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Miraculous Heroes 3

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Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.796 (Fidipù)
Note: Salve salvino! Eccoci qua con un nuovo aggiornamento di Miraculous Heroes 3 e, vi informo, unico di questa settimana. Perché? Beh, semplicemente venerdì - il giorno in cui dovrei aggiornare con il secondo - sia il mio profilo che la saga del Quantum Universe compiono un anno e pensavo di postare qualcosa di diverso da un classico aggiornamento della storia.
Detto questo, passo subito a ringraziarvi: grazie a tutti voi che leggete, commentate, inserite la storia in una delle liste a disposizione e me fra gli autori preferiti!
Grazie tantissimo di tutto cuore!

 

 

Lila posò la tazza sul piattino di ceramica, osservando le varie riviste che la mora stava sfogliando, rispondendo alla conversazione del tavolo con risposte monosillabe e vaghi accenni del capo, anche Sarah si era accorta dello strano comportamento dell’amica e più volte, lo sguardo nocciola della bionda, si era fermato sull’italiana: «Marinette?» domandò quest’ultima, osservando la copertina di un catalogo di mobili che la compagna stava sfogliando, segnando una pagina con un piccolo post-it rettangolare: «Marinette!»
«Che c’è?»
«Devi dirci qualcosa?»  domandò Lila, con un sorriso angelico in volto e indicando con un cenno della mano le riviste: «Magari qualcosa che riguarda mobili e…»
«Abiti da sposa» aggiunse Sarah, prendendo una rivista e dandole un’occhiata veloce, soffermandosi su una pagina segnata dall’amica: «Bello questo!»
«Allora?»
Marinette fece vagare lo sguardo sulle due ragazze, posando il catalogo che aveva in mano e stringendo forte il bordo del tavolo del café, ove si erano rifugiate quando il temporale che stava imperversando per Parigi aveva messo fine alla loro giornata di shopping: «Ci sposiamo.» mormorò, sentendo le guance andare a fuoco.
«Vi sposate nel senso che, con calma, iniziate a pensare al matrimonio e a tutto quello che lo riguarda o…»
«Adrien ha lasciato i documenti in municipio, quindi massimo quaranta giorni e…»
«E potremo chiamarti Madame Agreste!» esclamò Lila, battendo le mani e sorridendo allegra: «Ho già un bel po’ di battute da fare! Ci sto lavorando da quando te lo ha chiesto!»
«Lila…» sospirò Sarah, scuotendo la testa e allungando le mani verso quelle della mora, stringendole affettuosa: «Sono tanto, tanto, tanto, tanto, tanto felice per te, Marinette!»
«Grazie…» mormorò la mora, chinando la testa e mordendosi il labbro inferiore, sotto gli sguardi delle amiche: «Io…io…»
«Ancora non ti sembra vero, eh?» concluse per lei Lila, portandosi la tazza alle labbra e bevendo l’ultimo rimasuglio di caffè: «Beh, penso sia normale. Anche se stai sfogliando riviste per il matrimonio e cataloghi di mobili. A proposito, perché?»
«Adrien ha comprato una casa…»
«Cosa? Quando? Come? E Perché? No, aspetta. Il perché lo sappiamo.»
«Vi ricordate il giorno in cui Thomas ha akumatizzato sua sorella?»
«Come dimenticarselo…» sospirò Lila, scuotendo il capo: «Non capita tutti i giorni, sai?»
«Mentre stavamo correndo per raggiungere il luogo dell’incontro, ci siamo fermati nei pressi di una casa e Adrien ha scoperto che era vuota, così dopo il combattimento lui è tornato e…»
«L’ha comprata?»
«Sì.»
«Che carino. Il micetto ha comprato la cuccia per sé e la sua micetta.»
«Lila, perché tutto quello che dici ha qualcosa come una ventina di doppi sensi?»
«Perché tu stai troppo tempo con il piumino» dichiarò l’italiana, indicando la bionda che aveva posto la domanda, spostando poi il dito sull’altra ragazza: «E tu troppo tempo con il micetto.»
«Io non ho detto niente!»
«Parlando di cose serie…» continuò Lila, poggiando il viso contro i pugni chiusi e gongolando: «Testimone?»
«Alya.»
«Ottimo! Mi è sempre piaciuta: sa divertirsi e sa fallo bene. Addio al nubilato? Ci pensa lei?»
«Non lo so.»
«La chiamo. Ho in mente due o tre localini che faranno impazzire tutte.»
«Lila, mi stai facendo paura.»
«Fidati di me, sposina.»


Xiang sbuffò, uscendo dall’edificio che chiamavano scuola, non curandosi delle occhiate di quelli che dovevano essere suoi compagni: era stata costretta da Felix ad andare alle lezioni, ma non le aveva imposto niente sull’essere amichevole con chi la circondava.
In classe se ne stava sempre in disparte, ascoltando svogliatamente le lezioni, trattenendosi dallo sbadigliare e dall’addormentarsi.
I professori la ignoravano e i suoi compagni…
Beh, loro la odiavano: alcuni avevano provato a rivolgerle parola nei suoi primi giorni in quella prigione – perché di quello si trattava – ma avevano smesso, guardandola con astio, quando avevano capito che i loro tentativi erano ripagati con l’indifferenza più totale.
Si fermò in mezzo al marciapiede, osservando un gruppetto di ragazze a poca distanza da lei: sapeva di comportarsi in maniera sbagliata, più e più volte Felix le aveva detto di quanto poco si amalgamasse alla realtà che la circondava.
Ma cosa poteva fare?
Le chiacchiere vuote non la interessavano e gli unici altri esseri umani, con cui aveva avuto a che fare, erano l’ex-Portatore del Gatto Nero e Kang.
Ah, giusto.
Anche con Dì ren, sempre se poteva considerarlo umano.
E poi  c’era Alex…
Alex che avrebbe dovuto rapire, per chiedere come riscatto i Miraculous.
Un piano semplice e ben pensato, ma che non aveva coraggio di mettere in atto: Alex riempiva le sue giornate, con le sue chiacchiere allegre di videogiochi, serie TV e altre cose di cui lei non sapeva neppure l’esistenza, anche se era bello sentirlo parlare della trama dell’ultimo gioco e di quello che aveva dovuto penare per combattere il boss finale.
«Che cosa sto facendo?» mormorò fra sé, osservando la macchina scura, che si era fermata a pochi metri da lei: Felix aveva di nuovo mandato il suo autista a recuperarla; si sistemò meglio lo zaino sulle spalle, avvicinandosi alla vettura e aprendo lo sportello posteriore: «Ni hao, Li» mormorò, abbozzando un sorriso al cinese smilzo che Felix aveva preso a lavorare con sé, assieme ai due fratelli.
Li aveva trovati per strada, giunti a Parigi dalla Cina sotto il comando della nonna e, dopo una serie di avventure, erano giunti fino a loro: Xiang era rimasta impressionata dalla quantità di sfortuna che, in una manciata di giorni, i tre fratelli avevano avuto appena messo piede sul suolo parigino e sperava che, una volta messi da parte abbastanza soldi, avrebbero potuto compiere il volere dell’anziana che li aveva spediti lì.
«Ni hao ma?» fu la risposta di Li, che la fece sorridere, rispondendo nella sua lingua natia mentre l’uomo si immetteva sulla strada e ascoltava, annuendo con la testa di tanto in tanto.
Finito il resoconto, Xiang si accomodò sul sedile, voltandosi e osservando le persone che vivevano la loro quotidianità: aveva trascorso gran parte della sua età millenaria a Shangri-La, osservando la città affievolirsi e morire sotto ai suoi occhi mentre lei cresceva e, quando il suo corpo aveva smesso di cambiare e modificarsi, tutto ciò che le era rimasto erano le rovine di un’antica gloria e uno straniero che vedeva il futuro.
Adesso poteva vedere l’effimera vita umana e quanto poco durasse, facendole apparire strano quella frenesia che prendeva le persone: facevano tutto di corsa, senza prendersi il giusto tempo per assaporare le cose e capire cosa era veramente importante.
Succedeva perché avevano una vita relativamente breve o forse perché il mondo era cambiato così tanto, da quando lei aveva avuto il suo ultimo contatto con esso?
Erano domande che si poneva di tanto in tanto.
Lo aveva chiesto anche ad Alex e la risposta che aveva avuto era stata abbastanza soddisfacente: si corre perché il tempo va veloce e bisogna pensare al traguardo. Come quando incontri uno di quei dungeon a tempo e sai che devi farlo alla svelta, senza perderti in esplorazione o altro. Dritto alla meta!
Non aveva capito il paragone, però aveva fatto presente che, con quel modo di pensare, ci si perdeva tante cose.
Alex aveva sorriso, sistemandosi gli occhiali e scuotendo la testa: di norma in quei dungeon c’è roba di poco conto, fidati. E’ bene non perderci tanto tempo.
Lei lo aveva guardato per un secondo, osservandolo mentre la superava e si appoggiava alla balaustra, guardando le acque tranquille della Senna: era stato un buon momento, poteva colpirlo e portarlo a casa, ricattando così i Portatori. Ma non lo aveva fatto.
Stupidamente lo aveva affiancato e gli aveva domandato in quale dungeon si trovava in quel momento.
Alex aveva sorriso e le aveva risposto che era in uno di quelli dove poteva prendersi tutto il tempo che voleva per l’esplorazione.
Stupida. Era una stupida.
Doveva rapirlo, non perdere del tempo prezioso: Dì ren si stava sicuramente organizzando e presto avrebbe attaccato, lo sentiva.
C’era troppa calma e non le piaceva.
La prossima volta…
La prossima volta avrebbe messo in atto il suo piano.


Rafael sbadigliò, togliendosi la giacca scura del completo, indossato per il set fotografico e notando Adrien poco distante da lui: «Quanti piatti di pasta?» domandò, osservando lo sguardo svogliato del biondo e indicando con un cenno del capo il fotografo italiano.
«Sette. Più gli gnocchi fatti da mia madre» rispose Adrien, scuotendo la testa e sorridendo imbarazzato alla hair-stylist che lo aveva fulminato con gli occhi: «Se sapesse come cucina da schifo mia madre, non lo direbbe.»
Rafael sorrise, notando il fotografo tempestare di scatti Blanche: «Cucina davvero così male?»
«Diciamo che sperimenta. Nel modo sbagliato» spiegò Adrien, sorridendo: «Sono fortunato che Marinette abbia avuto dei buoni insegnanti.»
«Brioches a volontà!»
«Ah! Giusto! Fammi da testimone!»
«Hai ucciso qualcuno e vuoi che testimoni la tua innocenza?»
Adrien si prese il setto nasale, inspirando profondamente: «No, genio di un pennuto. Testimone. Al mio matrimonio.»
«Ah. Ok, ma non c’è tempo?»
«Beh, ho una trentina di giorni per chiedertelo. Ho pensato di togliermi il pensiero ora, senza contare che Marinette darebbe di matto se lo facessi il giorno prima del matrimonio.»
«Trenta giorni? Aspetta, mi stai dicendo che fra trenta giorni ti sposi?»
«L’idea è quella, sì.»
«Ma che ti dice il cervello? Non è un po’ presto?» Rafael sospirò, alzando gli occhi al cielo: «Ovviamente non è presto per te. State insieme da una vita. Giusto.»
«Bravo pennuto, vedo che ogni tanto ragioni. Allora, lo fai?»
«Non dovresti chiederlo…che so, a Nino? E’ il tuo migliore amico, no?»
«Nino mi ucciderebbe.»
«Quindi tocca a me?»
«Esatto.»
«Wei? Alex?»
«Se non vuoi farlo, basta dirlo.»
«Il testimone dello sposo organizza l’addio al celibato, no? Meglio che lo faccia io, hai ragione.» sentenziò Rafael, sorridendo e incrociando le braccia: «Con Wei non so cosa potrebbe succedere e Alex…sono certo che ci terrebbe a casa per una bella sessione a qualche videogioco. Non mi dispiacerebbe, devo dire, sarebbe un addio al celibato alternativo.»
«Sarai il mio testimone?»
«Sì. Ho solo una domanda, gattaccio.»
«Spara.»
«Se per caso ti porto in un locale di spogliarelliste…» Rafael si fermò, guardandosi attorno: «Credi che la tua novella moglie mi darà un altro calcio nei gioielli di famiglia?»


Thomas sospirò, osservando la ragazzina che lo stava seguendo e alzò la testa verso il cielo: «Cosa vuoi, Manon Chamack?» domandò, fermandosi in mezzo al marciapiede e osservando la compagna più piccola: sapeva che chiamandola per nome e cognome questo l’avrebbe fatta imbestialire e così era stato.
«Assolutamente nulla!»
«E allora perché mi stai pedinando?»
«Non ti sto pedinando!» dichiarò stizzita la bambina, pestando un piede per terra: «Devo andare da mia madre, che sta facendo un’intervista in questa zona. Non pedinerei mai uno come te.»
Thomas la osservò un attimo, scuotendo la testa: «Magari Jérèmie, eh?» domandò, ridacchiando: aveva intuito da tempo della cotta di Manon per il suo migliore amico, ciò che non capiva era perché la ragazzina lo aveva preso in odio.
I loro litigi erano famosi in tutta la scuola, ormai.
E molto spesso Thomas era stato preso in giro perché, quella piccola peste, lo aveva messo al suo posto con una parlantina davvero incredibile.
Rimase a osservarla, mentre le guance le diventano rosse e lo sguardo nocciola si allargavano, tingendosi di imbarazzo: «Ah. Manon, io…» mormorò, allungando una mano e sospirando, sentendosi meno di zero: che divertimento c’era a prendere in giro una bambina per la sua cotta innocente?: «Vuoi una caramella?» domandò, tastandosi le tasche del giubbotto e cercando la scorta che portava con sé per Nooroo.
Di certo non sarebbe successo il finimondo se dava una caramella alla bambina.
Manon lo fissò per un secondo, scuotendo la testa e superandolo con il mento alzato, ignorandolo fino a quando non ebbe raggiunto l’angolo della strada, poco più avanti: «E comunque a me non piace Jérèmie, stupido!» sentenziò, voltandosi verso di lui e regalandogli una linguaccia, prima di correre via.
«Ma che…»
Nooroo fece capolino dal giaccone, osservando il punto in cui Manon era scomparsa: «Ho la sensazione di essere giunto in mano tua in tempo per quelli che Plagg chiama drammi adolescenziali.» sentenziò il kwami, scuotendo la testa: «Tranquillo, li supererai.»
«Quello non era un dramma adolescenziale» sbottò Thomas, indicando l’angolo della strada: «Quello era una tipa con seri problemi!»
«Ne sei certo, Thomas?»
«Assolutamente sì!»


Marinette mosse il capo a tempo con la musica, mordendosi il labbro inferiore e cancellando una linea della gonna che stava disegnano, irrigidendosi quando sentì qualcosa sfiorarle la spina dorsale in tutta la sua lunghezza: «Adrien!» esclamò, togliendosi gli auricolari e osservando il ragazzo al suo fianco.
«Ti avevo chiamato…» mormorò il ragazzo, sollevando le cuffiette e dondolandole davanti lo sguardo celeste: «Ma eri molto assorta e non mi hai sentito.»
«Stavo disegnando…» dichiarò la mora, indicando il blocco da disegno e osservando il biondo studiare attentamente la bozza: «Oggi l’ho detto a Lila e Sarah.»
«Io ho chiesto a Rafael, invece.» dichiarò Adrien, facendo alcuni passi indietro e accomodandosi sulla chaisse-longue: «L’ha presa bene. Sta già pensando a dove fare l’addio al celibato.»
«L’addio al celibato?» domandò Marinette, alzandosi dalla poltrona della scrivania e raggiungendo il ragazzo, sistemandosi contro di lui e strusciando il naso contro la gola del biondo, sentendo le sue mani carezzarle il fianco lievemente: «Hai veramente…»
«Rafael ha chiesto se i suoi gioielli sono al sicuro, se mi porta in un locale…beh, diciamo caliente.» sentenziò Adrien, facendole l’occhiolino: «Hai il naso freddo, ma belle.»
«Caliente?»
«Sì, hai presente quelli che si vede in televisione durante i film, dove di norma fanno questo genere di feste.»
«Posso fare finta di non sapere niente?»
«Quindi è un sì?»
«Ti interessa così tanto andare a vedere delle ragazze che…che…oh, non riesco a dirlo.»
«Sei incredibilmente adorabile quando ti imbarazzi, lo sai? E, sinceramente, l’unica che mi piacerebbe veder spogliarsi sei tu.» sentenziò Adrien, posandole le labbra sul capo e sorridendo: «Mh. C’è qualche speranza che tu faccia uno spogliarello per me?»
«Io?»
«Sì. Possibilmente senza diventare color pomodoro o…ok, fai finta che non ti abbia chiesto niente.»
«Già immagino la scena, con la stanza immersa nella luce delle candele – perché fa scena – ed io che provo ad atteggiarmi, iniziando a spogliarmi…» bofonchiò Marinette, sospirando: «Poi inciampo nel lenzuolo e cado; nel mentre i miei slip colpiscono una delle candele che va a terra e da fuoco alle tende. Le fiamme si propagano per tutta la stanza e siamo costretti a uscire in strada, osservando il fuoco divorarsi tutto…» Marinette si  fermò, sentendo Adrien tremare sotto di sé: «Che ho detto?»
«Adoro i tuoi film mentali» dichiarò il ragazzo, annaspando per le risate: «Solo tu saresti capace di tramutare qualcosa di sensuale in…» si fermò, inspirando profondamente e scuotendo la testa: «questo.»
«Sarei capacissima. Ho un talento innato nel fare danni.»
«Non lo metto in dubbio, principessa.»
Marinette sospirò, posando il palmo aperto sulla pancia di Adrien e lasciandosi andare nel suo abbraccio: «Com’è andata oggi?» domandò, mentre le dita del biondo le carezzavano il braccio, risalendo verso la spalla e tornando indietro.
«Foto. Tante foto. Con il tipo che mi diceva ‘sorridi e pensa a un bel piatto di pasta!’, ‘ehi, guardami come se fossi un piatto di gnocchi fatto da mamma’…mh. Lì penso di aver fatto una faccia schifata…»
«Sophie ha di nuovo provato a cucinare?»
«Ieri sera! Papà ha passato la notte in bagno.»
«Povero Gabriel.»
«Io mi sono salvato con il fatto che avevo mangiato qua» sospirò il biondo, sistemandosi meglio la ragazza contro di sé: «E’ una fortuna che sappia cucinare il minimo per sopravvivere: quando mamma è andata a letto, mi sono fatto un piatto veloce…»
«Sai cucinare?»
«Sono purrfetto, my lady.» dichiarò orgoglioso Adrien, facendole l’occhiolino: «Quindi non dovrai temere di fare la casalinga a tempo pieno: so pulire, so mettere a posto la mia roba. Mh, devo imparare come si carica la lavatrice e stirare…»
«Adrien, ma vieni da Perfettolandia?»
«Io lo dico sempre che sono perfetto, ma nessuno mi crede!»
«Non metterò mai più in dubbio la tua parola.»
«Brava principessa.»


Xiang sospirò, osservando lo schermo spento del proprio cellulare: doveva farlo, doveva mandare quel messaggio e mettere in atto il suo piano.
Doveva…
Rotolò sul materasso, prendendo l’apparecchio e azionandolo: il testo era già pronto e doveva solo premere il tasto di invio.
Perché esitava dunque? Perché non percorreva la strada che Kang le aveva indicato?
Strinse la presa sul cellulare, portandoselo al petto e socchiudendo le palpebre.
Doveva farlo. Assolutamente.
Strinse le labbra, rileggendo le poche righe che aveva scritto e, alla fine, premette il tasto di invio: «Scusami, Alex.» mormorò nel buio della camera, poggiando il cellulare vicino a lei e sentendolo vibrare poco dopo.
Con lentezza lo riprese, azionando lo schermo e leggendo la risposta breve e affermativa di Alex.
Il giorno successivo lo avrebbe fatto.
Ormai non poteva più rimandare.
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