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Miraculous Heroes 3

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Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 2.835 (Fidipù)
Note: E partiamo subito in maniera dolce, presentando La Cure Gourmande, una catena di negozi specializzata in dolciumi vari, nonché veri e propri attentati al palato: io faccio una visitina a questo negozio, ogni volta che vado a trovare i miei parenti a Nizza e...è impossibile non uscire senza un piccolo sacchetto fra le mani. I miei preferiti sono i biscotti al burro, che ti tentano da lontano, espandendo il loro profumo nella strada e...ripeto: è impossibile non entrare quando passi davanti a questi negozi.

 

 

«Sto morendo…» si lamentò Flaffy, fluttuando davanti il volto addormentato del suo umano e portandosi una zampetta al volto: «La mia vita mi sta lentamente lasciando.»
«Non sei in fin di vita.» bofonchiò Rafael, voltandosi dalla parte opposta e sospirando pesantemente: «I morti sono meno vivaci.»
«Rafael, sto morendo.»
«Sì, certo.» assentì il parigino, allungando una mano nell’altro lato del letto e sentendo il materasso vuoto e freddo; si issò velocemente a sedere, guardandosi attorno sotto lo sguardo incuriosito del kwami: «Sarah?» domandò, massaggiandosi il volto e cercando qualche segno della presenza della ragazza.
«E’ di là.» gli rispose Flaffy, osservandolo alzarsi e infilarsi i pantaloni del pigiama: «Si è alzata da un po’ e si è messa a studiare.» continuò il kwami, seguendo passo passo il ragazzo: «E Rafael…»
«Mh?»
«Non ti preoccupare di ciò che vedrai.»
«Cosa?» domandò il moro, passandosi una mano fra i capelli e raggiungendo velocemente l’altra stanza: Sarah si era accomodata sul divano, i libri e i quaderni pieni di appunti occupavano il tavolino basso assieme al pc della ragazza, mentre i capelli erano stati raccolti con il Miraculous, sulla cima della testa e…: «Tu porti gli occhiali?» domandò Rafael, notando la montatura che la ragazza indossava.
Sarah si voltò verso di lui, portandosi una mano al volto e togliendosi velocemente gli occhiali: «N-non avevo sentito che ti eri alzato.» mormorò, chiudendo le asticelle e tenendo in grembo gli occhiali da vista.
«Perché non mi hai detto nulla?» chiese Rafael, indicando gli occhiali e sedendosi sul divano, di fianco a lei: «Non…»
«In verità non li porto.»
«Ma…»
Sarah carezzò la montatura di metallo grigia con un polpastrello: «Ti ho parlato di mio padre, vero?» domandò, voltandosi verso di lui e abbozzando un sorriso: «Ti ho detto che è morto in un incidente in metropolitana, sì?»
«Sì. Non parli mai molto di lui, ora che ci penso.»
«Questi appartenevano a lui.» dichiarò spiccia Sarah, alzando gli occhiali e dondolandoli davanti il volto di Rafael: «Glieli avevo regalati io per un compleanno, avevo messo i soldi da parte per comprarglieli e fargli fare il ‘finto intellettuale’ quando aveva voglia.» continuò la ragazza, perdendosi nei ricordi: «Alle volte si metteva in salotto, con un libro in mano e gli occhiali mentre mamma lo prendeva in giro.»
Rafael sorrise dolce, cercando di immaginare la scena: non gli era difficile vedere nella sua mente la signora Davis – aveva visto alcune foto della donna a casa di Sarah –, un po’ più difficile era per il padre della ragazza; allungò una mano, prendendo la montatura dalle dita della bionda e, delicatamente, aprì le aste e li infilò, facendoli scivolare sopra al naso della bionda: «Perché li hai messi oggi?»
«Oggi è il giorno della morte di papà.»
«Sarah…»
«Visto che non posso andare a visitare la tomba, ho pensato di metterli e…»
«Perché non me l’hai detto?» sospirò Rafael, allungando una mano e portando indietro una ciocca sfuggita all’acconciatura: «Perché…»
«Abbiamo altro a cui pensare: c’è Thomas, c’è il nuovo cattivo e la nostra missione di…»
«Il tuo dovere alla missione, alle volte, è veramente ossessivo, sai?» sbuffò Rafael, portandosi le mani al volto e massaggiandoselo: «Cosa vuoi che faccia?»
«Cosa?»
«Vuoi andare a New York per visitare la tomba? Ti accompagnerò. Vuoi fare qualcosa che facevi sempre con tuo padre? Vuoi…» si fermò, scuotendo il capo: «Dimmi quello che vuoi fare ed io lo farò.»
Sarah sorrise, allungando una mano e prendendo quella di Rafael, stringendola appena: «Puoi abbracciarmi?» domandò e, immediatamente, le braccia del parigino la circondarono, stringendola forte e il calore la confortò un po’: «Grazie.» mormorò Sarah, poco dopo, staccandosi leggermente dal ragazzo e regalandogli un sorriso: «Grazie.»
Rafael la fissò un attimo, annuendo poi con la testa e carezzandogli i capelli: «Andiamo a sfamare l’hobbit rompiscatole.» dichiarò con uno sbuffo, alzandosi e dirigendosi verso la cucina, con Flaffy al seguito.


Thomas osservò la vetrina del negozio di caramelle, sospirando pesantemente: «Quindi tu mangi solo questo tipo di caramelle?» domandò al kwami, nascosto all’interno della tasca alta del suo giaccone, dando poi un’occhiata alla madre, che stava studiando la vetrina poco distante.
«Sì.» assentì Nooroo, facendo capolino e sorridendogli: «Mi dispiace tanto.»
Il ragazzino annuì, cacciando la mano nell’altra tasca e prendendo i soldi che aveva con sé: «Dovrò dire addio a quel videogioco…» dichiarò sconsolato, contandoli e annuendo: «La scatola di latta quanto ti può durare?»
«Beh, finché non userai il tuo potere speciale, non avrò bisogno di ricaricarmi.» mormorò Nooroo, annuendo con la  testolina: «Penso possa andare ben per ora.»
«Non mi hai detto come fare a trasformarmi.»
«Oh, quello è facile. Devi solo dire ‘Nooroo, trasformami’.» gli rispose prontamente il kwami, fissandolo: «Ma non dirlo ora, altrimenti diventerai….mh. Dovremo trovare un nome per quando sarai un…»
«Un supereroe?»
«Sì. Un supereroe.»
Thomas annuì, voltandosi poi verso la madre e vedendola sempre assorta ad ammirare l’esposizione della cioccolateria vicina: «Mamma! Io entro qui!» esclamò, indicando il negozio della catena La Cure Gourmande e ricevendo un segno affermativo con la testa da parte della donna.
Il ragazzino aprì la porta del negozio e venne investito dal profumo di biscotti e caramelle: entrò titubante e sorrise alla commessa che, con un vassoio di assaggi, sostava vicino alla porta: «Ciao.» esclamò, sorridendogli: «Vuoi assaggiare?» domandò poi, mettendogli sotto il naso le varie prove di biscotti e caramelle.
Thomas li guardò, prendendo poi una delle caramelle e dando un’occhiata veloce al negozio: «Hai visto qualcosa che t’interessa?» continuò la commessa, seguendolo.
«Voglio una di quelle.» dichiarò Thomas, indicando una delle scatole di latta poste in alto, mentre la donna annuiva e posava il vassoio con gli assaggi: «Quella blu.» indicò il ragazzino, seguendo le manovre della commessa per prendere il suo acquisto; la donna gli passò la scatola e Thomas si voltò veloce verso la cassa, andando a sbattere contro qualcuno: «Ah. Scus…Manon Chamack!» esclamò, riconoscendo una sua compagna di scuola, di pochi anni più piccola.
La bambina alzò la testa, fulminandolo con lo sguardo: «Lapierre!» ringhiò, assottigliando lo sguardo nocciola: «Sei sempre tu.»
«Non l’ho fatto apposta!»
«Sì, che l’hai fatto! Mi hai seguito fin qua e…»
«Ma non è vero!» sbottò Thomas, stringendo la scatola di latta al petto e alzando il mento: «Cosa vuoi che me ne interessi di quello che fa una marmocchia come te?» bofonchiò, superandola e andando a pagare il suo acquisto: era sempre così, fin dalla prima volta che si erano conosciuti.
Lei diceva che lui era la causa di ogni male sulla terra o, comunque, di tutti quelli che le capitavano.
E lui la faceva tornare con i piedi per terra, ricordandole che non era miss universo.
La commessa dietro la cassa gli sorrise e fece passare il codice a barre del suo acquisto, dando poi il verdetto finale: perfetto. Sfamare Nooroo sarebbe stato veramente costoso, fortunatamente il kwami gli aveva detto che, finché non si fosse trasformato e avesse usato i suoi poteri, non ci sarebbero stati problemi.
Da annotarsi: usare solo se strettamente necessario il potere speciale di…di…mh.
Doveva assolutamente trovare un nome per la sua identità da supereroe.
Si voltò, notando che Manon Chamack era ancora dove l’aveva lasciata: «Cosa vuoi?» borbottò, infilando la scatola sottobraccio e raggiungendo velocemente la porta.
«Perché hai comprato delle caramelle? A te non piacciono i dolci.»
«Perché non ti fai gli…» Thomas si fermò, la mano ferma sulla maniglia del negozio e lo sguardo completamente rivolto verso la bambina: «Tu come fai a sapere che non mi piacciono i dolci?»
«Così…» mormorò Manon, con un’alzata di spalla, andandosene poi verso il fondo del negozio dove Thomas intravide la madre della bambina.
«Bah.» borbottò Thomas, scuotendo il capo e uscendo dal negozio, notando sua madre ferma in sua attesa: «Scusa, ma’.»
«Uh! Sono per me?»
«No.»
«Figlio ingrato.»
«Sono per un amico, mamma.» spiegò brevemente Thomas, sorridendole: «Gli piacciono solo queste e ho pensato di comprargliele. Sai, ha preso l’influenza…» buttò lì, notando quando bene gli riuscisse mentire: beh, l’alternativa sarebbe stata spiegare che un signore anziano aveva messo in camera sua una spilla magica con uno spirito all’interno e…
No, meglio la bugia dell’amico malato.
La donna sorrise, avvicinandosi al figlio e sistemandogli la berretta: «Sei meraviglioso, tesoro.» dichiarò la donna, passandogli un braccio attorno alle spalle e iniziando a passeggiare: «Andiamo a comprare la maglia a tua sorella e poi a casa?»
«Ok.»


Alain osservò i tre ragazzi che, occupato un tavolino, erano immersi nello studio: «Ragazzi, vorrei ricordarvi che questo posto è un locale, non una biblioteca.» dichiarò, avvicinandosi e appoggiandosi alla sedia di Rafael: «Quante volte ve lo devo dire?»
«Abbi pietà di noi.» sentenziò Alex, alzando lo sguardo dal monitor e sistemandosi gli occhiali sul naso: «Abbiamo provato a studiare in biblioteca, ma questi due attirano ragazze come miele e il nostro tavolo è costantemente circondato da sospiri e da ‘Oh, Adrien! Oh, Rafael!’»
«La dura vita dei modelli.» dichiarò Adrien, sottolineando un passaggio e abbozzando un sorriso: «Di solito con noi ci sono Marinette e Sarah: sono un’ottima protezione contro le fans.»
«E dove sono oggi?» domandò Alain, incuriosito: «In verità è strano vedere questo qua, senza la sua ragazza.» aggiunse, dando una lieve manata sulla nuca di Rafael: «E pensare che ti vedevo ogni sera con una tipa diversa.»
«L’amore cambia…»
«Disse quello che, a tredici anni, dichiarò che l’amore non esisteva.»
«Ero piccolo.»
«No, avevi il cuore infranto è differente.»
«Oh. Sono curioso.»
«Lo sai che la curiosità uccise il gatto, Adrien?» borbottò Rafael, sospirando pesantemente: «Ad Alain piace parlare a sproposito, io non avevo il cuore infranto.» borbottò il moro, parafrasando la frase dell’amico.
«Si era innamorato di una più grande, parecchio più grande, e questa prima ci ha giocato un po’ e poi l’ha messo davanti alla verità, nella maniera più brutale possibile: si è fatta trovare con un altro.»
«Uao…»
«E, da allora, il signorino ha volato di fiore in fiore…»
«Come un’ape.» aggiunse Adrien, ridacchiando divertito, fermandosi poi quando qualcosa nel racconto non gli tornò: «Aspetta. Tu e questa tipa l’avete fatto?» domandò, appoggiandosi allo schienale quando il moro fece un cenno affermativo: «Uao. Precoce il ragazzo.»
«Forse sei tu che sei ritardato.»
«A tredici anni io ero rinchiuso in casa. Sequestrato, direi.» borbottò Adrien, assottigliando lo sguardo verde: «Alex?»
«Cosa? Che volete da me?»
«Tu a tredici anni…»
«A tredici anni…» l’americano alzò la testa verso l’alto, sistemandosi gli occhiali e sorridendo: «Penso che a tredici anni ho fatto il punteggio più alto a Ultimate Strike. Il punteggio più alto di tutti quelli della mia scuola.»
«Questi sono ragazzi normali.» sentenziò Alain, indicandoli: «Ok, non ho capito la cosa del sequestrato ma penso sia normale.»
«Sì, sì. Mio padre era un po’ apprensivo.» dichiarò Adrien, sorridendo allegro: «Mi teneva in casa perché aveva paura che mi succedesse qualcosa: che so, uno scienziato tedesco che mi rapisse, cose del genere.»


«Non dovresti venire qua.» sentenziò Fu, osservando l’uomo che aveva suonato alla sua porta: «E se qualcuno ti vedesse?»
«Fu…» Felix si sistemò la giacca, sorridendo divertito: «Sono in carica per diventare sindaco di Parigi, sono su tutti i giornali e telegiornali, ormai.»
«Mi meraviglio che non ti abbiano ancora scoperto…»
«Ti meravigli che lei non mi abbia ancora scoperto.» lo parafrasò il biondo, sorridendo: «Sicuramente non ci fa caso. Non è mai stata interessata a politica o altro.»
Fu sbuffò, sistemandosi al tavolino e osservando l’altro uomo: «Che cosa vuoi?» domandò spiccio, osservando Felix accomodarsi tranquillamente: «L’ultima volta che sei venuto mi hai riferito che Kang era morto e che Parigi era sotto una grave minaccia. Mi sembra che negli ultimi tempi sia tutto tranquillo, invece.»
«Ti ho parlato di Xiang?»
«Xiang?»
«E’ l’ultima superstite di Shangri-la, per dirla in maniera spiccia.» spiegò Felix, massaggiandosi il mento: «Ed era l’allieva di Kang: dopo che è stato ucciso, lei ha viaggiato per venire qua. Certo, avrebbe fatto prima se avesse preso un aereo ma…» il biondo si fermò, scuotendo il capo: «E’ di Shangri-la ed è stata un po’ lontana dalla civiltà, quindi ha pensato di farsi Shangri-la/Parigi a piedi.»
«Sai, preferivo il sergente Norton.» borbottò Fu, incrociando le braccia: «Arrivava subito al dunque.»
«Xiang è stata contattata dal nostro nemico, lei lo chiama dí rén…»
«Vuol dire nemico in cinese.»
«Non ha tanta fantasia la ragazza.»
Fu si massaggiò il viso, osservando stancamente l’altro: «Felix, per favore, puoi venire al dunque. Mi sembra di parlare con Adrien: tante battutine e poca sostanza.»
«Adrien è il nuovo Portatore del Gatto Nero?»
«Sì, credo che andrete d’accordo.»
«Non vedo l’ora di incontrarlo.»
«Vuoi dire che…»
«Se ci sarà bisogno di me, uscirò allo scoperto.» sentenziò il biondo, alzandosi e dirigendosi verso la porta del salotto: «Ma per ora rimarrò nell’ombra. Ora devo andare, Fu. Ci vediamo.» lo salutò, uscendo velocemente dalla stanza e dall’abitazione.
«Cosa era venuto a fare?» si domandò stancamente il cinese, scuotendo la testa e alzando gli occhi al cielo: Portatori del Gatto Nero, chi li capiva era bravo.


«Dovevi dircelo.» sentenziò Lila, battendo una mano sui libri di Sarah e facendo sobbalzare la bionda: l’americana alzò lo sguardo, osservando le sue due amiche in piedi accanto al suo tavolo.
«Cosa?» mormorò Sarah, togliendosi gli occhiali mentre Lila e Marinette si accomodavano: «Ma che…?»
«Rafael ha cantato.» dichiarò Marinette, tirando fuori il cellulare e mostrandole il messaggio che le era arrivato dal modello parigino: «Quindi oggi staremo tutto il tempo con te, dato che hai detto categoricamente a Rafael di fare come se nulla fosse e quindi si è preso Adrien e Alex ed è andato a studiare da qualche parte.»
«Potevi dirci che oggi era l’anniversario della morte di tuo padre, Sarah.» sbottò Lila, prendendo il menù del locale, dove Sarah si era rifugiata a studiare, sfogliandolo stizzita: «Siamo tue amiche.»
«Non volevo…»
«Al momento siamo tranquilli.» dichiarò Marinette, abbozzando un sorriso e allungando una mano sul tavolo, fino a stringere le dita della bionda: «Quindi puoi dirci senza problemi quello che ti affligge, Sarah. Siamo qui per te.»
«E a breve arriverà anche Wei.» aggiunse Lila, facendogli l’occhiolino: «Wei è un’ottima spalla su cui piangere, posso assicurartelo.»
«Beh, vista la grandezza…» aggiunse Marinette, ridacchiando e mimando nell’aria le dimensioni.
«Oh. Spero di non dover far a pugni per questo con Adrien.» s’intromise la voce tranquilla di Wei, facendo diventare rossa come un peperone, Marinette: «Ciao, ragazze.»
«We…Wei, coec…io…non…»
«Uh! Il marinettese! Da quanto tempo non lo sentivo!» dichiarò giuliva Lila, battendo le mani: «Ormai si è talmente abituata ad Adrien, che non parla più questa lingua.»
«Tranquilla, Marinette.» Wei si accomodò al tavolo, scompigliando affettuosamente i capelli della mora e sorridendo: «So che scherzavi.»
«Cusca…cioè, volevo dire scusa…»
«Tranquilla.»
«Oh, ti prego, Wei! Non tranquillizzarla subito! E’ bello sentirla parlare alieno!»
«Lila…»
Sarah sorrise, osservando i tre e scuotendo il capo biondo: «Io non....» mormorò, abbassando lo sguardo sulle sue mani: «Non volevo dirvi nulla, non volevo dire niente anche a Rafael ma…» si fermò, abbozzando un sorriso e alzando la testa: «Non sono triste. Davvero. Sono solo…»
«Sei triste, Sarah. E’ inutile negarlo.» commentò Wei, posandole una mano sul capo biondo: «Quando persi mio nonno mi sembrò di essere lacerato dentro, che qualcosa di me se n’era andato con lui. E’ normale essere triste nel giorno della loro perdita, non è una debolezza ma un semplice sinomino che i nostri sentimenti sono ancora vivi per loro.»
«Era tanto che non sentivo anche Wei sbagliare una parola.»
«Quale?» domandò il ragazzo, voltandosi verso la propria compagna e ripercorrendo ciò che aveva detto: «Non ho sbagliato…»
«Sinonimo, non sinomino.» lo corresse Lila dolcemente, spostando poi l’attenzione verso Sarah: «Comunque quello che ha detto Wei è tutto giusto: non trincerarti dietro quella facciata da dura. Sappiamo come sei, Sarah.»
«E siamo qui per stare con te.» concluse Marinette, sorridendo all’americana: «Non ti libererai facilmente di noi. E poi ho portato i macarons di mio padre.»
«Santa Marinette.»
«Grazie, ragazzi.» mormorò Sarah, sorridendo ai suoi amici: «Grazie, davvero.»


Il tassista osservò i tre che erano usciti dall’aeroporto: «Dove volete andare?» domandò, dando un’occhiata ai miseri bagagli che avevano, aprendo poi il bagagliaio dell’auto e sistemandoli lì: «Allora?»
«Parigi essere qui?» domandò il più altro dei tre, sorridendo affabile.
«Sì, è Parigi.» bofonchiò l’uomo, suscitando l’allegria del trio: ne aveva vista di gente strana da quelle parti, Parigi poi sembrava essere diventata negli ultimi anni il covo della stranezza, ma quei tre…
Uno era una montagna, poi c’era lo smilzo e infine il tappetto dall’aria ringhiosa.
Sembravano usciti da uno dei cartoni animati che sua figlia adorava tanto.
Lo smilzo tirò fuori un cellulare e dopo averci armeggiato un po’, iniziò a parlare in una lingua straniera: forse era cinese, constatò l’autista, poggiandosi alla macchina e attendendo che i suoi tre clienti decidessero in quale zona di Parigi doveva portarli.
«Portare noi a Hotel Ibis.» gli disse lo smilzo, mostrandogli il cellulare e la mappa: «Portare qua.»
L’autista annuì, facendogli cenno di salire sulla vettura: mah, ne arrivava di gente strana a Parigi.
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