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Miraculous Heroes 3

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Titolo: Miraculous Heroes 3
Personaggi: Adrien Agreste, Marinette Dupain-Cheng, altri
Genere: azione, mistero, romantico
Rating: NC13
Avvertimenti: longfic, what if...?, original character
Wordcount: 3.144 (Fidipù)
Note: Ultimo appuntamento della settimana! Bene, bene. Avrei un po' di cosette da dire, stavolta. Dai vostri commenti ho notato che Xiang, per il momento, non riscuote molto successo: e ci credo, mi ci sono impegnata per renderla così quindi direi che sia normale; vi dico solo di non giudicarla tanto frettolosamente e da quel poco che vi mostro di lei...
Passiamo ora ai poteri di Hawkmoth. Mentre mi trovavo a che fare con Thomas e la sua nascita come eroe, mi sono scontrata con un bel problemino: come caspio funziona il Miraculous della Farfalla? Rivedendo la serie e iniziando a teorizzare, ho dedotto che il potere speciale (pari al Cataclisma e al Lucky Charm) fosse proprio quello di infondere energia nelle farfalle. Però. C'è un però. E la regola dei 5 minuti? Papillon, in molte puntate, rimane nella sua forma trasformata molto più a lungo dei cinque minuti e non si preoccupa del tempo che scorre (ovviamente, io mi baso solo sulla prima stagione e non calcolo ciò che verrà in futuro e se verrà rivelato il vero potere speciale di Papillon.), al che ho iniziato a pensare e ricercare: la farfalla è un simbolo di trasformazione e cambiamento, due cose che non sono soggette al tempo e che possono durare oppure no. Quindi, con un'arrampicata sugli specchi degna da guinness dei primati, ho arginato il quesito: perché il Miraculous della Farfalla non ha un countdown?
Riguardo poi al come le persone vengono akumatizzate (premetto: continuerò a dire così, essendo più comodo e facile) e su quali emozioni si basa l'akumatizzazione...in questo caso viene in mio soccorso la psicologia,con le emozioni: ne ho scelte 5 (fra primarie e secondarie) che, secondo me, andavano bene per rendere qualcuno un Campione del Miraculous sia in senso negativo - come faceva Papillon ai tempi d'oro - sia in senso positivo.
E mi sembra di aver spiegato tutto. Vi salto le info riguardanti i due luoghi presenti nel capitolo o queste note saranno più lunghe del capitolo stesso!
Come sempre, ci tengo a ringraziarvi tutti quanti: grazie a tutti voi che leggete, commentate, inserite questa storia in una delle vostre liste e...
Beh, grazie grazie grazie grazie grazie grazie!

 

«Sì, lo so. Lo so.» Rafael sbuffò, ascoltando la voce acuta della sua agente sbraitare dall’altra parte del telefono, mentre si sedeva accanto a Sarah, che aveva sollevato lo sguardo curiosa dai libri: «Fifi…sì, ok. Scusa, non ti chiamerò più così. Josephine, davvero domani…» si zittì una seconda volta, catturando nel mentre la treccia della ragazza e giocherellando con i capelli: «Ok, ho capito. A che ora? Ma è l’alba! No, va bene. Va bene. Scordati l’aumento, Fifi» chiuse la chiamata, posando la fronte contro la spalla di Sarah e sentendo la testa di lei poggiarsi contro la sua: «Odio il mio lavoro. E odio la mia agente.»
«Che cosa è successo?»
«Hanno spostato un set» le rispose Rafael, scostando una ciocca di capelli e baciandola sotto l’orecchio, sorridendo al mugolio che ricevette in cambio: «Sai, stavo pensando…»
«Devo studiare.»
«Non ti ho ancora detto cosa stavo pensando» continuò il ragazzo, scivolando con le labbra lungo il collo, leccando e succhiando: «Studi dopo» mormorò contro la pelle, risalendo e sentendola sospirare: «Ti do una mano io…»
Sarah lasciò andare un sospiro, voltandosi verso il ragazzo e prendendogli il volto fra le mani: «L’ultima volta che hai detto così...»
«Ti ho aiutato, no?» domandò Rafael, fissandola con fare innocente: «Non è così?»
«Sapere tutto sugli usi delle case di piacere nel passato non mi è servito a niente» sentenziò Sarah, sorridendo al volto imbronciato: «Grazie del pensiero, ma preferis…» Rafael si avventò contro di lei, mettendo fine a ogni lamentela con la sua bocca e Sarah mugugnò qualcosa, allacciando le mani dietro al collo del ragazzo e lasciando che lui la stringesse contro di sé: «Rafael, ci sono…»
«Bambini!» tuonò il moro, tornando a dedicarsi al collo della bionda: «A letto!» ordinò, senza curarsi se i due kwami gli avessero dato udienza o meno.
«Ma è presto!»
«Flaffy, ti requisisco la cioccolata!»
«Stupido Nazgul!»
Sarah rise, passandogli le dita fra i capelli e spettinandolo mentre le labbra di lui scendevano verso la scollatura della maglietta, immobilizzandosi entrambi quando il suono congiunto dei loro cellulari irruppe nell’aria: «No» dichiarò Rafael, voltandosi verso il tavolo e osservando il nome di chi stava chiamando: «Fra tutti i momenti in cui uno poteva attaccare, proprio ora?»
Sarah tossì, facendosi aria al volto e afferrando il proprio telefono, rispondendo alla chiamata: «Alex?» domandò, osservando Rafael accanto a lei con le braccia incrociate e lo sguardo omicida: «Che cosa è successo?»
«Ohilà!» esclamò allegro il ragazzo dall’altra parte, accompagnato dal familiare rumore di tasti: «A breve sarete tutti in linea, nel mentre puoi accendere la tv? Perché questo è…» Alex fece un sospiro profondo: «Beh, davvero insolito.»
«Accendo subito» mormorò Sarah, alzandosi e recuperando il telecomando dal divano, mentre Mikko e Flaffy riapparvero nella stanza: «Ma cosa…?» bisbigliò la ragazza, osservando l’edizione straordinaria e le riprese di una tizia, molto somigliante a uno di loro, che si aggirava per il cielo di Parigi: «Alex, ma che…»
«Sto aspettando delucidazioni. Ah, dato che ci sei, sai mica dov’è Rafael? Non mi risponde.»
«Sono qui» bofonchiò il ragazzo, osservando lo schermo della tv: «Un’akumatizzata? Era da…beh, da quando Gabriel Agreste ha smesso di fare il supercattivo che non ne vedevo una.»
«Akumatizzata?» domandò Sarah, voltandosi verso il ragazzo e indicando lo schermo: «Puoi spiegare?»
«Sei lì?» chiese Alex, dall’altra parte del telefono: «Oh. Non mi dire che ho interrotto qualcosa…»
«Alex, vuoi ancora vivere?»
«Sì, mia dolce amica. Voglio vivere, voglio trovare la mia anima gemella e fare tanto di quello che stavi facendo fino a poco fa.»
«Alex, sei morto» sentenziò Sarah, voltandosi verso Rafael: «Puoi spiegare?»
«Hai visto come Gabriel trasforma gli altri, no? Willie, Sophie, il cadavere al telefono…» iniziò Rafael, indicando con un cenno del capo il televisore: «Beh, quando era cattivo quella era la prassi: di punto in bianco appariva un cattivo che Ladybug e Chat Noir sistemavano e facevano tornare alla normalità.»
«La gente che c’era all’ultimo combattimento con Coeur Noir.»
«Esatto. Quelli erano gli akumatizzati di Papillon, mentre questo…» Rafael osservò la televisione, sospirando pesantemente: «Il ragazzino è morto.» dichiarò lapidale con il sorriso sulle labbra.


«Io l’avevo detto» sentenziò Chat Noir, atterrando su una terrazza e osservando la ragazza al suo fianco: «L’avevo detto, no?»
«In verità tu hai solo detto no» precisò Ladybug, guardandosi attorno e cercando un appiglio per lanciare lo yo-yo: «Non hai parlato di akumatizzati…secondo te si possono chiamare ancora akumatizzati?»
«Pensi davvero che me ne importa?»
L’eroina sorrise, avvicinandosi al ragazzo e lasciando che lui le posasse le mani sui fianchi: «E’ qualcosa che abbiamo sempre fatto» mormorò, giocherellando con la campanella che il ragazzo aveva al collo: «Sappiamo cosa fare, no? E poi adesso abbiamo anche dei compagni in più.»
«Quindi cosa faremo d’ora in poi? Combatteremo gli akumatizzati che quel moccioso crea?»
«Gli insegneremo a usare i suoi poteri» dichiarò Ladybug, allungando una mano e carezzando il volto del ragazzo: «In fondo anche noi abbiamo fatto i nostri errori all’inizio, no?»
«Polverizzare una porta da calcio.»
«Cercare di mollare il Miraculous alla mia migliore amica.»
«Quello è stato un grave errore sì» dichiarò Chat, baciandole il naso e dando un’occhiata attorno a sé: «Sembra il tuo terrazzino» sentenziò, osservando il balcone immerso nel verde e avvicinandosi alle ampie vetrate dell’abitazione: «Ok, direi che non ci vive nessuno. E’ completamente vuota.»
«Stiamo cercando casa?»
«Beh, un giorno ci servirà, no?»
«Dubito che sarà libera fino a che noi due non…»
«Ma qualcosa del genere potrebbe andare?»
«Ti sembra il momento?»
«E’ sempre il momento per la mia signora» dichiarò Chat, facendole l’occhiolino e voltandosi poi verso la zona in cui l’akumatizzata era comparsa: «Ok, forse non è proprio il momento ideale.»
Ladybug assentì, osservando la terrazza e le piante che creavano un piccolo rifugio: «Comunque sì, mi piacerebbe: amo il mio terrazzino e sarà dura separarmene un giorno. Potrei anche tirarmi indietro pur di non lasciarlo.»
«E pensi che tua madre te lo lascerà fare?»
Ladybug sorrise, balzando sulla balaustra del terrazzo e osservando in lontananza: «Abbiamo del lavoro da fare» sentenziò, lanciando lo yo-yo e lanciandosi nel vuoto, sotto lo sguardo attento di Chat Noir.
«E non mi ha risposto» dichiarò il felino, poggiandosi con i gomiti alla ringhiera e guardando il terrazzo: era un bell’appartamento e si trovava anche in una buona zona di Parigi, sarebbe stata una casa perfetta anche se non aveva la minima idea di quanto grande fosse all’interno.
Sospirò, tamburellando le dita e gettando la testa all’indietro: c’era una akumatizzata da salvare, un novello Papillon da mettere al suo posto, non aveva proprio tempo di stare a pensare a una casa in quel momento.
Senza contare che loro due non si sarebbero sposati di lì a breve, quindi perché fissarsi?
Sorrise, saltando sulla ringhiera e scivolando nel vuoto, atterrando sul terrazzo di un palazzo vicino e riprendendo la corsa, al fianco di Ladybug, arrivando velocemente al luogo dell’incontro e vedendo che il resto del gruppo era già lì: «Siamo tutti?» domandò la coccinella, atterrando sul tetto e osservando il resto del gruppo: «Dove…» mormorò, guardandosi attorno e non notando il nuovo acquisto.
«Se stai cercando il nuovo Papillon…» dichiarò Volpina, scuotendo il capo: «E’ nascosto dietro Tortoise.»
«Mi chiamo Hawkmoth»
«Sì. Lui si chiama Hawkmoth e l’akumatizzata è sua sorella» sentenziò la castana, osservando il proprio compagno, come se potesse vedere la persona dietro di lui: «Vuoi venire fuori?»
«Chat, Ladybug. Andateci piano» dichiarò Tortoise, facendosi da parte e mettendosi dietro a Hawkmoth, le mani ben salde sulle piccole spalle: «Ha sbagliato e lo sa, voleva testare i suoi poteri e non pensava di far così tanti danni.»
Chat Noir fissò il nuovo compagno, notando lo sguardo mortificato contornato dalla maschera viola e sospirò, passandosi una mano fra i capelli: «Beh, la prima volta che ho usato il mio potere speciale ho distrutto una porta di calcio e poi sono stato catturato da Coeur de pierre» sentenziò, abbozzando un sorriso: «Non ti dirò niente, Hawkmoth. Ma devo chiederti una cosa.»
«Cosa?»
«Sono delle mutande quelle?»
«Chat!»
Hawkmoth aprì la bocca, richiudendola e scuotendo poi il capo: «Il mio costume è come quello di Superman» sentenziò, incrociando le braccia e alzando il mento orgoglioso: «Mi manca solo il mantello…»
«Sei viola» sentenziò Peacock, ridacchiando e massaggiandosi il mento: «Hawkmoth, seriamente…»
«Tu hai davvero il coraggio di dirmi qualcosa?» domandò il ragazzino, fissando l’altro da capo a piedi: «Hai una tutina di lattice completamente blu! Cosa sei? Un Puffo troppo cresciuto? Tortoise è figo, perché ha il cappuccio mentre Chat…» Hawkmoth si  voltò, fissando il felino: «Tu sembri uscito da quel film che mia madre adora tanto.»
«Ok, farfallino. Non ti dirò niente, ma ti uccido. Deciso.»
«Ti do una mano, gattaccio.»
«Peacock.»
«Niente Peacock, Bee.»
«Nessuno fa nulla» sentenziò Ladybug, fissando male i due ragazzi: «Accettate i vostri costumi per quello che sono: Hawkmoth, hai le mutande; Peacock, sappiamo benissimo che la tua tuta è blu pavone e Chat, tu sei…»
«Meaowvigliosamente bello, tanto che non puoi resistermi, my lady?»
«Tu…» Ladybug sorrise, scuotendo il capo: «combatti bene.»
«Sei seria?»
«Sì, serissima» sentenziò la coccinella, spostando la sua attenzione sul palazzo davanti a lei: «Come mai tua sorella è venuta qui a Radio France?» domandò, indicando l’enorme complesso grigio e circolare, che ospitava l’emittente: «E come si chiama?»
«La Sœur» rispose immediatamente Hawkmoth, affiancandola e guardando anche lui la sorella che, inguaiata in una tuta rosa pastello avanzava minacciosa verso il palazzo, con un paio di cuffie in testa e in mano un microfono: «Ha dei poteri legati ai suoni, se ho capito bene: ha messo ko i poliziotti, urlando qualcosa in quel microfono che tiene in mano e…»
«Perché si chiama la Sœur se ha dei poteri legati ai suoni?» s’intromise Chat, osservando anche lui la ragazza akumatizzata e voltandosi poi verso Hawkmoth, in attesa di una risposta
«Perché quando mi stava dicendo chi era, io l’ho interrotta dicendo ‘mia sorella’?» domandò di rimando il ragazzino: «Non doveva essere in casa, davvero. Volevo vedere come ero in versione supereroe, mi sono trasformato e sono apparse tutte quelle farfalle bianche e ho voluto provare il mio potere, solo…solo…»
«Tranquillo, Hawk» Chat gli posò una mano sulla testa, sorridendo: «Non siamo perfetti. Volpina era un’akumatizzata, sai?»
«Grazie per ricordarmelo, Chat» sbuffò la ragazza, alzando gli occhi al cielo: «Come se lui non avesse fatto le sue cavolate: vuoi che Ladybug ti ricordi di quante volte sei andato a testa bassa contro il nemico e questo ti ha controllato?»
«No, grazie.»
«Perfetto.»
«E come al solito, si mettono a litigare» dichiarò divertita Bee, scuotendo la testa e voltandosi verso l’eroe blu al suo fianco: «Tu non ti butti nella mischia?»
«Cosa?»
«Di solito siete in tre a beccarvi a vicenda.»
«Volpina…» mormorò Tortoise, ridacchiando e voltandosi poi verso Ladybug: «Il piano?»
«Dobbiamo trovare l’akuma» sentenziò la ragazza, osservando attentamente Sœur e sperando di scorgere un qualcosa che potesse contenere la farfalla: «Di solito è un oggetto che portava già prima…» si fermò, voltandosi verso Hawkmoth: «Era arrabbiata, per caso? Papillon sceglieva sempre persone arrabbiate, infondeva poi l’energia maligna nell’akuma e…»
«Boh, quando l’ho trasformata ha detto solo ‘Gliela farò pagare’» mormorò Hawkmoth, alzando le spalle: «Ed io ho solo preso una farfalla bianca, le ho infuso la mia energia e quella è diventata viola scuro.»
«Non abbiamo mai indagato tanto sui poteri di mio padre» mormorò Chat, giocherellando con la lunga coda nera: «Abbiamo sbagliato. Certo, chi pensava che avremmo avuto un nuovo Portatore così presto?»
«Facciamo tornare normale sua sorella e poi chiediamo a tuo padre e a Nooroo un po’ di informazioni?» sentenziò Ladybug, sorridendo al gruppo: «Se sappiamo come funzionano, possiamo aiutare Hawkmoth a usare i suoi poteri e a combattere.»
«Allora, boss. Questo piano?»
«Peacock, Volpina, Bee e Chat. Non fatela arrivare a Radio France» sentenziò Ladybug, osservando Sœur e notando solo in quel momento le cuffie della ragazza: «Ma certo! Le cuffie! Si trova lì l’akuma.»
«Ne sei certa, my lady?»
«E’ l’unica cosa che una ragazza normale, con una vita normale, potrebbe avere. No?» la ragazza annuì decisa, sorridendo: «Bene, come non detto: attacchiamola tutti assieme, il primo che prende le cuffie deve distruggerle e così potrò purificare l’akuma.»
«Che noia così: niente Cataclisma, niente Lucky Charm…» sbuffò Chat Noir, mettendo mano al bastone e allungandolo: «E’ stata una fortuna che contro Papillon eravamo solo noi due.»
«Se vuoi vi lasciamo soli, gattaccio.»
«Scordatelo! E’ la mia prima volta contro un akumatizzato» sentenziò Bee, sorridendo: «Quindi voi facevate questo, prima che arrivasse Coeur Noir? Quando non sapevate chi era chi e…»
«Sì, Bee.» sentenziò Ladybug, prendendo lo yo-yo e roteandolo, facendo un cenno verso la sorella di Hawkmoth: «Andiamo?»


Xiang osservò i sette Portatori sconfiggere facilmente la ragazza posseduta: non era stato complicato, poiché la nemica non aveva nessuna preparazione e la forza numerica era dalla parte loro; era stato un combattimento facile, che chiunque avrebbe vinto a occhi chiusi.
Erano deboli.
Lo capiva sempre di più.
Ma doveva ammettere che avevano coraggio e inventiva sul campo di battaglia, ma ciò non bastava a vincere le battaglie che sarebbero giunte: sapeva che il dí rén si stava organizzando e quella calma era solo il sinonimo che stava posizionando le sue pedine sulla scacchiera.
Cosa sarebbe successo, quando tutto fosse stato predisposto?
Era possibile che avrebbe vinto la partita facendo un’unica mossa?
No, quello no.
Al dí rén piaceva giocare e lei lo sapeva benissimo: l’aveva fatto con Kang a Shangri-la e con lei, pochi giorni prima: si sarebbe divertito, si sarebbe vantato dei suoi poteri che lei aveva sbeffeggiato; forse proprio per questo, proprio perché lei lo aveva deriso, avrebbe dimostrato la sua forza.
«Devo prendere i Miraculous» mormorò, osservando il gruppetto riunirsi nello spiazzo davanti il mostro di cemento e vetro: «Li devo prendere e portare al sicuro. E’ questa la missione che mi hai dato, vero Kang?»


«Ti avevo vietato di usare i tuoi poteri!» sbraitò Nooroo, fluttuando davanti il volto di Thomas e fissandolo serio: «Non ti ho ancora spiegato come funzionano, perché hai voluto fare di testa tua?»
«Segniamo questa data sul calendario, moccioso» sentenziò Plagg, girando il triangolo di camambert fra le zampe: «Nooroo ha tirato fuori gli attributi. Per quanto un kwami non abbia…beh, insomma…ci siamo capiti…»
«Scusa, Nooroo» mormorò Thomas, chinando la testa con fare colpevole: «E’ solo che…»
Nooroo sospirò, osservando il gruppo di Portatori e gli altri kwami: «So cosa volevi fare, Thomas. E ti comprendo, ma devi capire che prima di poter usare i poteri del mio Miraculous, devi essere a conoscenza di ciò che puoi o non puoi fare.»
«Tipo creare cattivi» dichiarò Adrien, sorridendo: «Quello fa male. E intendo, letteralmente. Mio padre è stato male fisicamente perché aveva creato dei supercattivi.»
«Nooroo, sbaglio o il tuo Miraculous non è legato al tempo come i nostri?» domandò Sarah, abbozzando un sorriso: «Mi spiego: Thomas ha usato il potere speciale, quello di creare dei campioni, però non aveva nessun countdown. Anche il signor Gabriel, ora che ci penso.»
«Perché il cambiamento supera il tempo, Sarah» spiegò il kwami viola: «Il potere del mio Miraculous è quello del cambiamento, possiamo dire. E ciò che cambia…»
«Può cambiare per tutto il tempo che vuole, anche all’infinito» Sarah assentì con la testa, sorridendo: «Grazie, Nooroo.»
«Quindi se io non purificavo gli akuma…»
«I supercattivi di Papillon sarebbero rimasti supercattivi finché non avesse deciso lui, il contrario. O Thomas, adesso.»
«Ho una domanda, Nooroo» dichiarò Lila, attirando l’attenzione del kwami su di lei: «Gabriel akumatizzava gli altri basandosi sulla rabbia, Thomas…»
«In verità il mio Portatore può akumatizzare basandosi su cinque emozioni» dichiarò Nooroo, posandosi sulla spalla di Thomas: «Rabbia, felicità, tristezza, paura e speranza. Ecco, queste sono le emozioni che possono portare una persona a diventare un campione del Portatore della Farfalla: Gabriel usava la rabbia perché era l’emozione più forte e più adatta per creare dei supercattivi, ma già quando ha akumatizzato tutti contro Coeur Noir e poi Willhelmina, Alex e Sophie…» il kwami si  fermò, abbozzando un sorriso: «In questi casi aveva fatto leva sulle altre emozioni.»
«Sarà corretto continuare a chiamare ancora akumatizzati?» domandò Rafael, prendendo il cellulare dalla tasca: «Insomma, quelli erano…»
«Gente posseduta da Hawkmoth suona male, pennuto.»
«Il gattaccio ha parlato: continueremo a chiamarli akumatizzati.»
Lila scosse il capo, portando poi l’attenzione su ciò che la circondava e osservandosi attorno: dopo il breve combattimento contro la sorella di Thomas avevano trovato rifugio su L'île aux Cygnes, certi che nessuno con quel freddo andasse sulla piccola isola artificiale in mezzo alla Senna, così da rifocillare i loro kwami – perché poi, non era dato sapere, dato che nessuno di loro aveva usato il proprio potere speciale – e cercare di fare un po’ di chiarezza sul Miraculous della Farfalla.
Erano soli, eppure era come se qualcosa li stesse osservando.
«Va tutto bene?» la voce di Wei la fece nuovamente concentrare sugli altri: «Lila?»
«Sì, sto bene.»
«In astinenza da caffeina, volpe?» le domandò Rafael, alzando lo sguardo dal cellulare con un’espressione sorridente: «Sapevo che era qui!»
«Cosa, piumino?»
Il moro voltò verso di loro lo schermo dell’apparecchio, mostrando una Statua della libertà che aveva, sullo sfondo, la Tour Eiffel: «E’ una delle repliche che ci sono qui a Parigi e questa è proprio su questo isolotto.»
«Davvero?» domandò Sarah, avventandosi sul cellulare e sorridendo alla vista del monumento: «Andiamo a vederla?»
«Per me va bene» sentenziò Rafael, guardandosi a destra e a sinistra: «Si vede la Tour Eiffel, quindi è da quella parte.» dichiarò, indicando la direzione opposta a quella del simbolo parigino: «Voi venite?»
«Perché no?» assentì Lila, guardando gli altri: «Chi si unisce alla gita?»
«Vengo io!» dichiarò Marinette, con un sorriso e voltandosi poi verso il biondo: «Vieni anche tu?»
«Spiacente, principessa. Ma passo» dichiarò Adrien, chinandosi verso di lei e baciandole la guancia: «Mi sono ricordato di una cosa da fare.»
«Ah. Ok.»
«Ti chiamo stasera, va bene?»
«Non vieni da me?»
«Devo parlare con mio padre di una cosa. Se non faccio tardi, sarò tutto tuo, my lady.»
Marinette assentì, osservando il fidanzato salutare il resto del gruppo e stringendo la cinghia della borsa con forza: un atteggiamento che, sicuramente, non era passato inosservato a Lila, che le posò una mano sulla spalla, facendo voltare la mora nella sua direzione. Non preoccuparti, le mimò l’italiana con la bocca e Marinette annuì con la testa; sentendosi stupida per i pensieri in cui si era immersa: Adrien le avrebbe spiegato tutto. Come sempre.
«Anche io passo» dichiarò Wei, affiancando Adrien: «Devo tornare al lavoro.»
«Thomas?» domandò Sarah, voltandosi verso il ragazzino: «Vieni con noi?»
«Io tornerei a casa: vorrei vedere come sta mia sorella e mia madre sarà certamente preoccupata…»
«Allora sarò il solo a difendere le signore. Anche se Lila non ha bisogno di essere difesa, farebbe scappare chiunque.»
«Piumino, sei condannato a morte.»
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