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Miraculous Heroes 3

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Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.763 (Fidipù)
Note: Ah, quanto mi mancavano le informazioni random su Parigi a inizio capitolo! Negli ultimi avevo sempre usato posti già conosciuti e quindi non avevo niente da dire, ma oggi...Oggi posso di nuovo tormentarvi! E vi salvo dalle ricerche fatte sui partiti politici francesi, sebbene abbia deciso di  che partito siano Felix e il signor Bourgeois non lo specificherò mai, onde evitare di dare una qualsiasi impronta politica. Ma passiamo subito a noi: come ben sapete Xiang vive con Felix, ma non ho mai detto in che quartiere di Parigi essi abitano. La risposta è subito data: Ville

 

 

Xiang addentò il croissant, osservando svogliatamente il panorama fuori dalla finestra e ascoltando distratta i rumori che provenivano dal resto della casa: Bo e De stavano sicuramente armeggiando in cucina, mentre Li era all’ingresso, in attesa di scorta il suo datore di lavoro e lei ovunque volessero andare.
«Come sto?» domandò la voce di Felix, facendo voltare la ragazza e osservare l’uomo che entrava nella sala da pranzo: il biondo si fermò sull’entrata, allargando le braccia e mostrandole il completo chiaro che indossava, piroettando poi su sé stesso e fissandola in attesa.
«Come ogni giorno.» mormorò Xiang, azzannando la brioche e masticandola lentamente, sotto lo sguardo di disappunto dell’uomo: «Che ho detto?»
«E’ un completo nuovo.»
«Bello!»
«Anche la camicia è nuova.»
Xiang annuì, osservando Felix sedersi davanti a lei e guardarla con profonda contrarietà: «E’ per caso uno di quei codici che usate voi persone moderne e che dovrei capire?»
«Vado a trovare Bridgette, dopo la riunione al partito.»
«Aaaaah.»
«Secondo te, mi troverà affascinante? Un uomo a cui…»
«Lanciare oggetti? Sicuramente.»
Felix la fissò, aggrottando lo sguardo: «Era una battuta quella? Perché faceva veramente pietà.»
«Non sei tu che mi hai tormentato sul sembrare più umana e meno…»
«Meno te? Sì, ma non se devi prendermi in giro.» dichiarò l’uomo, voltandosi verso la porta e osservando i due che si stavano sbracciando per attirare la sua attenzione: «Sì, mi ricordo di voi. Purtroppo non ho avuto modo di informarlo…»  mormorò, sbuffando quando notò che i due si erano fermati un attimo per poi riprendere a gesticolare.
«Gliel’hai detto in francese.» mormorò Xiang, osservando il biondo ripetere il tutto in cinese; la ragazza finì la propria colazione e recuperò lo zaino con uno sbuffo: «Vado a scuola. Per quanto possa  essermi utile, dato che ho quattromila anni e so più cose di quelli che dovrei chiamare insegnanti.»
«Un giorno mi ringrazierai, bambina mia.»
«Sei inquietante.»
«Lo prendo per un complimento.»
Xiang sbuffò, uscendo velocemente dall’appartamento e si diresse verso l’ascensore, rimanendo in attesa che questi salisse: osservò le porte metalliche aprirsi e sorrise alla proprietaria dell’appartamento di fianco a quello doveva viveva, sgusciando poi nell’abitacolo e premendo il pulsante del piano terra.
Si appoggiò contro la parete, socchiudendo gli occhi e inspirando profondamente: erano pochi piani quelli che doveva affrontare in ascensore, ma erano un inferno.
Quella era una delle modernità a cui mal si adattava, sentendosi troppo vulnerabile fra quelle pareti di lamiera, eppure si ostinava a prenderlo ogni giorno, a scendere con quel mezzo, e dimostrare a sé stessa che poteva dominare la propria paura.
Il classico tremolio la informò che era giunta al pianoterra e, non appena la porta si aprì, sgusciò fuori velocemente: bene, anche per quel giorno era riuscita ad arrivare all’ingresso sana e salva; si sistemò meglio lo zaino sulla spalla e uscì dal palazzo, fermandosi un attimo per ricordarsi in quale direzione si trovava la fermata della metrò che doveva prendere: solo Felix poteva averla iscritta a una scuola che la costringeva, ogni giorno, ad attraversare quasi completamente la città.
«Ehi, tizia millenaria!» la voce giovane la riscosse dai suoi pensieri e Xiang si voltò, incontrando la figura del giovane Portatore del Miraculous della Farfalla: «Vivi nel quartiere dei ricchi?»
«Portatore…»
«Thomas Lapierre, mi chiamo così.» dichiarò prontamente il ragazzino, raggiungendola e sorridendo: «Non sono ancora così navigato da farmi chiamare in modo altisonante.»
«Hai veramente un’ottima padronanza della tua lingua, giovane guerriero.»
«L’ho detto ieri: ho i voti più alti di tutta la classe a francese e poi mio padre è professore alla facoltà di letteratura. Sono nato fra i libri, io.»
«Avevi bisogno di me, per caso? E come hai fatto…»
«Alex. Mi sono fatto dare l’indirizzo da lui.» dichiarò Thomas, abbassando lo sguardo e strusciando un piede per terra: «Tu conosci il nostro nemico, vero?»
«Sì.»
«E’ molto pericoloso?»
«Molto.»
Il ragazzino annuì, inspirando profondamente e lasciando andare l’aria: «Fantastico. Ed io sono appena arrivato…» dichiarò grave, portandosi poi una mano all’altezza del cuore e sorridendo mestamente: «Nooroo mi ha fatto pat-pat.» le spiegò, notandolo sguardo confuso della ragazza.
«Pat-pat?»
«Sì, così.» le risposte Thomas, avvicinandosi e dandole lievi colpetti sul braccio: «Lo fa sempre, soprattutto quando sono giù.»
«State instaurando un bel rapporto, direi.»
«Sì, e anche con gli altri della squadra: Rafael e Adrien si divertono a prendermi in giro, però sono sempre attenti a quello che combino; Wei ha dichiarato che mi proteggerà sempre e…beh, Lila, Sarah e Marinette sono tre sorelle acquisite: si comportamento esattamente come Camille, alle volte. E dire che sono le eroine di Parigi e Marinette si sta per sposare, fra l’altro.» sbottò il ragazzino, scuotendo il capo: «Poi Alex è il mio idolo: l’altro giorno abbiamo fatto una partita a Ultimate Strike e quel ragazzo sa giocare! E anche il resto non è male: il signor Agreste mi da sempre consigli su come utilizzare il mio potere, madame Agreste e madame Hart sono molto simpatiche e il maestro è particolare. Alle volte mi ricorda quello di Dragon Ball, ma senza il lato maniaco.»
«Dragon Ball?»
«Ah. E’ un anime giapponese vecchiotto, ultimamente è uscita una nuova serie e quindi ho recuperato anche quelle vecchie.»
«Capisco.» sentenziò Xiang, sorridendo al giovane: «Che cos’è un anime?»
«Un cartone animato. Giapponese, però. E Dragon Ball è fighissimo! Il mio preferito è Trunks.» dichiarò Thomas, bloccandosi poi e scuotendo la testa: «Ma non sono venuto qui per questo.»
«E per cosa allora?»
«Tu sai combattere, vero?»
«Sì. Sono stata addestrata da Kang al combattimento e all’uso delle armi.»
«Ottimo! Potresti allenarmi?»


Marinette inspirò, osservando il proprio riflesso e l’abito candido che indossava: era stretto fino alle ginocchia, punto in cui la gonna si allargava e creava un effetto a coda di sirena, mentre le spalle erano coperte da pizzo e trina.
Era un bellissimo abito da sposa, ma non si sentiva a suo agio indossandolo.
«Marinette, sei bellissima…» mormorò sua madre, affiancandola e posandole le mani sulle spalle: «Il bianco ti sta divinamente.»
«Bellissima come con gli altri dieci abiti.» mugugnò Lila, facendo ridacchiare Alya e Sarah: «Allora, signorina. E’ quello giusto? Quello che ti fa dire: sì, è l’abito con cui mi sposerò con Adrien e poi lui me lo…»
«Lila!» tuonò Sophie, voltandosi verso la ragazza e fissandola: «Puoi evitare di fare commenti su certe meccaniche?»
«Ah. Giusto. Dimenticavo: tu sei la mamma di Adrien e quella di Marinette è accanto a lei. Niente commenti su come i loro figli…»
«Lila…»
«Sto zitta!»
«Sophie, Sabine. Capitela. Stasera ha la cena con sua madre.» dichiarò Sarah, carezzando la testa dell’amica e sorridendo: «Deve sfogarsi in qualche modo…»
«E tu non trattarmi come se fossi il tuo piumino.»
«Il suo piumino sarebbe…»
«Rafael, Alya. Rafael è Piumino e Adrien è il gattaccio, non puoi cadermi sulle basi così!»
«E’ che sono soprannomi così strani…»
«Mai soprannomi furono più adatti.» sentenziò divertita l’italiana, riportando lo sguardo sulla futura sposa: «Allora? Altro abito, altro giro?»
Marinette riportò la propria attenzione al suo riflesso, scuotendo il capo e sentendo le lacrime salirle agli occhi: «Non troverò mai un abito che mi vada bene! Ne ho provato una marea e nessuno era giusto e…e…»
«Oh. Oh. Oh. Crisi prematrimoniale in arrivo? Era stata fin troppo brava.»
«Non ho una crisi.»
«No, assolutamente no.»
«Lila, così peggiori la situazione…» sospirò Sarah, alzando gli occhi al cielo: «Magari il prossimo è quello giusto, Marinette? Mai perdersi d’animo.»
«Esatto! Insomma, non ti sei persa d’animo quando sbavavi dietro Adrien – ed io ne so qualcosa – non iniziare ora, che sei quasi a un passo dalla meta!» dichiarò Alya, alzando il pugno e sorridendo all’amica: «E se non troviamo qui l’abito, possiamo andare nell’atelier dell’altra stilista che conosci, Willhelmina Hart.»
Marinette scosse il capo, raccogliendo le gonne e andando a nascondersi nella stanza adibita a spogliatoio, chiudendo la porta dietro di sé e accasciandosi contro di questa: cosa le stava succedendo, non lo sapeva neanche lei. Era nervosa e stanca: non ne poteva più dei preparativi di quel matrimonio quasi improvvisato, del trasloco, di stare sull’allerta per colpa di un nemico misterioso, era stanca di tutto.
E si malediceva per come si stava comportando.
Non era da lei.
Lei non era…
«Marinette…» mormorò Tikki, volando davanti al viso e sorridendole comprensiva: «Andrà tutto bene, fidati.»
«No. Non trovo un abito e la cerimonia sarà fra poco.»
«C’è ancora tempo ed è quasi tutto pronto: la chiesa c’è, il locale dove festeggiare dopo c’è, tua madre e quella di Adrien si sono occupate delle partecipazioni e delle bomboniere, Nino e Rafael hanno pensato all’animazione…» la piccola kwami si fermò, portandosi una zampina alla bocca: «Che altro c’è?»
Un lieve bussare alla porta del camerino fece sobbalzare le due e Marinette si voltò, aprendo un poco la porta e osservando Sophie dall’altra parte con il proprio cellulare in mano: «E’ Adrien.» le spiegò, sorridendo e allungandole l’apparecchio.
«Lo hai chiamato?»
«No, in verità l’ha fatto lui e ho pensato che sentirlo ti avrebbe…» si fermò, mordendosi il labbro inferiore: «..calmata? Parla con lui e poi torna di là, c’è un altro abito che ti aspetta.»
Marinette sospirò, prendendo il telefono e richiudendo la porta, appoggiandosi poi contro di essa: «Sei in crisi? Davvero?» domandò divertita la voce del ragazzo, non appena ebbe portato l’apparecchio all’orecchio: «Ero convinto che non ci saresti andata…»
«Come fai a sapere che ero io?»
«Riconosco il tuo respiro.» dichiarò borioso il ragazzo e Marinette se lo immaginò con il suo solito sorrisetto scanzonato: «Allora, principessa. Cosa c’è che non va? Dillo al tuo principe.»
«Hai fatto carriera? Da gatto a principe?»
«Spiritosa. Allora, cosa c’è che non va?»
«Non trovo l’abito adatto.»
«Beh, so che è prassi comune non trovare l’abito al primo colpo. Insomma, fanno anche quei programmi in tv dove le spose ne provano milioni, prima di trovare quello adatto…»
«Speravo di essere diversa.»
«Più di così? Posso consigliarti di non prendere qualcosa con lo strascico? Conoscendoti ci inciamperesti e finiresti addosso al prete e…»
Marinette gemette, scivolando nuovamente a terra: «Sarei capacissima!» sentenziò, iniziando a immaginarsi il suo matrimonio rovinato per colpa della sua imbranataggine e Adrien che la lasciava, andandosene con…con…
Con una modella che passava di lì per caso. Ecco.
«E l’oscar per miglior film mentale va a Marinette.»
«Io…io non stavo immaginando nulla.»
«No, certo che no.» sentenziò Adrien, ridacchiando: «Ti sei calmata? O sei ancora in fase: oh mio dio, non troverò mai l’abito perfetto e il mio matrimonio sarà un fiasco totale!  E per questo poi divorzierò e diventerò…»
«Adrien…»
«Giusto per sapere: per quanti film mentali ti ho dato il materiale?»
«Troppi!»
«Andrà tutto bene, my lady. Siamo noi due, alla fine.» dichiarò il ragazzo, cambiando argomento e assumendo un tono serio: «Ora vai di là e provati tutti gli abiti che servono fino a trovare quello con cui verrai da me all’altare, ok?»
«Ok.»
«Ottimo. Non mi piace essere quello che calma, sono io che vado sempre in crisi isterica non tu.»
«Adrien?»
«Sì?»
«Grazie.»
«Questo ed altro per la mia signora.»


Willhelmina osservò la pila di fogli che il suo assistente aveva appena posato sulla scrivania, alzando poi lo sguardo: «Giusto per sapere, Maxime. Ma da quale girone dell’inferno vieni?»
«E’ il rendiconto dell’azienda, madame.»
«Ed è compito tuo revisionarlo, no?»
«L’ho già fatto.» dichiarò l’uomo, sistemandosi la cravatta e sorridendo affabile: «Deve solamente vederlo e…»
«L’ho visto e sarà sicuramente perfetto!»
«Madame!»
«Andiamo, Maxime! Lo sai che non ci capisco niente!» sbuffò la donna, roteando gli occhi: «Da quanto lavoriamo insieme?»
«Da un tempo abbastanza lungo dove l’ho vista ubriaca e impegnata a intraprendere interessanti discussioni con il suo specchio.» sospirò l’uomo, scuotendo la testa: «Senza contare l’anno scorso, quando è sparita per andare in Tibet. In Tibet! Se voleva prendersi una vacanza perché non è andata in un posto più chic e non mi ha portato con sé?»
«Tu mi stai ancora facendo pagare il fatto che ho mandato all’aria la mia sfilata alla settimana della moda e poi me ne sono andata, vero?»
«Sì!»
«Tu…tu…»
«Lei non ha idea di quello che ho passato! Ho dovuto dire che era in depressione e che era andata St. Moritz per curarsi!»
«E allora?»
«Lei non ci è andata a St. Moritz e quel viscido di Valentino è venuto subito a dirmelo.»
«Maxime, seriamente, qual è il tuo problema?»
«Lei!»
Willhelmina sospirò, portandosi gli indici alle tempie e massaggiandosele, socchiudendo gli occhi: «Ti prometto che non farò una cosa del genere…»
«Me lo aveva promesso anche a New York, quando spariva per giornate intere.»
«Ti prometto che non succederà più. Davvero.»
«Se lo rifarà, mi licenzierò. Capito?»
«Certamente.»
«Bene.» l’uomo assentì con la testa, recuperando i fogli e sorridendole: «Ha un ospite.»
«Gabriel?»
«No, in verità è un bell’uomo, vestito distinto…» Maxime le sorrise, facendole l’occhiolino: «Poteva anche dirmelo che si era trovata una liason.»
«Cosa?» domandò Willhelmina, osservando il suo assistente sgambettare velocemente verso la porta dell’ufficio e farsi da parte per lasciare entrare Felix: «Tu!» esclamò la donna, picchiando entrambi i palmi sul vetro della scrivania: «Fuori!»
«Hai ancora intenzione di non parlarmi?»
«Sì.»
«Andiamo, Bri.»
«Fuori da questa stanza!»
«Non è colpa mia se Kang mi ha tenuto quasi segregato a Shangri-la! In verità, è meglio togliere il quasi: ero letteralmente prigioniero di quel cinese.» sbuffò l’uomo, avvicinandosi alla scrivania e fissando la donna dall’altra parte: «Ti avrei cercata anche prima, ma mister vedo il futuro ha pensato bene di allenarmi, per aiutare...»
«Non voglio vederti.»
«Siamo legati, Bri.»
«No, noi non siamo niente.»
«E allora perché sei venuta con me?»
«Duecento anni fa. Ero giovane e tu eri un maledetto dongiovanni: con la scusa che indossavi quella maledetta maschera, ti sentivi libero di fare quel che ti pareva.» dichiarò Willhelmina, afferrando un fermacarte a forma di pietra e lanciandolo verso l’uomo.
«Continui a lanciarmi roba?»
«Sei fortunato che qui non tengo armi!»
«Bri…»
«E non chiamarmi Bri!»
«Dovrei chiamarti miss Hart, per caso? Mi perdoni, miss Hart. In ogni caso, se mi sentivo libero di fare quel che mi pareva, avrei sicuramente sedotto una certa signorina di buona famiglia.»
La donna sospirò, scuotendo il capo: «Cosa vuoi da me?» domandò, accomodandosi sulla sua poltrona e osservandolo stancamente: «Avevo trovato la pace, finalmente. E adesso hai stravolto tutto…»
«Voglio stare con te. Semplice. Darci ciò che ci è stato negato.»
«Non voglio.»
Felix sorrise, poggiando i palmi sulla scrivania e allungandosi verso la donna, notando come il respiro di questa diventasse immediatamente affrettato: «Bri, per favore, lo sai che la caccia mi piace. E tu mi servi il mio passatempo preferito su un piatto d’argento» dichiarò, ritraendosi e sistemandosi la giacca: «Penso proprio che sarà divertente da ora in poi, miss Hart.»


Alex osservò i fogli che Rafael aveva poggiato sul tavolo, leggendo velocemente qua e là, portando poi l’attenzione sull’amico: «E’ quello che penso che sia?»
«Tutte le ricerche e gli articoli di mio padre sulle civiltà perdute.» dichiarò Rafael, sorridendo: «Forse non ci servono a niente, ma se Dì ren o come cavolo si chiama è legato a Routo, magari qui abbiamo qualche indizio.» dichiarò, osservando Flaffy volare sopra una mappa e studiarla: «Che ne pensi, Flaffy?»
«Forse c’è qualcosa…» mormorò il kwami, studiando la piantina di una città: «Forte, sembra la stessa che c’era in casa di mia zia.»
«Quella è una pianta della città che, secondo la leggenda, Poseidone creò per Cleito…»
«Mia zia diceva che era un ricordo di un tempo antico.» dichiarò Flaffy, sorridendo al proprio Portatore: «Parlava di una città distrutta dopo il secondo Cataclisma.»
«Ok. Forse abbiamo qualcosa fra le mani…» sentenziò Alex, sorridendo: «Bene, diventeremo degli esperti di Atlantide, un po’ come in quel film della Disney? Avviso, che se esce fuori la tipa millenaria che ha una pietra…»
«Xiang è millenaria.»
«Giusto.»
«Sai se ha una pietra?»
«Dovrei informarmi.»


Wei si accomodò al tavolo, osservando la sfarzosità della sala e poi portando l’attenzione sulla ragazza al suo fianco: «Stai bene?» le domandò, allungando una mano e prendendo quella di Lila, carezzandole il dorso con il pollice: «Lila?»
La ragazza annuì, abbozzando un sorriso: «La Tour d'Argent…» mormorò, scuotendo il capo e portandosi indietro una ciocca con la mano libera: «Mia madre gioca in casa: è il suo ristorante preferito a Parigi e il più chic. E il più caro.»
«Bene, vorrà dire che non mi offrirò di pagare il conto.»
Lila provò a sorridere, ma i muscoli della faccia le si bloccarono quando vide la madre entrare: Ada Rossi non era cambiata, dall’ultima volta che l’aveva vista. I capelli, scuri come i suoi, erano tagliati corti e le circondavano il viso come onde create a regola d’arte: un taglio elegante, che la madre sapeva portare perfettamente, come indossava altrettanto magnificamente il tailleur scuro e i pochi gioielli dalla linea classica.
La ragazza si alzò, venendo subito imitata da Wei: «Lila.» mormorò Ada, non appena si trovò davanti la figlia, studiandola e sorridendo: «Sei diventata veramente bellissima e questo tubino rosso ti dona molto.»
«Grazie.» mormorò la ragazza, stringendo la mano di Wei e aspettandosi una qualche critica da parte del genitore: era sempre così, iniziava con un complimento e poi le dava una stoccata, quando aveva abbassato la guardia.
«Immagino che tu sia Wei Xu.»
«Sì, signora.»
Ada piegò le labbra, tinte di rosso in un sorriso, annuendo: «Inizio a capire cosa mia figlia ha visto in te…»
«Mamma…»
«Il tuo sguardo è quello di una persona buona, signor Xu.»
«La prego di chiamarmi Wei.»
«D’accordo, Wei.» dichiarò Ada, allargando le braccia: «Ma accomodiamoci! Ho chiesto a Philippe un menu speciale, dato che incontravo il fidanzato di mia figlia. Philippe è lo chef del ristorante e un buon amico di mio marito, posso assicurare che i suoi piatti sono fenomenali.»
«Meraviglioso.» dichiarò Wei, abbozzando un sorriso e aumentando la stretta sulla mano della ragazza: «Non è vero, Lila?»
«Sì…» mormorò Lila, fissando la madre: cosa stava succedendo? Dov’era la donna che aveva sempre conosciuto? Chi era quell’Ada Rossi che sedeva al tavolo con lei?
«Come sta andando l’università, Lila?»
«Cosa? Ah…bene.»
«Bene. Con mia figlia va sempre tutto bene…» sbuffò Ada, sorridendo affabile: «E’ così anche con te, Wei?»
«In verità no. Lila mi dice sempre quando qualcosa non va oppure sì.»
«Capisco…» mormorò Ada, annuendo e alzandosi: «Se vogliate scusarmi, vado a dire una cosa a Philippe. Torno subito.»
«Certamente.» dichiarò Wei, osservando la donna dirigersi sicura verso la cucina, con la stessa camminata sicura della figlia: «Sta andando tutto bene, no?» domandò, voltandosi verso quest’ultima e osservandola curioso: «Lila?»
«Sinceramente mi sto chiedendo chi è la donna con cui stiamo per cenare.»
«Cosa?»
«Mia madre non si sarebbe mai comportata così.»
«Magari vuole provare a entrare nella tua vita…»
«Ne sei convinto?»
«Dalle il beneficio del dubbio, Lila.»
«Solo perché me lo chiedi tu.» bofonchiò la ragazza, dopo una buona manciata di minuti in silenzio: «Solo per te, Wei.»

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