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Miraculous Heroes 3

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Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.517 (Fidipù)
Note: Voglio farvi conoscere un posticino carino: Mariage Fréres, una sala da the a Parigi molto carina e con una bella collezione di the (e dolci. Sì, ci stanno anche i dolci. Ho controllato. Sono peggio di Flaffy io!).

 

 

Wei sbuffò, girandosi nel letto e scacciando, con un gesto della mano, ciò che lo stava disturbando; la pace durò pochi secondi, prima che il fastidio riprendesse: «Wei! Wei!» pigolarono due voci e il ragazzo si voltò nuovamente sul materasso, aprendo pigramente un occhio e notando i due kwami, a pochi centimetri dal volto: «Wei! E’ successa una cosa gravissima!»
Il giovane registrò la frase, scattando subito a sedere sul letto e notando che l’altra metà era vuota: «Le ombre?» domandò, guardandosi attorno e cercando segni di lotta: li avevano attaccati? Possibile che, dopo mesi di calma, il nemico li avesse attaccati proprio quando avevano allentato un poco la guardia?
«Peggio!» strillò Vooxi, facendo saettare lo sguardo verso la porta con un’ombra di puro terrore: «Molto peggio!»
Cosa poteva esserci di più pericoloso delle ombre?, si domandò Wei, mentre scostava da sé la coperta e recuperava velocemente i pantaloni del pigiama, abbandonati per terra accanto a letto: «Lila dov’è?» domandò, dando la più completa attenzione ai due kwami: «Dove è?»
«Ecco, proprio di lei dobbiamo parlare.» iniziò Vooxi, dando una breve occhiata a Wayzz e sospirando: «Wei, io non so quale oscuro demone si è impossessato di Lila ma…»
«Cosa le è successo?»
«Si è messa in testa di fare la colazione! Di cucinare!» squittì il kwami della volpe, volando fino al volto del ragazzo e guardandolo serio: «Lila. Fornelli. Tu hai una minima idea di quello che potrebbe succedere?»
Wei scattò, attraversando velocemente il piccolo appartamento e fermandosi sulla soglia della cucina, osservando timoroso la ragazza all’interno: «Cosa fai?» domandò, allungando le mani in avanti e osservando la compagna come se fosse un animale in procinto di attaccare.
Come aveva detto quell’esperto del documentario che aveva visto con Wayzz, un po’ di tempo addietro?
Non fare gesti bruschi.
«Preparo il caffè.» dichiarò Lila, mostrandogli la moka: «So farlo, sai? Ti ho insegnato io a farla.»
«Non lo nego, ma…»
«Non sono una stupida!» sbottò la ragazza, allargando le braccia e colpendo un pensile con le nocche; Wei fece un balzo in avanti, afferrando la caffettiera prima che rovinasse a terra e, dopo aver dato un’occhiata alla ragazza, la posò sul ripiano di marmo.
Lila lo fissò mentre, meticolosamente, iniziava a riempire d’acqua la parte inferiore e metteva il caffè nel filtro: «Che cosa è successo?» domandò Wei, senza guardarla e Lila sbuffò, strusciando i piedi fino al divano nella sala attigua, dove si buttò, tenendo la mano dolorante al petto: «Lila?»
«Ha chiamato mia madre.»
«Positivo o negativo?»
«Lo chiedi anche?»
«Negativo, direi.» commentò il ragazzo, posando la moka sul fornello e, dopo averlo acceso, si voltò verso la ragazza: «Dimmi tutto.»
La castana sbuffò, facendo un cenno vago con la mano: «Mia madre ha saputo di noi.» dichiarò, lasciando cadere l’arto e posando uno sguardo stanco su di lui: «E sono appena uscita da una chiamata dove…»
«Dove ti diceva che non eri pronta per convivere?»
«Sì e no.» borbottò la ragazza, tirando su le gambe e poggiando il mento contro le ginocchia e sbuffando: «In verità era contenta, finché non ha saputo che non sei il figlio di qualche politico cinese, non hai parentele con l’ambasciatore…»
«Insomma non servo a niente per lei.»
«Sai essere brutale quando vuoi, sai?»
Wei sorrise, abbassando lo sguardo sui piedi nudi: «E tu hai deciso di ripagarla, cercando di ucciderci?» domandò, rialzando lo sguardo e sorridendole.
«Volevo farmi un caffè. So farlo il caffè. Quella donna mi ha buttato giù dal letto ed io…»
«Potevi chiamarmi.»
«Dormivi così bene.» bofonchiò l’italiana, abbassando lo sguardo: «Non volevo svegliarti.»
«Preferisco essere svegliato che trovare casa in fiamme.»
«Quanto sei melodrammatico.» Lila s’imbronciò, osservandolo sedersi sul divano con lei: «E’ successo solo una volta. E non ho incendiato casa. Più o meno.»
«Cosa hai in mente di fare?»
«Prego?»
«Con tua madre.»
«Quello che faccio sempre da un po’ di anni a questa parte: la ignoro.»
«Non pensi che dovresti provare a parlarci? Magari possiamo invitarla qui e…»
Lila scosse il capo, mordendosi il labbro inferiore e abbozzando un sorriso: «La conosco. Tu – noi, anzi – siamo inutili perché non potremmo servire all’ascesa di mio padre per l’olimpo degli ambasciatori. Te l’ho detto, lei vive in sua relazione e tutto il mondo deve fare altrettanto.»
«Lila…»
«A me non importa di quello che dice.» continuò Lila, facendo vagare lo sguardo sui due kwami che, in silenzio, ascoltavano tutto dalla porta della stanza: «Solo che…»
«Ti ha fatto innervosire.» concluse per lei Wei, allungando una mano e posandogliela sul ginocchio nudo: «E’ tua madre, forse vuole…»
«Ti prego, non dire solo il meglio per me, Wei.» bofonchiò Lila, alzandosi e guardandolo dall’alto: «Tu non conosci Ada Rossi. Io non sono un essere umano, sono un oggetto da sfruttare come meglio crede per aiutare la carriera di mio padre.» dichiarò Lila, iniziando a camminare avanti e indietro: «Alle volte penso che sia lei a voler essere ambasciatrice e non mio padre. S’impegna più di lui.»
«Io penso che dovreste solo parlare e chiarirvi.»
«Tu non conosci mia madre.»
«No, ma conosco la donna che ha cresciuto.» dichiarò Wei, alzandosi anche lui e posandole le mani sulle spalle: «Lila, parlale. Possibilmente senza attaccarla e ascolta le sue ragioni, poi potrai combattere le tue battaglie. Ma prima ascoltala e parlale.»
«Io non attacco.»
«Ah no? Devo ricordarti che quando…»
«Fino a quando mi rinfaccerai quella borsettata?»
Wei stirò le labbra in un sorriso, avvolgendo la ragazza nel suo abbraccio e la cullò dolcemente: «Se sarò costretto ti rapirò e ti nasconderò nel magazzino di Mercier.» dichiarò, posandole un bacio sulla tempia e allontanandosi un poco per guardarla in faccia: «Che c’è?»
«Wei. Stai iniziando a subire l’influsso malefico di Adrien.»
«Non ti piaceva Adrien?»
«Preferisco avere il mio Wei.»
«Oh. Sono il tuo Wei?»
«Wei, davvero, stai iniziando ad assomigliare un po’ troppo al micetto.»
Il cinese ridacchiò, posandole un nuovo bacio sulla tempia e tornò nella cucina: «Non preoccuparti, Lila. Andrà tutto bene.» dichiarò, iniziando a preparare la colazione per tutti.


Felix sbuffò, osservando la ragazza seduta al tavolo con lui che mangiava tranquillamente la sua colazione: «Oggi verrai con me.» dichiarò, indicandola con un cenno vago della mano: «Sei pregata di vestirti in modo consono.»
«Perché dovrei?»
«Perché non voglio girare con un’indigena al fianco.»
«Riformulo la domanda, Felix: perché dovrei venire con te?»
Felix posò la tazza di caffè, osservando la ragazza: «Sai, se volevo una figlia avrei preso la prima donna disponibile e…» si fermò, scuotendo il capo: «Come se ne fossi stato capace di andare con una qualsiasi. Ok, dimentica quello che ho appena detto.»
«Io non sono tua figlia.»
«Ma fai le bizze come se lo fossi.»
«Io non faccio le bizze!» sbottò Xiang, voltandosi irata verso di lui: «Sono qui con una missione e intendo portarla a termine, non voglio girovagare per la città come…»
«Kang diceva sempre di conoscere ciò che dobbiamo proteggere.»
«Kang diceva anche di rimanere concentrati sull’obiettivo.»
«Non l’ha mai detto.» dichiarò Felix, sorridendo sornione: «E lo sai.» concluse, abbandonandosi contro lo schienale della sedia: «Rimanere in questa casa tutto il tempo non ti fa bene, Xiang. Accetta il consiglio di chi è più grande di te.»
«Ho molto più anni di te, Felix Norton.»
«Oh. Certo. Sei quasi una nonnetta millenaria, ma tua mentalità è quella di una ragazzina, Xiang.» dichiarò Felix, riprendendo la tazzina e bevendo un generoso sorso di caffè: «Vivere secoli in quella caverna non ti ha permesso di maturare. Io invece ho vissuto fuori, nel mondo, almeno fino a ventidue? Ventitré anni? Quanti ne avevo quando ero a Nanchino?» si fermò, scuotendo il capo: «Comunque io sono più vecchio di te e so cosa è meglio.»
«La tua saccenza non ha limiti.»
«Io la chiamerei esperienza.» dichiarò Felix, afferrando il tablet e dando un’occhiata alle notizie quotidiane, sotto lo sguardo attento della ragazza: Xiang notò subito il cambiamento nel volto dell’uomo, l’atteggiamento tranquillo aveva lasciato il posto a un’espressione addolorata e un sorriso triste gli piegava le labbra, mentre i polpastrelli carezzavano la foto di una donna dalla capigliatura bionda.
«Non capisco…»
«Anche io non capisco perché non te ne stai mai zitta quando serve.»
«Perché non l’hai mai contattata?»
Felix abbassò lo sguardo, osservando ancora per un secondo la foto della donna e poi scosse il capo: «Vai a prepararti, Xiang.» sbottò, spegnando lo schermo del tablet e alzandosi dal tavolo: «Hai dieci minuti.»
«E’ stata posseduta da Chiyou, la sua vita è esattamente come la tua adesso.»
«Xiang…»
La ragazza lo fissò, lo sguardo scuro fermo in quello celeste: «Ho trovato il tuo punto debole, Felix Norton?»
«Dieci minuti.» sentenziò l’uomo, prima di uscire dalla cucina e andare da qualche parte nell’appartamento: Xiang sorrise, finendo di bere il suo the e poi, con un sospiro, si diresse verso la stanza che Felix le aveva messo a disposizione.
Doveva prepararsi.
Come se lei avesse voglia di uscire.


Gabriel si sistemò la giacca, osservando la propria figura allo specchio mentre una mano carezzava la spilla che teneva alla cravatta: il suo Miraculous.
Suo ancora per poco.
«Va tutto bene?» domandò Sophie, affiancandolo mentre si metteva un orecchino e guardandolo in volto attraverso lo specchio: «Gabriel, non…»
«No. Devo.» dichiarò l’uomo, voltandosi verso la moglie e regalandogli un sorriso: «E’ giunto il momento.» assentì con la testa, posandole una mano sulla spalla e dirigendosi poi verso la porta della camera, seguito dal fedele Nooroo: «Ti aspetto nel mio studio.»
«Arrivo subito.»
Gabriel annuì, uscendo dalla camera e osservando Adrien che stava entrando in camera sua, ridendo per qualcosa che aveva detto il suo kwami: «Sarà strano.» mormorò Nooroo, adagiandosi sulla spalla del suo Portatore e guardando l’androne della villa, mentre l’uomo scendeva velocemente le scale: «Gabriel?»
«Dimmi.»
«Posso venire a trovarti, di tanto in tanto?»
«Sarai sempre il benvenuto qui.» dichiarò l’uomo, dirigendosi nel suo studio e osservando il piccolo kwami volare nella stanza e guardarsi attorno, come se volesse imprimersi tutto nella memoria: «Io ti devo delle scuse, Nooroo. Ho usato il tuo potere per me stesso e…»
«Siamo stati una grande squadra, vero?» dichiarò Nooroo, fermandosi davanti il volto di Gabriel e sorridendo: «Abbiamo dato parecchio filo da torcere a Ladybug e Chat Noir, no?»
«Sì.»
«Il mio Miraculous è sempre stato il più debole, io non ho mai avuto grandi poteri come quelli di Plagg, Tikki, Mikko o Vooxi. Non sono supportivo come Flaffy o Wayzz ma tu, Gabriel Agreste, hai dimostrato che anche io potevo fare qualcosa.» dichiarò Nooroo, sorridendo: «Certo, magari essere stati per un po’ dalla parte del male non è stato buono, ma abbiamo fatto grandi cose insieme!»
Gabriel annuì, allungando una mano e carezzando il musetto del piccolo: «Ricorda di dire al tuo nuovo Portatore la marca di caramelle che ti piace e, se non può comprarle, ci penserò io. E ricordati quando ci sono le repliche di Game of Thrones.»
«Sì, Gabriel.»
«E se il tuo nuovo Portatore fa qualcosa che secondo te è sbagliato, diglielo.»
«Sì, Gabriel.»
«E…»
«Gabriel.» Il kwami sorrise, notando lo sguardo chiaro dell’uomo concentrarsi completamente su di lui: «Grazie di essere stato il mio Portatore.»
«Grazie di avermi reso Papillon, Nooroo.»


Lila sorrise, leggendo velocemente il messaggio di Marinette: le sarebbe piaciuto andare a studiare con le ragazze e il duo idiota, ma la voce della ragione – che era stranamente somigliante a quella di Wei – le aveva fatto chiamare la madre e adesso stava attendendo la donna: aveva deciso, come luogo dell’incontro, uno dei locali preferiti della madre, certa che avrebbe acconsentito di prendere un the lì con lei.
Ada Rossi non era tipa da caffè e poi a lei piaceva il Mariage Frères: la sala era immersa nella luce che proveniva dalle finestre e i dolci di quel posto erano sublimi.
Avrebbe dovuto accompagnarci anche il gruppo, una volta.
Inspirò profondamente, osservando le volute di fumo che si alzavano dalla sua tazza di the – earl grey, semplice. Ordinato in attesa della madre –, quando il suo cellulare suonò per la seconda volta.
Lila prese velocemente l’apparecchio, leggendo le poche righe che le erano state mandate: un’altra volta.
A quanto pare, per l’ennesima volta, sua madre aveva messo qualcosa prima della figlia.
Quasi in automatico, le sue mani corsero alla rubrica del telefono e immediatamente selezionò il nome da chiamare: «Devo aiutarti a seppellire un cadavere?» domandò Wei, una volta risposto alla chiamata: «Lila?» domandò poi, quando lei rimase in silenzio: «Lila? Ok, questo mi sta preoccupando. Tu non stai mai zitta.»
«Non è venuta.»
«Lila…»
«Non dovrei rimanerci male, lo so. So com’è fatta.» mormorò, incastrando il cellulare nella spalla e cercando veloce il portafogli, desiderosa di uscire dal locale: «Però…»
«Scusami, io ti avevo consigliato di parlarle e…»
«Tu non la conosci, io sì. Dovevo saperlo che non sarebbe mai venuta.» sbuffò l’italiana, alzando gli occhi al cielo: «La chiamata di stamattina era sicuramente per fare scena o per farmi capire quanto poco me ne importa della carriera di mio padre.»
«Lila…»
«Il che è vero, in effetti.»
«Che vuoi fare?» le domandò Wei, tranquillo come suo solito: «Posso sentire Mercier se mi fa uscire prima e andare…»
«Posso venire lì da te?» chiese la ragazza, storcendo il naso alla sua voce supplichevole: Da quanto in qua implorava qualcosa? Non era da Lila Rossi.
«Qui? Al magazzino?»
«Mi metto in un angolo buona buona.»
«Tu? In un angolo buona buona?»
«La finisci di ripetere quello che dico?» sbuffò la ragazza, imbronciandosi: «Vado a casa, guarda. E cucino.»
«Quando vieni qui al magazzino, mi porteresti qualcosa da mangiare? Ho una fame tremenda.»
«Ti ho appena detto che…»
«Che verrai qui, lo so.» sentenziò il ragazzo, ridacchiando: «Se passi davanti il negozio dei genitori di Marinette, mi andrebbero bene un po’ di croissant.»
«Tu stai passando veramente troppo tempo con il micetto.»
«Ci vediamo dopo.»
«A dopo.»
«E ricorda…»
«Sì, ti porto da mangiare.»
«Brava, ragazza.»


Marinette finì di disegnare un particolare dell’abito, alzando la testa e osservando la biblioteca in cui, assieme ad Adrien, Rafael e Sarah, si era rifugiata quel giorno: decidere di studiare tutti assieme era stata un’idea improvvisa, nata per lo più dalla voglia di non rimanere da soli quel giorno.
Gabriel avrebbe consegnato il suo Miraculous, mettendo fine all’esistenza di Papillon.
E questo era un fatto che stava destabilizzando un po’ tutti.
La mora sospirò, tornando al suo disegno e scuotendo il capo: no, non andava. Non le piaceva ciò che stava creando.
Cancellò le ultime modifiche, soffiando via i rimasugli della gomma e notando come anche Rafael e Sarah fossero distratti: il primo si guardava attorno, la seconda stava cancellando qualcosa che aveva scritto: «Lo rompi quel foglio, Sarah.» la brontolò il moro, osservando la forza che la ragazza stava usando.
«E’ la quinta volta che sbaglio a scrivere.» bofonchiò l’americana, poggiando la gomma e la matita, alzando poi lo sguardo e sospirando: «Non riesco a concentrarmi.»
«Penso più o meno tutti.» dichiarò Adrien, poggiando l’evidenziatore sul libro e abbozzando un sorriso agli altri: «Fra le ombre…»
«Non avete scoperto niente mentre non c’ero?»
«No.» borbottò il biondo, dando una breve occhiata all’orario sul cellulare: «Mio padre avrà già riconsegnato il Miraculous, ormai.»
« Sarà strano non averlo più con noi. Sì, certo ci sarà il nuovo ma…» dichiarò Rafael, tamburellando le dita sul quaderno: «…non sarà lo stesso.»
«Dovremmo solo abituarci.» mormorò Marinette, sorridendo: «Il maestro Fu ci ha detto che è una ragazza molto gentile, quando Nooroo la porterà da noi la faremo sentire subito accolta e…»
«E la faremo integrare subito.» aggiunse Sarah, annuendo decisa: «Dobbiamo essere uniti se chi ha mandato le ombre decidesse di attaccare.»
«Lo facesse almeno.» bofonchiò Adrien, scuotendo il capo: «Sinceramente preferisco sapere di essere sotto attacco che…» mosse le mani in aria: «Questo.»
«Lo sappiamo, Adrien.»
«Questo posto è meraviglioso.» dichiarò Sarah, osservandosi intorno e sorridendo agli scaffali che arrivavano fino al soffitto alto, intervallati da colonne: «Di che secolo è?» domandò, cambiando argomento e riportando l’attenzione sugli altri.
«Sicuramente di uno dove non ero nato.» rispose Rafael, sorridendole: «Non lo so. Millesettecento, forse?»
Sarah storse la bocca, afferrando il cellulare: «Marinette, come si chiama?» domandò, voltandosi verso l’amica e aspettando la risposta.
«La biblioteca? Biblioteca Mazzarino.» rispose prontamente la mora, scambiandosi uno sguardo divertito con Adrien: «Vuoi veramente cercare il periodo in cui è stata costruita?»
«Certo. Studio storia…»
«Archeologia, Sarah.»
«La storia m’interessa comunque. E mi piace sapere cosa narrano queste mura.» decretò l’americana, sorridendo: «E’ del milleseicento. Non ci sei andato tanto lontano, Rafael.»
«Ricordati chi è mio padre.»
«Il professore peggiore in periodo di esami?»
«Esattamente.»
«Si nota così tanto la parentela?» domandò Adrien, lasciando perdere lo studio e voltandosi verso i due amici: «E’ proprio vero che i pennuti si assomigliano tutti.»
«Ah ah. Non fa ridere.»
«E’ un peccato che non ci sia Lila.» borbottò Marinette: «Almeno vi teneva un po’ tranquilli.» dichiarò, scuotendo poi vigorosamente il capo: «No, Lila si unirebbe a voi. E’ Wei quello che vi tiene calmi.»
«Wei santo subito.» dichiarò Adrien, stirando le braccia verso l’alto: «Ok. Io mi arrendo. Per oggi ho dato tutto quel potevo dare.»
«Siamo in due, amico.» sentenziò Rafael, chiudendo con un gesto deciso il libro di economia: «Andiamo a mangiare qualcosa?» domandò, voltandosi verso le due ragazze: «Mangiamo un boccone e poi andiamo dal maestro. Magari chiamiamo anche Lila ‘vi sto snobbando tutti’ Rossi e Santo Wei. Alex non lo considero, dato che vive dal maestro.»
«Io ci sto.» dichiarò Marinette, chiudendo l’album e voltandosi verso Sarah: «Tu?»
«Sono con voi.»


Fu prese la scatolina di legno dalle mani di Gabriel, carezzando lieve il coperchio: «Fa male, vero?» domandò, voltandosi verso il giradischi e azionando velocemente il meccanismo: in vero non serviva a molto riporre lì il Miraculous, dato che avrebbe dovuto consegnarlo al nuovo Portatore.
Con Wayzz non l’aveva fatto, ora che ci pensava.
Ma stavolta voleva eseguire la procedura fino in fondo: «Resterai sempre uno di noi, Gabriel.» mormorò, posando il cofanetto all’interno della scrigno: «Il tuo nome entrerà nelle sale di Nêdong...» continuò solenne, congiungendo le mani in preghiera e chinando il capo di fronte al contenitore dei Miraculous.
«Come quello che ha reso malvagio un Miraculous?»
«Adrien ha veramente preso tanto da te, sai?» sbuffò Fu, avvicinandosi al giradischi e riprendendo la scatolina del Miraculous di Nooroo: «Tutta la solennità della situazione, mandata all’aria.»
«Chiedo perdono.» dichiarò Gabriel, senza perdere la sua calma: «Lo consegnerai oggi?»
«Sì, meglio non perder tempo.» assentì l’anziano, stringendo la presa sul piccolo scrigno: «Non sappiamo quanto durerà questa calma e preferisco che la nuova Portatrice si  abitui il prima possibile ai suoi nuovi poteri.»
«Lei ha un’idea di chi può essere il nuovo nemico?»
«Ho un’idea.» sentenziò Fu, scuotendo poi la testa: «Ma è talmente surreale che spero rimanga un’idea.»
«Vuole rendermi partecipe?»
«Solo se noterò che sta diventando realtà, Gabriel.» dichiarò Fu, abbozzando un sorriso: «Per ora ho questo signorino da consegnare alla sua nuova Portatrice.»


Sbuffò, gettando il borsone degli allenamenti ai piedi del letto: non era stato scelto.
Ancora una volta sarebbe rimasto in panchina a guardare gli altri giocare.
Si lasciò andare sul letto, incrociando le braccia dietro la testa e osservando il soffitto: Jérémie, il suo migliore amico, aveva cercato di consolarlo, dicendogli che ci sarebbero state sicuramente altre partite, ma tutto ciò che adesso aveva in mente era il sorriso di Luc, suo rivale e la peggiore persona che conoscesse.
Ricordava perfettamente quel sorrisetto derisorio che gli aveva rivolto, quando l’allenatore lo aveva informato che sarebbe stato in panchina.
Sospirò, rotolandosi sul letto e dando un’occhiata alla scrivania: avrebbe dovuto fare i compiti.
La Bustier aveva caricato la classe come se fossero stati tanti piccoli muli.
E sua madre avrebbe dato di matto se avesse preso un’altra insufficienza.
Sbuffando, si issò in piedi e si trascinò fino alla scrivania, notando solo in quel momento il piccolo cofanetto di legno: «Cosa è?» si domandò ad alta voce, inclinando la testa e studiando il piccolo oggetto: non era suo. O almeno credeva.
Forse sua madre aveva di nuovo ficcato il naso fra le sue cose e aveva riemerso quell’affare?
Però non ricordava di averlo mai avuto.
Che fosse un regalo di natale della zia che aveva gettato in fondo all’armadio?
«Mamma!» urlò, prendendo la scatolina di legno in mano e studiandola: c’era un simbolo inciso sopra, ma nulla che gli facesse venire  in mente qualcosa: «Mamma!» rimase in silenzio, ascoltando l’assenza di rumori della casa.
Ah. Giusto.
Non c’era.
Era uscita con Camille poco prima che lui rientrasse.
E dire che l’aveva anche letto il messaggio che gli avevano mandato, appena uscito dall’allenamento ma la delusione era cocente e si era dimenticato; tornò a concentrarsi al cofanetto, agitandolo e sentendo qualcosa muoversi dentro: «Ma che c’è dentro?» domandò, aprendola.
Una luce intensa gli fece chiudere gli occhi, per evitare che rimanesse accecato e quando li riaprì si trovò davanti un piccolo esserino violetto, che si guardava intorno smarrito: «Ehm. Ciao!» esclamò lo spiritello, dopo un momento iniziale di silenzio: «Io sono Nooroo e sono un kwami.»
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