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Miraculous Heroes 3

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Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.724 (Fidipù)
Note: Salve salvino! Or dunque, eccoci con il consueto secondo aggiornamento settimanale di Miraculous Heroes 3 e...che dire? Fin da quando l'ho ideata, sapevo che questa parte sarebbe stata la più lunga della trilogia: un po' perché dovevo introdurre nuovi personaggi, un po' perché c'era da tirare le fila di tutto ciò che avevo lasciato in sospeso nei precedenti capitoli e quindi avevo messo in conto che mi ci sarebbero voluto così tanti capitoli per presentarvi una storia degna (unito al fatto che non voglio appesantirvi più di tanto la lettura e quindi tendo a fare capitoli con pochi cambi di scena e media lunghezza). Tutto questo per dirvi che ho superato i 10 capitoli e si può dire che siamo ancora al prologo della storia vera e propria...
Ma bando alle ciance e ciancio alle bande, passo subito ai ringraziamenti di rito per lasciarvi poi al capitolo: grazie a tutti voi che leggete, commentate, inserite le mie storie nelle vostre liste e me fra gli autori preferiti!
Grazie di tutto cuore!!!

 

 

Alex sbadigliò, dando un’occhiata svogliata alle persone intorno e passandosi poi la mano sul volto, quasi a togliersi gli ultimi residui del sonno: doveva smetterla di stare alzato fino a tardi, soprattutto quando la mattina successiva doveva alzarsi presto per andare a fare l’esame di Matematica I.
Sbuffò, allungando il collo e sperando di vedere il bus all’orizzonte, ma senza risultato: a quanto pareva quella mattina gli autisti di Parigi se la prendevano comoda; tirò fuori il proprio cellulare, iniziando ad armeggiare con l’ultima nata fra le sue app: quando Willie gli aveva proposto di lavorare con lei – o per lei, ancora non era stato messo in chiaro questo punto – aveva provato a mettere a punto qualche applicazione che aiutasse un certo gruppi di eroi nel loro lavoro.
Certo, c’era quella sua carinissima app che hackerava il sistema di comunicazioni delle forze dell’ordine, ma sperava di fare qualcosa di più.
Quando poi era stata tirato in ballo la storia del Quantum, aveva iniziato a lavorare su un progetto che permettesse di rivelare quell’energia: i kwami erano convinti che fosse andata esaurita completamente, ma lui era di tutt’altro avviso.
Possibile che un’energia come quella, che permeava il mondo, si fosse esaurita senza riportare danni all’ecosistema?
Sì, ok. C’era stata la distruzione di due nazioni e relativo inabissamento di un continente ma veramente era tutto lì? Veramente il succhiare al massimo la vena di Quantum aveva portato solo a quello? Oppure da qualche parte ce n’era un’altra che pompava quest’energia per tutto il pianeta?
Aveva iniziato a leggere le ricerche di Maus, cercando di capire qualcosa ma anche lo scienziato aveva appurato che il Quantum era finito.
Vena seccata.
Caput.
Eppure ad Alex non tornava ciò e, per questo, aveva creato un’app che rilevasse le vene di Quantum ma mancava qualcosa: prima di ogni cosa uno scanner che gli permettesse di vedere più di quanto una semplice fotocamera potesse fare.
Impossibile? No, se ci si appoggiava a certi satelliti in orbita.
Illegale? Beh, se lo faceva senza le giuste autorizzazioni sì.
Sbuffò, alzando la testa e notando il bus arrivare finalmente; si sistemò dietro una signora anziana e attese con pazienza di salire sul mezzo: aveva preso tutto? Perché certe cose non gli venivano in mente quando era ancora a casa?
Il cellulare l’aveva.
Il portafogli uguale.
Penne, fogli e calcolatrice ultrascientifica? Sì, li aveva messi nello zaino la sera prima.
Ok, era pronto. Assolutamente pronto.
L’autobus ripartì e Alex dovette fare appello a tutto il suo equilibrio per non cadere e fare una figura non certamente carina con tutti quegli avventurieri della mattina; scivolò verso il fondo del mezzo e riprese in mano il cellulare: ok, l’app che rilevava il Quantum ancora non funzionava – doveva solo comprendere come poter usare alcuni satelliti senza ritrovarsi alla porta poliziotti o quant’altro – però quella per la caccia ai criminali faceva il suo dovere senza problemi.
Si mise gli auricolari, ascoltando alcune trasmissioni della polizia e cercando di captare qualcosa: incidenti strani, movimenti sospetti di persone sospette, gente akumatizzata da Thomas per sbaglio…
Il bus si fermò bruscamente e qualcosa cadde addosso ad Alex: l’americano si aggrappò a uno dei tanti pali del bus, impedendo a sé stesso di  rovinare a terra e a chiunque gli fosse piombato addosso: «Scusami!» esclamò una voce femminile, con un accento particolare mentre il ragazzo osservava due occhi scuri posarsi su di sé: «Non mi ero accorta che si era fermato.»
Capelli lunghi mori, occhi neri come il carbone dal taglio tipico degli orientali, quella particolare tonalità che le colorava la pelle: «Perfetta…» mormorò, mentre la ragazza inclinava la testa e piegava le labbra in un sorriso dolce: «Cioè, volevo dire: tranquilla. No problem. Tutto ok.»
«Scusami davvero.» ripeté la ragazza, chinando la testa: «Non mi sono ancora abituata a questi cosi.»
«Sei arrivata da poco a Parigi?» E da dove vieni, oh dea perfetta, che non conosci la sadica guida degli autisti di bus?
«Possiamo dire di sì.»
«Io mi chiamo Alex. Posso sapere il nome di chi mi è venuta addosso?»
«Xiang.»


Rafael poggiò la cassa che teneva in mano, voltandosi verso la ragazza appena entrata nel locale: «Siamo chiusi.» dichiarò, iniziando a togliere le bottiglie e posarle sul bancone: «Anche per te, Lila.»
«Lo fate il caffè da queste parti?»
«Lila puoi avere pietà di me?» sbottò Rafael, voltandosi verso l’amica e osservandola: «Che vuoi?»
«Che modi.» dichiarò l’italiana incrociando le braccia e studiandolo: «Sai, prima che ti accasassi, eri più gentile con tutto il genere femminile. Non con Sarah e basta.»
«Sei gelosa, tesorino?»
«Non hai idea, guarda.»
«Che vuoi, Lila?»
«Come va con Sarah?»
«Sei venuta fin qua a chiedermi di questo?»
«Tu e micetto non mi rispondete mai al telefono.» sbottò Lila, sedendosi al bancone e osservando il ragazzo: «Quindi ho pensato di farti una bella sorpresa e venire a trovarti.»
«Yuuh!»
«Ce l’avete il caffè da queste parti?»
«Rafael, con chi stai parlando?» domandò Alain, comparendo dal retro del locale e sorridendo alla vista della ragazza: «Lila! Quanto tempo!»
«Ciao, Alain. Come va? E Monique come sta?»
«Tu come fai a sapere di Monique?»
«Perché a differenza di un certo piumino, quando vengo qui, Alain mi informa della sua vita: so di Monique, dei gemelli…»
«Piumino…» l’uomo sorrise, scuotendo la testa: «Un giorno capirò questi soprannomi che vi siete dati: piumino è Rafael, vero? Poi c’è Adrien che chiamate gattaccio o…»
«Micetto.» concluse per lui Lila, sorridendo: «Poi ci sono io che sono volpe. Siamo solo noi tre con un soprannome, vero?»
«Sarah la chiamo apetta.»
«Oh. Che carino.»
«Perché mi sento preso in giro?»
«Non lo stavo facendo.» bofonchiò l’italiana, prendendo il volto fra le mani e fissando l’altro: «E’ veramente romantico che tu dia un soprannome a Sarah. Anche Adrien lo fa con Marinette: my lady, principessa, coccinellina…» si fermò, elencando quelli più usati dal biondo: «Mentre Wei mi chiama Lila.»
«Problemi in paradiso?» domandò Rafael, poggiandosi al bancone e sorridendo all’amica: «Ecco perché sei qui.»
«No, nessun problema. Ho semplicemente incontrato mia madre a colazione.»
«Ho il sospetto che non sia andata bene.»
«Che piumino intelligente.» bofonchiò Lila, osservando Rafael girarsi e iniziare ad armeggiare con la macchina del caffè: «Ho passato l’ultima mezzora a sentirmi dire se Wei è la scelta giusta per me, anche se penso che significi quanto poco contribuirebbe alla carriera di mio padre…» si fermò, scuotendo il capo: «Wei è la persona più meravigliosa che io conosca e sono certa che mi ascolterebbe, ma non voglio fargli sapere quanto i miei genitori lo reputino non all’altezza.»
«Tua madre è…» iniziò Rafael, scuotendo il capo: «Ok, meglio che non lo dica. E’ sempre la madre di una mia amica.»
«Meretrice? Cortigiana? Donna di facili costumi?»
«Ed ecco a voi, Lila Rossi, che come sempre da sfoggio della sua grande conoscenza della lingua, senza cadere in insulti volgari.» sentenziò Rafael, allargando le braccia: «Comunque tua madre non conosce Wei, altrimenti non direbbe quello.» sentenziò il moro, mettendo davanti alla ragazza il suo caffè: «Come si può parlare male di Wei? E’ un santo vivente quel ragazzo!»
«Fidati. Mia madre lo farebbe anche se lo conoscesse.» dichiarò Lila, portandosi la tazza e bevendone un piccolo sorso, storcendo poi la bocca in una smorfia: «Rafael, il tuo caffè fa schifo.»
«Bevilo e non rompere.»


Xiang osservò il ragazzo scendere dall’autobus e fermarsi sul marciapiede, lo sguardo rivolto verso il bus quasi a cercarla: durante il tragitto Alex aveva parlato un po’ di tutto e lei era rimasta ad ascoltarlo, inventandosi di tanto in tanto qualcosa su di sé.
Era una studentessa cinese che aveva fatto uno scambio culturale.
Sì, conosceva quel videogioco. Ci aveva fatto qualche partita.
Ah, anche a lei piaceva quel gruppo musicale.
I Portatori non le avrebbero mai dato di loro volontà i Miraculous, era certa di ciò, per questo aveva pensato a un piccolo incentivo, prendendo in ostaggio qualcuno a loro caro: inizialmente la sua scelta era ricaduta sul giovane Portatore appena giunto, ma sarebbe stato complicato poiché viveva con una famiglia ed era difficile trovarlo da solo.
Gli ex-Portatori? Non erano indifesi come volevano farsi passare, inoltre Felix avrebbe dato di matto se avesse saputo che aveva rapito la sua adorata.
La sua scelta era ricaduta inesorabilmente sul giovane umano che li aiutava: era l’unico che poteva prendere e con il quale poteva ricattare i Portatori.
Non aveva fatto i conti su quanto il giovane, in quella manciata di minuti, aveva fatto presa su di lei, però: «Scusami.» mormorò, osservando lo sguardo di Alex che la cercava ancora: «Mi sarebbe piaciuto conoscerti meglio, se io fossi stata diversa.»


Adrien si buttò sul suo letto, sospirando pesantemente e sentendo il letto sobbalzare poco dopo, si voltò e sorrise: «Stanca, my lady?» domandò alla ragazza che, in maniera opposta a lui, si era lasciata andare sulla superficie morbida.
«Tu non potevi avvisarmi un po’ prima delle tue idee?» domandò di rimando Marinette, girandosi e incontrando lo sguardo verde del ragazzo: «Oggi ho consegnato il progetto, poi sono andata…» la ragazza chiuse gli occhi, portandosi le mani al volto: «Ci sono troppe cose da fare. Troppe.»
«Calmati, principessa.»
«Pensi davvero che funziona dirmi così?»
«Uno ci prova.» sentenziò Adrien, alzandosi e stirandosi i muscoli delle braccia: «Comunque la casa è nostra. Almeno quella è fatta.» dichiarò, sorridendo: «Sono andato all’agenzia e il magico potere dei soldi ha fatto il resto.»
«E i mobili? E i contratti da fare? E…»
«Tu proprio non sai cosa vuol dire calmarsi, vero?» le domandò Adrien, avvicinandosi e allungandole le mani, issandola su: «Un passo per volta, ok? Oggi sono andato a sentire che documenti servono e...» si fermò, chinandosi a baciare il naso della ragazza: «Servono una quarantina di giorni di tempo. Ce la  facciamo a organizzare tutto in tempo?»
«No.»
«Marinette.»
«Davvero, Adrien. C’è tanto da fare…»
«Chi invitare. Gli inviti. Dove fare la cerimonia.» Tikki uscì dalla borsetta della ragazza, iniziando a volare per la stanza e ragionare fra sé: «Civile o religiosa?» domandò, voltandosi verso i due e fissandoli con gli occhi sgranati: «A seconda di cosa decidete bisogna trovare il posto adatto.»
«Ma si è mangiata una di quelle riviste per spose isteriche?» domandò Plagg, osservando attonito la kwami: «E’ impazzita del tutto.»
«Ha voluto la raccolta di mamma e se l’è letta quasi tutta.»
«Tua madre ha una raccolta di riviste da spose isteriche?»
«Anche la mamma di Adrien ce l’ha, Plagg.»
«Qualcuno può fermare Tikki?» domandò il biondo, sempre con lo sguardo rivolto alla kwami: «Mi sta facendo salire l’ansia.»
Marinette annuì, avvicinandosi alla piccola kwami e prendendola fra le mani: «Tikki…» mormorò, tenendo le mani a coppa attorno allo spiritello e tornando da Adrien e Plagg: «Calmati, per favore.»
«Ma…»
«Non è che possiamo aiutare molto, Tikki. Siamo kwami. Cosa vuoi che facciamo? Che santifichiamo la loro unione nel nome dei Sette Dei?» sbottò Plagg, incrociando le zampette e scuotendo la testa: «Calmati, ok?»
«Sai sempre come rovinare tutto!» scoppiò la kwami rossa, volando via e adagiandosi nei pressi della televisione, sotto lo sguardo attonito di Adrien e Marinette: era raro che i loro kwami litigassero. Che si prendessero a frecciatine era il consueto, ma non quello.
«Le passerà.» sentenziò Plagg, voltandosi anche lui verso la compagna: «Le passa sempre.»
«Cosa significa quello che hai detto, Plagg?» domandò Marinette, accomodandosi sul letto e osservando il kwami nero: «Quello dei Sette Dei, intendo.»
«Beh, i matrimoni a Daitya invocavano la benedizione degli dei del clan di appartenenza.» spiegò Plagg, mentre Adrien si accomodava vicino a Marinette e ascoltava attento la spiegazione: «Se i due sposi appartenevano a clan diversi, invocavano la benedizione di entrambi gli dei. Adesso come adesso, tutto ciò che possiamo fare Tikki ed io è benedire la vostra unione, essendo voi la Portatrice del Miraculous della Coccinella e il Portatore del Miraculous del Gatto Nero.»
«Ma sarebbe solo come la benedizione che da un genitore.» continuò Tikki, avvicinandosi titubante: «Non è una vera e propria unione. Per un matrimonio, oltre alla benedizione degli dei, serviva anche un Gran Sacerdote.»
«E poi bisognava dire le frasi di rito.» aggiunse Plagg, tossendo per schiarirsi la voce: « Qui e ora. Sotto questa luna, che mi è testimone, io mi dichiaro tuo marito e tuo compagno. La mia casa sarà la tua casa, il mio letto sarà il tuo letto. Offrendoti onore, fedeltà e rispetto, io ti sposo.»
«Perché la luna?» domandò Adrien, aggrottando lo sguardo: «E dovevate solo ripetere ciò?»
«I matrimoni a Daitya si svolgevano la sera, sotto la luce lunare.» spiegò il felino, scuotendo il capo: «Non chiedermi il perché, non lo so. E dovevi ripetere la frase di rito, tenendo le mani della tua sposa. Era più complicato, perché c’era un nastro rosso, una coppa di vino…»
Adrien annuì, prendendo le mani della ragazza e, dopo essersi schiarito la voce, ripeté le parole di Plagg: «Qui e ora. Sotto questa luna, che mi è testimone…»
«Che non c’è.»
«Io mi dichiaro tuo marito e tuo compagno. La mia casa…»
«Che non hai ancora.»
«Plagg, vuoi stare zitto?» sbottò Adrien, voltandosi verso il kwami e fissandolo male: «Fantastico. Non mi ricordo più niente.»
Tikki ridacchiò, notando come la sua Portatrice era rimasta in silenzio e le guance erano diventate di un tenue rosso: «Ripeti dopo di me, Adrien. Qui e ora…
«Qui e ora…»
«Sotto questa luna che mi è testimone…»
«Sotto questa luna che mi è testimone…»
«Io mi dichiaro tuo marito e tuo compagno.»
«Io mi dichiaro tuo marito e tuo compagno.»
«La mia casa sarà la tua casa.»
«La mia casa sarà la tua casa.»
«Il mio letto sarà il tuo letto.»
«Il mio letto sarà il tuo letto.»
«Offrendoti onore, fedeltà e rispetto, io ti sposo.»
«Offrendoti onore, fedeltà e rispetto, io ti sposo.» concluse Adrien, portandosi le nocche di Marinette alle labbra: «Tocca a te, principessa.»
«Eh? Cosa?»
Plagg rise, posandosi sulla spalla della ragazza: «E’ il tuo turno, Marinette. Dai, ti aiuto io. Qui e ora.»
«Q-qui e ora.»
«Sotto questa luna che mi è testimone, io mi dichiaro tua moglie e tua compagna.»
«Piano! Allora…sotto questa luna che mi è testimone, io m-mi d-dichiaro tua mo-moglie e tua co-compagna.»
«La tua casa sarà la mia casa, il tuo letto sarà il mio letto.»
«Vuoi andare piano, Plagg?» sbottò Marinette, inspirando profondamente e socchiudendo gli occhi: «La tua casa sarà la mia casa, il tuo letto sarà il mio letto.»
«Offrendoti devozione, fedeltà e rispetto, io ti sposo.»
«Offrendoti devozione, fedeltà e rispetto, io ti sposo.» concluse Marinette, aprendo le palpebre e abbozzando un sorriso, imitando poi Adrien e portandosi le sue mani alle labbra.
Il ragazzo sorrise, passando un braccio attorno alla vita della mora e tirandola contro di sé, poggiando la fronte contro quella della fidanzata: «Ti amo, Marinette.»
«Ti amo, Adrien.»
Plagg li osservò per un momento, volando poi verso il soppalco della stanza e sistemandosi su uno scaffale, sgombro dai libri: «Scusami.» mormorò Tikki, comparendo davanti a lui con lo sguardo contrito: «Non volevo…»
«Ci sono abituato ai tuoi isterismi.» commentò serafico il felino, socchiudendo gli occhi e sentendo Tikki sistemarsi vicino a lui: «Ti sei mai pentita di quella scelta?»
La kwami si voltò verso di lui, lo sguardo blu sgranato: «Sì e no.» mormorò dopo l’iniziale momento di sorpresa: «Mi pento di non aver dato una possibilità a noi, ma se io non avessi scelto di offrirmi adesso non sarei qui.  Non avrei incontrato Marinette, Bridgette e tutte le altre.» si fermò, abbassando lo sguardo sulle zampine: «E tu, Plagg?»
«Mi sono pentito ogni giorno.» dichiarò lapidale il felino, tenendo lo sguardo fisso davanti a sé: «Certo, l’alternativa sarebbe stato morire quello stesso giorno, quindi mi è andata bene, no? Però mi pento di non averti sposata, di non aver passato la mia vita con te…»
«Scusami.»
«Almeno fino a quando non ho incontrato quel moccioso.» concluse Plagg, sorridendo: «Con tutti i suoi isterismi e i suoi film mentali mi ha dato un bel po’ da fare.»
«Vuoi mettere con Marinette? Quando ancora non sapevano chi erano? Sono io quella che ha avuto più da fare.»
«Ehi, tu non dovevi sorbirti tutti i sospiri che faceva lui davanti al Ladyblog: ‘oh, Ladybug! Chi sei? Perché non ti accorgi di me?’»
«Plagg! Ti sento!»
«Come se mi facessi paura, moccioso!»
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