimo matrimonio? Quante volte vuoi sposarti?» Adrien rise leggermente, stringendo le mani di lei: «Sei bellissima.»
«Anche tu.»
«Io sono sempre bellissimo.»
Il prete tossì, attirando l’attenzione su di sé e sorridendo ai due: «Se volete, iniziamo. Che ne dite?»
«Ci perdoni.»
«Non si preoccupi» mormorò Rafael, chinandosi verso l’uomo di Chiesa e ridacchiando: «Fanno sempre così: si dimenticano del mondo.»
Il parroco si schiarì la voce, allargando le braccia: «Un benvenuto a tutti voi, nella Casa del Signore. Oggi siamo qui riuniti per celebrare il sacro vincolo del matrimonio di quest’uomo e di questa donna…»


Tikki si sistemò sulla cornice di una delle vetrate, che donavano un aspetto colorato a una chiesa, altrimenti troppo carica com’era consono nelle chiese gotiche: «Marinette era nervosa?» domandò Plagg, sistemandosi accanto a lei: «Il moccioso si è dovuto abbottonare la camicia otto volte, prima di riuscire a centrare i buchi giusti. E non ti dico per la cravatta…fortuna, che è entrato Gabriel a salvare quel povero pezzo di stoffa.»
«Era nervosa sì.» mormorò la kwami, sorridendo: «Ma era più sul ‘non mi sembra vero’»
«Sono i primi…»
Tikki si voltò, osservando Plagg tenendo lo sguardo verde sui loro due Portatori e lei annuì: era vero, per quanto coloro che indossassero i loro Miraculous si amassero, Marinette e Adrien erano i primi che riuscivano a legarsi per tanto tempo e arrivavano anche a sancire la loro unione: «Sono contenta per loro…» mormorò la kwami, sospirando e sentendo il compagno fare altrettanto.
«Prima del classico rito, Marinette e Adrien ne vogliono recitare un altro» esclamò l’officiante, attirando l’attenzione di Tikki sulla coppia: li osservò, mentre erano un di fronte all’altro, le mani intrecciate.
«Qui e ora…» iniziò Adrien e Tikki si portò una zampina alla bocca, voltandosi verso Plagg e trovandolo sorpreso come lei: «Sotto questa luna, che mi è testimone, io mi dichiaro tuo marito e tuo compagno. La mia casa sarà la tua casa, il mio letto sarà il tuo letto. Offrendoti onore, fedeltà e rispetto, io ti sposo.»
«Qui e ora…» mormorò Marinette, sorridendo al suo sposo: «Sotto questa luna che mi è testimone, io mi dichiaro tua moglie e tua compagna. La tua casa sarà la mia casa, il tuo letto sarà il mio letto. Offrendoti devozione, fedeltà e rispetto, io ti sposo.»
«Quei due…» mormorò Plagg, scuotendo la testa: «Quei due…»
«Sarebbe stato bello celebrare anche il vostro matrimonio.» commentò Vooxi, sistemando di fianco a Plagg e ridacchiando: «In fondo, dove sta scritto che i kwami non possono sposarsi?»
«Esatto!» trillò Mikko, volando a fianco di Tikki e sospingendola un poco: «Inoltre, voi eravate promessi.»
«E il nostro Wayzz può officiarlo!» dichiarò Flaffy, fluttuando in aria con Nooroo e Wayzz, che avevano un sorriso compiaciuto: «Che dite? Lo facciamo?»
«Cosa volete fare voi?»
«Oh, andiamo!» sbottò Vooxi, scuotendo il capino: «Come se non ti conoscessi, Plagg. Quante volte ho dovuto ascoltare i tuoi piagnistei perché Tikki non te la dava?»
«Questo…»
«Lo facciamo?» domandò Wayzz, sfregandosi le zampette e ridacchiando: «Plagg, della tribù del Gatto Nero, colui che mi ha dato il tormento per tanti anni con le sue bravate, finalmente si sposa.»
«Voi…voi…» Plagg li osservò, voltandosi poi verso Tikki e fissandola: «Tikki, tu…»
«Sì.»
«E’ un vero peccato che non sia notte, come da tradizione a Daitya.» commentò Nooroo, sospirando: «Ma va bene lo stesso, sarà un matrimonio bellissimo.»
Wayzz si sistemò davanti a Plagg e Tikki, mentre gli altri kwami creavano un cerchio attorno a lui, i sorrisi allegri e gli occhi puntati sulla coppia: «Oggi, davanti ai nostri Sette Dei, celebriamo l’unione di queste due anime.» dichiarò, alzando le zampette verso il cielo: «Qui e ora, le vostre anime saranno legate.»
Plagg inspirò, prendendo la zampa di Tikki e fissandola, rivedendo quasi la ragazza che era stata un tempo: «Qui e ora. Sotto questa luna che mi è testimone, io mi dichiaro tuo marito e tuo compagno. La mia casa sarà la tua casa, il mio letto sarà il tuo letto. Offrendoti onore, fedeltà e rispetto, io ti sposo.»
« Qui e ora. Sotto questa luna che mi è testimone, io mi dichiaro tua moglie e tua compagna. La tua casa sarà la mia casa, il tuo letto sarà il mio letto. Offrendoti devozione, fedeltà e rispetto, io ti sposo.» mormorò Tikki, sentendo l’emozione salirle in petto: avrebbe voluto piangere, dando libero sfogo a tutto ciò che sentiva ma non poteva. Poteva solo guardare gli occhi verdi di Plagg che, nonostante tutto, non erano mai cambiati.
«Che i Sette Dei possano benedire la vostra unione.» mormorò Wayzz, chinando il capino: «Avete sopportato e rinunciato a così tanto che questo è solo una magra consolazione…»
«Sei mia moglie, Tikki.»
«E tu mio marito, Plagg.»
«E nessuno considerò il nostro caro, Wayzz.» dichiarò Vooxi, ridacchiando e posando una zampa sul guscio del kwami: «Beh, vanno capiti. E’ da quando eravamo umani che lo attendevano.»
«E adesso vai con la cioccolata!»
«Flaffy, non tutti qui mangiano cioccolata.» sospirò Mikko, scuotendo la testa mentre il pavone fluttuava attorno a tutti loro: «Flaffy…»
«Mangiate quel che volete! Io ho della cioccolata di qualità extra-superiore che attendeva un momento del genere per essere mangiata!»
Tikki ridacchiò, stringendo forte la zampa di Plagg e sorridendo al gruppo di kwami: «Sono contenta di essere qui con tutti loro. E sono contenta di poter essere diventata finalmente tua moglie, Plagg.»
Il kwami nero ridacchiò, spostando lo sguardo verde dai loro compagni a Tikki: «Anche io, Tikki. Anche io.»


Adrien si appoggiò allo schienale della sedia di Thomas, osservando divertito le donne riunirsi davanti a Marinette che sorrideva, imbarazzata da tutta quell’attenzione: «Che usanza barbara» commentò Alex, portando su di sé l’attenzione del biondo: «Sinceramente, perché costringere a questa rissa? Per cosa poi? Vincere un mazzo di fiori…»
«Ehi, chi se lo aggiudica si sposa entro l’anno» commentò Rafael, buttando giù lo champagne che aveva nel bicchiere e storcendo le labbra: «Sarah, ti prego, non prenderlo.»
«Ehi, cosa vorrebbe dire questo? Che ti vuoi solamente divertire con la mia migliore amica?»
«Amo Sarah, è la donna della mia vita ma preferisco andare piano…»
«Basta vedere quanto tempo ci ha messo per portarsela a letto. Al pennuto piace lento.»
«Non ti rispondo nemmeno.» commentò Rafael, fissando male l’amico e poi accennando con il capo a Wei: «Lila potrebbe tranquillamente prenderlo…»
«Perché no?»
«Wei, c’è qualcosa che ti smuove? Veramente, ti ho visto solo un po’ alterato quando combattemmo gli uomini di Maus e quelli avevano fatto dei commenti poco carini sulle nostre ragazze…»
«Maus…» commentò Alex, piegando la testa all’indietro e sospirando: «Sembra passato un secolo da quando è morto.» bisbigliò, scuotendo poi il capo: «Marinette, mi sembra l’abbia superata. O sbaglio?»
«Superato cosa?» domandò Thomas, alzando la testa dal proprio cellulare e osservando gli altri: «Cosa?»
«Maus è morto durante l’ultima battaglia che abbiamo avuto con lui» spiegò Adrien, osservandosi attorno e notando Felix avvicinarsi al tavolo: «E Marinette non l’ha presa bene: per un po’ si è accusata di non aver fatto abbastanza e non riusciva a dormire bene, aveva gli incubi e si svegliava in continuazione. Non è stato un bel periodo, ma adesso sta bene. E’ una ragazza forte.»
«Qualcuno vuole scommettere su chi si aggiudicherà l’agognato bouquet?» domandò Felix, poggiando i palmi delle mani e fissando gli occupanti del tavolo: «Io punto sulla biondina: mi sembra molto agguerrita.»
«Perché Chloé vuole prendere il bouquet? Non sta con nessuno o sbaglio?»
«L’ultima sua conquista di cui sono a conoscenza eri tu, pennuto.»
«Ehi, è stata una botta e via. Peccato che non abbia capito bene il concetto.»
«Sapete che c’è un bambino al vostro tavolo?»
«Stia tranquillo, Felix. Ormai sono abituato.» commentò Thomas, tornando a fissare il cellulare e aggrottando le sopracciglia: «Io punto su Lila.»
«Anche io.»
«Ovviamente Wei non poteva che puntare la sua donna.» dichiarò Adrien, ridacchiando: «L’avete capita? Puntare. La sua donna.»
«Perché Marinette non ti ha ancora ucciso, gattaccio?»
«Io scommetto su Sarah.» dichiarò Adrien, ridacchiando ed evitando il pugno di Rafael: «Scommetto che la nostra apetta…»
«Non chiamarla così!»
«…non vede l’ora di infilarti un anello al dito e proclamare a tutta Parigi che non sei più disponibile.»
«Sarah sta parlando con Fu e Willie.» borbottò il moro, indicando con un cenno del capo le tre persone in disparte: Fu e Willhelmina sembravano ascoltare con interesse e serietà quello che Sarah stava dicendo loro; Rafael sperò che la giovane non stesse raccontando loro dei sogni che stava facendo da due notti a quella parte, ma quando tutti e tre si voltarono verso di lui capì che stavano parlando di quello: «Vado da lei.» dichiarò, alzandosi e dirigendosi verso la ragazza.
«Uh. Sta per lanciare il bouquet.» commentò Thomas, poggiando il cellulare sul tavolo e osservando interessato la scena.
Rimasero tutti in silenzio, osservando il mazzo di fiori candidi venire tirato da Marinette che, voltata di spalle, si girò velocemente per vedere chi sarebbe stata la fortunata e l’intera sala rimase a bocca aperta quando il bouquet finì fra le mani di Sophie Agreste; la donna fissò i fiori, sorridendo e poi spostando l’attenzione sul marito, seduto con lei a un tavolino assieme alle vecchie professoresse di Adrien: «Sarei già sposata…» dichiarò Sophie, sventolando per aria il bouquet e venendo poi fermata da Gabriel, che fece voltare la moglie verso di sé e le sussurrò qualcosa all’orecchio, facendola ridacchiare. Sophie riabbassò il mazzo, carezzando dolcemente i petali e poi sporgendosi verso Gabriel, sfiorandogli le labbra con le proprie.
«Penso che i tuoi rinnoveranno a breve la promessa di matrimonio» constatò Alex, alzandosi in piedi e stirandosi: «Qualcuno ha visto Xiang?»
«Ah! Qualcuno mi ricorda, dopo tutta questa festa, di avvisare Fu che ho qualcosa da consegnargli?» domandò Felix, riponendo il cellulare e scuotendo la testa: «Mi dimentico sempre: Bri è…» si fermò, inspirando profondamente: «Impegnativa.»
«Come stanno andando le manovre di riconquista?»
«Ha smesso di ringhiarmi contro. E’ un buon segno, no?»
Alex scosse il capo, allentandosi la cravatta e sospirando: «Vado a cercare, Xiang.»


Sarah si voltò, osservando il ragazzo avvicinarsi a lei e abbozzò un sorriso: «Come stai?» domandò, notando lo sguardo stanco di Rafael: anche la notte precedente aveva avuto una nuova visione e si era svegliato ansante e sudato, lo aveva osservato mentre cercava di riprendere il controllo di sé e poi si era lasciata abbracciare.
Rafael riusciva a dormire tranquillo solo se la stringeva fra le braccia.
«Ho visto che hai parlato con Fu e Willie.»
«Dovevo dirglielo.» mormorò Sarah, allungando una mano e carezzandogli la tempia con la punta delle dita: «Il maestro ha detto che cercherà qualcosa fra i suoi testi e…»
«Non potevi aspettare domani, vero?»
«No, non potevo.»
Rafael sospirò, scuotendo il capo e ritrovandosi poi spinto in avanti e verso Sarah, si voltò notando una bionda – che conosceva fin troppo bene – strusciarsi contro di lui: «Chloé Bourgeois.» mormorò, allontanandosi di un poco e osservando la figlia del sindaco con la sua schiavetta personale: «Affoghi il dispiacere nello champagne?»
«Avevo smesso di puntare Adrien già da un po’» dichiarò la ragazza, piegando le labbra finemente tinte di rosso e fissandolo bramosa: «Soprattutto da quando…»
«Conosci Sarah?» dichiarò il parigino, prendendo la ragazza per le spalle e usandola quasi a mo’ di scudo: «E’ la mia fidanzata.»
Chloé lo fissò, assottigliando lo sguardo e fissandolo in volto: «Fammi indovinare, sei come Adrien?»
«Se non peggio» dichiarò Rafael, sistemandosi dietro Sarah e passandole le braccia attorno alla vita: «Sono un cattivo redento, quindi sono anche peggio del signorino Agreste…» dichiarò, poggiando le labbra contro il collo della ragazza che teneva nel suo abbraccio e osservando l’altra andarsene stizzita, con Sabrina Raincomprix dietro di sé.
«Fammi indovinare…»
«No, non vuoi indovinare.»
«D’accordo» mormorò Sarah, voltandosi fra le sue braccia e alzando le mani fino al suo volto, carezzandogli le guance: «Hai l’aria stanca…» bisbigliò, ignorando ciò che era successo fino a poco prima e ritornando a quello che più la premeva.
«Sto bene. Davvero.»
«Mh.»
«Sto bene, apetta. Devo solo dormire un po’ di più, possibilmente abbracciato a te.»
«Sono diventata il tuo peluche.»
«Sì, soprattutto quando indossi quel tuo pigiamone pesantissimo e morbidissimo.» dichiarò, chinandosi e baciandole la fronte: «Sto bene.»


Thomas sbadigliò, sistemandosi in un angolo del locale e osservando la folla di persone: l’unica altra persona della sua età era Manon Chamack, ma non che questo gli importasse, poiché aveva imparato da tempo a stare fra gli adulti.
Era il più piccolo dell’intera famiglia e alle riunioni, in occasioni delle festività, si era abituato a dover fare i conti con persone più grandi di lui e, proprio per questo, gli riusciva benissimo distrarsi, giocando con il cellulare.
«Cosa fai?» la voce di Manon lo riscosse, facendolo voltare verso la ragazzina in piedi alla sua sinistra: aveva sciolto i capelli che, legati in parte, le circondavano il volto e aveva sostituito gli abiti che indossava sempre con un grazioso vestito rosa.
Era carina quel giorno.
E se lo ammetteva lui, doveva essere così.
«Gioco» bofonchiò, mostrandole lo schermo dello smartphone e osservandola mentre si sedeva al suo fianco; si portò involontariamente una mano alla camicia, allentandosi il colletto e la cravatta che, quella mattina, sua madre aveva annodato alla perfezione.
Manon annuì con la testa, fissandolo poi seria: «Posso mettermi qui con te?» domandò, osservando il posto vuoto accanto a lui e, al cenno affermativo del ragazzino, sorrise gioiosa: «Il mio cellulare si è scaricato e…»
«Batteria di riserva.» borbottò Thomas, riportando l’attenzione sullo schermo e aggrottando lo sguardo, effettuando un lancio a effetto con la pokeball: adorava quel locale perché era piano di pokemon, quasi come se ci fosse un nido da quelle parti.
«Cosa?»
«Io mi porto sempre una batteria di riserva o il caricatore portatile.» spiegò Thomas, sorridendo e mostrando lo schermo a Manon, che gli sorrise di rimando: «Mi mancava questo…» le spiegò il ragazzino, massaggiandosi la nuca con la mano libera: «Comunque dicevo: io mi porto sempre dietro un caricatore portatile, altrimenti si scaricherebbe subito anche a me e…beh…» indicò le persone davanti a loro e Manon annuì.
«Vero. Non ci ho mai pensato.»
«Nemmeno io, poi ho visto mia sorella farlo e mi si è aperto un mondo.»
«Hai una sorella?»
«Sì, è più grande di me.»
«Che bello…»
«Io direi l’opposto, veramente.»
«Io sono figlia unica, invece.»
«Lo so.»
«Davvero?»
«Beh, tua madre è famosa, no? Quindi…»
«Ah. Giusto.» sospirò Manon, guardandosi la punta delle scarpe, in tinta con il vestito, e rimanendo in silenzio: «Tu…»
«Uaaah! Mi mancava anche questo!» esclamò Thomas, voltandosi verso di lei e mostrando lo schermo: «Per la fine della festa, avrò riempito il pokedex.»
Manon sorrise, sporgendosi verso di lui e osservandolo mentre provava a catturare un nuovo pokemon, si voltò guardando lo sguardo concentrato di Thomas e poi spostò di nuovo tutta l’attenzione sullo schermo, indicando un piccolo mostriciattolo dall’aria: «Quello! Quello!»
«Ok, vediamo di prenderlo!»



«Signora Marinette Agreste…» bisbigliò Adrien, chinandosi verso la moglie seduta al suo fianco e baciandole la spalla nuda, ascoltandola ridacchiare: «Suona bene, non trovi?»
«Dici?» domandò Marinette, piegando la testa e poggiandola contro quella del biondo, sospirando poi pesantemente e rimanendo in quella posizione per un po’: socchiuse gli occhi, ascoltando la musica e le chiacchiere delle persone che li circondavano, lasciandosi cullare dalle carezze della labbra di Adrien sulla spalla.
«Hai freddo?» le domandò il suo neo-marito, facendole riaprire le palpebre e alzare la testa: Adrien si era tolto la giacca del completo e aveva allentato la cravatta: «Vuoi la mia giacca?»
«Vorrei togliermi questi affari dai piedi» sentenziò Marinette, fissando la gonna del vestito e sapendo che sotto gli strati di stoffa bianca c’erano due strumenti di tortura medievale: «Non sono abituata ai tacchi.»
«Vero. Li indossi veramente di rado.» commentò Adrien, passandole un braccio sulle spalle e attirandola verso di sé: «L’ultima volta che te li ho visti ai piedi è stato alla settimana della moda. Giusto?»
«E’ passato così poco da quando li ho portati l’ultima volta?»
«Non ti sei portata un paio di scarpe di ricambio?» le mormorò il ragazzo, baciandole la tempia e sfiorandole i capelli mori con le labbra: «So che in molte lo fanno.»
«Non ci ho pensato…»
Il biondo annuì, stringendola più forte contro di sé: «Appena arriviamo a casa le togli e ti rilassi, ok?»
«Casa…» mormorò Marinette, posando una mano sul petto del ragazzo e giocherellando con la cravatta di seta: «E’ strano pensare che non sarà quella che ho considerato fino a ieri.»
«Ti capisco, anche per me è uguale.»
«Oh per favore!» sospirò Lila, poggiandosi al tavolo degli sposi e fissandoli: «Già eravate diabetici, non potete darvi una calmata adesso?»
«Volpe, perché non vai da Willie?»
L’italiana si voltò, nella direzione dove la ex-Portatrice del Miraculous della Coccinella, completamente sbronza, aveva eletto Felix a tiro al bersaglio: «C’è Felix che sta facendo da vittima sacrificale…»
«Vai da qualche parte con Wei, vai a dar noia ad Alex, l’importante è che ti levi dal nostro tavolo.»
«Bello il gattino romanticone!» esclamò Lila, allungandosi sul tavolo e prendendo le guance del biondo, tirandole come avrebbe fatto una nonna o una zia: «Che si sposa per San Valentino e manda a monte quello degli altri.»
«Mi stai facendo male, Lila.»
«Lila, lascialo.»
«Solo perché lo dice il boss.»
Marinette sorrise, osservando Adrien massaggiarsi le guance, facendo poi vagare lo sguardo per la sala del Cigale, allestita per il loro matrimonio: «Sto sognando, vero?»
«No, purtroppo ti sei unita con il gattaccio.»
«Te ne vuoi andare?»
«E lasciarti in pace con la tua mogliettina? Neanche morta.»
«Dov’è Wei quando serve?»
Rafael si avvicinò al tavolo, ridacchiando con Sarah, Thomas e Alex dietro di sé: «Willie ha beccato in pieno Felix.» decretò il parigino, continuando a ridere: «Con una fetta della torta.»
«No, me lo sono perso!» esclamò Adrien, balzando in piedi e posando le mani sulla tovaglia candida: «Maledizione!»
«Ho il filmato!» esclamò trionfante Thomas, mostrando il proprio cellulare: «Ha più mira da ubriaca che da sobria, quella donna.» dichiarò il ragazzino, facendo partire il filmato dove Willhelmina lanciava una fetta di torta e colpiva in pieno il volto di Felix.
«Povero Felix, forse gli conveniva rimanere a Shangri-la.» dichiarò Alex, ridacchiando e poi guardandosi in giro: «Lo so  che mi ripeto: ma qualcuno ha visto Xiang? La sto cercando dal lancio del bouquet!»
«Forse si sta nascondendo da te, Alex. Mai pensato questo?»
«Per favore, qualcuno trovi Wei, prima che gli cataclismo la fidanzata.»
«Cataclismi me? Hai veramente intenzione di farlo? Devo ricordarti di quando ti ho fatto limonare con l’aria?»
«Wei. Dov’è?»


Xiang storse la bocca, togliendosi le scarpe con il tacco e sospirando beata mentre poggiava i piedi per terra: perché le donne dovevano portare quegli strumenti di tortura? Aveva guardato con malcelata invidia Lila e le altre mentre camminavano tranquille su quegli affari, senza mostrare un minimo di cedimento.
Forse era una qualche abilità che le donne sviluppavano da quelle parti?
A Shangri-la non c’era mai stato bisogno di simili affari e, anzi, camminare con quelle ai piedi sarebbe significato morte certa nell’impervia Città senza tempo; sospirò, mentre muoveva le dita contro il pavimento freddo e cercò di non dare molto peso alla persona che stava giungendo verso di lei: «Va tutto bene?» le domandò una voce maschile, dal timbro stranamente familiare.
Dove l’aveva sentita?
Non lo ricordava.
Inspirò profondamente, aprendo le palpebre e voltandosi verso il nuovo venuto, rimanendo a bocca aperta: «Dì Ren…» bisbigliò, ricordando benissimo i tratti del ragazzo posseduto che l’aveva avvicinata, non molto tempo prima.
Era lui.
Non poteva che essere lui.
«Cosa?» le domandò il ragazzo, fissandola con un sorriso impacciato in volto: «Non ho capito.»
«Nulla…» mormorò Xiang, facendo un passo indietro e chinandosi per raccogliere le sue scarpe: era ancora posseduto dal suo nemico? Oppure, dopo che era stato usato, Dì Ren l’aveva lasciato libero?
«Stai bene?» le domandò il ragazzo, abbozzando un nuovo sorriso e guardandosi attorno.
«S-sì. Grazie.» mormorò Xiang, superandolo e raggiungendo la sala centrale del locale, si guardò attorno e notò il gruppo di Portatori al tavolo degli sposi.
«Oh, ecco la nostra Xiang!» esclamò Rafael, vedendola sopraggiungere: «Ed è la prima che ha ceduto, a quanto pare.» aggiunse, indicando le scarpe, che la ragazza teneva in mano.
«Sembra che hai visto un fantasma…» mormorò Sarah, inclinando la testa e studiandola assorta: «Xiang?»
La cinese si voltò, osservando i novelli sposi e il resto di Portatori: poteva dare loro la notizia lì, in quel momento?
Era un giorno di festa e il ragazzo che aveva incontrato non sembrava sotto l’influsso di Dì Ren.
«Mi fanno solo male i piedi….» mormorò, voltandosi nella direzione da cui era venuta e osservando colui che era stato posseduto da Dì Ren unirsi a gruppetto di invitati.
«Xiang, perché stai fissando Nathaniel?» domandò Lila, guardando anche lei la stessa direzione della cinese e sorridendo: «Alex, mi sa che hai un rivale.»
«Lo conoscete?»
«Veniva a scuola con noi. Perché?»
«Niente.»
«Testa di pomodoro deve sempre rompere le uova nel paniere a quanto pare.» commentò Adrien, passando un braccio attorno alle spalle di Marinette: «Condoglianze, Alex.»
«Cosa?»
«Se vuoi il mio consiglio, infilale un anello al dito prima che Testa di pomodoro ci provi.»
«La smetti?» sbottò Marinette, colpendo il biondo in pieno petto e fissandolo male: «Tu mi hai chiesto di sposarti quando…»
«Quando un certo pennuto ci provò con te. Vero.»
«Non rivanghiamo cose che non vogliamo dissotterrare.»
«Come siamo filosofici, piumino.»
«Me lo hai chiesto perché ti stavo tenendo il muso.»
«Ti ho chiesto di sposarmi perché sei l’amore della mia vita e l’unica che voglio al mio fianco. Fine.»
«Dateci un taglio! Siete diabetici!»
«Wei, dov’è?» sbottò Adrien, fissando male l’amica: «Diventa insopportabile quando non c’è.»
«Sta aiutando Felix con Willie.» spiegò Sarah, sorridendo: «Dopo il lancio riuscito della torta, Wei ha cercato di tenerla buona, mentre Felix evitava le cose che lei gli lanciava. Penso stia aiutando l’assistente di Willie a portarla in macchina, o qualcosa del genere.»
«Fantastico. Ci manca solo un attacco del nostro nuovo nemico e il mio matrimonio con Marinette è da ricordare per sempre.»
«L’ha detto, vero?»
«L’ha detto, volpe.» mormorò Rafael, sospirando e voltandosi verso Sarah: «Mikko e Flaffy?»
«Sono nella mia borsetta, non preoccuparti.»
«Nella mia ci sono Wayzz e Vooxi, mentre Nooroo, Plagg e Tikki sono con Sophie.» dichiarò Lila, annuendo con la testa: «Siamo pronti.»
«Io non volevo combattere il giorno del mio matrimonio, però.»
«Forse era meglio se stavo zitto…»
«Tu prega che non ci sia un attacco fino a domani, gattaccio.»


Marinette inspirò profondamente, osservando la porta dell’appartamento che, da quel giorno, avrebbe condiviso con Adrien: «Facciamo le cose per bene?» domandò il ragazzo, non dandole il tempo di rispondere e chinandosi, sollevandola poi in braccio e ridendo all’urletto spaventato della ragazza.
«Adrien!»
«Non c’è questa usanza? La sposa che entra in braccio allo sposo?» domandò il ragazzo, gettandole con qualche difficoltà il mazzo di chiavi in grembo: «Ho le mani occupate, Marinette.»
La ragazza sbuffò, prendendo le chiavi e armeggiando con la serratura, finché non riuscì ad aprirla e Adrien entrò velocemente dentro l’abitazione, poggiandola a terra: «Le mie povere braccia…» sospirò il ragazzo, andando a chiudere la porta e massaggiandosi i bicipiti sopra la giacca scura.
«Faccio finta di non aver sentito niente.» chinandosi e armeggiando con i laccetti delle scarpe: «Libera!» dichiarò felice la ragazza, guardandosi attorno e sorridendo a quella che era la loro casa: la cucina con i pensili chiari, il grande divano con la tv che dominava la stanza centrale e che dava sulla terrazza piena di piante; si avviò nel corridoio che portava alle camere e sorrise, vedendo che una era stata trasformata in una piccolo atelier: «Adrien, ma…»
«Pensavo avevi bisogno di un posto dove disegnare e cucire.» sentenziò il ragazzo, raggiungendola e osservando anche lui la stanza: «E’ stato complicato, ma con i ragazzi siamo riusciti a sistemarla a tua insaputa. Ti piace?»
«E’…è…»
«Talmente bello e dolce, che tuo marito merita un bacio?» dichiarò Adrien, abbracciandola da dietro e baciandole il collo: «Mh. Mi piace.»
«Cosa?»
«Definirmi tuo marito. E’ bello.»
«Sì, vero.»
Adrien aprì la bocca, ma qualcosa lo colpì alla nuca, si voltò e osservò irato il kwami nero: «Plagg!» esclamò, massaggiandosi la parte colpita e notando Tikki ridacchiare vicino all’altro: «Che ti prende?»
«Che mi prende? Che mi prende?» sbottò il felino, agitando le zampette vicino al viso del giovane: «Mi prende che, di punto in bianco, sento voi due che pronunciate i voti nella maniera di Daitya. Ecco, che mi prende.»
«E’ il suo modo per dirvi grazie.» dichiarò Tikki, strusciandosi contro la guancia della propria Portatrice e sorridendo: «E’ stato bello, sentirvi dire quelle frasi una seconda volta e durante la vostra unione ufficiale. Grazie.»
«Non potevi fare come Tikki? No, dovevi colpirmi.» sbottò Adrien, fissando male il kwami nero e voltandosi poi verso la moglie e il piccolo esserino rosso che confabulavano fra di loro: «Ci hanno completamente dimenticati.» sentenziò, poggiandosi contro lo stipite della porta mentre Plagg si sistemava contro la sua spalla.
«Mi chiedo se dovrei continuare a chiamarti moccioso…»
«Mi verrebbe la pelle d’oca se mi chiamassi in un altro modo, sai?»
Plagg sbuffò, alzando lo sguardo verso il cielo: «Sono contento per te.» sentenziò, dopo un po’: «Ho ascoltato i tuoi piagnistei per parecchio, quando ancora non sapevi chi era lei e vederti adesso felice e al suo fianco…beh, sono contento.»
«Adesso cosa farai? Ti struscerai contro il mio viso e…»
«Neanche morto.»
«Ottimo. Riesco a gestirti meglio così, piuttosto che un affarino coccoloso.»
Marinette si voltò verso di loro e Adrien le regalò un sorriso innocente, osservandola mentre si aggirava per la stanza e sorrideva alla vista dei suoi oggetti: il suo manichino, la sua macchina da cucire, i suoi album da disegno, gli scampoli di stoffa che teneva impilati nell’armadio e poi…
Si chinò per terra, recuperando un oggetto che conosceva molto bene: «E’ tornato da me?» domandò, agitando l’ombrello scuro e vedendo Adrien sorridere: «Mi sembrava di avertelo restituito.»
«Sarà finito qui per sbaglio…» mormorò il ragazzo, allungando una mano e prendendo l’oggetto che lei gli aveva offerto: «Stavolta non lo apro.»
«Nemmeno io.»
Adrien abbassò lo sguardo, carezzando l’incerata scura e poi riportando l’attenzione sulla ragazza davanti a lui, sua moglie: «Alle volte, mi chiedo quale sia stato il nostro vero inizio: quando ci siamo incontrati da Ladybug e Chat Noir? Quando ti ho offerto questo ombrello in segno di pace?»
Marinette lo fissò, sorridendo: sembrava passato così tanto tempo da quei loro primi incontri, da quando era caduta addosso a quel ragazzo vestito di nero e con due orecchie feline in testa, lo stesso che poi lei aveva ripreso perché pensava che facesse parte della combriccola di Chloé.
Lo stesso che le aveva donato quell’ombrello, in segno di pace.
Lo stesso che era sempre stato al suo fianco, in una veste o nell’altra, da quando tutto era cominciato.
«Quando abbiamo avuto i nostri Miraculous…»
«Cosa?»
«Il nostro inizio. E’ stato quando io ho aperto la scatola con il Miraculous di Tikki e tu quella con il Miraculous di Plagg.» mormorò Marinette, avvicinandosi a lui e poggiando la testa contro la sua spalla: «E’ lì che è iniziata la nostra storia.»
Adrien le posò le labbra sul capo, stringendola contro di sé e carezzandole la schiena: «Che ne dici di continuare questa storia con tuo marito che ti toglie questo meraviglioso abito bianco? Bellissimo, ma sento che ci sono un po’ troppi bottoni…»
«Oh, il mio micetto si arrende prima del tempo?»
«Dovresti sapere bene che mi piacciono le sfide: non sono forse riuscito ad agguantare una certa coccinella, che non faceva altro che sfuggirmi?»
Marinette sorrise, posando le mani sulle guance del biondo e annuendo: «Sì. E’ vero.»

Capitolo 26 by Echo

Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.848 (Fidipù)
Note: E dopo il matrimonio, si riprende la quotidianità dei nostri, fatta di università, riunioni strategiche, set fotografici (per i due modelli di Parigi) e quant'altro. E intanto inizia a smuoversi qualcosa: che i nostri baldi eroi abbiano capito qualcosa? E Dì Ren, quando la smetterà di fissare la scacchiera e farà la sua mossa? Parlando del capitolo...beh, grazie a questo, ho capito che fino a ora chiamavo in modo errato il campionato di calcio francese e lo appellavo come quello inglese (geniale, vero?) e attualmente la Ligue 1 è sotto l'egemonia del Paris St. Germain, che vince il campionato dal 2012; inoltre ho fatto la scoperta del lotto francese: nato nel 1505, grazie a Re Francesco I ed è il gioco preferito dai francesi, che hanno l'opportunità di tentare la fortuna tre volte alla settimana (il lunedì, il mercoledì e il sabato) ed è necessario scegliere 5 numeri che vanno da 1 a 49, inoltre è necessario scegliere un ulteriore numero bonus dall'1 al 10.
E sì, ho fatto le mie solite ricerche.
E non mi sembra ci sia altro da dire...non credo almeno...
Come sempre, vi ringrazio tantissimo per il fatto che seguite le mie storie, le leggete, le commentate, le inserite nelle vostre liste, le usate per andare al bagno (ok, questo non lo so ma siccome son propensa a dire che stimolo certe attività corporee...beh, penso siano un ottimo utilizzo, no?)
Grazie di tutto cuore!
E con Miraculous Heroes ci vediamo lunedì!

 

 

Rafael si svegliò, allungando una mano sul materasso e sentendolo vuoto ma ancora tiepido al tatto: «Sarah si è alzata da poco.» lo informò Flaffy, volando verso di lui con una barretta di cioccolato fra le zampe: «Ha pensato di farti dormire, visto che stavi riposando tranquillo…»
Il ragazzo annuì con la testa, mettendosi seduto sul letto: «Ora mi alzo…» sentenziò, passando una mano sul volto e sospirando: anche quella notte aveva avuto l’ennesimo incubo, la visione che aveva dominato gran parte del periodo in cui era stato solo, ora era tornata in maniera prepotente.
«Stai bene?»
«Sì» mormorò Rafael, carezzando il capino del kwami e sorridendogli: «Mi sto solo trasformando in una specie di Kang, direi. A breve vedrò tutto il futuro anche io e inizierò a tessere le mie trame…»
«Non capisco perché ti stia succedendo questo» mormorò Flaffy, addentando la barretta e masticò lentamente il boccone, scuotendo poi la testa: «Più ci penso e più non capisco: nessuno dei miei Portatori ha avuto simili problemi.»
«Qualche altro dei tuoi Portatori ha provato a usare il tuo potere per scoprire i numeri del Lotto? O avere in anticipo i risultati della Ligue 1?» dichiarò il ragazzo, alzandosi in piedi e dando un’occhiata al pavimento, alla ricerca dei suoi indumenti.
«No, quello no.»
«Forse è il prezzo che devo pagare per avere usato il potere per uso personale» mormorò Rafael, recuperando i pantaloni del pigiama dal pavimento: «Non ho un malessere come Gabriel, perché ho fatto così per meno tempo rispetto a lui, ma questo è un…Flaffy, che c’è?»
«Niente. Ho solamente capito perché Plagg si lamenta tanto del fatto che Adrien gira per camera nudo.»
Rafael abbassò lo sguardo, abbozzando un sorriso e indossando velocemente i pantaloni che teneva in mano: «Scusa. Ero sovrappensiero…» mormorò, massaggiandosi il petto nudo e guardandosi nuovamente attorno: «Dov’è la mia maglietta?»
«Ce l’ha Sarah.»
«Eh?»
«Quando si è svegliata se l’è messa.»
Rafael annuì, uscendo dalla camera e raggiungendo velocemente la cucina, fermandosi sulla porta: Sarah era in piedi davanti ai fornelli, intenta a preparare la colazione per entrambi, con i capelli biondi raccolti e la sua maglia che le lasciava scoperto le gambe e parte del sedere.
Sorrise, raggiungendola e posando il capo contro la sua spalla, sentendola sobbalzare: «Mi hai spaventato!» lo riprese lei, dandogli una leggera manata sul bicipite e allontanandosi di qualche passo, fissandolo male.
«Perdono, perdono» sentenziò Rafael, avvicinandosi e prendendola fra le braccia: «Buongiorno, apetta» dichiarò, chinandosi e sfiorandole le labbra con le proprie: «Dormito bene?»
«Questo dovrei chiederlo io a te.»
«Sto bene…»
«Rafael.»
«Sto bene. Davvero» sospirò il ragazzo, posandole nuovamente la testa contro la spalla e sentendo la mano di Sarah accarezzargli i capelli: «Non è bello vedere sempre Parigi distrutta nei propri sogni, ma ci sto facendo l’abitudine. Davvero» mormorò, voltandosi e baciandole il collo: «Se poi mi sveglio e trovo un simile spettacolo…»
«Spettacolo?»
Rafael sorrise, imprigionando Sarah contro il bancone e piegandosi verso di lei, sfiorandole il lobo con le labbra: «Tu, con la mia maglietta addosso e una bella visuale del tuo sedere…» dichiarò, sorridendo e osservandola in volto: «Se non dovessi andare in facoltà, avrei recitato alla perfezione il ruolo di uomo di caverna.»
«Mi avresti preso come un sacco di patate e portato nel tuo antro?»
«Esattamente, apetta» dichiarò il moro, osservando i preparativi della colazione e aggrottando lo sguardo: «Dove sono i tuoi cereali?»
«Li ho finiti.» dichiarò la ragazza, abbozzando un sorriso: «Pensavo di averli finiti a casa mia e non qui.»
«Sarebbe veramente più comodo vivere nella stessa casa…» buttò lì Rafael, allontanandosi da lei e iniziando ad armeggiare con il bricco dell’acqua: «Quindi prendi anche tu il the?» domandò, allungandosi verso il pensile e recuperando due bustine di infuso: «Sarah?»
«Ah. Eh? Sì. Anche io.»
«Che hai?»
«Nulla, nulla.»
«Sarah.»
La bionda si morse il labbro inferiore, alzando le spalle: «Quello che hai detto…» pigolò, notando lo sguardo grigio e confuso di Rafael posarsi su di lei: «Sulla casa.»
«Ah» Rafael si voltò verso di lei, giocherellando con il ciondolo a forma di pavone: «Ecco, io…»
«Immagino che l’hai detto sovrappensiero, no? Insomma, noi…»
«Io lo vorrei» dichiarò il parigino, fermandola e sorridendo dolcemente all’espressione confusa: «In pratica già lo facciamo, no? Vivere assieme. Se non sono io da te, sei tu qui e…» si fermò, lasciando andare il Miraculous e massaggiandosi il collo, sospirando: «Niente, era un pensiero che mi è venuto quando sei tornata dall’America. Ma immagino che per te sia presto e quindi non ti ho mai detto nulla.»
«Mi vorresti davvero qui con te?»
«O verrei io a vivere da te» mormorò Rafael, abbozzando un sorriso: «Certo, sarebbe più comodo qui: questa casa è dei miei genitori, quindi non c’è un affitto da pagare, poi è in una bella zona e tu adori Sacre Coeur; inoltre ho una connessione migliore della tua: immagina vedere i tuoi drama senza dover aspettare che si carichi la barra del video…»
«Stai provando a convincermi?»
«Non so. Ci sto riuscendo?»
La ragazza sorrise, allungando una mano e carezzando il gioiello che Rafael teneva al collo, facendo poi scivolare i polpastrelli sulla pelle liscia: «Io...io…»
«Non voglio una risposta, Sarah» mormorò il moro, abbozzando un sorriso: «Solo pensaci. Ok?»
«Ok.»


«Non c’era bisogno di accompagnarmi» mormorò Marinette, osservando Adrien uscire dall’auto argentata e sorridendo al Gorilla che, silenzioso come sempre, stava guardando in avanti con le mani strette attorno al volante: «Farai tardi…»
«Non faccio tardi.» dichiarò Adrien, intrecciando le mani con quelle della ragazza e tirandola verso di sé: «Ho lezione fra un’ora e il set fotografico sarà questo pomeriggio. Sono in tempo per tutto, quindi non preoccuparti, ok?» il biondo si chinò, sfiorandole il naso con il proprio: «Come stai?»
«A parte il mal di schiena?»
Adrien ridacchiò, assentendo con la testa: «A parte quello» mormorò, sorridendole dolce: «Forse dovrei essere meno…»
«No!»
«Marinette?»
«Cioè…ecco…io…mi sono scavata la fossa da sola.»
«Sì, coccinella pervertita» dichiarò Adrien, tirandola contro di sé e posandole il mento sul capo: «Quindi ti piace che io sia così voglioso. Bene.»
«Non potresti esserlo in una giusta dose? Sarebbe un po’ seccante se poi non potessi combattere Dì Ren perché qualcuno è parecchio attivo a letto.»
Adrien si mosse, poggiando la fronte contro la spalla di Marinette e ridendo divertito: «Sei unica, Marinette» mormorò fra le risate, rialzando poi la testa e scuotendola: «Giusta dose…»
«Non siamo usciti di casa per due giorni, Adrien.»
«Non mi sembra che ti sei lamentata: non possiamo fare una luna di miele a modo e quindi…»
«Mi sto lamentando ora.»
«Adesso non è valido.»
«Perché no? Adesso che sono lucida…»
«Ah. Quindi ti faccio talmente impazzire – di piacere, ovviamente – che non sei lucida?»
Marinette sospirò, chiudendo gli occhi: «Come ci siamo finiti a fare questi discorsi?» mormorò, riaprendo le palpebre e osservando il ragazzo con un sorriso divertito in volto: «Io davvero…»
«Ti lamentavi del tuo mal di schiena» le rispose Adrien innocente: «Vuoi che il tuo maritino ti faccia un bel massaggio stasera?»
«No.»
«Come no?»
«No, perché so dove finiremo poi.»
«Tanto ci finiremmo lo stesso» dichiarò Adrien, facendo la linguaccia: «Non è colpa mia se le coccinelle non sanno resistere al richiamo degli ormoni.»
«Sei in ritardo, Adrien.»
«Non è vero, vengo sempre puntuale.»
«Adrien!»
Il  biondo ridacchiò, chinandosi e poggiando la fronte contro quella della moglie: «La smetto di prenderti in giro. Per ora» dichiarò, osservando il volto imbronciato di lei: «Sai che sei bellissima anche da arrabbiata?»
«Stai cercando…»
«Di evitare la possibilità di dormire sul divano dopo tre giorni di matrimonio? Sì.»
«Per quanto tu sia impossibile, non ti farei mai dormire sul divano per così poco.»
«Ehi, potrei usare queste parole contro di te un giorno» dichiarò il biondo, voltandosi appena e osservando Nathaniel entrare nell’edificio: «Secondo te come fa Xiang a conoscerlo?» domandò di punto in bianco, attirando l’attenzione di Marinette sul rosso: «Lei non è tipo da frequentare questa scuola.»
«Xiang va al Louis-le-Grand» mormorò la mora, sospirando: «Quindi non so proprio dove possa averlo conosciuto e, da quel che ci ha raccontato, da quando è qui a Parigi non ha avuto molti contatti: seguiva noi per via dei Miraculous e poi si è avvicinata ad Alex, ma sempre per lo stesso motivo.»
«E l’interesse che aveva per lui al matrimonio…» bisbigliò Adrien, assottigliando lo sguardo: «E’ ancora strano?»
«Non so dirti. Al matrimonio non ci ho parlato molto e poi…beh, lo sai.»
«Sì, lo so molto bene» dichiarò Adrien, facendole l’occhiolino e portandosi le mani della moglie alle labbra: «Puoi farmi il favore di stare attenta?»
«A chi?»
«A Nathaniel.»
«Adrien…»
«Ragiona, Marinette: che cosa ossessiona Xiang?»
«Dì Ren.»
«E quindi…»
Marinette aprì la bocca, voltandosi verso la porta dell’edificio e poi tornando a guardare il marito: «Pensi…»
«Non lo so» dichiarò Adrien, sorridendole: «Ma voglio che tu stia attenta. E chiamami, se vedi qualcosa di strano. Ok?»
«D’accordo.»
«Marinette, sono serio. Ti conosco e so quanto ti piace fare di testa tua o da sola.»
«Starò attenta, te lo prometto.»
«E…»
«E ti chiamerò, se vedo qualcosa di strano.»


Alex picchiettò la penna sul blocco davanti a sé, passandosi una mano fra i capelli e spettinandoli di più di quel che erano, scuotendo poi il capo: «Non hai nessuna idea, Wayzz? Nemmeno una piccola piccola?» domandò, guardando intensamente il kwami della tartaruga e pregando dentro di sé che una lampadina si accendesse.
«Ho pensato e ripensato a quello che hai detto, Alex. Ma non ho nessuna idea.»
«Non stiamo andando da nessuna parte.» sbuffò Lila, incrociando le braccia e fissando una alla volta gli altri occupanti della stanza: Wayzz e Vooxi erano sul tavolo, cercando di dare qualche nome ad Alex sulla possibile identità di Dì Ren; Willie e Fu erano seduti con loro ma non stavano partecipando alla conversazione, troppo impegnati a fare delle ricerche sui testi antichi del maestro, Xiang era in completo silenzio anche lei, spostando la sua attenzione dall’americano ai kwami.
E Wei…
Wei era seduto accanto a lei e le carezzava il dorso della mano, quasi a consolarla di quel fallimento totale di riunione.
«Se solo Gyrro fosse qui…» mormorò Wayzz abbattuto, chinando il capino e inspirando profondamente: «L’ho sempre aiutato con la documentazione che riguardava l’andamento della città: se c’era un problema ero io che intervenivo, se Plagg combinava qualcosa intervenivo io, se…»
«Amico, è inutile che ti scervelli: il caro vecchio Gyrro non ti ha messo al corrente di questa informazione. Di vitale importanza, soprattutto ora.» mormorò Vooxi, sbuffando: «Poi mi chiedo cosa ci serve sapere chi era.»
«Magari per capire i suoi scopi e anticiparlo?» borbottò Alex, lasciando andare la penna sul blocco: «Sarebbe più facile hackerare il sistema del Pentagono…»
«Puoi farlo?» domandò Lila, fissando Alex: «Veramente?»
«Dovrei studiarci un po’ sopra, ma non sarebbe infattibile.»
«Alex, mi sorprendi…»
«Ehi, prima ancora di essere un nerd, fissato con i supereroi, sono un hacker provetto» dichiarò orgoglioso il ragazzo, sistemandosi gli occhiali: «Mio padre ancora mi odia per quando manomisi il sistema della base di Chattanooga: ma insomma, non è che ci fosse qualcosa da fare da quelle parti e il Tennessee è un posto veramente noioso per un newyorkese di quattordici anni»
«Uao. E lo ripeto: uao. Quello che sapevo fare io a quattordici anni era far impazzire Chat Noir e Ladybug con i miei poteri di akumatizzata»
«Io aiutavo i miei, facendo il guidatore di risciò» mormorò Wei, sorridendo: «E’ stato il mio primo lavoro ed ero anche molto bravo.»
«Io vivevo a Shangri-la e cacciavo»
«Uno di voi che abbia avuto una vita normale, no?» sbottò Willhelmina, chiudendo il libro e prendendo il cellulare, storcendo le labbra: «Felix, amico tuo, informa che sta arrivando, Fu.»
«Perché amico mio? E’ il tuo amante.»
«Per avere un amante, dovrei essere sposata o avere un compagno.»
«Mi correggo: è il tuo compagno.»
«Fu!»
«Fu cosa?»
La donna si voltò versi gli altri, seduti al tavolo indicando l’anziano al suo fianco: «Gli potete dire qualcosa?» sbottò, mentre il campanello dell’abitazione informò che qualcuno era alla porta.
«E’ già qui» piagnucolò Willhelmina, sbuffando mentre Fu si alzava e andava ad aprire al nuovo ospite: «Perché è tornato? Perché?»
«Felix non vedeva l’ora di rivederti, Bridgette» lo informò Xiang, sorridendo: «Ha passato tutto il tempo ad allenarsi per essere sicuro di poterti proteggere.»
«Che amore!»
«Vero, Bri?» esclamò il biondo, entrando nella stanza e sorridendo alla donna: «Sono sopravvissuto, solo per poter stare con te.»
«Ma le frasi a effetto sono comprese nel pacchetto ‘Miraculous del Gatto Nero’?» domandò Lila, osservando l’uomo poggiarsi contro lo stipite e incrociare le braccia, tenendo sotto controllo la donna al tavolo: «Come anche l’amore ossessivo. Giuro, voi del Gatto Nero siete inquietanti…»
«Oh, Lila. Oggi ho avuto il piacere di conoscere tua madre.»
«Condoglianze.»
«Lila…»
«Donna molto interessante, devo dire» dichiarò Felix, sorridendo: «E, a quanto ho capito, tuo padre è molto favorevole alla mia candidatura come sindaco.»
«A mio padre non piace Bourgeois» mormorò Lila, sbuffando: «Quando sono venuta qui in Francia la prima volta, Bourgeois…beh, non si è fatto proprio ben volere.»
«Bourgeois è parecchio cieco rispetto ai cambiamenti» dichiarò il biondo, annuendo con la testa: «Per questo ho indirizzato la mia campagna elettorale proprio sul mutamento.»
«Sei venuto per parlare di politica?»
«No, Bri. Sono venuto per portare qualcosa a Fu» dichiarò Felix, osservando l’anziano entrare nella stanza con i tre fratelli dietro di sé: «Allora, vecchio mio?»
«Fa è morta» sbottò Fu, attraversando la sala e dirigendosi verso il telefono, pronto a dirne quattro all’ex-Portatrice della Farfalla: «Mandarmi i suoi nipoti per cosa? Per rompermi le scatole? Come se non avessi niente da fare! Ma stavolta mi sente, quella vecchia megera incartapecorita…»
Alex ridacchiò, sentendo Fu continuare a insultare l’anziana amica e si voltò verso i tre uomini, che stazionavano all’ingresso: «Ma sono usciti da Mulan? Dai, sembrano proprio i tre che lei incontra al campo di allenamento…»
«Ho capito male o sono i nipoti di Fa?» domandò Lila, guardando Felix e aspettando una risposta, spostando poi l’attenzione sui tre fratelli: «E concordo con Alex: sono usciti da Mulan questi tre. Anche Fa, se è per questo: sembrava la nonna di Mulan.»
«Sono i nipoti di Fa, sì» assentì il biondo, sospirando: «Sono tre sacerdoti di Nêdong e la cara nonnina li ha spediti qua per aiutare Fu,  solo che hanno avuto qualche problemino all’arrivo ed io li ho trovati che vagabondavano per strada e gli ho dato un lavoro.»
«Gli hai dato un lavoro?» domandò Willhelmina, voltandosi verso Felix e fissandolo sorpresa: «Li hai resi tuoi schiavi, vorrai dire.»
«Hanno un regolare contratto e sono ben pagati, Bri» sbottò l’uomo, guardandola imbronciato: «Ah, si chiamano Bo, Li e De.»
«Bo, Li e De? Mi stai prendendo in giro?»
«Mai stato più serio, Lila.»
«Perché ti dovrebbe prendere in giro?» domandò Alex, sistemandosi gli occhiali e fissando l’amica: «Cosa c’è di strano?»
«Bo. Li. De. Bolide. E’ una parola italiana che significa che qualcosa va velocissimo, del tipo: Ehi, quella macchina è un bolide!»
«Ah.»
«Conoscendo Fa gli avrà dato i nomi a caso» mormorò Willhelmina, riaprendo il testo davanti a lei: «Quasi tutti i suoi nipoti hanno nomi corti e semplici: La, Min, Mu.»
«Ma quanti nipoti ha?»
«Tanti, Lila. Tanti.»

Rafael si sistemò davanti l’obiettivo, inclinando la testa e storcendo le labbra in un mezzo sorriso, cercando di reprimere lo sbuffo all’ennesimo richiamo del fotografo alle tagliatelle di sua madre: «Perfetto! E’ proprio l’espressione che voglio!» dichiarò l’italiano, sdraiandosi per terra e scattando alcune foto con l’angolazione dal basso: «E ora te lo vuoi mangiare quel piatto di tagliatelle!»
Tradotto: fai uno sguardo seducente e ammiccante.
Si stampò in faccia l’espressione che il fotografo voleva, poggiando il gomito contro il ginocchio, e lasciando la mano penzolare nel nulla: a quanto pareva la posizione piacque all’italiano che, in giubilo, scattò una nuova serie di fotografie: «Perfetto! Assolutamente perfetto!» sentenziò l’uomo, dando un’occhiata alle anteprime.
Rafael si alzò, sciogliendosi i muscoli del collo e dirigendosi verso Adrien, che attendeva paziente il suo turno di foto: «Come andiamo, gattaccio?» domandò, prendendo una delle bottigliette d’acqua, che Nathalie aveva messo a loro disposizione e bevendo una lunga sorsata: «La vita da sposato ti piace?»
«Decisamente sì.»
«Non vi abbiamo visto a giro per due giorni, quindi penso che…»
«I due giorni migliori della mia vita.»
«Condoglianze a Plagg, allora.»
«L’hai detta giusta» sbottò il kwami nero, facendo capolino dal giubbotto di Adrien e fissandoli serio: «Quel povero letto...»
«Plagg» ringhiò Adrien, riponendo il cellulare e sospirando: «Sei pregato di…»
«Stare zitto. E lo faccio, solo perché ho un appuntamento con una bella fetta di camambert e non perché me l’hai detto tu.» bofonchiò il kwami, tornando nel suo nascondiglio e facendo ridacchiare il moro.
«Quindi tutto ok, in casa Agreste» dichiarò Rafael, incrociando le braccia: «Allora perché quello sguardo serio? Non mi hai preso in giro per le tagliatelle.»
«Niente di grave.»
«Se vuoi parlarne…»
«Preferisco essere sicuro, prima di mettere in allarme tutto.»
«Queste parole non mi piacciono, significano una sola cosa…»
«Dì Ren. Esatto.»

Capitolo 27 by Echo

Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.309 (Fidipù)
Note: Finalmente torna l'azione in quel di Parigi! Chi dovranno combattere i nostri eroi? I soliti due ladruncoli che si divertono ad assaltare bancomat e banche, oppure qualcosa di più serio? Beh, vi posso rispondere: qualcosa di più serio, finalmente Dì Ren ha fatto la sua prima mossa e ha mandato il suo primo emissario contro i nemici: riusciranno i nostri eroi a batterlo? Oppure rimarranno con un pugno di mosche in mano? Bene, la pianto di tormentarvi e...
Mh. Pensiamo, c'è qualcosa di dire su questo capitolo? Le Grand Paris lo conoscerete sicuramente, essendo l'hotel di proprietà della famiglia Bourgeois, ma non so se sapete che è basato su un hotel veramente esistente, l'Hôtel Plaza Athénéé: un hotel a cinque stelle (e quindi, non propriamente per tutte le tasche, vi dico solo che la camera più 'economica' va sui mille euro a notte), che ha aperto nel 1913 e ha accolto, fra le sue mura, reali, celebrità e politici. Ha quattro ristoranti e in un (il Louis XV) potete assaggiare la cucina di Alain Ducasse, cuoco francese naturalizzato monegasco di fama mondiale (se guardate la versione statunitense di MasterChef, potrete averlo visto come ospite).
E dopo il consuento appuntamento con la vostra guida di Parigi passo, come sempre, ai ringraziamenti di rito: grazie a tutti voi che leggete, commentate, inserite le mie storie nelle vostre liste e me fra gli autori preferiti, mi piacizzate i post su facebook e...
Beh, grazie tantissimo e di tutto cuore!
E ci vediamo mercoledì con il nuovo capitolo de La bella e la bestia (Miraculous Heroes 3, invece, come al solito sarà aggiornato venerdì).

 

 

Adrien lesse velocemente il paragrafo, evidenziando il concetto chiave esposto e sospirando, passandosi una mano fra i capelli biondi e spettinandoli: aveva finito da poco gli esami del primo semestre e già doveva lavorare per quelli del secondo, dato che i professori - sicuramente figli di Routo, come li aveva nominati Plagg - avevano pensato di sobbarcarli di materiale fin dal primo giorno.
Il rumore della chiave nella serratura lo distrasse e sorrise, vedendo la porta di casa aprirsi e Marinette entrare carica di buste: «Ma che...?» Domandò il ragazzo, alzandosi e andando ad aiutarla: «Hai per caso rapinato una panetteria, mon coeur?»
«Papà» sbuffò Marinette, lasciando andare per terra la sua borsa fissandolo ansante e con le guance rese rosse dallo sforzo. Adrien le sorrise, andando a poggiare la borsa che aveva in mano sul tavolo, e poi tornò da lei, aiutandola a districarsi con la sciarpa e il giubbotto: «Ma Adrien sta mangiando, vero?» Bofonchiò la ragazza, imitando il vocione del padre: «E mi ha caricato di brioche, baguette e biscotti»
«Tom è sempre il migliore» sentenziò Adrien, chinandosi e baciandola: «Ma non potevi chiamarmi? O chiamare il gorilla?»
«Un po' complicato con le braccia cariche»
«Sei venuta fin qua...»
Tikki ridacchiò, attirando l'attenzione di Adrien: «Si è trasformata» lo informò, volando poi fino al divano dove Plagg si era spaparanzato e si sistemò di fianco al kwami.
«Ti sei trasformata ma non potevi chiamarmi?»
«Ho scoperto che posso trasformarmi anche con le mani occupate, sai?»
«Sì. Mi è bastato dire le due paroline magiche e...hop! Ero Ladybug»
Adrien scosse il capo, sospirando e seguendo la ragazza fino alla cucina, osservandola iniziare a trafficare con le pentole: «Vuoi che cucini io, così ti riposi?» Le chiese, abbracciandola da dietro e posando il mento contro la spalla.
«Sto aspettando»
«Cosa?»
«Il momento in cui ti trasformerai da principe perfetto a gatto rompiscatole» dichiarò la ragazza, voltandosi nella sua stretta e sorridendo: «Madame Sauvage, che mi è una cliente di mio padre da quando ero piccola, ha detto che suo marito ha smesso di essere perfetto pochi giorni dopo il matrimonio».
«Ma io sono purrfetto, è differente» dichiarò Adrien, strofinandole il naso con il proprio: «E non insultarmi, paragonandomi a un marito comune: sono la tua anima gemella e, quindi, come tu sei perfetta per me, io lo sono per te».
 «Io sono perfetta per te?»
«Sì, mia principessa e signora» dichiarò Adrien, chinandosi e strusciandole le labbra contro l'orecchio: «E direi di spostare questa conversazione in camera per...»
Il campanello dell'appartamento lo bloccò ed entrambi si voltarono verso la porta: «Plagg! Tikki!» esclamò Adrien, osservando i due kwami volare verso una delle altre stanze mentre lui andava ad aprire e sorrise: «É Sarah»  dichiarò, facendosi da parte per far entrare l'amica: «Potete tornare.»
«Mi ha chiesto di andare a vivere assieme» esclamò l'americana, afferrando per la maglietta Adrien e fissandolo sconvolta.
«Ehm...chi?»
«Il tuo amico»
«Sarah, ho parecchi amici adesso. Un conto era quando avevo quattordici anni e c'erano solo...»
«Penso parli di Rafael, Adrien» mormorò Marinette comprensiva, vedendo il marito aprire la bocca in un a O perfetta.
«Hai capito il pennuto!» esclamò il ragazzo, sorridendo e liberandosi dalla presa dell’amica: «E dove sarebbe il problema?»
Sarah osservò Mikko andare dagli altri due kwami e sospirò: «Non lo so» mormorò, scuotendo il capo biondo: «In verità lo so: mia madre. Sarebbe un bel problema spiegarle perché vorrei disdire l’affitto del mio appartamento…»
«E’ a conoscenza dell’esistenza del pennuto, almeno?» domandò Adrien, incrociando le braccia e osservando l’amica sorridente: «Oppure il nostro amico dalla coda che s’innalza…» si fermò, storcendo le labbra e ridacchiando fra sé: «Questa gliela devo dire, appena ne ho l’occasione.»
«Adrien…»
«Oh! Andiamo! Pensa alla situazione, Marinette: siamo trasformati, buttò lì la sua mancanza di coda che s’innalza e lascio poi fare a Volpina.»
«Sei tremendo.»
«E mi ami anche per questo, no?» dichiarò il biondo, facendole l’occhiolino: «Per tornare al tema principale: tua madre è a conoscenza di questo pavone che ti fa la ruota?»
«Adrien! Basta!»
«Che ho detto? Era un semplice riferimento all’animale del Miraculous di Rafael, tutto qui.»
Sarah sorrise, scuotendo il capo: «Sa che c’è un ragazzo, ma non che questo è così importante per me» spiegò l’americana: «Sinceramente volevo evitare che facesse i bagagli e venisse con me qui a Parigi.»
«E quindi?»
«Non sono venuta a chiedere consiglio a te, Adrien, ma a Marinette.»
«Ehi, ti può far comodo una visione maschile della situazione.»
«Maschile?»
«Marinette può testimoniare, sono…»
«Adrien!»
«…molto dotato…»
«Questo non volevo saperlo.» sospirò Sarah, alzando gli occhi al cielo e osservando l’amica, con il volto completamente rosso: «Marinette?»
«Cosa? Non lo ammazzo solo perché non voglio diventare vedova così presto!» sospirò la ragazza, avvicinandosi e fissando male il marito: «Tutto ciò che posso dirti, anche se penso che dovresti sentire anche Lila, è di seguire il tuo cuore: se senti che vuoi andare a vivere con lui, vai. Altrimenti rimanete così: conoscendo Rafael non ti ha fatto nessuna pressione, giusto?»
«L’ha solo buttata lì come idea, dicendo che secondo lui sarebbe ottima.»
«Visto?»
L’americana annuì, sospirando: «Seguire il cuore, eh?» domandò, facendo vagare lo sguardo dalla ragazza all’altro.
«Non guardare me. Io sono stata incastrata: un bel faccino, un carattere adorabile e poi mi sono ritrovata legata a questo gatto perennemente in calore.»
«Non mi sembra che ti lamenti, my lady. E devo aggiungere che oltre al mio bel faccino, tu apprezzi anche il mio fisico: si sa che salvare il mondo è un ottimo allenamento, vero?» dichiarò il ragazzo, facendole l’occhiolino: «E poi adori quando ti prendo in giro o faccio battute. Solamente non vuoi darmi soddisfazione, a parte quando…»
Marinette gli posò entrambe le mani sulla bocca, sorridendo imbarazzata a Sarah: «Rafael è come lui. Pensaci bene.» dichiarò, ricevendo in cambio un’occhiataccia dal biondo: «Sì, mon chatton?» domandò innocentemente, togliendo le mani e sorridendogli.
«Mon chatton…» la imitò lui, storcendo la bocca e voltandosi verso l’americana: «Vuoi rimanere a cena da noi?»
«No, grazie. Mikko ha trovato un nuovo drama da vedere…»
«Cosa?»
«Ah. Grazie Sarah, per averla contagiata» sbottò Adrien, alzando gli occhi al cielo: «L’altro giorno mi ha costretto a farle da cuscino mentre ne guardava uno e a un certo punto è partita a piangere…»
«A me succede a ogni drama che vedo» dichiarò la ragazza, sorridendo: «Sono così belli e alcuni così meravigliosamente tristi che anche se stai male e piangi, sai che è un dolore sano.»
«Dolore sano?» domandò divertito il ragazzo, chinando la testa e poggiandola contro la spalla della moglie: «Chi vi capisce è bravo.» sospirò, baciando il collo di Marinette e dirigendosi verso il divano, iniziando a pungolare Plagg.
«Scusa, se sono piombata così…»
«Nessun problema. Ti capisco benissimo.» dichiarò Marinette, guardando l’amica: «Scusami per…beh, Adrien.»
«Sappiamo com’è, no?»
«Giusto.» mormorò Marinette, voltandosi a osservare il marito mentre sogghignava e Plagg agitava furente le zampette: «Sicura che…»
La suoneria congiunta di tre cellulari la fermò dal dire altro e scambiò un’occhiata con Sarah e Adrien: «Le cose sono due: o è finito il periodo di pace o Alex ha ribeccato quei due ladruncoli.» sentenziò Adrien, prendendo il suo cellulare e rispondendo alla chiamata, mettendo il vivavoce: «Alex?»
«In persona, amico.» sentenziò la voce allegra del ragazzo: «Attendo che tutti si collegano e…»
«Marinette e Sarah sono con me.»
«Oh. Ottimo.» dichiarò Alex, accompagnato dal rumore dei tasti: «Ok. Lila, Wei, Rafael, Thomas e Xiang. Ci siete tutti.»
«Sentiamo, nerd dei miei stivali di pelle italiana, cos’abbiamo oggi? Un’altra banca?»
«A quanto pare ci sono dei problemi al Le Grand Paris» spiegò l’americano, sospirando nel microfono: «Il tenente Raincomprix ha chiesto un quantitativo ingente di uomini sul posto e l’ha fatto solo quando Coeur Noir o Maus attaccavano.»
«Le Grand Paris…» mormorò Xiang: «Felix doveva andare lì oggi, aveva una specie di dibattito amichevole con l’altro candidato, Bourqualcosa.»
«Bourgeois.» la corresse Adrien, inspirando profondamente e scambiandosi un’occhiata con le due ragazze al suo fianco: «Trasformiamoci e troviamoci tutti lì, ok?»
«Da quando sei tu il boss, gattaccio?»
«Da quando l’ho sposata, ovvio.»
«Ah. Giusto.»
«Ci vediamo davanti l’albergo.» dichiarò Adrien, facendo l’occhiolino a Marinette: «Ah, Xiang. E’ gradita una maschera per celare l’identità.»
«Nessun problema.» esclamò Thomas, intromettendosi nella comunicazione: «Abbiamo risolto la situazione.»
«E quando un bambino dice che ha risolto la situazione…»
«Ehi, ho tredici anni.»
«Ci vediamo lì, truppa.»
«Truppa? Da quando siamo una truppa?»
«A dopo, volpe.» sentenziò Adrien, chiudendo la chiamata e sorridendo alle due ragazze con lui: «Direi che è ora di trasformarci, che ne dite?»
Sarah si chinò verso Marinette, fissando il biondo davanti loro: «Ma gli hai veramente lasciato il comando?»
«Veramente no.»
«Plagg! Trasformarmi!»


Felix tamburellò le dita sul bracciolo della poltrona, osservando con la coda dell’occhio la giornalista e il suo rivale politico: Nadja Chamack doveva essere abituata perché era immobile con lo sguardo puntato sulla donna, mentre André Bourgeois…
Beh, se si fosse portato nuovamente le dita al colletto della camicia avrebbe urlato.
Spostò l’attenzione sulla donna che, tranquilla, camminava per la grande sala dell’albergo, ancheggiando e sorridendo ai suoi poveri ostaggi: aveva lunghi capelli scuri, legati in una coda e il volto era in parte coperto da una rosa nera e in parte da una maschera rossa come il sangue.
Gli stessi colori degli abiti dalla fattura orientale.
Dì Ren aveva fatto la sua mossa a quanto pareva e aveva mandato quella bellezza come primo emissario.
Rimase impassibile, mentre la donna si fermò davanti lui e inclinò il capo, studiandolo con l’unica iride visibile, di profondo color rosso cremisi: «Sei tranquillo» commentò, chinandosi in avanti e dandogli una bella visuale della profonda scollatura della casacca; Felix sorrise, tenendo lo sguardo in quella della nemica e osservandola rialzarsi: «Fin troppo.»
«Sono stato nell’esercito…» commentò il biondo, accavallando le gambe e sistemandosi i polsini della camicia: «Una tipa come te non può farmi paura.»
«Ah no?» domandò la donna, toccandosi il ciondolo rosso che portava al collo e azionandolo, facendo materializzare un arco e frecce nella mano libera: «Il mio signore ha detto che conquistare questa città non sarà facile, ma non impossibile.» dichiarò, spostando l’attenzione su tutta la sala: «Ed io, Yi, sono qui per suo volere. Chinatevi al mio signore e sarete salvati.»
«Chinarsi? Tesoro mio, dovresti sapere che Parigi ha degli eroi pronti a tutto per difendere la città e i suoi abitanti.»
«Gli eroi di Parigi non saranno un problema.» dichiarò la donna, sorridendo lasciva: «Perché…»
Un boato e poi una pioggia di vetri bloccarono Yi dal continuare il soliloquio, Felix scattò verso la giornalista e, dato un calcio al tavolino basso, lo usò come riparo per sé e la donna: «Coeur Noir, ti ho detto e ridetto, che Marshmallow non va bene!» la voce di Chat Noir riecheggiò per la stanza e Felix sorrise: la cavalleria era arrivata.
«Perché non va bene?» domandò Coeur Noir, voltandosi verso il gigante di ghiaccio e sorridendo: «Il mio piccolino ha fatto il suo dovere e ci ha fatti entrare, no?» tubò, ricevendo un gorgoglio soddisfatto dal bestione: «E in quanto a te, tesoro, lo stile gatta morta è passato.» continuò, volgendosi verso la nemica che, impugnato l’arco, tendeva la corda e osservandoli uno per uno.
«A me piace il suo stile» commentò Peacock, incrociando le braccia e osservando la donna: «Casacca stretta e con una profonda scollatura, gonna con spacco strategico e profondo…direi che abbiamo fatto il salto di qualità da quando combattevamo i guerrieri neri o gli scagnozzi di Maus.»
«Sono d’accordo con il pennuto.»
«Ehi, scemo e più scemo» Volpina li affiancò, sorridendo angelicamente e indicandoli uno per volta: «Le vostre donne sono dietro di voi»
«My lady! Mai pensato di vestirti così?» esclamò Chat, sorridendo innocentemente: «Penso che…»
«Non ti lego con il mio yo-yo solo perché dobbiamo combattere» sentenziò la coccinella, mettendo mano alla sua arma e ignorandolo, spostando tutta la sua attenzione sulla donna dall’altra parte della stanza, che li teneva sotto mira con il suo arco.
«Idiota.»
«Ti senti così superiore da commentare, Peacock?»
«Bee, tu sei l’unica donna della mia vita.»
«Certo» commentò l’eroina in giallo, fissandolo male e caricando i bracciali, prendendo poi la mira verso la loro nemica.
«Ha un’aria familiare» commentò Coeur Noir, battendosi le dita sulle labbra tinte di nero e ignorando le due coppiette: «Solo non mi ricordo dove l’ho vista.»
«Anche a me capitava, tanti anni fa, quando incontravo Ladybug…» mormorò Chat, sospirando: «Ehi, panterona! Piccola domanda: sei una nemica?»
«Ci sta puntando una freccia contro, io direi che è nemica» sbottò Volpina, muovendo zittita il proprio flauto e scuotendo il capo: «Panterona, poi.»
«Mi sembrava adatto come nomignolo» bofonchiò Chat, alzando le spalle: «Come dovrei chiamarla? Tizia con un fiore davanti l’occhio? Panterona rende meglio l’idea.»
«Bello, mi piace Panterona» commentò Alex, negli auricolari di tutti: «Dì Ren, Panterona. Il prossimo pretendo di chiamarlo Topo Gigio. Ci state? Comunque non stiamo facendo bella figura…»
«Parigi ci è abituata.»
«No, con Xiang.» dichiarò l’americano, sorridendo: «Ehi, Jian. Tutto ok? Ci sei ancora o l’akumatizzazione ti ha fatto impazzire?»
«Sono qui.» commentò la ragazza, portandosi una mano all’auricolare, che Alex le aveva fornito, e portandosi una mano al petto, afferrando la stoffa bianca del suo vestito da akumatizzata: un qipao bianco, con ghirigori argentati, composto da casacca e pantaloni, stretto in vita da una fascia oro e una maschera che riprendeva il disegno del vestito: «Ma fate sempre così?»
«Di solito siamo più tranquilli» commentò Tortoise al suo fianco: «Ma era un po’ che non combattevano contro qualcuno come quella là»
«Non abbiamo mai combattuto contro una Panterona.»
«Chat! Smettila!»
«Sì, my lady.»
«Gli eroi di Parigi…» mormorò la donna, sorridendo divertita: «Non siete nient’altro che un gruppetto di ragazzini, che verranno schiacciati dalla potenza del mio signore.»
«Beh, tesorino. Dobbiamo vedere se il tuo signore ce la farà» sentenziò Peacock, mettendo mano ai ventagli e aprendoli, sorridendo divertito: «Boss, il piano?»
«Jian, che dobbiamo fare?»
«Combatterla.» sentenziò la cinese, fissando l’altra e posando la mano destra sull’elsa della spada al suo fianco: «Sicuramente è posseduta da Dì Ren: le avrà infuso il Quantum attraverso il gioiello, trasformandola e soggiogandola.»
«Ok. E c’è un modo per farla tornare alla normalità?»
«Prosciugare il Quantum che ha nel corpo.»
«E come facciamo?»
«Non lo so, Ladybug.» mormorò Jian, scuotendo il capo: «Intanto dovremmo metterla alle strette, in modo che non faccia male agli innocenti.»
«E il vostro Mogui aggiunge alle cose da fare: scoprire un modo per prosciugare il Quantum da un posseduto. Fantastico. Poi? Devo trovare anche una cura a tutti i mali nel mondo?»
«Se puoi.» commentò Ladybug, inspirando profondamente e annuendo: «Ok. Mettiamola alle strette per ora: Peacock, se puoi vedere una soluzione sarebbe fantastico; Hawkmoth tu pensa a proteggerlo» ordinò, osservando i due annuire e arretrare di qualche passo: «Bee, sfere di energia a volontà e Volpina vediamo fin dove possiamo spingerla con il tuo fuoco fatuo.»
«Ok, LB.»
«Jian, Chat: il corpo a corpo è vostro.»
«Spada contro arco. Chi vincerà?» domandò divertito il felino, ridendo: «Ci pensiamo noi, my lady.»
«Coeur Noir, tu…» Ladybug si voltò, osservando il gigante di ghiaccio fuori dal palazzo e sorridendo: «Usa Marshmallow per portare fuori tutti quanti e, Tortoise, puoi aiutarla?»
«Certamente, Ladybug.»
La coccinella sorrise, osservando tutti assumere il ruolo che avevano avuto: Chat sfoderò il suo bastone e, dopo aver avuto un cenno di assenso da parte di Jian, corse verso la donna, evitando la freccia che gli scagliò; Bee la colpì con una sfera di energia, facendo deviare il secondo dardo lontano da Jian e Volpina, invocando il proprio potere, creò un cerchio di fiamme attorno ai piedi della nemica.
Jian e Chat Noir affondarono le proprie armi nello stesso momento, ma l’altra bloccò entrambi i colpi con l’arco, iniziando a duellare ed evitare gli assalti dei due e le sfere di energie di Bee.
Ladybug si voltò, osservando Hawkmoth in posizione di difesa davanti a Peacock e, quest’ultimo aprire le palpebre, scuotendo il capo: «Qualcosa riguardo ai Miraculous…» dichiarò, sospirando: «Ma non ho capito cosa.»
«Fantastico.» sbuffò la ragazza, prendendosi il setto nasale e voltandosi, notando Felix vicino a Coeur Noir e André Bourgeois uscire dal palazzo: «E se provassi con il Lucky Charm?» domandò, guardando Peacock e vedendolo annuire.
Ladybug inspirò, prendendo lo yo-yo e lanciandolo verso l’alto, osservando la magia del Miraculous entrare in azione e far apparire il Lucky Charm, che cadde fra le sue mani: «Un paio di occhiali?» domandò l’eroina, prendendoli per una stanghetta e fissandoli interessata.
Era una montatura che lasciava le lenti completamente libere e queste avevano la forma lievemente quadrata.
«Forse è miope?» buttò lì Peacock, osservando anche lui il Lucky Charm.
«My lady! Sta venendo verso di te!»  esclamò Chat, facendo voltare Ladybug in direzione della donna che, saltando fuori dal cerchio di fiamme, era atterrata vicino a lei e fissava con mal celato odio il Lucky Charm.
«Quello...» mormorò, passandosi la lingua sulle labbra e fissando ansante la ragazza davanti a lei: «Dammelo! E’ mio!»
«Io…»
«Dammelo!» tuonò la donna, abbandonando la propria arma e portandosi le mani alla testa, urlando di dolore: «E’ mio! Mio!»
«Che faccio?» domandò Ladybug, voltandosi verso gli altri e vedendoli tutti fermi, mentre fissavano la donna: «Che faccio?»
La nemica poggiò i palmi per terra, respirando pesantemente e un cerchio nero si materializzò sotto di lei, iniziando a inglobare la donna: «No!» esclamò Jian, lanciandosi in avanti e osservando la nemica venire completamente inglobata: «No!»
«Jian» Peacock balzò in avanti, impedendo alla neo-compagna di venir presa a sua volta e, solo quando la nemica fu completamente sparita, la lasciò andare: «Che pensavi di fare?»
«Dì Ren l’ha riportata a sé.»
«Sì, lo sospettavo» sbottò il pavone, passandosi una mano fra i capelli e sospirando: «Questo però non significa che puoi buttarti a capofitto anche tu. Sai cosa ti avrebbe aspettato? No. E Mogui si sarebbe preoccupato, noi ci saremmo preoccupati» dichiarò l’eroe, fissandola male: «Pensa prima di agire.»
«Io…»
«Quella donna ha reagito al Lucky Charm» mormorò Ladybug, guardando gli occhiali che aveva in mano: «Perdonatemi, speravo di poter fare qualcosa di più…»
«Tranquilla, LB. Siamo una squadra, no?» dichiarò Volpina, sorridendole e portandosi una mano all’orecchio, azionando l’auricolare: «E ciò significa che qualcuno dovrà studiare un modo per farci combattere contro quella donna, in modo da liberarla per sempre dalla presa del cattivone. Giusto, Mogui?»
«Giustissimo, Volpina. Tanto non ho niente da fare: non ho nessunissima lezione da seguire, ricerca sul Quantum da fare…» l’americano si fermò, sospirando: «Niente di niente.»
«Non vi sembrava che si comportasse come Mogui?» buttò lì Bee, osservando interessata anche lei l’oggetto fra le mani di Ladybug: «Mogui non poteva vedere il suo riflesso e quella tipa sembrava volersi sbarazzare di quegli occhiali. Magari sono un collegamento con la sua identità? Che, faccio notare, non sappiamo.»
«Oh. Fantastico. Un altro nemico con problemi gestionali» sbuffò Peacock, indicando Bee: «Però hai detto bene, magari è collegato a qualcosa nella sua vita reale e se noi…»
«E se voi non vi muovete, a breve mostrerete a tutti la vostra vera identità» s’intromise Felix, fissandoli: «A parte Tortoise i vostri Miraculous stanno facendo il conto alla rovescia. E fra le altre cose, la tipa ha detto di chiamarsi Yi.»
«Com’è che non mi meraviglio che tu sappia il suo nome?»
«Sinceramente, Coeur, non ho potuto approfondire più tanto la conoscenza, perché siete arrivati voi» dichiarò Felix, voltandosi verso di lei e facendole l’occhiolino: «Inoltre preferisco il look total black, devo dire.»
Coeur Noir gli fece una smorfia in cambio, mentre Ladybug lanciò per aria il Lucky Charm e tutto ritornava al proprio posto, sotto l’influsso della magia della creazione: «Il nemico ha fatto la prima mossa e ci ha trovato impreparati…» mormorò, fissando il resto del gruppo: «Ma non succederà una seconda volta. Non lo permetteremo.»

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